Andrea Pandolfi: “Il mio lavoro è capire le persone”

Andrea Pandolfi, è un formatore, ma soprattutto un consulente “olista” per privati, comunità ed imprese. Alle sue spalle, un percorso formativo ultra-decennale: laureato Educatore Professionale di Comunità e con la laurea specialistica in Educatore Professionale Coordinatore dei servizi e delle risorse umane presso la Facoltà in Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre.

Sempre nella medesima Facoltà, è supervisore di équipe attraverso un corso di alta specializzazione universitaria. Ha frequentato diversi corsi di alta formazione e di aggiornamento professionale nell’ambito delle cosiddette “scienze olistiche”. Ha pubblicato alcuni testi specialistici (rivolti al mondo universitario) e saggi di natura divulgativa. Da anni collabora con la facoltà di Scienze della Formazione e dell’Educazione di Roma Tre sia come ricercatore indipendente, all’interno del laboratorio di ricerca scientifica “Melpomene”, sia come assistente alla cattedra di Etica e Deontologia della professione, nel corso di Laurea in Educatore Professionale di Comunità. Collabora altresì, con un gruppo di ricercatori internazionali, all’interno del progetto Kabbaland (Israele), una piattaforma innovativa, gestita da un’organizzazione no-profit, che attraverso la multidisciplinarietà mira, tra l’altro, ad aprire nuove strade terapeutiche. Collabora, inoltre, con la rivista online Madaat. In merito alla ricerca, sperimentazione sul campo e applicazione del metodo di lavoro, sono state molteplici le collaborazioni con organizzazioni sia pubbliche, sia private come, ad esempio, il Conservatorio di Monopoli, le accademie e scuole di danza, l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, l’Università della terza età e numerosi altre associazioni e istituzioni. Noi siamo andati alla scoperta di questo manager e delle possibilità che offre.

Consulente “olista” per privati, comunità ed imprese. Che significa?

Molta della mia analisi parte dallo studio della “parola”, intesa come codice, come rituale, in senso anche “religioso”. Le parole ed i simboli ci condizionano, ci cambiano, mutano la nostra stessa identità. Anche la scienza concorda: il nostro modo di pensare, il nostro modo di autopercepirci, cambia anche la nostra fisiologia. Avrete sentito parlare di “effetto placebo”, ad esempio in relazione ai farmaci. In sostanza i ricercatori sanno benissimo, ed è un fatto consolidato, che se una persona è convinta profondamente della validità di un farmaco, vi è la concreta possibilità che egli guarisca davvero, anche se magari quella pillola è in realtà solo zucchero. Pensate quindi a che potere reale e concreto ha la nostra autoconvinzione. Molta di questa autoconvinzione deriva appunto dalla “parola” e dal “simbolo”: solo ciò che è parola, ciò che è nominabile, diventa per noi reale. Non per niente “in principio era il Verbo”. Purtroppo non raramente questo ruolo del simbolo assume contorni limitanti per la persona, per la sua libertà di scelta, a causa sopratutto di quello che probabilmente rappresenta la più resistente delle catene del nostro inconscio: il senso di colpa. E’ il senso di colpa che ci limita nelle nostre scelte quotidiane, il senso del “peccato” dal punto di vista religioso, da cui non è esente nemmeno un ateo. Prigionieri del senso di colpa, perdiamo la nostra natura predisposizione alla ricerca del piacere. E restiamo quindi vincolati al dolore. Però agendo sulla parola, sul simbolo e sul nostro modo di percepire, cambiamo noi stessi in profondità. Il mio lavoro quindi consiste sostanzialmente nell’analizzare le persone, conoscerle, conoscerne nel dettaglio la storia, le inibizioni, i simboli che in qualche modo hanno un effetto di “blocco”. Ed ovviamente rimuovere questi blocchi, permettendo alla persona una reale possibilità di scelta, di libertà. Un manager è continuamente sottoposto a diverse forme di stress, ma lei ha più volte ricordato nel corso dei suoi seminari, che non sempre lo “stress” è negativo, in che senso? Lo stress è il “motore” della nostra vita, è ciò che ci spinge ad agire. Ed è quindi essenzialmente una cosa positiva. Sono gli stimoli che ci può dare la vita e che ci rendono reattivi. E’ solo quando questa tensione all’azione perde equilibrio che possiamo parlare di “stress cattivo”. Sono state coniate delle definizioni precise: esiste l’Eustress, che è appunto una spinta positiva, ed il Distress, che ne è la rappresentazione disarmonica. Ancora una volta la “chiave” di questa distinzione è sopratutto nel senso di colpa. Siamo stati educati continuamente a “dover essere” a “dover rappresentare” e questo, per un imprenditore o un manager è moltiplicato per molte volte. Ancora una volta si ricade in una visione “dualistica” di bene contro male, che ci impone una scelta vincolata, che ci impedisce di essere liberi.

Quali sono le conseguenze di questo “stress negativo” sulle performance del manager o dell’imprenditore?

Le conseguenze sono diverse: oltre a quelle ben note del Distress, ossia ipertensione, incapacità di concentrazione, riduzione delle difese immunitarie, ci sono anche conseguenze “simboliche”: restiamo prigionieri dei simboli e delle parole, restiamo incatenati dal senso di colpa, e questi vicoli diventano sempre più profondi e difficili da rimuovere.

Come ci si può accorgere se lo stress rischia di diventare un problema?

Lo diventa quando lo “sentiamo” come tale. Quando il nostro disagio è ben oltre la semplice stanchezza, quando ci accorgiamo di “nuotare controcorrente”, sostanzialmente restando sempre fermi nonostante gli sforzi.

Lei ha scritto un libro sul rapporto “malato” con il cibo, anche i manager spesso hanno problemi alimentari, di digestione, di assimilazione, non raramente finiscono per pranzare al volo in un bar. Cosa occorre fare per non trasformare tutto questo in un problema serio?

Il cibo, come ripeto molto spesso è per sua natura “neutro”, ma ha nel tempo perso la sua natura positiva, di energia per la vita, di momento conviviale. Il cibo è diventato un acerrimo nemico, ancora una volta non raramente condizionato da vari sensi di colpa. Da sempre oltretutto il “cibo” è uno dei “simboli” per eccellenza, per la sua natura vitale e per il fatto che, attraverso l’alimentazione, diventa parte integrante di noi stessi. Pensiamo al ruolo simbolico fondamentale del cibo, del mangiare o del bere che è presente nella Bibbia. Volenti o nolenti, religiosi o laici, quando mangiamo di fatto svolgiamo un “rituale”, interloquiamo con simboli e rappresentazioni profondamente incise nel nostro profondo. Ecco perché i disturbi alimentari, da quelli più lievi a quelli più gravi, non sono e non possono essere solo “medici”. Occorre andare più a fondo, comprendere la persona, la sua storia e cercare di ripristinare un rapporto sereno con il cibo e con la sua rappresentazione simbolica inconscia. Per questo ho ideato uno specifico TDA – Test sul Disturbi Alimentari, che aiuta a comprendere il “vissuto” della persona e quindi individuare e rimuovere i suoi “blocchi”. In questo modo di superano divieti e sensi di colpa e si recupera la capacità di provare gusto e piacere.

Lei svolge spesso seminari anche per imprenditori, manager ed imprese, cosa cerca chi si rivolge a lei? 

In molti si rivolgono alle mie consulenze ed ai miei corsi di formazione sopratutto per imparare a pensare “oltre”: quando si fa impresa il rischio è di gestire sempre tutto come siamo stati abituati a fare, a replicare sempre gli stessi schemi, a ripetere sempre gli stessi errori. Un effetto “copia-incolla” che produce sovente risultati modesti. Comprendendo invece la storia e l’identità delle persone, di ogni singola persona, è possibile liberarlo dalle strettoie del pensiero abitudinario, dall’inevitabile ripetersi di schemi mentali ed organizzativi.

Come si può concretamente combattere lo stress per un manager?

Liberandosi dal senso di colpa e ritrovando “piacere”. Noi sottoponiamo la persona ad un attento screening e ad una completa mappatura dei suoi blocchi inconsci, individuiamo le parole ed i simboli di questi blocchi, insegniamo a riconoscerli ed a superarli, portandola ad una vera libertà di scelta. In quel preciso momento il “Distress” scompare, non ha più potere, l’uomo torna al centro di se stesso e delle sue consapevoli scelte.

 

Tratto da Uomo&Manager di Gennaio 2018

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