Digital Mismatch: ecco cos’è e perché si è generato

Grazie alle innovazioni dell’ultimo decennio che hanno stravolto le nostre abitudini personali e professionali, le aziende sono sempre più alla ricerca di profili in ambito tecnologico e digitale ma spesso mancano le competenze specifiche per stare al passo con la domanda del mercato del lavoro. Questo gap ha generato un particolare fenomeno denominato Digital Mismatch: le persone in cerca di lavoro spesso non sono in grado di rispondere ai requisiti e alle competenze tecnologiche e digitali sempre più necessarie alle aziende e questo potrebbe portare a circa due milioni di posti vacanti nei prossimi tre anni.

Per tracciare l’evoluzione dell’innovazione in Italia, lo scorso marzo si è tenuto a Milano il Convegno internazionale “Le professioni del Futuro” ideato e organizzato da InTribe, specializzata in analisi predittive e Big Data, in collaborazione con ASSEPRIM – Federazione Nazionale Servizi Professionali per le Imprese – e con la partecipazione di NEXI, la PayTech delle banche nata con l’obiettivo di guidare l’evoluzione dei pagamenti digitali in Italia. Focus del convegno è stato proprio il Digital Mismatch: un fenomeno sociale ed economico che sta investendo aziende, istituzioni e lavoratori alla ricerca di un nuovo modello in grado di far incontrare esigenze e competenze. Una recente indagine dell’Unione Europea (dati Cedefop) ha evidenziato come entro il 2020, in Italia avremo circa 135mila posti di lavoro vacanti in ambito ICT (750.000 in Europa); secondo una stima InTribe, questo corrisponderà a circa il 18% delle posizioni lavorative in questo ambito. Fra 2 anni, per l’accelerazione tecnologica, il 25% delle posizioni aperte saranno delle nuove professioni, inesistenti fino a 5 anni fa, e tutte avranno a che fare con il mondo tecnologico e digitale. Esperti di intelligenza artificiale, analisti dei big data ed esperti di cyber security saranno tra le professioni emergenti. A pensarci bene, tutt’oggi molte professioni ormai ampiamente conosciute, sono del tutto incomprensibili per genitori e generazioni passate. Fino a qualche anno fa, infatti, nessuno poteva immaginare l’exploit di community manager, sviluppatori java o di digital project manager. Ma l’accelerazione tecnologica degli ultimi anni ha indotto il World Economic Forum a stimare che il 65% dei bambini che frequentano oggi le scuole elementari svolgeranno lavori che attualmente non esistono e che forse nemmeno siamo in grado di prevedere. Parimenti, è altrettanto certo che alcune professioni attuali sono destinate a scomparire gradualmente, soppiantate da servizi digitali, dalla robotica e dall’intelligenza artificiale; fino ad arrivare ad un nuovo approccio al mondo del lavoro, della formazione e dell’istruzione.

Come cambiano le professioni tradizionali

Il progresso tecnologico degli ultimi 20 anni è paragonabile a quello dei 400 anni precedenti. Nei prossimi dieci anni, il 70% dei lavori evolverà in chiave tecnologica e alcune delle professioni del futuro saranno un’evoluzione di quelle esistenti. La rivoluzione sarà nelle professioni “contaminate” dal digitale e dalle tecnologie. Qualche esempio è già di fronte ai nostri occhi. Basti pensare agli agricoltori che gestiscono da tablet i dati registrati da sensori per l’umidità del terreno o delle condizioni climatiche per la crescita delle piante, o ancora, alle stampanti 3D che stanno dando un grande supporto negli ospedali.

I titoli di studio e l’incidenza delle lauree STEM

La Comunità Europea ha elaborato un indice (DESI: Digital Economy and Society Index) per valutare stato di avanzamento degli Stati membri dell’UE verso un’economia e una società digitali. Uno dei parametri presi in considerazione è l’incidenza delle lauree STEM (acronimo di Science, Technology, Engineering and Mathematics) cioè i corsi di laurea scientifici.
Queste lauree sono quelle che daranno i maggiori sbocchi professionali: ben pagati, creativi e originali. In Europa, saranno circa 2.300.000 i posti di lavoro disponibili solo nel campo delle scienze e dell’ingegneria, e alcuni di questi sono davvero stimolanti.
Chi non avrà questi titoli, dovrà specializzarsi e acquisire competenze sempre più specifiche, sia sul campo, sia attraverso corsi di aggiornamento. Visti i cambi repentini del settore, è necessario un continuo aggiornamento professionale che apra all’opportunità di evolvere assieme al mercato. Occorre aumentare le proprie hard skill tecnologiche e le aziende saranno chiamate ad investire massivamente in formazione, per evitare di perdere competitività.

Esisteranno solo lavoratori di alto profilo?

Secondo le previsioni di InTribe, il potenziale di crescita di posti di lavoro in ambito ICT, comunicazione, servizi, green economy, turismo e formazione è enorme. Le professioni del futuro saranno molto più interessanti rispetto ai lavori che stiamo cedendo alle macchine, anche se in molti non sono pronti ad affrontare i nuovi scenari lavorativi che stanno già cominciando a delinearsi in questi anni. Un dato interessante rilevato durante l’indagine sulle Professioni del Futuro realizzata da InTribe riguarda le competenze richieste, che saranno sempre più specifiche e di alto profilo. In questo scenario scomparirà, il lavoratore medio con scarsa expertise specialistica e uno stipendio di medio livello. Più in generale, nel mercato europeo ci sarà un graduale spostamento verso l’alto: in pratica tenderanno a ridursi i mestieri di basso profilo, molti dei quali verranno svolti sempre più da remoto e in altri Stati (come già accaduto nel primo decennio del terzo millennio con la delocalizzazione dei call center).

 

Tratto da Uomo&Manager di Aprile 2018

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