«Nemo propheta in patria!». Il capitale umano e la tecnologia del futuro: la scuola

“Ciao Marco, ti lascio prima di Natale a Milano e ti ritrovo oggi nel nuovo distretto delle biotecnologie di Hannover, meno male che c’è Skype per vedersi!”.

In Italia la tradizione nel tramandare il sapere di generazione in generazione ha sempre fatto la differenza, a partire dalla capacità di fare impresa e di rendere i distretti industriali italiani famosi per l’eccellenza del Made in Italy, per arrivare al contributo che i ricercatori italiani portano ogni giorno in ogni settore dell’economia globale. Un Paese di santi, poeti e navigatori che negli ultimi anni ha fatto viaggiare oltre confine insieme alle persone un immenso patrimonio di competenze. Il capitale umano però continua ad essere il nostro X-Factor, un concreto valore aggiunto in grado di rendere l’Italia capace di attrarre capitali e risorse. Ma la realtà (aumentata) è molto più interessante di quanto sembra, almeno per chi acquisirà le competenze necessarie a lavorare nel Futuro 4.0.

La fuga dei cervelli

Il rapporto “Italiani nel Mondo 2017” pubblicato dalla Fondazione Migrantes, conferma l’inarrestabile flusso migratorio degli italiani verso Regno Unito, Stati Uniti e Germania, nazione europea in cui la Baviera vanta un tasso di disoccupazione del 3% e in cui i protagonisti del futuro sono i giovani dai 18 ai 34 anni. Dei quasi cinque milioni di italiani che hanno deciso di portare all’estero le proprie competenze, il 50% proviene dal Sud d’Italia, ma anche regioni come Lombardia, Veneto e Sicilia contribuiscono a creare una generazione mobile che incrementa il numero degli iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE). Si tratta di un fenomeno senza precedenti nella storia recente, un patrimonio in fuga che deve essere supportato con interventi strutturali dei policy maker, ma soprattutto connesso alla tecnologia più solida ed innovativa che abbiamo, il sistema educativo italiano. La sfida da affrontare non è solo il così detto “brain drain”, ossia la fuga di cervelli da un paese all’altro, ma è la valorizzazione di brillanti studiosi, stimati scienziati e qualificati professionisti italiani, anelli di una catena del valore di cui il nostro mercato del lavoro necessita per rilanciare il sistema produttivo del Made in Italy.

Come tutelare il patrimonio umano e professionale

Ma come poter mettere i giovani e i senior nelle condizioni di realizzare le proprie aspirazioni professionali? Come far esplodere il potenziale dei talenti che l’Italia forma in ogni settore? Investire sulla qualità della formazione scolastica, a partire dalle scuole primarie per arrivare alla diversificazione dei percorsi di studio universitari, passando per la creazione di Master e di Dottorati di Ricerca abilitanti, rappresenta oggi un must. Non deve destare stupore insegnare la Realtà Aumentata e Virtuale in un’Accademia di Belle Arti oppure non deve far arrossire creare un percorso di studi unico che prepari i manager del futuro alle sfide dell’economia del turismo globale. Il successo in termini di attrattività di un Paese non è determinato solo dall’importanza delle multinazionali presenti sul territorio, ma – in un mercato in cui l’economia della condivisione diventa una competenza indispensabile – la differenza consiste nella possibilità per gli studenti di svolgere un periodo di formazione sul campo, all’interno di aziende alla ricerca di figure professionali da assumere. Allo stesso tempo, in molti paesi europei, gli studenti sgomitano, anche il sabato, per frequentare lezioni tenute da manager o opinion leader scelti dagli Atenei per trasferire quella conoscenza che non si trova in rete o nei libri, ma è frutto della vita vissuta nella settimana lavorativa appena conclusa dallo speaker. L’impressione è che il sistema accademico italiano abbia perso competitività. La sfida è recuperare la propria identità e la capacità di formare un’autorevole e preparata classe dirigente. Scommettere sullo sviluppo di competenze trasversali, investire in piani di ricerca e sviluppo nazionali di lungo periodo ed accelerare il trasferimento di conoscenza tra incubatori ed imprese, significa costruire un’economia capace di coniugare produttività e coesione sociale. Allo stesso tempo, un modello di istruzione più vicino alle esigenze di imprese innovative e globali, permetterà di valorizzare le eccellenze professionali italiane e di aumentare il livello di occupazione dell’intero Paese. Perché l’Italia è il luogo più bello del mondo per qualità e bellezza. Non fosse altro perché Dante, Leonardo da Vinci, Enea, Ulisse e la metà della mitologia classica che ci hanno insegnato a scuola si dice abbia respirato l’aria del Mediterraneo!

A cura di Enrico Molinari e Domenico Annunziato Modaffari

Tratto da Uomo&Manager di Febbraio 2018

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