Non possiamo dimenticare il Sud…

Esiste un importante convitato di pietra in tutte le discussioni sulla crisi e sulle ricette per il rilancio della crescita: il Mezzogiorno, una parte fondamentale e spesso dimenticata, che rappresenta circa il 35% della popolazione e circa un quarto del PIL italiano.

La forchetta con il Nord aumenta. La crisi ha gettato le regioni meridionali in una situazione senza sbocco, per mancanza di investimenti privati e pubblici e progressivo impoverimento del capitale umano. È facile prevedere che in questa situazione il Sud non saprà cogliere la ripresa e il suo ritardo si trasformerà in una zavorra per la ripresa del Paese intero. D’altra parte, la crisi è stata pesantissima: la recessione produttiva degli ultimi anni accompagnata dalla deflazione dei prezzi, dalla contrazione dei consumi e dalla disoccupazione in continua crescita è stata una combinazione micidiale che ha avuto effetti ancora più marcati sul Mezzogiorno. Per non parlare della differenza nella qualità dei servizi pubblici e del costo della vita che non emergono in modo chiaro. Affitti più alti o beni più economici, servizi più a buon mercato o meno: tutti fattori che nella vita concreta contano quanto il PIL procapite. È per questo che tutti i dati Istat raccontano che la crisi ha inciso in maniera forte ma non è la vera causa della desertificazione del Sud. Basilicata, Puglia e Calabria, per esempio, già prima del 2008 crescevano meno dell’1% all’anno. Per converso, Emilia Romagna, Marche e Lazio crescevano al ritmo del 2%. È per questo che è importante sottolineare come la questione meridionale sia, ancora una volta e purtroppo, al centro della crisi ma dietro le quinte nel dibattito. Anche perché che le cause e gli impatti della crisi sul Sud li conosciamo tutti: i vincoli di bilancio pubblico, nazionale e locale che hanno precluso la possibilità di sviluppare un serio ed efficace progetto di completamento delle infrastrutture materiali e digitali del nostro Mezzogiorno.  

Parlarne non basta…

Come uscire da questa spirale perversa? Intanto, parlandone e non lasciando il Sud al suo destino anche solo per disattenzione. Ma parlarne, com’è chiaro, non basta. Bisogna osare di più ed innovare perché riflettere sul rilancio della crescita economica nel Mezzogiorno, in un’epoca di continuo cambiamento e di fortissima competitività, vuol dire cercare di individuare fattori di attrattività in grado di assicurare non tanto risultati eccellenti ma di breve periodo, quanto la continuità del risultato nel tempo. La scoperta dell’acqua calda? Forse, ma scoprire il futuro è molto meno miracoloso che inventarlo e le cose che si scoprono, alla fine, esistono già: non si deve far altro che vederle prima degli altri. 

Le chiavi per la crescita

È per questo che, in una fase in cui è strategico gestire la conoscenza in rete per competere a livello globale, i fattori sui quali puntare non possono essere altri che quelli legati alle attività immateriali: know-how (produzione, implementazione e comunicazione), tecnologia e finanza, ovvero i tre motori del capitalismo intellettuale. Stiamo dimenticando ambiente e turismo? Può darsi ma, se si vuole fare una scommessa forte sul futuro, si devono concentrare tutte le risorse sui fattori veramente trainanti, e considerare gli altri come asset, pur importanti, ma di supporto. D’altra parte, l’unica certezza è che la ripresa economica mondiale è guidata da processi di innovazione tecnologica. Un orizzonte di sviluppo che tutto il Paese ma soprattutto il Sud dovrebbe provare a cavalcare creando un sistema di regioni-rete che sfruttino la leva turistica per far conoscere le opportunità di innovazione territoriale alle più importanti aziende mondiali. Se si vuole fare innovazione, allora, quello su cui si deve puntare sono i servizi ad alto valore aggiunto, la progettazione, le produzioni di eccellenza, la logistica, la cultura, il turismo. Per fare tutto questo non bastano le parole, e neanche le idee chiare. C’è bisogno di investimenti e della volontà politica di sostenerli. Investimenti in formazione, in ricerca, in infrastrutture – di trasporto e digitali – e in tutti quegli intangible assets di competizione collaborativa che troppo e troppo a lungo sono stati trascurati. Una strada complessa ma non impossibile da percorrere. Basterebbe iniziare con qualche misura concreta. Ad esempio, con una norma a costo zero che obblighi tutti coloro che hanno il wi-fi a tenerlo costantemente acceso senza password di accesso. Gartner, forse la più importante società di consulenza nel settore dell’ICT, stima che, se ciò accadesse in tutto il nostro Paese, il PIL aumenterebbe per effetto delle interazioni di mercato dell’1,6% su base annua. Al Sud, fatte le debite proporzioni, spetterebbe circa lo 0,4%. Proviamo a pensarci.

A cura di Angelo Deiana

Tratto da Uomo&Manager di Marzo 2018

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