Saper fare e saper essere: corso di sopravvivenza per i Manager 4.0

Nella giungla di chi cerca e di chi offre lavoro si salva chi, oltre al saper fare ha investito anche nel saper essere, avendo cioè competenze trasversali e un atteggiamento giusto per sopravvivere in questo futuro.

Infatti, se il lavoro nobilita l’uomo, anche l’uomo deve, per dovere morale, nobilitare il lavoro, investendo su formazione continua, crescita personale e condivisione della conoscenza, creando così una rete di eccellenze che rappresentino, a cascata, una catena in cui ogni anello rende più solidi i legami dei nodi che ne prendono parte. Nessun quadro normativo, nessun incentivo fiscale né aggiustamenti più o meno efficaci nelle politiche del lavoro, né un cambiamento nelle relazioni industriali può mettere in crisi l’idea di fondo che sostiene ogni progetto di impresa, ogni scelta lavorativa e che genera una netta differenza tra fallimento e successo. È la resilienza, bellezza! Cioè la capacità di adattarsi e di reagire ai cambiamenti, spesso repentini e schizofrenici del mercato del lavoro. In molti mollano, la maggior parte si adopera a cavalcare i quotidiani alti e bassi, e solo pochi, nonostante le difficoltà, rincorrono un progetto e coltivano un’autentica passione per la loro missione quotidiana: portare avanti i propri obiettivi professionali, senza indietreggiare di un millimetro. In un’idea? È la strategia del “millimetro zero”.

Professionisti al centro del lavoro

Una nuova specie di lavoratore si aggira nelle nostre economie: è una professionista che sa mettersi al centro del lavoro, che sfida le convenzioni, che si pone nuove sfide, che si adatta con pragmatismo alle circostanze, che sa interpretare la sconfitta come un’opportunità, che sa coniugare autonomia e responsabilità, flessibilità e cambiamento. Il mondo del lavoro è appunto cambiato, la sua evoluzione è inarrestabile. Ai manager di oggi si richiede consapevolezza dei propri comportamenti, orientamento ai risultati, impegno focalizzato su obiettivi chiari e stimolanti, condivisi con una estemporanea intuizione magari nel bel mezzo di una partita di calcio balilla nella zona relax dell’azienda. Alcune competenze sono un must per poter navigare nel mare magnum del Lavoro 4.0. Sempre più spesso, si fa strada tra le competenze relazionali una equilibrata gestione dei rapporti interpersonali, dentro e fuori il contesto lavorativo; si richiede empatia, capacità di ascolto e assertività nella comunicazione, miscelate con buone doti persuasorie. La comunicazione è essenziale per lavorare in team quando le idee, i progetti e le iniziative devono trovare un canale fluido per essere veicolate. Tra le competenze cognitive spiccano le abilità di ragionamento logico e/o matematico, la capacità di analisi e di sintesi, soprattutto in un contesto di fabbrica digitale in cui si devono selezionare e filtrare le informazioni per renderle funzionali al ciclo produttivo. Ciliegina sulla torta è il problem solving che implica la capacità di trovare soluzioni quanto più possibile semplici a problemi complessi ovvero innovative e alternative. Solo attraverso un’attenta disamina della sfera comportamentale, delle preferenze, del quoziente emotivo e delle scelte valoriali della persona, è possibile costruire un quadro definito di compiti e di mansioni e tracciare una valutazione obiettiva dei punti di forza e di debolezza per permettere ai responsabili delle Risorse Umane di ottimizzare i processi di sviluppo delle competenze e la valorizzazione dei talenti, apportando un vero valore aggiunto all’azienda. Preso atto dell’accresciuta rilevanza della soggettivazione della forza lavoro come suggerisce Francesco Saghezzi, è plausibile che la Fabbrica Intelligente, proprio in ragione della necessità di stimolare la partecipazione, si caratterizzerà per un crescente ricorso a formule d’incentivazione, individuale o di gruppo, legate ai risultati e alle performance. Saltato il sistema di regole riferito alla fabbrica tradizionale, nel nuovo scenario della manifattura contemporanea si richiedono sistemi di certificazione sofisticati e un modello di misurazione delle performance e di valutazione del bilancio di competenze individuale sempre più predittivo. L’Internet delle Cose si sovrappone quindi perfettamente alle capacità comportamentali umane. Ecco perché la nuova filosofia manageriale deve essere in grado di favorire la mobilità delle persone, orientare i curricula dei sistemi formativi, introdurre un nuovo approccio negli inquadramenti contrattuali, più in linea con le tendenze legate all’autonomia e al contributo di ciascuno verso gli obiettivi di produzione. Ognuno è artefice del proprio futuro professionale e firma ogni azione sul lavoro.

Manager che spostano il baricentro

Una differenza che è determinante nei destini formativi e di carriera dei manager 4.0. Infatti, una parte sottile di professionisti altamente qualificata detiene una maggiore forza contrattuale e ha il potere di spostare il baricentro di contrattazione innalzando i salari. Un’altra parte più consistente, dovrà invece accontentarsi di un peggioramento delle proprie condizioni economiche con il rischio di disoccupazione per profili bassi, impiegati soprattutto in attività di routine, se non si interviene su leve strategiche come formazione e riqualificazione professionale. Sono infatti coloro che hanno un’istruzione di livello medio, medie competenze e medi salari ad essere tagliati fuori, schiacciati tra una élite altamente qualificata e una maggioranza di lavoratori very low skilled. Secondo Christophe Degryse – ricercatore dell’European Trade Union Institute – il rischio di una polarizzazione della società è alto. Una polarizzazione che potrebbe trascinare verso il basso la sicurezza sociale, erodendo la base fiscale imponibile, fenomeno che si può governare se gli attori economici e istituzionali sapranno fare squadra per rendere questo impatto quanto più morbido possibile.

A cura di Domenico A. Modaffari ed Enrico Molinari Martinelli

Tratto da Uomo&Manager di Dicembre 2017

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