Stress lavorativo: le donne ne soffrono più degli uomini

Andrea Pandolfi

Lo stress da lavoro? Colpisce più le donne che gli uomini. Questo il risultato di una ricerca svolta da Andrea Pandolfi, formatore e consulente olista per le imprese.

Lo studio si è svolto su un panel di 200 donne lavoratrici, che ha rivelato che il “distress” ne colpisce in forme significative il 35% (che dichiara di avere riscontato forme di stress che hanno portato a sintomi fisici da medio e grave o ad assenze dal posto di lavoro).

Una incidenza molto superiore al 19% riscontrato tra gli uomini. Anche i dati sui fenomeni più gravi, come crisi di ansia, insonnia prolungata, problemi gastrointestinali, disturbi del comportamento alimentare e depressione, sono coerenti con questa tendenza, con un 7% di donne ed un 4% di uomini. Le forme più leggere arrivano a superare comunque il 50%. In crescita anche lo stress “dirigenziale”: se fino a qualche anno fa le donne che più erano colpite da forme medie e gravi di stress erano quelle a contatto con il pubblico e quelle più giovani, negli ultimi anni si nota un aumento anche nelle donne in ruoli dirigenziali e di età più avanzata.

“In passato si riteneva che le donne fossero più esposte per motivi soprattutto biologici, in particolari le giovani, a causa delle alterazioni ormonali. Questa considerazione, che pure è reale, appare sempre più secondaria, anche considerando il ruolo equilibrante nella gestione delle situazioni di stress che si ritiene possano avere gli estrogeni. – ha dichiarato Andrea Pandolfi, che in materia ha tenuto diversi corsi ed incontri – Di conseguenza la diversa incidenza dei fenomeni più gravi deriva dalla condizione di lavoro: ruoli più ripetitivi ed usuranti, impegni extralavorativi e familiari”.

Ma allora cosa si può fare? “È evidente che occorra costruire ambienti di lavoro meno stressanti per le donne, orari più flessibili, in generale ridurre il grado di conflittualità. Ma occorre sopratutto formazione: lo stress può essere gestito e si può imparare a farlo. Sopratutto occorre aiutare le donne in stazione di forte distress a gestire e risolvere i propri conflitti, i sensi di colpa che la cultura ha imposto loro (il tempo sottratto ai figli, ad esempio, o al partner). Insomma, se da un lato è necessario agire sui fattori esterni, è anche necessario lavorare su quelli interni, sui simboli, sulle parole, sui conflitti non espliciti. Non è sufficiente voler superare una certa cultura poco accogliente delle donne al lavoro, non è sufficiente nemmeno incentivare l’ingresso delle donne nel lavoro o nell’impresa, occorre anche aiutare le donne stesse a vedersi ed a comprendersi nel nuovo ruolo che hanno conquistato o stanno conquistando.”

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