Tempesta Perfetta e… Analfabetismo Finanziario

La vita è un processo in cui un cambiamento anti-ciclico, un salto di paradigma rappresenta una singolarità, una discontinuità, un’interruzione inspiegabile nell’ordine naturale delle cose. È questa mutazione profonda fra quello che era il passato e quello che sarà il futuro, la crisi che abbiamo vissuto per molti anni e che qualcuno ha definito immaginificamente la tempesta perfetta? Forse, come vedremo.

Ma questa definizione, per quanto bellissima, non rende merito alla trasformazione che tale tempesta ha generato e dell’orizzonte diverso con il quale dobbiamo tutti fare i conti. Un orizzonte che, proprio come nel film “La tempesta perfetta”, possiamo descrivere come lo scontro titanico tra due grandi “uragani”. La grande espansione verso il macro, il globale, l’interdipendenza e quello che possiamo definire l’hardware: le economie di scala, la globalizzazione delle reti lunghe e delle multinazionali, la tecnologia, la finanza, le grandi banche, i debiti sovrani, la BCE, la FED, tutte le attività globalizzate. E, nel contempo, la spinta sempre più forte verso l’intangibile, la smaterializzazione della produzione, la leggerezza, il piccolo con pochi costi e tante idee, quello che potremmo definire il software: l’intelligenza al servizio del mercato, i singoli capitalisti intellettuali, le micro-aziende magari con le stampanti 3D, le economie di relazione e di scopo, le piccole imprese che esportano sui mercati globalizzati. Senza dimenticare che tutto si è scatenato perché, alle tante micro paure individuali, si è aggiunta la grande paura collettiva, il panico globalizzato della recessione economica, dello spread, della crisi dei mercati, del credit crunch e delle conseguenze sull’economia reale.

Le domande che dobbiamo porci

In ogni caso, un primo dato va sottolineato. Non c’è dubbio che, da molti anni ormai, il sistema capitalistico vive e cresce attraverso un “andamento a bolle”. Senza andare troppo indietro, pensiamo alla prima bolla finanziaria della metà degli anni ’90, seguita poi dalla bolla della new economy, da quella del mercato immobiliare e dei sub-prime, dalla conseguente crisi del sistema finanziario e dei debiti sovrani. Ma la domanda ulteriore è: quanto è stata grave la bolla, la crisi, la tempesta che abbiamo attraversato? Sicuramente molto. È stata molto grave perché è una bolla che la dimensione finanziaria dell’economia ha creato su se stessa. Il fenomeno dei derivati diffusi a pioggia senza la necessaria conoscenza, le cartolarizzazioni, la scarsa concorrenza esistente fra le principali banche d’investimento, la relativa opacità di tanti prodotti finanziari complessi, l’attacco all’Euro dei grandi fondi speculativi internazionali hanno messo in crisi un sistema che pensava di aver trovato un metodo assoluto di minimizzazione dei rischi finanziari attraverso la loro distribuzione globale su più soggetti. Tutto ciò ha amplificato a Rete la psicosi della crisi anche se bisogna essere consapevoli del fatto che non esistono prodotti o meccanismi finanziari definibili a priori come buoni o cattivi: esistono solo persone che ne fanno un uso migliore o peggiore rispetto a persone che ne sono più o meno consapevoli. Nel primo caso, è bene che i “regolatori” focalizzino provvedimenti preventivi e punitivi al fine di scoraggiarne l’uso scorretto. Ma il vero problema di fondo rimane quello dell’education finanziaria ed economica. 

E ora che succede?

In realtà, il mondo è cambiato. E sta ancora cambiando alla ricerca di un nuovo punto di arrivo. Con quali strumenti pensiamo che si siano sviluppati ed abbiano capitalizzato le proprie imprese i Paesi emergenti del BRICS (Brasile, Russia, India Cina, Sudafrica)? Con quali strumenti pensiamo che si possano prendere i soldi del piccolo agricoltore del Midwest americano o della campagna romana ed investirli a Shangai o a Mumbai, magari minimizzando i rischi? Quali mercati finanziano i debiti sovrani come il nostro o quello americano, le nostre PMI e quelle giapponesi, le imprese in crescita brasiliane o indiane? Volendo fare una sintesi brutale: l’analfabetismo finanziario è la nuova forma di analfabetismo. È un po’ quello che è successo ai primi del ‘900 quando, durante il processo di industrializzazione, il cambiamento dei mercati rendeva progressivamente più intollerabile l’analfabetismo. Per gli analfabeti era sempre più difficile guadagnare perché, con lo svuotamento dei campi e l’urbanizzazione, un soggetto analfabeta aveva poco valore sul mercato come lavoratore. Gli stessi contadini si chiedevano: perché dobbiamo studiare? Noi dobbiamo solo lavorare la Terra, non dobbiamo fare i letterati, non abbiamo bisogno di saper leggere e scrivere. Sappiamo bene com’è andata a finire. Ecco perché si tratta di una crisi sicuramente gravissima che, però, ha generato anche tanta innovazione, tante risposte. Una su tutte: l’uscita dalla soglia di povertà di 500 milioni di persone nei Paesi emergenti attraverso lo sviluppo del capitalismo diffuso. Infatti, al di là della gravità, momenti di profonda crisi danno spesso luogo a processi di distruzione creatrice, di rilancio. Il Rinascimento, ad esempio, fu la risposta di rinnovamento all’epidemia di peste nera che spazzò via metà della popolazione europea negli ultimi 50 anni del XIV secolo. 

A cura di Angelo Deiana

Tratto da Uomo&Manager di Aprile 2018

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