“Welfare Aziendale in Italia. Edizione 2017”: ecco la situazione!

Welfare Italia Sondaggio

Il Welfare in Italia è un argomento che interessa tutti. Tant’è che Welfare Company, società di QUI! Group specializzata in soluzioni di welfare aziendale e pubblico, ha commissionato la ricerca “Welfare Aziendale in Italia. Edizione 2017”, condotta dal Prof. Luca Pesenti, docente di Sistemi di Welfare Comparati dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, su un campione di HR manager di AIDP, Associazione Italiana Direzione Personale. Cosa è emerso?

La ricerca è stata effettuata nei mesi di aprile e maggio 2017, su un campione di Soci AIDP. 326 interviste, il 61% delle quali a Direttori del personale, le restanti a manager HR, mentre si conferma molto contenuta (di poco superiore al 6%) la presenza di funzioni specialistiche per il welfare (es. welfare manager).

Caratteristiche aziendali del campione

Prevalentemente del Nord (77,7%), 17,3% Centro e il resto Sud e Isole. Prevalgono le aziende di grandi dimensioni: nel 60% con oltre 250 addetti, nel 52% dei casi il fatturato è superiore ai 50 milioni; le piccole imprese rappresentano il 14.5% del campione. Le aziende manifatturiere sono le più rappresentate (47%), seguite da quelle dei servizi (41%). Si tratta nel 45% dei casi di multinazionali. Il campione di aziende analizzate presenta un’elevata propensione all’innovazione: solo nel 5% dei casi non si sono fatti interventi sui prodotti o sui processi negli ultimi tre anni.

Il welfare aziendale oggi

  • Circa il 67% delle imprese intervistate prevede al proprio interno almeno un benefit di welfare, e in sei aziende su dieci si fa welfare da oltre tre anni. In ogni caso il 18,4% del campione ha introdotto welfare negli ultimi dodici messi, e nella quasi totalità di questi casi le agevolazioni fiscali previste dalla nuova normativa sono risultate importanti, ma non il movente decisivo.
  • In media ogni azienda ha attivato circa 5 benefit, relativi in media a 2 aree di welfare. Mediamente i benefit più diffusi sono quelli dell’area del sostegno alla spesa quotidiana (convenzioni, mensa, benefit materiali). I benefit per il pasto (mense aziendali, buono pasto ecc) rappresentano in assoluto i più diffusi (60%), seguono gli interventi per la flessibilità degli orari (46%), Polizza sanitaria 41,4%, Convenzioni per il consumo 38,2%, Assistenza sanitaria 36,8%, Benefit per lo studio dei figli 30%
  • La decisione principale di introdurre il welfare in azienda è legata alla possibilità di migliorare il clima in azienda e ridurre la conflittualità (nell’81% dei casi), di ridurre il cuneo fiscale (70,6%), di attrarre nuovi talenti (62,7%).

Ma se si chiede quali siano stati i reali risultati, sono moltissimi i “non so”:fatta salva la conferma dei buoni risultati rispetti al miglioramento di clima (circa il 70% dei casi), sulle altre voci c’è molta più incertezza: sembra soprattutto mancare una metrica, la consapevolezza della necessità di strutturare una valutazione sistematica dei risultati.

Le aziende che fanno welfare: dettagli organizzativi

A fare la differenza sono: Il settore produttivo (nel manifatturiero si fa più che altrove); le dimensioni aziendali (al crescere del numero dei dipendenti e del fatturato cresce la propensione al welfare); l’area geografica (nel Nord est c’è maggior propensione rispetto alle altre aree); la composizione di genere: paradossalmente c’è più welfare dove ci sono meno donne; il tasso di sindacalizzazione: dove il sindacato pesa di più c’è anche più welfare. Si tratta di un dato che smentisce quanto invece si era osservato negli anni passati: è un segnale di una crescente propensione collaborativa delle organizzazioni sindacali, confermato dal fatto che solo nel 18% dei casi si parla di un sindacato oppositivo o disinteressato. Però nel 41,6% delle aziende si lamenta una preparazione non adeguata da parte dei sindacati su questi temi.

  • Per quanto riguarda la modalità di introduzione del Piano di welfare, il campione si divide in due tra chi lo ha fatto con modalità unilaterali (48,3%) e chi invece ha siglato un contratto aziendale (49,7%). Ancora poco diffuso l’utilizzo della contrattazione territoriale (2%).
  • Dal punto di vista organizzativo, le aziende tendono a gestire i Piani di welfare in house. Anche se cresce la presenza di provider di servizi nella gestione dei Piani: dal 18% dello scorso anno, al 25,5% di oggi. Cresce anche l’utilizzo di servizi predisposti dalle Associazioni imprenditoriali: lo dichiara il 7% delle imprese, rispetto al 3% dello scorso anno. Il provider viene scelto innanzitutto sulla base della capillarità della rete di servizi disponibili e per la semplicità di utilizzo dell’interfaccia; meno rilievo viene dato invece ai costi e alle tempistiche di erogazione dei servizi.
  • Per il futuro, il 41% del campione è già al lavoro per introdurre un Piano nuovo o ampliare quello esistente, e un ulteriore 27% ha intenzione di lavorarci. Su cosa si sta lavorando? Benefit materiali (28,2%), Assistenza sanitaria (22,7%), Benefit per lo studio dei figli (21,8%), Polizza sanitaria (21,4%). Ma al di là di dove si sta già pensando di intervenire, è lo smart working il punto che per oltre 1/3 del campione andrebbe maggiormente sviluppato.

 

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