Accessori, ma fondamentali. Piccolo viaggio nell’artigianato “maschile”

Accessori, ma fondamentali

Lo stile non è… acqua

Lo stile è costituito da una serie di piccoli dettagli, che ci fanno riconoscere agli occhi dell’interlocutore. Se siamo uomini eleganti o meno lo si vede da che tipo di accessori indossiamo.

Niente che abbia a che fare con la quantità. Anzi, lessi is more, come recita un adagio inglese. Bisogna sottrarre invece che aggiungere. Fino ad arrivare all’essenzialità. Pochi oggetti ma realizzati a regola d’arte, partendo da materie prime selezionate e ben lavorate. Soprattutto, l’abilità di un uomo ben vestito sta nella scelta del l’accessorio a seconda della situazione, del contesto e della stagione. Per dirla alla Balzac, la scelta deve avvenire con Unità, Nettezza e Armonia.
Il 19 marzo, nella boutique milanese di Ulturale cravatte, abbiamo compiuto un piccolo viaggio alla scoperta di tre accessori maschili: la cravatta, la pipa e la scarpa, con l’aiuto di Ulturale naturalmente, di Savinelli 1876 e di Alexander 1910.
Partendo dalla materia prima, i rappresentanti delle aziende protagoniste dell’appuntamento hanno raccontato come si realizzano, entrando nel dettaglio, questi oggetti.  Ma prima, chi vi scrive, ha avuto l’onere di contestualizzare, con qualche cenno storico, gli argomenti della serata. In sintesi…

La cravatta: accessorio per eccellenza

L’uomo, per ragioni igieniche o climatiche, ha sempre coperto e poi ornato il proprio  collo con pezzi di stoffa: dai legionari romani, con il focale, ai cinesi del III secolo a.C., come testimoniano i soldati dell’esercito di terracotta di Xi’an. Nel 1600, durante la guerra dei 30 anni, i Francesi avevano assoldato dei legionari croati, che si distinguevano per un fazzoletto annodato al collo. Da qui, da croato, la parola cravatta. Con il passare dei secoli, il suo utilizzo pratico va scomparendo ma rimane un simbolo. Cambia forma e consistenza e assume nomi come gorgiera, steinkerque, stock, ascot, bola… Nel 1827, esce il primo libro dedicato a questo accessorio: L’arte di mettere la cravatta. Naturalmente non è l’oggetto che oggi popola i nostri armadi. Quella che indossiamo è nata da una intuizione di un negoziante di New York, Jesse Langdorf, che brevetta nel 1925 una cravatta più lunga, meno gualcibile, tagliata di sbieco a 45 gradi, formata dall’unione di tre segmenti di tessuto uniti tra loro.

Vincenzo Ulturale, da cui il nome dell’azienda, è un artigiano figlio d’arte. Partendo dai sui ricordi di bambino, quando giocava con il mezzo metro di legno e imitava i gesti paterni, ha ricostruito la storia di una cravatta artigianale. Dallo square di tessuto (che può essere di seta ma anche di lana) si passa al posizionamento del cartamodello, nei tre o più pezzi fondamentali, e al taglio. Poi ci ha raccontato come dopo l’inserimento degli interni, o anima, in tessuti naturali (lana e cotone) si proceda alla chiusura e alla cucitura, con un solo filo (detto filo di sicurezza o di frizione). Tanti sono i dettagli importanti che abbiamo avuto modo di vedere grazie al racconto di Vincenzo. Così come tanti sono i dettagli che contraddistinguono una cravatta Ulturale, che dal 2004 (hanno di nascita della Casa così come la conosciamo ora)  ha immesso sul mercato modelli col tempo diventati un classico, come la Tiè, la sette pieghe col cornetto d’argento e corallo e  il taschino porta segreti… Per l’occasione, Vincenzo Ulturale ha messo a disposizione degli ospiti alcuni tessuti dal suo archivio, unici e introvabili.

La scarpa: l’eleganza si nota dai particolari

Dal collo ai piedi. Un uomo elegante, come dicevamo si vede dai particolari. Anzi, dalla scelta dei particolari. Abbinare una cravatta in lana a un completo di lino è sinonimo di raffinatezza estrema. Indossare un paio di norvegesi sotto una saglia da mezza stagione al contrario è simbolo di totale confusione estetica.

C’è un modello per ogni abito, una lavorazione per ogni stagione, un colore per ogni occasione. Quel gigante di Balzac (sempre lui, non se ne può fare a meno) scriveva che c’è un modo solo per fare bene le cose, mille per farle male.
Con gli amici Elisabetta Tasca e Diego Simoncello, rappresentanti del nuovo corso del marchio Alexander 1910 (di cui abbiamo parlato sempre su Uomo & manager qualche mese fa), abbiamo affrontato l’argomento lavorazioni, portando due esempi distanti tra loro per stagionalità ed estetica: la cucitura Goodyear e quella a sacchetto, detta anche Bologna. La prima fu perfezionata definitivamente da Goodyear jr (figlio di colui che inventò la vulcanizzazione della gomma) e ve la riassumiamo con la descrizione di Jean-Marc Thévenet nel libro “Passo passo” (Lupetti & Co. 1989): “Il sottopiede viene inciso creando una increnatura. La macchina, che ha preso il nome dal suo perfezionatore, cuce tomaia, il labbro rialzato e il guardolo, una striscia di cuoio cucita intorno alla tomaia. Prima del montaggio definitivo della suola bisogna però porre sotto il sottopiede un cambrione (lamina, ndr) di sughero (ma anche legno o acciaio) per assicurare una maggiore rigidità alla scarpa.  Il ripieno consiste nel rinforzare la parte anteriore del sottopiede con un foglio di sughero o di cuoio”.  La Goodyear è una cucitura resistente, impermeabile, perfetta per l’inverno.

Cambiando stagione, invece, troviamo la cucitura a sacchetto, ideale per mocassini estivi, tanto morbidi da poter essere piegati in due. Ma non scambiate la leggerezza della scarpa per la facilità di lavorazione. Anzi. In poche parole, nella cucitura a sacchetto la tomaia non ha tagli né cuciture. È una derivazione della lavorazione tubolare, in cui la tomaia gira fin sotto la pianta del piede, con l’applicazione della pelle della fodera lavorata come un guanto sulla forma della scarpa e poi chiusa appunto come un sacchetto.  Un materiale imbottito traspirante è inserito tra la suola e la fodera per favorire l’assorbimento degli urti, e successivamente fodera e plantare vengono cuciti alla tomaia.

La pipa: il primo strumento da fumo

È stata il primo strumento da fumo, vecchio come l’uomo, in ogni tipo di civiltà, anche se così come la conosciamo  è stata inventata in Europa tra il 5 e il ‘600. Curiosità: gli antichi abitanti dei Caraibi usavano una pipa a forma di Y chiamata tabago, dalla quale si pensa provenga la parola spagnola tabaco. Le prime pipe europee erano in terracotta, piccole ma con un cannello molto lungo. Queste pipe si coloravano man mano che il tabacco si bruciava e i più esperti si divertivano a dare la voluta cromia ai propri oggetti da fumo, come accade ancora oggi per gli esemplari in schiuma di mare (magnesite).
Dopo secoli di evoluzione si è arrivati al materiale perfetto per la produzione di pipe, l’erica arborea, comunemente e genericamente denominata come radica, un arbusto sempreverde che cresce nei boschi di Italia, Francia, Grecia, etc…
In sintesi, il percorso di una pipa Savinelli, così come ci è stato raccontato dall’amministratore delegato Sonia Rivolta, è il seguente: si parte dalla radica, invecchiata nei grandi magazzini dell’Azienda, per diventare o una pipa classica, nelle forme oramai codificate o un pezzo unico (Savinelli Autograph) tra le mani degli artigiani migliori della Casa.

La radica, che viene acquistata in abbozzi o placche. Le placche sono più grandi e hanno una migliore ‘fiammatura’, in quanto sono ritagliate solo dalla parte esterna del ciocco, la più vecchia. Gli abbozzi sono di due tipi: il marsigliese (per pipe dritte) e il rilevato (per pipe curve). La radica viene sbiancata per far emergere meglio la venatura del legno e poi essiccata per almeno 3 anni in modo totalmente naturale. I pezzi di radica vengono quindi sottoposti a una operazione che si chiama svasatura, che definisce il foro del fornello e la forma esterna del vaso, fino all’altezza della canna. Poi si crea la canna e infine una fresatura definisce la parte inferiore del fornelllo. In questo punto della lavorazione l’intervento umano diventa davvero rilevante e accompagna la pipa nei successivi 90 ulteriori passaggi fino alla colorazione e alla lucidatura finale.

A cura di Alfredo de Giglio, Direttore di Stilemaschile.it

Tratto da Uomo&Manager di Aprile 2019

 

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