AI Fluency, come imparare il linguaggio dell’Intelligenza Artificiale
L’AI ha cambiato la vita a molti professionisti, altri vorrebbero che fosse così, ma mancano ancora le competenze. L’alfabetizzazione verso questi nuovi strumenti tecnologici è un processo che non può e non deve limitarsi a imparare 5 prompt, sarebbe davvero limitativo in confronto alle potenzialità della tecnologia. AI Fluency nasce per colmare questo gap, sviluppare la capacità di comprendere, interagire strategicamente e integrare l’intelligenza artificiale nei processi decisionali e operativi in modo coerente con gli obiettivi di business.
AI Fluency: l’appuntamento è per il 12 maggio a Milano
In occasione della tappa di EFI in Tour a Milano il 12 maggio prossimo presso NTT Data – MLC Presentation Design Consulting, la prima ed unica azienda in Italia che da quasi 10 anni ha trasformato la realizzazione delle presentazioni in una disciplina strategica, strutturata e lean, si affronterà propor il tema durante il framework “AI Fluency: the new language of human-AI collaboration”, in cui l’idea semplice ma centrale è che l’AI non è un tool da imparare, ma è un linguaggio da parlare.
“L’intelligenza artificiale è una trasformazione del linguaggio. Se non impariamo a dialogare con lei, resteremo spettatori della rivoluzione che stiamo vivendo”, afferma Maurizio La Cava, Founder & Ceo di MLC, che poi prosegue. “L’AI non ci chiede di essere più tecnici, ma più umani. Più capaci di porre domande, di definire obiettivi, di immaginare scenari. L’AI Fluency è questo, ovvero la capacità di far sì che l’intelligenza artificiale diventi un alleato dell’intelligenza umana”.
Parlare lo stesso linguaggio dell’AI
L’obiettivo di AI Fluency è quello di alfabetizzare manager, team operativi, professionisti della comunicazione ed non ultimi le HR, chiamate a ripensare formazione, ruoli e modelli di leadership, capire cosa l’AI può fare, ma soprattutto cosa non può fare; imparare a guidarla con obiettivi chiari; sperimentare senza paura di sbagliare; diventare promotori di una collaborazione nuova, in cui l’intuizione umana e la capacità computazionale si potenziano a vicenda.
Dal punto di vista delle imprese, l’AI Fluency permette di ottenere ritorni misurabili con processi più snelli, decisioni più informate, riduzione dei costi di inefficienza. Dall’altro, abilita un nuovo modello organizzativo in cui l’AI diventa un alleato dell’intelligenza umana e non un sostituto.
Prevede un percorso in quattro tappe, ma una sola direzione: lavorare meglio. Il percorso proposto da La Cava parte dal presupposto che l’AI non si introduce, ma si adotta. E l’adozione richiede consapevolezza, metodo, pratica e leadership culturale.
Si comincia dall’Awareness, ovvero la capacità di leggere l’evoluzione dell’AI senza farsi travolgere dal rumore di fondo. È il momento in cui le persone imparano a distinguere ciò che è possibile da ciò che è marketing, ciò che è utile da ciò che è solo brillante.
Poi arriva l’Approach, il cambio di mentalità che permette di guidare l’AI. Non si tratta di “dare comandi”, ma di impostare obiettivi, criteri, vincoli. È un dialogo, non un ordine. È la parte in cui l’essere umano torna al centro come regista del processo.
La terza fase è l’Application, quella in cui l’AI smette di essere un concetto e diventa pratica quotidiana. Qui si impara facendo: prototipi, test, iterazioni rapide. È il momento in cui l’AI entra nei flussi di lavoro e inizia a generare valore tangibile.
Infine, c’è l’Advocacy, forse la più sottovalutata. Ogni trasformazione culturale ha bisogno di ambasciatori interni, persone capaci di diffondere competenze, stimolare l’adozione, costruire fiducia. Senza advocacy, l’AI resta confinata a pochi pionieri; con l’advocacy diventa patrimonio dell’organizzazione.



