Salute e sicurezza sul lavoro: normativa e figure di riferimento

Salute e sicurezza sul lavoro rappresentano un obiettivo importante, a garanzia di un’attività lavorativa da svolgersi in condizioni ottimali, evitando ogni possibile rischio e pericolo.

A stabilire le norme che regolano salute e sicurezza nel mondo del lavoro, è il Testo Unico D.Lgs. 81/08, che fissa regole e figure di riferimento aziendali a partire dall’RLS – Rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza

Il Rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza è eletto da coloro che prestano l’attività in azienda, e svolge un ruolo di primaria importanza. Una figura di spicco come questa consente ai lavoratori di avere un punto di riferimento in merito all’individuazione e valutazione dei rischi, e alla successiva programmazione, realizzazione e verifica delle procedure di prevenzione.

Prevenzione, pilastro della sicurezza e salute dei dipendenti, occasione di risparmio per i datori di lavoro

La prevenzione è il cuore della sicurezza all’interno di una qualsiasi azienda, fondamentale per poter azzerare  efficacemente i rischi. Un luogo di lavoro sicuro consente di tutelare la salute dei dipendenti. Non si tratta di un elemento importante soltanto dal punto di vista dei rapporti umani, ma incide in maniera diretta anche sull’azienda, laddove si parla di produttività e capacità reddituale.

Se l’azienda investe in sicurezza non solo garantirà ai dipendenti il massimo benessere psico-fisico, offrendo giovamento e vantaggi, ma avrà sicuramente un ritorno d’immagine positivo, e un aumento di rendimento.

Secondo l’Osha, l’agenzia d’informazione dell’Unione europea in materia di sicurezza e salute sul lavoro (SSL), i datori di lavoro sono in grado di risparmiare dai 4 ai 6 dollari, per ogni singolo speso in un programma di sicurezza e salute. Inoltre un luogo di lavoro sicuro abbassa i costi d’infortuni e malattie dal 20 al 40%.

Limitare e trascurare la sicurezza implica una perdita concreta per dipendenti e datore di lavoro. Le risorse impiegate in sicurezza sono una strategia intelligente, che offre un ampio numero di vantaggi, nel dettaglio:

. ottimizza la produttività a fronte di un calo delle assenze per malattia;

. abbassa i costi relativi all’assistenza sanitaria;

. assicura la presenza al lavoro dei dipendenti più anziani;

. incentiva tecnologie e metodi di lavoro più efficaci e produttivi;

. infine limitata il numero di persone che, per assistere un famigliare, sono costrette ad assentarsi, riducendo le ore di lavoro.

La sicurezza in azienda, un obbligo costante

La sicurezza in azienda è sempre un obbligo, indipendentemente dal numero di lavoratori, e scatta anche in presenza di un solo dipendente. Alla sicurezza il datore di lavoro deve provvedere in maniera seria e concreta, avviando anche una specifica politica d’informazione.

La valutazione dei rischi procede di pari passo alla tipologia d’azienda e alle mansioni che si svolgono al suo interno. Questi due aspetti consentono al datore di lavoro di realizzare un percorso sicuro, fatto di tutta una serie di misure preventive, scelte ad hoc. 

(Pubbliredazionale)

Il tennis contro lo stress: ecco cosa è emerso da un esperimento di Asics

L’arrivo della stagione estiva, il caldo torrido, la tensione accumulata in un anno di lavoro possono certamente rappresentare dei problemi da affrontare, soprattutto dal punto di vista dello stress. Più volte abbiamo parlato in queste pagine di come lo sport possa essere un valido aiuto per superare momenti particolarmente difficili. Asics ha svolto a Parigi, prima dell’inizio del Roland Garros, un’esperimento interessante, ovvero verificare il livello di stress delle persone dopo aver giocato a tennis.

Il risultato è stato molto confortante: infatti è emerso che giocare a tennis per soli 15 minuti e 9 secondi sia sufficiente per diminuire i livelli di stress, di oltre un terzo (35%). Analizzando lo stato mentale dei parigini prima e dopo l’attività sportiva, è risultato che oltre il 51% dei partecipanti si sono sentiti più rilassati e il 20% più felici.

I partecipanti hanno indicato i livelli di stress percepiti nell’ultimo mese utilizzando una scala convalidata. Poi giocato a tennis per 15 minuti e nove secondi riprendendo i risultati dell’ASICS Global State of Mind Index, prima di compilare una versione aggiornata dello “stress test” e valutare la propria salute emotiva dopo la partita.

Per la realizzazione dello studio, ASICS ha preso ispirazione da una recente ricerca che ha rilevato che il 65% dei cittadini del capoluogo francese si sente stressato, identificando le principali cause di stress nel traffico (61%), nell’inquinamento atmosferico (56%), nei trasporti pubblici (48%), nella mancanza di parcheggi (42%) e nel lavoro (39%). Tutti elementi che sono diventati bersagli sul muro dello stress, un modo per i partecipanti di praticare tennis con l’obiettivo di abbattere questo disagio mentale.

Una testimonianza importante è arrivata anche dalla tennista numero uno del mondo Iga Świątek che ha partecipato sull’ASICS Uplift Court e ha dichiarato: “Giocare a tennis è l’attività che mi fa sentire più a mio agio. Mi fa ricordare quando da giovane mi trovavo in campo per colpire una pallina, sentendomi al massimo della mia felicità, il che è un perfetto ricordo per affrontare questa settimana. Vedere tutte queste persone venire a giocare con il team di ASICS è stato fantastico: ho visto quanto si sono sentite più libere e letteralmente più sollevate”.

Gary Raucher Executive Vice President, ASICS EMEA afferma: “In ASICS vogliamo da sempre aiutare le persone a sperimentare i benefici che lo sport ha sulla mente. L’Uplift Court è stato uno svago per i parigini, oltre a un esperimento consolidato dai risultati. Con questa attività abbiamo avuto la conferma che giocare a tennis, anche per soli 15 minuti e 9 secondi, riduce lo stress e contribuisce a far sentire meglio chi lo pratica. Ci auguriamo che sempre più persone si rivolgano a questo sport per sollevare la propria mente e migliorare il proprio benessere psicologico”.

Tre lavori tra i più richiesti nel 2022 in Italia

Il mercato di lavoro italiano è caratterizzato dalla crescente richiesta di figure specializzate, specialmente nell’ambito IT. Ciò è dovuto al fatto che la digitalizzazione non è ancora tanto avanzata nel nostro Paese. I frequenti lockdown hanno, però, accelerato questo processo. Per questo motivo, le figure più richieste sono per lo più legate all’ambito dell’informatica. Vediamo assieme quali sono le professioni più ricercate e meglio pagate nel 2022.

Database Administrator

Fra le mansioni più richieste nel mercato italiano c’è la figura del database administrator, (DBA) ovvero l’amministratore di sistemi informatici specializzato nell’organizzazione e gestione di dati. Garantisce il corretto funzionamento, l’efficienza e la protezione del sistema informatico di un’azienda e delle relative applicazioni. Protegge, inoltre, da eventuali perdite o danneggiamenti accidentali. I compiti principali dell’amministratore di database sono:

  • sviluppo e gestione di database aziendali;
  • mettere in pratica procedure di backup e ripristino dei dati;
  • ottimizzazione del database;
  • monitoraggio dell’accesso al database;
  • implementazione di sistemi di crittografia dei dati;
  • manutenzione e risoluzione di problemi all’infrastruttura IT.

Per diventare database administrator è necessario conoscere i linguaggi e sistemi di gestione del database come MySQL, SAP o Oracle, i tipi di database relazionale (SQL) e non relazionale (noSQL), i diversi sistemi operativi e i loro server e l’architettura di rete e di sistema. Inoltre, dovrà essere specializzato nella sicurezza informatica. Lo stipendio medio di un database administrator va da 24.000 € per una figura Junior fino ad arrivare a 54.000 € per i Senior. 

Data Scientist

Il mondo si fa più complesso, soprattutto in virtù della digitalizzazione. Le aziende, dunque, si trovano davanti a una mole di dati sempre più ampia da analizzare e gestire. A tal proposito, la figura del data scientist è utilissima. Il data scientist è il professionista che si occupa della raccolta e analisi di grandi quantità di dati. Interpreta poi i risultati per fornire indicazioni strategiche per il successo delle imprese. I compiti principali del data scientist sono:

  • raccolta di elevati volumi di dati;
  • preparare i dati a una prima elaborazione;
  • analizzare i dati per cercare tendenze di mercato e opportunità future;
  • codificare algoritmi per il cluster dei dati;
  • comunicare previsioni e risultati agli stakeholder;
  • suggerire eventuali modifiche alle strategie di sviluppo aziendale.

Per diventare data scientist occorre conoscere tecniche di business intelligence e data warehouse, i principali linguaggi di programmazione, piattaforme di big data e tecniche di machine learning. Lo stipendio di partenza di un data scientist è di circa 26.000 €. Un data scientist Senior può arrivare a guadagnare fino a un massimo di 68.000 € lordi. 

IT Project Manager

L’IT Project Manager è il responsabile dei processi informatici di un’impresa. Si occupa della pianificazione e della gestione dei progetti informatici, coordinando il lavoro dei professionisti IT.  Più di preciso, si occupa di:

  • definire gli obiettivi del progetto e il suo impatto;
  • pianificare in modo strategico le azioni da compiere;
  • scegliere le risorse, le persone e il budget;
  • monitorare l’esecuzione delle attività;
  • aggiornare i piani, se necessario;
  • controllare che si arrivi agli obiettivi finali.

Per diventare Project Manager nell’ambito informatico è necessario conoscere i sistemi informatici software e tecnologie di rete, avere una buona gestione del tempo e un’ottima leadership, oltre ad avere familiarità con tecniche di project management. Spesso i project manager si avvalgono di tool come Jira, Trello o Kanban. Le metodologie di project management più diffuse sono: agile, waterfall e scrum. La paga in questo settore va da un minimo di 26.000 € a un massimo di 53.000 €, con uno stipendio medio pari a circa 39.000 € lordi.

Grazie alla crescente digitalizzazione, sempre più figure con competenze tecniche sono necessarie in azienda. Se ti interessa formarti in uno di questi settori, ti consigliamo di informarti su corsi specifici che ti aiutino a acquisire le competenze tecniche necessarie. Abbiamo visto che fra le conoscenze più importanti ci sono i linguaggi di programmazione, in particolar modo CSS e JavaScript. Non sono da dimenticare, però, anche conoscenze di metodi di project management dei processi IT, come i metodi scrum o agile. 

(Pubbliredazionale)

,

Barometro del primo impiego 2022: ecco cosa dice lo studio di LinkedIn

Il primo impiego è un po’ come il primo amore: è difficile trovarlo, ma poi non si scorda mai. Al giorno d’oggi, tuttavia, le cose sono un po’ complicate, complice anche la crisi economica, pandemica e molto altro. Ecco perché LinkedIn ha pubblicato i risultati del Barometro del primo impiego 2022.

Pubblicato dalla redazione di LinkedIn Notizie e realizzato in collaborazione con il team Economic Graph, lo studio, arrivato alla sua seconda edizione nel nostro Paese, analizza i settori e le aree in cui si è registrato il maggior numero di assunzioni di candidati entry level nel corso del 2021, con l’obiettivo di offrire una panoramica più chiara (e utile) della situazione.

I 10 settori più accessibili

Dallo studio emergono 10 categorie professionali dove per i più giovani è stato più agevole trovare posto. Ecco quali sono state nel 2021:

  1. Tech e Servizi IT: posizione che conferma l’accelerazione digitale in atto nel nostro Paese incrementata con il periodo pandemico 
  2. Produzione di macchinari 
  3. Servizi di consulenza aziendale 
  4. Fabbricazione di mezzi di trasporto
  5. Farmaceutica 
  6. Servizi per la ristorazione 
  7. Servizi pubblicitari 
  8. Media e Telecomunicazioni 
  9. Abbigliamento e moda 
  10. Contabilità 

Se scendiamo nello specifico, si può notare che tra le professioni più richieste c’è la figura dell’Addetto alle vendite, seguita dall’Ingegnere software e dall’Impiegato amministrativo. Si aggiudicano il quarto e quinto posto i ruoli di Designer grafico e Project manager, seguiti da Farmacista e Magazziniere. Chiudono la classifica le figure di Cameriere, Receptionist e Account manager. 

Le città in cui è stato più semplice trovare il primo impiego

Tra le prime tre province più attive come assunzioni di giovani al primo impegno ci sono Milano, Roma e Napoli. A seguire si trovano poi Bologna e Firenze, rispettivamente al quarto e quinto posto, seguite da Bergamo, Torino, Padova e Genova. In ultima posizione Palermo, la seconda delle due province del Sud presenti in classifica. 

Rispetto allo scorso anno, i primi mesi del 2022 mettono in evidenza che vi è un aumento del numero di candidature per posizioni di lavoro da remoto in diverse fasce d’età. Se prima era considerato un’eccezione, il remote working è oggi diventato una consuetudine ed è molto apprezzato dai lavoratori.

Manager con la barba: 5 consigli per averla sempre curata

La barba in un uomo è un elemento cruciale per definire la geometria del proprio volto e la cui cura rappresenta un aspetto fondamentale per mantenerla sempre perfetta. Quando si tratta di lavoro, ancora di più che in altri ambiti, una barba tenuta bene è un vero e proprio biglietto da visita. Le prime impressioni sono le fondamenta su cui si andrà a costruire il rapporto lavorativo e un aspetto curato è un passo nella giusta direzione.

Come avere la barba sempre curata

La cura della barba è fatta di tanti piccoli passaggi, alcuni più scontati, altri meno, ma che tutti insieme vanno a concorrere al raggiungimento del risultato migliore possibile. Se può sembrare un impegno troppo difficile da mantenere nel lungo periodo, si deve pensare che anche gesti così piccoli, come prendersi cura della barba, non servono solo per gli altri, ma possono rappresentare una spinta alla propria autostima, che sicuramente guadagnerà nel vederci sempre al meglio.

Sia che si scelga di mantenere la barba o di rasarsi completamente, ecco quali sono i cinque consigli per avere la barba sempre curata:

  • un pettine da barba può sembrare un accessorio all’apparenza inutile, soprattutto se in presenza di una barba corta, ma che può rivelarsi utile per districare i peli, soprattutto in quei casi in cui tendono ad essere ricci e spessi. Il suo utilizzo, invece, è fondamentale per quelle più lunghe, che richiedono una manutenzione più frequente per mantenerle sempre in ordine;
  • una volta arrivati al momento del taglio è importante scegliere il rasoio giusto. Se si vuole radere a zero la propria barba, si può optare per uno di tipo manuale o elettrico. Il primo è più facile da usare e se ne trovano in commercio dai più semplici a quelli con più lame e dotati di gel per prevenire irritazioni; il secondo può essere meno performante per una rasatura completa, soprattutto per i modelli più economici, ma è indispensabile per poterla regolare da soli con facilità, scegliendo la lunghezza corretta;
  • per agevolare lo scorrimento del rasoio manuale, si può scegliere un gel o una schiuma da barba, preferendo tipologie che abbiano proprietà idratanti e lenitive. Invece, prima di procedere alla regolazione della barba con rasoio elettrico, è utile effettuare un lavaggio con uno shampoo specifico. Infatti il pelo della barba è diverso da quello dei capelli, per dimensione, spessore, e in alcuni anche per colore. Caratteristiche diverse, quindi, richiedono prodotti specifici;
  • una volta conclusa la rasatura, per ridare freschezza alla propria pelle e ad aiutarla a riparare le microlesioni che si formano, è importante affidarsi a un dopobarba uomo che meglio si adatti alle proprie esigenze. Se si ha una pelle che già di per sé è secca, è meglio optare per un prodotto che sia molto idratante, dato che la rasatura può andare a peggiorare questo tipo di problema;
  • per dare un tocco di morbidezza alla propria barba, l’utilizzo di un balsamo dopobarba è un valido aiuto, che agisce in maniera simile alla stessa tipologia di prodotti per i capelli, permettendo di districarla più facilmente e rendere più efficace l’azione del pettine.

(Pubbliredazionale)

Torna nei mari italiani il Clipper Stad Amsterdam Ranstad: un’occasione per manager e professionisti. Ecco perché…

C’è un gradito ritorno tra i mari italiani, ovvero quello del Clipper Stad Amsterdam, splendido veliero di Randstad, primo operatore mondiale nei servizi HR, copia di un Dutch Clipper del XIX secolo.

Dal 31 maggio al 17 giugno prossimo questa meravigliosa e affascinante imbarcazione navigherà i mari tra Cagliari, Livorno e Genova, coinvolgendo manager, imprenditori, professionisti e stakeholder in attività di formazione e cene di business, approfondendo temi legati al mondo del lavoro, ma anche divertendosi con attività specifiche.

Il programma del Clipper Stad Amsterdam

 Si partita da Cagliari il 31 maggio, dove è previsto il workshop “Performance: Generare valore, Insieme”, per poi proseguire verso Villasimius. Qui, in virtù della partnership con il prestigioso marchio di yacht a vela Nautor’s Swan, sarà presente alla tre giorni della seconda tappa del circuito One Design 2022, la Swan Sardinia Challenge, durante la quale Randstad affiancherà la divisione sportiva di Nautor’s Swan, ClubSwan Racing come sponsor per eventi sociali.

Il 10 giugno il veliero salperà alla volta di Livorno, dove ci sarà il workshop “Posti vacanti e disoccupazione tra passato e futuro: secondo il Rapporto Randstad Research sul mismatch”. Infine, il tour si concluderà a Genova, con due incontri “Welfare: allenarsi per il tuo futuro benessere” e “Performance: Generare Valore, Insieme”.

“Dopo uno stop di due anni, torniamo sui mari italiani a bordo del Clipper Stad Amsterdam, offrendo a manager e imprenditori la possibilità di abbinare il piacere di una crociera ad occasioni di networking e formazione”, ha dichiarato Marco Ceresa, Group CEO di Randstad Italia. “Il Clipper Stad Amsterdam è il simbolo di Randstad e del suo spirito. La storia della sua realizzazione e la sua attività di training per giovani in ambito nautico rappresentano la nostra vocazione e i nostri valori fondanti: l’alta formazione e la specializzazione unite alla costante ricerca della perfezione e dell’internazionalità”.

Siamo pronti al salto nel futuro?

Nei precedenti articoli, abbiamo provato a delineare un futuro straordinario ma, allo stesso tempo, incerto ed instabile. Un futuro basato sul complessivo potenziamento dell’agire umano: una memoria estesa dalla tecnologia, maggiore tempestività nel reperire informazioni e nella conseguente operatività, ubiquità virtuale di persone e reale di informazioni che ne aumenta la condivisione nel sistema, solo per citare alcuni benefici. 

D’altra parte, l’incertezza risiede proprio nel fatto che non è affatto chiaro come questi processi si diffonderanno a livello sociale, come saranno metabolizzati a livello etico, che impatto avranno a livello politico, militare, culturale, economico. E, soprattutto, come saranno accettati a livello individuale. 

Il tentativo di liberare l’intelligenza dai suoi limiti biologici e dalla contingenza del patrimonio genetico non è una violazione delle leggi della natura. Tutto il contrario. La creazione di vita ed intelligenza artificiale non è altro che un atto dell’evoluzione per mezzo del quale la natura governa sé stessa attraverso l’uomo. La natura sta per diventare conoscenza e la conoscenza sta per diventare natura e cultura. La differenza tra essere e pensare svanisce. Strano? Certo guardando al passato, ma forse vale la pena di provare.

Del resto, nonostante sia molto difficile da accettare, bisogna metabolizzare un concetto: non c’è una differenza assoluta tra la soggettività umana e quella delle macchine. Un software che apprende è una soggettività (relativa) come un’altra. Stiamo facendo un salto nell’universo profondo. La ridefinizione del patrimonio genetico pone problemi etici, sociali e antropologici difficili da risolvere in modo chiaro per tutti.

Come sarà allora il nostro futuro?

Una prima cosa è certa: gli studiosi di genetica dei nostri tempi non vogliono solo comprendere la natura, ma anche modificarla, influenzandone i meccanismi di sviluppo. Stiamo entrando in un’epoca caratterizzata dal mai visto, ossia da ciò che è radicalmente diverso. Laddove il termine radicale sottolinea la nuova origine che avrà necessariamente alla base l’elaborazione culturale di un pensiero nuovo sull’uomo e sul mondo.

D’altra parte, come non smetteremo mai di ripetere, l’essenza di questo scenario è tipica dell’uomo: rubare il fuoco agli Dei, insufflare vita nella materia inerte della macchina e conquistare l’immortalità è da sempre il nostro obiettivo. In ogni civiltà, in ogni epoca, non abbiamo dato pace agli Dei. Gli sforzi per trascendere le nostre origini iniziano nei tempi più primitivi. 

Il confine della mutazione definitiva è vicino: siamo sull’orlo di una metamorfosi di cui non sappiamo ancora misurare e comprendere né la direzione, né il senso. Se saremo veramente liberi nessuno potrà limitare questi comportamenti perché difficilmente sarà possibile tornare indietro dal punto di vista tecnologico e scientifico. D’altra parte, speriamo che nessuno voglia santificare e, dunque, “mummificare” i vecchi limiti. La lezione dell’evoluzione ci racconta che sarebbe comunque tempo sprecato per una battaglia persa in partenza. 

Il tratto fondante del pensiero filosofico-scientifico è un incessante viaggio di scoperta e di superamento: è per questo che ci sta (mediamente) simpatico Ulisse, l’uomo con la mente fantasiosa e colorata che stressa sempre i propri limiti e quelli del mondo. Una simpatia che fa parte del nostro DNA, da tempo immemorabile.

“Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”

Friedrich Hölderlin

A cura di Angelo Deiana

,

Flessibilità e work-life balance: come sono cambiate le cose?

Come abbiamo detto già diverse volte attraverso queste pagine, quello che viene definito ritorno alla normalità anche nel mondo del lavoro, porta con sé una serie di riflessioni su come siano cambiate le esigenze e il modo stesso di condurre la propria quotidianità. Flessibilità e work-life balance sono le parole chiave del momento e per capire meglio quali sono le implicazioni post Covid-19 nel lavoro, LinkedIn ha condotto una ricerca che permette di riconoscere bisogni e sensibilità condivisi dai lavoratori sui temi della flessibilità.

I dati dello studio

Il primo dato interessante che emerge è che il 64% degli intervistati in Italia è convinto che la pandemia abbia cambiato per sempre il modo in cui lavoriamo: il 55% dice di voler dedicare più tempo ad altri aspetti della propria vita ed il 61% dichiara di aver capito, in questi ultimi due anni, di voler lavorare in modo più flessibile

Nonostante queste certezze, i dubbi non mancano: dallo studio risulta che 1 intervistato su 2 pensa che il lavoro flessibile generi più confusione che mai, per via delle nuove modalità organizzative ed il 48% che lo stigma associato al lavoro flessibile non sia mai stato così forte e sentito tra le donne.

Il 22% delle intervistate ha infatti detto di provare imbarazzo per il fatto di lavorare in modo flessibile, contro il 17% degli uomini. La work-life balance è un’esigenza particolarmente avvertita dalle donne (47%), mentre solo il 34% degli uomini afferma lo stesso. Interessante anche evidenziare il dato anagrafico di chi ha risposto: più di 2 su 5 tra i millennial (età 24-41 anni) sostengono che il work-life balance sia una priorità, i baby -boomers condividono questo punto di vista (39%), mentre la Gen Z si rivela la meno sensibile a questo aspetto (35%). 

Il rapporto con il lavoro

A fronte delle nuove esigenze, il 59% degli intervistati non ha mai lasciato, o considerato di lasciare, il proprio lavoro perché non abbastanza flessibile (dato che sale altissimo, toccando il 79%, tra i baby-boomer), il 15% ha effettivamente cambiato lavoro per questa ragione, a fronte di un dato medio europeo del 21%.

Da evidenziare anche come la percentuale di lavoratori italiani che ha considerato di lasciare il proprio impiego perché troppo poco flessibile coincida perfettamente con quanto rilevato, in media, su scala europea (27%). Una decisione che, in Italia, ha un impatto diverso sulle donne: ad esempio, il 21% degli uomini ha optato per una carriera come freelance, mentre lo stesso è avvenuto solo per il 6% delle donne. 

Cosa pensano le aziende

Come hanno affrontato il cambiamento di cui sopra le aziende? Dallo studio di LinkedIn emerge che oltre 7 hiring manager intervistati su 10 hanno dichiarato che la propria azienda ha aumentato e migliorato la propria offerta in termini di flessibilità negli ultimi due anni.  Tra le priorità che gli Hiring Manager individuano per favorire ulteriormente l’equilibrio tra vita professionale e privata dei dipendenti figurano l’implementazione di servizi di supporto alla salute mentale e l’estensione dei permessi legati alla genitorialità. Dalla ricerca emerge una tendenza generale ad accogliere le richieste dei lavoratori, resta il fatto che il 24% dei rispondenti pensa che i dipendenti della propria azienda siano insoddisfatti delle politiche di flessibilità implementate e più di un quarto di loro ritiene che tali politiche siano insufficienti a garantire un adeguato bilanciamento tra impegni personali e vita lavorativa.

Questo risultato ha un valore ancora maggiore se si pensa che il 27% ha visto una riduzione dello stipendio come conseguenza del lavoro flessibile, per il passaggio a un contratto part-time. Inoltre, 3 persone su 10 hanno affermato di lavorare la stessa quantità di ore, ma per uno stipendio più basso.

Chi ha invece optato per una politica volta a favorire le nuove necessità ha visto lavoratrici e lavoratori che si sentono più supportati (38% dei casi). Inoltre, oltre il 30% pensa che una maggiore flessibilità aiuti a ridurre i livelli di stress e burnout e ad accrescere il senso di motivazione. Al cuore della visione pro-flessibilità c’è l’idea che questa sia necessaria per coltivare i talenti.

Protocollo d’intesa fra AVI e e INT: ecco qual è l’obiettivo comune

Lavorare insieme verso un unico obiettivo comune: da questo presupposto nasce il protocollo d’impresa siglato dalle Associazioni AVI (Associazione Professionale Esperti Visuristi Italiani) e INT (Istituto Nazionale Tributaristi), entrambi aderenti a CONFASSOCIAZIONI. L’obiettivo in questione è quello di favorire la creazione di una rete tra i professionisti iscritti alle rispettive Associazioni per dare vita a un’attività di assistenza e/o di consulenza congiunta garantendo trasparenza e completezza di dati,   promuovere eventi e iniziative organizzate assieme anche in ambito formativo, oltre a implementare le attività di rete tra i professionisti, le imprese e le associazioni professionali. 

Un’iniziativa che ha visto impegnati i presidenti delle due Associazioni, Mario Bulgheroni per AVI e Riccardo Alemanno per INT.

Il Presidente dell’INT Alemanno che è anche Vicepresidente Vicario di Confassociazioni ha evidenziato il valore aggiunto che il protocollo per le due associazioni “Durante un evento dell’AVI a cui ero stato invitato avevo proposto al Presidente e amico Mario Bulgheroni la creazione di un protocollo tra le nostre due Associazioni nella certezza che si potessero sviluppare interessanti sinergie. Bulgheroni ha subito condiviso e così siamo giunti a un protocollo che concretizza il voler fare rete tra professionisti oltre ad essere rilevante per affrontare le prossime modifiche normative in ambito fiscale visto che la legge delega contiene un importante inizio di riforma del catasto, ormai non più rinviabile, e che deve portare maggiore equità nella tassazione del patrimonio immobiliare da sempre oggetto di una forte, spesso eccessiva, pressione fiscale. Visuristi e Tributaristi hanno le competenze non solo per offrire ai contribuenti servizi professionali di qualità ma anche per confrontarsi con le Istituzioni preposte così da evitare che una riforma giusta ed attesa non si trasformi in una ulteriore erosione del valore del patrimonio immobiliare”.  

Riccardo Alemanno, VicePresidente Confassociazioni
Riccardo Alemanno

Grande soddisfazione è stata espressa anche dal Presidente dell’AVI Bulgheroni, che è anche Presidente di Confassociazioni Imprese e Consumatori, ha dichiarato: “La stipula di questo protocollo sottolinea non solo quanto sia essenziale, oggi, muoversi uniti per raggiungere obiettivi pieni e concreti ma anche come le professioni possono trarre spunti di arricchimento e di crescita attraverso la condivisione dei saperi. Da qui anche l’importanza di sviluppare un piano formativo comune dove le competenze reciproche possano fare sistema non solo per risolvere falle fiscali ma anche per tutelare i cittadini nei loro acquisti importanti. Con il Presidente e amico Alemanno e con tutti gli associati INT siamo certi di fare un percorso costruttivo e utile per noi stessi, come singoli professionisti, e per noi come cittadini italiani. La nostra sinergia rafforzerà il lavoro che costantemente svolgiamo ogni giorno con le nostre analisi ovvero garantire il reale patrimonio immobiliare degli italiani. E in tal modo favorire anche le casse dell’erario per il potenziale incremento di imposte ipotecarie e catastali inevase per difetto”.

,

Workmonitor Randstad: c’è tanta voglia di cambiare lavoro. Ecco perché…

C’è tanta voglia di cambiare, di provare nuove esperienze, nella vita quotidiana (dopo tante costrizioni), ma anche nel lavoro. Secondo le rilevazioni del Workmonitor, l’indagine semestrale sul mondo del lavoro, realizzata da Randstad in 34 Paesi, intervistando per ogni nazione un campione di oltre 800 dipendenti fra 18 e 67 anni, emerge che più della metà dei lavoratori italiani sta cercando un nuovo lavoro o inizierà a farlo a breve.

Le motivazioni possono essere molto diverse e quello che è importante capire è che i manager delle aziende non possono perdere i loro talenti e allo stesso tempo devono cercarne altri.

I dati dello studio

È importante da subito mettere l’accento sul fatto che il 29% dei lavoratori italiani oggi sta attivamente cercando un nuovo impiego (l’Italia è al terzo posto al mondo in questa classifica), percentuale che arriva al 38% nella fascia tra i 25-34 anni. E un altro 24% sta pensando di cercarne uno nuovo, con un’incidenza più alta tra le fasce giovanili. D’altronde, gli italiani sono in penultima posizione al mondo fra coloro che nell’ultimo anno hanno ricevuto un aumento di stipendio (il 19%), in ultima per distribuzione dei benefit (53%), tra i meno agevolati dalla flessibilità (il 62% non può scegliere quante ore lavorare, il 60% dove e il 50% quando).

Altri numeri importanti: oggi il 38% lascerebbe il proprio datore di lavoro se non tenesse conto delle sue richieste, percentuale che sale addirittura il 56% tra i giovani di 18-24 anni.

Il ruolo del lavoro nella vita delle persone

Uno dei motivi principali per cui si cambierebbe lavoro è che lo stesso non è più in grado di soddisfare le ambizioni di realizzazione personale, in particolare tra i giovani. Per due terzi degli italiani (77%) “il lavoro è importante nella vita”, ma meno della metà (49%) lo ritiene realmente in grado di offrire uno scopo. E per il 60% la vita personale e più importante di quella lavorativa. Oltre metà (53%) dichiara addirittura che se i soldi non fossero un problema sceglierebbe di non lavorare affatto. 

Questo aspetto riguarda soprattutto la generazione Z. Infatti, oltre un terzo dei dipendenti (ben il 36%) ha già abbandonato un lavoro perché non si adattava alla propria vita privata, la percentuale sale al 51% tra i 18-34 anni. Il 38% degli italiani lascerebbe il lavoro se questo gli impedisse di godersi la vita, ma è pronto a farlo più di metà dei lavoratori dai 18 fino a 25 anni. Addirittura, il 23% dei dipendenti preferirebbe essere disoccupato che infelice sul lavoro, ma nella fascia 25-34 anni l’incidenza sale al 34%.

Nell’era dello smart working, le considerazioni legate alla flessibilità sono aumentate per gli italiani, ma non come dovrebbero. Infatti, il 76% dei lavoratori italiani auspica una flessibilità di orario, il 70% di luogo. Ma le aziende la offrono solo nel 50% dei casi per l’orario e nel 40% per il luogo. Il risultato è che il 27% dei lavoratori ha già lasciato un lavoro che non offriva, secondo il loro giudizio, una sufficiente flessibilità (percentuale che sale al 49% tra i 18-24 anni). 

Il tempo libero è destinato maggiormente alla famiglia (nel 66% dei casi), poi a prendersi cura di sé (49% fisicamente, 19% salute mentale), coltivare passioni (44%), viaggiare (34%), pensare al proprio sviluppo personale (24%), socializzare (12%). Poi vengono le attività di welfare familiare (26%) o comunitario (13%).

Le ambizioni professionali

Le ambizioni professionali risultano spesso poco considerate. Il 70% pensa che la formazione sia rilevante, ma solo per il 65% il lavoro attuale offre le giuste opportunità di formazione. I bisogni formativi più sentiti sono competenze utili a consolidare il ruolo attuale (nel 58% dei casi), sviluppare di competenze tecniche (53%), la formazione digitale (44%), lo sviluppo soft skill (40%). Gli italiani puntano meno alla riqualifica in vista di un nuovo ruolo (39%).

Tra le diverse azioni intraprese dai datori di lavoro per rendere felici i dipendenti negli ultimi 12 mesi, solo il 19% ha ricevuto un aumento di stipendio (contro il 36% nella media globale), il 23% ha ricevuto una nuova opportunità di formazione o sviluppo (25% globale), il 22% ha visto un aumento della flessibilità di orario di lavoro (26% globale) e il 26% di luogo (28% globale). E appena il 15% ha riscontrato maggiori vantaggi (contro il 22% a livello globale).

Assegno di mantenimento: come funziona e quando è possibile ottenerlo

L’assegno di mantenimento è una somma di denaro che uno dei due coniugi è tenuto a versare all’altro in caso di separazione. 

Diverso dall’assegno divorzile, viene corrisposto mensilmente dalla parte economicamente più forte in favore di quella economicamente più debole, con lo scopo di assicurare un sostegno finanziario agli individui che non abbiano redditi propri o non siano in grado di provvedere a se stessi.

A quanto ammonta l’assegno di mantenimento

L’importo dell’assegno di mantenimento può variare in base alla tipologia di istituto richiesto per la sospensione del rapporto: in particolare, qualora i due coniugi optino per una separazione consensuale, il mantenimento può essere definito da un accordo tra le parti di cui il giudice prende atto senza dover verificare la sussistenza dei presupposti.

In presenza di separazione non consensuale, a definire l’importo è invece il giudice, previa la verifica di requisiti come la durata del matrimonio, l’eventuale disparità fra redditi, l’età del coniuge beneficiario e tutta una serie di variabili che possano giustificare o meno l’erogazione del mantenimento.

Naturalmente, affinché l’importo sia equo per entrambe le parti, è fondamentale che i coniugi forniscano informazioni veritiere sul loro stato economico finanziario. Tuttavia, qualora si sospettino irregolarità, si può eventualmente richiedere l’intervento di diversi servizi investigativi, che permettono di ricostruire in modo estremamente accurato la situazione economico-patrimoniale della controparte.

Un supporto estremamente interessante è ad esempio quello offerto da Euroinvestigations, nota agenzia investigativa specializzata nelle attività di indagine in ambito privato, con un importante servizio di consulenza per quanto concerne i contenziosi familiari. Le investigazioni per l’assegno di mantenimento di Euroinvestigations aiutano infatti a verificare la corrispondenza dei dati reddituali dichiarati dal richiedente o dall’obbligato e di riflesso l’eventuale sussistenza di quei particolari requisiti che possono influire sul diritto all’assegno o sulla definizione del suo importo.

Nello specifico, in previsione di una separazione o di un divorzio senza accodi tra le parti, la possibilità di predisporre delle indagini accurate da parte di investigatori esperti permette di verificare sia se l’obbligato abbia occultato dati fondamentali sul suo stato economico al fine di corrispondere un assegno di mantenimento più basso sia se il richiedente abbia omesso informazioni sulla sua situazione reddituale con lo scopo di vedersi riconoscere un assegno di mantenimento più alto.

In contemporanea, un’indagine accurata permette anche di accertare la presenza di redditi non dichiarati, ad esempio derivanti da attività lavorative irregolari e, per quanto riguarda i soggetti beneficiari del mantenimento, anche l’eventuale sussistenza di una nuova convivenza stabile, che in alcuni particolari casi può far decadere il diritto alla ricezione dell’assegno.

Assegno di mantenimento: i casi in cui non è dovuto

L’obbligo di corrispondere il mantenimento può decadere in alcune specifiche circostanze, ad esempio nel caso in cui al soggetto richiedente sia riconosciuto l’addebito della separazione come conseguenza alla violazione di uno dei doveri coniugali. 

Tuttavia, qualora le suddette violazioni avvengano in seguito a una crisi già in atto, la separazione viene riconosciuta senza addebito, con il conseguente diritto, per il coniuge economicamente più svantaggiato, a richiedere l’assegno di mantenimento.

Ciò nonostante, è bene sottolineare che, secondo la giurisprudenza, la sola assenza di un impiego non è un fattore cruciale alla corresponsione del mantenimento. Infatti, l’assegno non è dovuto qualora venga attestato che il coniuge beneficiario possa provvedere, attraverso determinate qualifiche professionali o capacità precedentemente acquisite, al proprio sostentamento.

Di recente, inoltre, la cassazione ha esteso anche all’assegno di mantenimento quanto già stabilito per l’assegno di divorzio, vale a dire il superamento dell’obbligatorietà di garantire il vecchio tenore di vita al coniuge non in possesso di un’adeguata situazione reddituale.

L’assegno di mantenimento, infine, non è da considerarsi né come una forma di risarcimento per gli effetti negativi derivanti dal vincolo coniugale, né come una sanzione per il consorte che ha espresso la volontà di separarsi o divorziare, né come ricompensa per le eventuali rinunce effettuate durante il matrimonio.

(Pubbliredazionale)

Motivazione e lavoro: 7 fattori che possono aiutare a creare un clima migliore in ufficio

La motivazione è ciò che ci spinge a dare sempre il massimo di noi stessi. E nel lavoro, averne di forti è fondamentale per rendere al meglio. Chi è motivato, dà il meglio di sé con il sorriso e questo giova certamente ai programmi di sviluppo aziendale.

Come fare per essere sempre motivati e motivare i propri collaboratori? CoachHub, piattaforma leader mondiale per il coaching digitale, ha individuato 7 importanti fattori motivazionali.

7 fattori motivazionali

1. Responsabilità e autonomia

La responsabilizzazione è fondamentale. Il manager deve definire obiettivi chiari e precisi, mentre sta al dipendente scegliere il percorso più adatto per raggiungerli. Un buon manager, indica cosa, quando e perché, ma lascia che sia il lavoratore a decidere come.

2. Riconoscimento del lavoro e del valore di ciascun dipendente

Il riconoscimento delle competenze di un dipendente, del lavoro svolto e del suo valore per l’azienda ha un reale effetto motivazionale. È quindi importante riconoscergli le qualità professionali mostrate e assegnare compiti corrispondenti alle attitudini di ciascuno. I dipendenti che non si sentono apprezzati spesso finiscono con il cercare altrove migliori opportunità.

3. Ambiente di lavoro piacevole

La qualità del tempo trascorso sul luogo di lavoro è importantissimo. I buoni rapporti tra colleghi e la coesione dei team di lavoro si traduce in crescita professionale e, quindi, in motivazione. Allo stesso tempo, un ambiente piacevole e cose semplici come sorgenti di luce naturale, la presenza di piante e quadri alle pareti o la disponibilità di un angolo caffè aiutano ad alleviare lo stress.

4. Work-life balance

Tema particolarmente caro alla generazione Y, l’equilibrio tra vita e lavoro può essere raggiunto attraverso una serie di azioni, come ad esempio l’incentivazione dello smart working, promuovendo corsi di sviluppo personale o incoraggiando la pratica di hobby anche sul posto di lavoro. L’equilibrio tra vita privata e professionale favorisce la soddisfazione e il benessere del lavoratore, che si traduce per l’azienda in migliori performance, perché una persona riposata e in buona salute farà del proprio meglio per produrre risultati soddisfacenti. Se, al contrario, il dipendente si sente sommerso dal lavoro rischia il burnout e, quindi, un peggiore rendimento sul lavoro.

5. Sviluppo delle competenze professionali

Adottare un programma di sviluppo professionale è fondamentale per motivare i collaboratori. Assicurare formazione e sviluppo continui aiuta a creare un clima positivo e costruttivo.

6. Gestione partecipativa

Un manager disponibile rappresenta una grande fonte di motivazione; questi deve essere presente sul campo per supportare le persone nelle loro attività quotidiane, motivarle e riconoscere i punti di tensione. Un manager che sia anche un buon motivatore deve, perciò, saper ascoltare il proprio team, intercettarne i bisogni e individuarne le difficoltà.

7. Remunerazione adeguata

Lo stipendio, per quanto non sia più la molla principale per la motivazione, è pur sempre un aspetto importante. Il salario per dipendenti motivati e impegnati deve essere equa, in linea con le competenze, la posizione e l’anzianità di servizio. Con stipendi adeguati, i dipendenti provano un senso di soddisfazione e sono incentivati a performare al meglio.