Smart working e nuove esigenze lavorative: lo studio di Medtronic

Le nuove esigenze lavorative che la pandemia ha richiesto in questi mesi hanno certamente portato uno stravolgimento nella quotidianità di professionisti e dipendenti. Ma ora cosa succede? Si prosegue su questa strada, o si torna alla “vecchia normalità”?

La Medtronic, azienda leader del biomedicale, ha posto un questionario ai dipendenti italiani perché valutassero l’esperienza dello smart working. La survey digitale di ascolto è stata sottoposta a oltre 1000 dipendenti, di cui circa l’80% dislocati sul campo per il servizio nei centri ospedalieri e 20% in sede era finalizzata, infatti, a misurare la percezione della qualità digitale del lavoro da remoto (Distributed Work Assessment) sia nella situazione attuale legata alla pandemia sia nella proiezione futura non legata ad uno stato emergenziale e a misurare l’Employee Smart Journey, ossia gli impatti del lavoro da remoto sulla vita quotidiana delle persone, sia in termini di work-life balance che sul piano della journey aziendale.  Ma quali sono stati i risultati? Beh, le analisi effettuate propongono una situazione piuttosto chiara. Vi riportiamo i dati di questa case history.

Un’indagine completa

Sono state 6 le dimensioni analizzate (Mindset, Competenze, Relazioni, Processi, Organizzazione, Strumenti). Le aree di sviluppo principali sono le Relazioni e i Processi, storicamente le dimensioni maggiormente impattate dal periodo storico e dalle caratteristiche fisiologiche del lavoro da remoto.

La redemption del questionario è stata altissima – il 74% – e lo smart working continua ad essere una soluzione molto apprezzata.

Per quanto riguarda l’Employee Smart Experience, le principali conclusioni sono le seguenti:

Impatto sulle performance

Il lavoro da remoto ha avuto un impatto positivo sulle performance, sia sia nel momento clou della pandemia sia nella proiezione futura.

Principali difficoltà finora emerse

Le difficoltà segnalate con maggiore frequenza sono “Sovraccarico dell’agenda”, “Assenza di conversazioni e incontri informali con i colleghi” e “Percezione di costante reperibilità da parte dei miei interlocutori”.

Impatto sulla vita personale

Gli impatti del lavoro da remoto sulla vita personale nel contesto attuale sono positivi per quasi il 70% delle persone, ma è significativo evidenziare come per il 22% delle persone si riscontrino impatti negativi.

Impatti sulla cultura aziendale

 Gli impatti del lavoro da remoto sulla cultura aziendale Medtronic sono tutto sommato positivi (per più del 50% delle persone), ma è significativo evidenziare come per il 23% del campione si identifichino impatti negativi e che il 24% dei rispondenti non abbia saputo valutare in modo univoco questo aspetto.

Benessere psicologico personale 

Lo stato d’animo delle persone al termine delle giornate è decisamente positivo (più dell’80% dei rispondenti ha segnalato “positivo” e  “molto positivo”); è però importante segnalare che per il 18% delle persone lo stato d’animo è negativo e che si tratta quindi di un’area di approfondimento e intervento importante.

Efficacia delle azioni aziendali finora messe in campo

 Tutte le soluzioni finora messe in campo da Medtronic sul piano di engagement, welfare e comunicazione mostrano un’ottima efficacia per i rispondenti, con risultati sempre superiori al 66%, in particolare per welfare e comunicazione.

Smart Leadership

Ottimi risultati per riguardo alle competenze dei Manager necessarie per gestire efficacemente il lavoro da remoto, con il 63% di “Molto competenti” e il 27% di “Abbastanza competenti”.

Competenze fondamentali per New Normal

Le competenze fondamentali per essere efficaci nel New Normal sono “Time management e gestione delle priorità”, “Organizzazione e pianificazione del lavoro”, “Competenze digitali e informatiche di collaborazione”, “Comunicazione e engagement” e “Gestione delle relazioni e delle emozioni (Emotional intelligence)”.

Necessità di norme specifiche per il New Normal

È considerato essenziale avere delle regole interne che disciplinino il lavoro da remoto, da quasi il 60% dei rispondenti.

Rilevanza della flessibilità oraria

La flessibilità oraria all’interno della giornata è ritenuta un elemento primario per la gestione del lavoro da più del 65% delle persone.

Fasce orarie da tutelare

In termini di orari tutelati da telefonate e meeting, più del 65% dei rispondenti indica la fascia “Dopo le 17:30” come la più rilevante.

Pianificazione di spazi di lavoro personali 

Per quanto riguarda la pianificazione di spazi orari per il lavoro al di fuori delle call, più del 65% delle persone dichiara di riuscire a farlo in modo soddisfacente, ma più del 30% mostra difficoltà a riguardo.

Modalità di lavoro preferite

La preferenza sulle modalità di lavoro si polarizza in modo netto sulla modalità “Da remoto” per il 65% dei rispondenti.

Efficacia dell’attuale policy Smart Medtronic 

La policy Smart Working che prevede di poter lavorare prevalentemente da remoto, con almeno 2-3 giornate al mese in ufficio, è accolta positivamente da più del 65% dei rispondenti.

Migliorabilità del lavoro Smart per le persone di campo 

Il 40% delle persone con un lavoro di campo/field dichiarano che quest’ultimo sia migliorabile in ottica Smart, per il 15% in modo considerevole. 

Investire a Dubai: conviene ancora?

Comprare una casa a Dubai come investimento può essere un’esperienza emozionante e stimolante. È importante sapere quali sono i fattori più importanti quando si acquista una casa.

Scopriamo insieme quali sono le opzioni ed alcuni consigli da esperti del settore.

Investire in immobili a Dubai: conoscere la differenza tra proprietà e investimento

Prima di iniziare a cercare, è importante comprendere i diversi tipi di proprietà disponibili a Dubai. Esistono due tipi di proprietà: piena proprietà e proprietà limitata.

Come iniziare a investire a Dubai

Dubai è una città con infinite possibilità. Sia che si stia cercando una destinazione di vacanza per famiglie o un luogo in cui investire, Dubai ha qualcosa per tutti.

Dubai è una delle poche città al mondo in cui è possibile trovare un’abbondanza di opportunità per investire. Con così tante opzioni, può essere difficile capire cosa è meglio per se stessi e la propria famiglia. È necessario prendere in considerazione una serie di fattori quando si decide quanti soldi e tempo dedicare alle opzioni di investimento prima di fare un tuffo nell’investimento immobiliare a Dubai.

Per questo motivo può essere utile affidarsi ad esperti esperienza e track-record come Salvatore Leggiero, sul suo sito è possibile trovare ulteriori informazioni su come investire a Dubai nel mercato immobiliare.

I vantaggi di investire a Dubai

La posizione di Dubai come hub internazionale è stato un fattore enorme per il successo dell’emirato.

Ospita una serie di importanti marchi globali che hanno stabilito Dubai come una delle loro maggiori destinazioni, tra cui Dubai Mall, Burj Khalifa ed Emirates Palace.

Comprendere il mercato immobiliare degli Emirati Arabi Uniti

Il mercato immobiliare degli Emirati Arabi Uniti (UAE) è un mercato in crescita e dinamico. Ci sono molti aspetti del mercato di cui gli investitori dovrebbero essere consapevoli prima di investire in questo mercato.

Il mercato immobiliare degli Emirati Arabi Uniti ha visto rapidi cambiamenti da quando il governo ha implementato normative più severe nel 2008. Negli ultimi anni, tuttavia, sempre più persone nella regione sono alla ricerca di modi per investire in immobili sia come investimento primario che acquistando seconde case .

Cosa sapere prima di comprare una casa a Dubai

Dubai è una città in continuo cambiamento. Molte case a Dubai sono state costruite in modo tale da essere destinate a passare di moda e diventare obsolete in futuro.

Ci sono molti fattori che dovrebbero essere considerati prima di acquistare una casa a Dubai, soprattutto quando si tratta di viverci per molti anni.

Alcuni dei fattori che dovresti considerare prima di acquistare una casa a Dubai sono: la casa sarà disponibile per l’affitto, dovrai sostituirla ogni pochi anni poiché si deteriora o dovrai andartene se il valore aumenta in modo significativo?

Investire a Dubai: perché conviene ancora

Dubai è una città di cui si è parlato molto ultimamente. Con l’aumento dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie più sofisticate, l’economia di Dubai dovrebbe solo crescere.

Dubai è uno dei posti migliori al mondo in cui investire, e non solo per il suo incredibile potenziale di crescita. Ci sono diversi ottimi motivi per cui gli investitori dovrebbero considerare di investire qui, comprese tasse basse, alti tassi di rendimento e grandi opportunità per le società internazionali.

(Pubbliredazionale)

Come creare un blog di successo: i consigli dell’esperto

La presenza sul web è fondamentale, a prescindere se si è un libero professionista o si ha un’azienda, ecco perché creare un blog di successo può certamente aiutare a raggiungere risultati importanti.

Come si crea un blog di successo?

I fattori da tenere in considerazione sono molteplici: seo, contenuti, immagini… Secondo le statistiche di Semrush, una delle principali piattaforme per gestire la propria visibilità online, nel 2020 negli Stati Uniti c’erano 31.7 milioni di blog, a conferma della tendenza che vede il numero dei blogger aumentato di 10 milioni tra il 2014 e il 2020. Inoltre, conferma Semrush, oltre 400 milioni di persone visitano ogni mese oltre 20 miliardi di pagine, alimentando un’industria, quella del content marketing, che si prevede raggiunga un valore di circa 400 miliardi di dollari entro la fine del 2021

Avere una “finestra sul web” ben strutturata può certamente aiutare a crescere e aprire nuove opportunità di business.

I consigli di Dario Vignali

Dario Vignali, 29 anni, co-fondatore insieme a Luca Cresi di We Are Marketers, la più grande community di imprenditori digitali in Italia, ha stilato un vademecum in 5 punti nel quale suggerisce le migliori strategie per dare vita a un blog di successo, profittevole e duraturo. Secondo Vignali, è indispensabile per ogni imprenditore avere pazienza e costanza nel proprio impegno e non cadere nell’errore del “tutto e subito”, deleterio per un progetto che esige studio e sperimentazione. Fondamentale, infatti, se l’obiettivo è il successo, è il rifiuto dell’immediatezza, che nel mondo dell’imprenditoria è sinonimo di inefficacia e risultato effimero. 

  1. Al primo posto nella lista delle strategie per un blog di successo ci sono le tecniche di Affiliate Marketing, uno strumento fondamentale per promuovere e vendere un servizio o prodotto altrui online, ricavando una percentuale per ogni vendita generata da questa affiliazione; uno dei programmi di affiliazione più noti è proprio Amazon.com, i cui prodotti possono essere linkati in un blog, una pagina Instagram o un video YouTube. Tutto questo è possibile grazie alla SEO (Search Engine Optimization), una tecnologia che se usata con attenzione consente di posizionarsi per primi sui motori di ricerca.
  2. Il secondo metodo è quello di creare contenuti premium, come ad esempio corsi: è il caso di Business Genetics, un corso in 7 moduli dedicato al marketing online che, oltre a fare chiarezza sulle conoscenze in questo ambito, consente di acquisire competenze anche a tema finanziario. Dedicato a chi parte e a chi è già in carreggiata, Business Genetics fa sì che le attitudini imprenditoriali di ciascuno possano esplodere, spianando la strada alla scalata verso il business. Grazie alla formazione sono state avviate anche altre tipologie di business in Marketers, come la Yoga Academy di Denise Dellagiacoma, che ha lanciato una scuola solo online, la principale in Italia.
  3. Immancabili poi i prodotti fisici: quando un blog inizia a ottenere un buon seguito, può riservare uno spazio ai prodotti che sappiano diffondere ulteriormente la metodologia e il brand.
  4. Al quarto posto c’è l’Influencer Marketing, che appartiene a tutti coloro che, grazie al loro ruolo e alla loro esperienza, sono in grado di influenzare un pubblico e vengono quindi contattati da brand, agenzie e startup per promuovere un prodotto o servizio.
  5. Si chiude con la quinta e ultima strategia, quella dei banner pubblicitari: aderendo a un network di pubblicità, infatti, come Google AdSense, si può ottenere profitto dal motore di ricerca, mostrando i banner all’interno del proprio blog. Naturalmente, è indispensabile che il blog goda di un importante traffico e che l’utente abbia sempre un’esperienza piacevole e non sia sommerso dalla pubblicità.

“Nonostante si senta dire sempre di più il contrario, il blog è ancora un ottimo mercato e può rappresentare una vera fonte di guadagno, ma richiede pazienza, pratica, resilienza e sperimentazione”, spiega Dario Vignali. “Quando si inizia a mettere piede nel mondo del digital marketing e del content marketing bisogna sapere che si va incontro al caos, ma è proprio da lì che bisogna partire. L’ordine e il successo imprenditoriale devono, a un certo punto, superare il caos, ma per raggiungere l’ordine bisogna approcciare il caos, sbagliando e sperimentando”.

Giornata dello stagista: le soft skills per conquistare il lavoro

Negli Stati Uniti è più conosciuta come la “National Intern Day”, alle nostre latitudini il 29 luglio è definita come la Giornata dello Stagista.

Per lo stagista, o tirocinante, quello dell’apprendistato è forse il periodo lavorativo più brutto, in quanto, nell’incertezza di riuscire, si fatica il doppio (se non il triplo), per mettere in tasca, nella migliore delle ipotesi, un terzo di quello che fanno gli altri, nello stesso numero di ore. Eppure gli stage, nelle aziende serie, possono essere davvero utili per formare professionisti qualificati: l’importante è che il periodo di apprendistato sia delimitato temporalmente.

Gli stagisti e la pandemia

Certamente gli stagisti sono tra le categorie che più hanno risentito del problema della pandemia. Secondo uno studio del sito internet Glassdoor, solo negli USA il 50% dei programmi di stage è stato cancellato nella primavera del 2020. Ulteriori conferme a tal proposito giungono da un sondaggio, di portata globale, condotto dall’International Labour Organization in collaborazione con la Commissione Europea: 6 tirocinanti su 10 (58%) hanno visto interrompere il proprio periodo formativo in azienda in tempo di pandemia.

L’indagine ha visto rispondere oltre 900 aziende e la percentuale più alta di interruzioni, pari al 64%, è stata registrata all’interno delle grandi imprese e delle multinazionali. Anche l’Italia si dimostra sulla stessa lunghezza d’onda: a ottobre 2020, infatti, stando ai dati forniti dal Ministero del Lavoro, gli stage extracurricolari, retribuiti e svolti al di fuori del percorso scolastico si sono ridotti del 48%, passando da 185mila a poco più di 96mila. Queste interruzioni e riduzioni hanno spinto sempre più giovani e potenziali stagisti a lavorare sulla loro crescita personale, in particolar modo, in ottica soft skills che, come indicato da USA Today, sono sempre più ricercate dai datori di lavoro

Ma in che modo? Secondo la rivista economica statunitense Fast Company, i giovani hanno identificato ben tre modalità con cui poter apprendere le competenze desiderate: seguire i consigli dei più esperti, partecipando a eventi di networking o facendo interviste informative, scaricare dei contenuti video, oppure vivere delle esperienze di volontariato. A tal proposito è importante citare anche PR Newswire: entro il 2024, infatti, il mercato globale della formazione proprio sulle competenze trasversali dovrebbe crescere di ben 15 miliardi con un tasso composto di crescita annuale dell’11%. E ancora, University World News ha realizzato un studio sul tema secondo cui l’insegnamento delle soft skills diventa fondamentale a tal punto che diversi datori di lavoro in Ruanda hanno contribuito all’inclusione di competenze come la comunicazione, l’imprenditorialità e l’alfabetizzazione informatica nell’istruzione superiore, in modo tale da formare nella maniera più completa possibile i nuovi giovani lavoratori ormai prossimi a terminare gli studi. 

Massimo De Donno, fondatore di GenioNet e ideatore di Genio in 21 Giorni, il corso di formazione sul metodo di studio personalizzato che viene distribuito in oltre 50 sedi tra ItaliaSpagna, Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti, ha dichiarato a tal proposito. “Per imparare le soft skill non è sufficiente leggere o studiare, sono necessari un percorso educativo e formativo di qualità e, allo stesso tempo, anche un ambiente positivo ricco di esempi o modelli da cui poter apprendere queste nuove competenze o abilità. La messa in pratica di queste soft skill, all’interno di un vero e proprio laboratorio applicativo, ci consente di crescere in modo tale da consolidare le competenze stesse poi nel quotidiano. Per approfondire quanto affermato in precedenza, noi di Genio abbiamo istituito la Soft Skills Academy, un percorso grazie al quale i nostri corsisti hanno l’opportunità di costruire il loro futuro, partendo proprio da pilastri di assoluto spessore e importanza come le competenze trasversali”.

Secondo un recente sondaggio pubblicato da HR Executive le 5 competenze più richieste dai datori di lavoro sono: è la tendenza al teamwork (57%), seguono la comunicazione efficace (55%), il time management (46%), il problem solving (45%) e, infine, la creatività (44%). A queste vanno aggiunte quelle indicate da Best Colleges, ovvero la flessibilità, la capacità di collaborare, di organizzarsi, quindi anche di rispettare le scadenze, di essere reattivi ai feedback e, infine, l’attitudine alla gestione dei conflitti all’interno del workplace. 

10 soft skills per conquistare il posto di lavoro secondo Massimo De Donno

  1. Il teamwork, ovvero la capacità di saper lavorare in gruppo.
  2. Il time management, quindi l’attitudine ad organizzare il lavoro e a rispettare le scadenze.
  3. La comunicazione efficace: si tratta di una dote fondamentale sia per interfacciarsi con i clienti sia con i propri colleghi di lavoro.
  4. Il problem solving, il qualeconsiste nell’abilità di trovare soluzioni adeguate a prescindere dall’imprevisto lavorativo.
  5. La creatività: le idee originali vengono sempre considerate con grande attenzione. 
  6. La gestione di eventuali conflitti sul posto di lavoro.
  7. La leadership, quindi la capacità di prendere decisioni e assumere l’iniziativa
  8. La flessibilità, ovvero l’adattamento alle diverse situazioni all’interno del workplace.
  9. La reattività ai feedback e l’attitudine di adeguare la propria operatività ad essi.
  10. La tendenza a collaborare attivamente con i propri colleghi.

Trovare clienti B2B con LinkedIn: passi per iniziare

LinkedIn è un ottimo strumento per aiutare le aziende a raggiungere il proprio target market e trovare quindi nuovi clienti.

I quattro passaggi per trovare nuovi clienti B2B su LinkedIn sono:

1) Definire il tuo profilo cliente ideale (anche detto Ideal Customer Profile).

2) Definire l’obiettivo finale della tua campagna.

3) Ottimizzare il tuo profilo LinkedIn.

4) Costruire relazioni con i decision-maker aziendali tramite e-mail di sensibilizzazione, telefonate o messaggi LinkedIn per avviare il processo di vendita.

Andiamo ad analizzare ciascuno di questi passi.

Costruire un Ideal Customer Profile (ICP)

Come evidenziato dall’esperto Stefano Pisoni nel suo corso LinkedIn nel suo corso LinkedIn, uno degli errori più comuni di chi si approccia alla Linkedin lead generation è non definire subito nel dettaglio il profilo del proprio cliente ideale. Saltando questo passo il risultato è spesso una comunicazione troppo generica che finisce per non essere incisiva verso chi vogliamo attrarre come cliente.

ICP è un modo per creare un profilo di cliente target che permette di segmentare il mercato e di interagire con loro utilizzando contenuti personalizzati.

L’ICP apporta intuizioni strategiche che consentono ai marchi di offrire prodotti e servizi pertinenti alle esigenze, ai desideri dei clienti. L’ICP è una parte essenziale del social media marketing. Aiuta a creare contenuti personalizzati per un pubblico vario e le loro attività sulle piattaforme di social media.

Aiuta i marchi a mappare strategie diverse per ciascuno dei loro segmenti di clienti in base ai loro dati demografici, psicografici, comportamenti e interessi. Oltre a ciò, un ICP assiste i marchi nella creazione di una strategia di comunicazione efficace attraverso vari canali, comprese le campagne di email marketing.

Definisci l’obiettivo finale della tua campagna

Interessa di più fare brand awareness o fare il possibile per ottenere nuove vendite subito, adottare una campagna più inbound a lungo termine o outbound? 

Definire l’obiettivo della proprio campagna di LinkedIn marketing è un importante passo per non sprecare risorse.

L’importanza di ottimizzare il tuo profilo LinkedIn

L’importanza di ottimizzare il proprio profilo LinkedIn è cruciale per il successo della campagna marketing. Questa piattaforma offre un potente strumento per aumentare le possibilità di ottenere nuovi clienti.

Il modo migliore per ottimizzare il profilo LinkedIn è utilizzare parole chiave in linea con l’azienda o la nicchia che stai cercando. Anche se non si dovrebbe semplicemente copiare e incollare lo stesso contenuto su tutte le pagine, è importante assicurarsi di avere almeno un punto focale principale e uno secondario.

Costruire relazioni con questi lead tramite messaggi LinkedIn per avviare il processo di vendita

Il consiglio è sempre di costruire relazioni con i decisori finali il prima possibile. LinkedIn può essere un ottimo strumento per questo perché consente di contattarli rapidamente e facilmente.

Conclusione

Linkedin è una piattaforma in cui le persone possono connettersi con i professionisti con cui vogliono lavorare. Questo rende più facile per le aziende trovare le persone giuste da assumere.

Linkedin ha anche una funzione di ricerca che aiuta le aziende a trovare potenziali partner, fornitori, clienti e dipendenti nel proprio database.

La piattaforma di social media ha oltre 500 milioni di utenti in tutto il mondo, il che la rende una piattaforma eccellente per scopi di marketing e reclutamento.

(Pubbliredazionale)

L’estate per un manager: tre cose da fare per investire il proprio tempo

L’estate per un manager rappresenta un periodo dell’anno decisamente anomalo. Infatti, gli impegni si riducono, le settimane lavorative per molti il giovedì son già finite e da fare non resta che prepararsi alla chiusura estiva, che breve o lunga che sia.

Certamente il tempo a disposizione non manca e sono in molti a non apprezzare un patrimonio di ore disponibili senza eventi in agenda.

Come occupare tutto questo tempo? Certamente pensando di migliorarsi e progettare il futuro! Chi ha molti anni di esperienza, chi ne ha poca, chi desidera cambiare lavoro o chi, invece, è soddisfatto del proprio ruolo e dell’azienda per cui lavora. Insomma, volgere lo sguardo verso l’orizzonte, in questo periodo, può davvero illuminare.

“Stiamo vivendo – dichiara Francesca Contardi, managing director di EasyHunters, prima società di ricerca e selezione con un Digital Operating Process – un momento molto particolare che richiede grande preparazione e aggiornamento continuo delle competenze per continuare a rimanere al passo con i cambiamenti che avranno sempre un maggiore impatto sul mercato. Studiare e prepararsi, quindi, sono aspetti fondamentali per la carriera di ciascuno. Rappresentano, senza dubbio, uno strumento per cercare di acquisire competenze specifiche per affrontare sempre nuove sfide. Continuare a lavorare sulla propria crescita professionale, anche per non perdere occasioni future, è indispensabile: non possiamo in alcun modo non renderci interessanti agli occhi delle aziende che, magari, incontreremo durante un colloquio di selezione”.  

Tre idee per l’estate

Tra le cose più utili che si possono fare durante la pre-pausa e la pausa estiva, c’è sicuramente l’aggiornamento professionale. È questo il momento perfetto per seguire un corso o un master o per trascorrere alcune ore leggendo libri o manuali. Su cosa concentrarsi? Sicuramente su tutto ciò che è legato ai nuovi strumenti tecnologici e digitali (social network compresi, ad esempio) oppure su aspetti legati al proprio settore e alla propria azienda. 

Altra analisi da poter fare è quella relativa ai propri obiettivi professionali: è fondamentale capire se la propria carriera sta andando nella direzione giusta o se è necessario cambiare qualcosa. Il periodo estivo, decisamente più tranquillo rispetto al resto dell’anno, può essere un buon momento per analizzare il proprio percorso professionale e, in caso, prepararsi per cambiare l’approccio, il ruolo o addirittura l’azienda. 

Terzo, ma non ultimo, curare i propri social network. Molto spesso le nostre iniziative per mancanza di tempo non riusciamo ad evidenziarle attraverso i social, che oggi sono invece un canale importantissimo per chi fa business. Aggiornare le proprie competenze, mostrare i propri risultati, raccontare i propri progetti può davvero dare una grande spinta alla carriera.

Fatto questo, potete poi certamente godervi qualche giorno di relax, staccando la spina e dedicando attenzione alla vostra famiglia, ai vostri amici e sicuramente anche alla cura di voi stessi.

La ripartenza oltreoceano dell’export made in Italy

Dopo 17 anni di tensioni commerciali per l’export, in occasione del summit G7 in Cornovaglia del giugno scorso, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, assieme alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha firmato una tregua quinquennale sui dazi addizionali imposti sulle esportazioni europee destinate Oltreoceano, che coinvolgevano oltre 42 mld € di merci italiane.

La quasi ventennale disputa, nata sull’affaire degli aiuti pubblici nei confronti dei colossi dell’aviazione Airbus-Boeing, aveva comportato nel biennio 2018-2019 un aumento vicino al 25% dei dazi su alcuni beni made in Italy, principalmente dell’agro-alimentare e dell’industria pesante, gravando su un panorama globale già complesso per l’export, afflitto dell’emergenza sanitaria in corso; sebbene la bilancia commerciale italiana risulti meno indebolita rispetto ad altri paesi dell’area UE27 (fonte: Eurostat), i produttori tricolore hanno dovuto scontrarsi con una contrazione generale dei consumi, una difficoltà incrementale alle attività di business development, nonché un aumento considerevole dei costi operativi e logistici internazionali, specie sui noli container, questi ultimi in alcuni casi triplicati.

Il 2020 sarà ricordato come annus horribilis dalla piccola e media impresa italiana, che sebbene contribuendo per più del 50% all’import-export nazionale, ha visto le proprie esportazioni scendere del 13.8% rispetto all’anno precedente, in maniera ben più sensibile rispetto ai gruppi di grandi dimensioni. Colpite in particolare le manifatture caratterizzanti del made in Italy, quali la moda, il lusso e l’arredamento, le quali anche soffrendo della ridotta dinamicità sociale hanno registrato una variazione negativa attorno al 20%. Unica nota positiva il mondo agro-alimentare, che è riuscito a mantenere un outlook positivo nell’anno del 2.7% (fonte: Agenzia ICE).

Secondo quanto identificato dall’ultimo rapporto dell’Agenzia ICE, Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, i primi flebili segnali di ripresa, scorti nel Q4 dello scorso anno, si stanno gradualmente consolidando, con una ripresa del commercio extra-UE nel primo quadrimestre del 2021 (+7.6%). È possibile notare anche una rinnovata fiducia per il 2022, con una crescita prevista del 5.6% e la speranza di superare nei prossimi 24 mesi i livelli pre-Covid, valicando il traguardo dei 50 mld € di merci in uscita, confermando il ruolo dell’export come un forte acceleratore economico per la crescita italiana.

Guardando oltreoceano, l’Amministrazione Biden, sin dal proprio insediamento nel gennaio scorso, ha riaffermato la centralità dei rapporti con i propri alleati, tra cui l’Italia, che si conferma il secondo partner commerciale del Paese nell’area europea per quota di mercato (2.11%), superando nel Q1-2021 il Regno Unito (2.03%) e la Francia (1.94%), nonché, come confermato dalla Banca d’Italia, un rilevante promotore di investimenti diretti dell’ultimo decennio (+2.34 mld € nel 2019).

Nonostante questa delicata fase del commercio internazionale, sempre più imprese made in Italy sceglieranno di considerare gli Stati Uniti come obiettivi primari nei propri progetti di internazionalizzazione, unendosi alle più di 3.000 imprese già operanti sul mercato con un volume d’affari superiore ai 100 mld €. Secondo le previsioni, gli USA potranno infatti contribuire in maniera significativa contribuire nella ripresa dell’export tricolore ed allo sviluppo delle nostre PMI, sia per le caratteristiche generali favorevoli del mercato, sia per i comportamenti d’acquisto che si attendono dai consumatori americani verso i prodotti delle nostre manifatture in seguito all’attuale situazione di emergenza.

Prima economia mondiale tra le più estese e popolate al mondo, gli Stati Uniti rappresentano un’importante opportunità di internazionalizzazione per le PMI italiane di acquisire una maggiore visibilità a livello globale, godendo della competitività, trasparenza, innovazione ed efficienza di mercato ampio ed aperto, ben regolamentato e caratterizzato anche da un rilevante potere d’acquisto pro-capite, a garanzia di uno sbocco continuativo e diffuso per i prodotti italiani premium e di alta gamma. Le coste americane rimarranno infatti target d’elezione per gli sviluppi imprenditoriali in start-up per la conformazione del tessuto sociale, la capillarità della logistica integrata e la concentrazione dei consumi, sebbene l’entroterra rappresenti un’interessante ricettività per i progetti già avviati, ovvero orientati ad un mercato meno di nicchia.

Valutando le reazioni dei consumatori alla crisi odierna, si può ragionevolmente prevedere che, con una contrazione generale nel potere d’acquisto, l’attenzione si focalizzi principalmente sul valore materiale ed immateriale dei beni acquistati, inteso sia come rapporto qualità-prezzo, sia come attenzione delle imprese esportatrici verso tematiche ritenute sensibili dal cliente finale, specie nelle fasce più giovani della popolazione. 

Nell’ultimo ventennio, infatti, il consumatore americano è divenuto sempre più informato e consapevole, capace di discernere in autonomia l’autenticità e la qualità del made in Italy “genuino”, rifuggendo con scetticismo lo storytelling stereotipato “a quadretti bianchi e rossi”, ricercando invece attivamente esperienze di gusto e di stile più essenziali e di valore, che ispirino loro rinnovata fiducia e comunichino nella loro semplicità, tutto il meglio delle nostre produzioni, del nostro heritage e del nostro Paese.

Nel breve periodo, eccellenza, sostenibilità e virtualizzazione si configureranno dunque sempre più come un mantra che identifichi e che sostenga l’export italiano negli Stati Uniti d’America; a tal proposito, le PMI italiane dovranno approcciarsi al mercato americano in modo attento e pianificato, che permetta di avvicinarsi ai clienti in maniera graduale e con un approccio omni-canale, che affianchi ai tradizionali luoghi fisici di vendita (G/DO, department e retailing specializzato, cd. brick and mortar), marketplace virtuali che permettano attraverso l’e-commerce, un migliore controllo sulla filiera di vendita, sulla comunicazione e sulla competitività di prezzo verso il mercato americano, la cui crescita digitale è stata notevolmente rafforzata dalla pandemia in corso (+37,1%, 119 mld $ nel 2020). 

Infine, per quanto riguarda il mondo del top di gamma, come riportato dall’Altagamma Consumer Insight 2021, report dell’associazione che racchiude 107 brand del lusso made in Italy, il traino dei consumi di prodotti italiani d’eccellenza arriverà principalmente dagli Stati Uniti. I consumatori americani che, sebbene rappresentino uno dei mercati più fedeli e maturi per il lusso europeo, negli ultimi anni avevano perso attenzione a discapito delle controparti asiatiche, si stanno ora velocemente riattivando, sia nei consumi locali, che all’estero.

Nelle fasce alto-spendenti della popolazione americana, l’emergenza sanitaria non ha infatti intaccato, bensì rafforzato i consumi di alta ed altissima gamma, spesso caratterizzati da un’eleganza, gusto e semplicità senza tempo, con una quota di mercato che sale di +10 p.p. nel 2020 (rispetto al lusso “democratico”), ed a discapito dell’estroversione ed ostentazione preferita dai mercati asiatici. Per il breve futuro, il consumatore americano propenderà dunque per un made in Italy che sia, come sempre, garanzia di un’eccellenza non “urlata”, ma sussurrata e di un’interazione umana autentica, come solo le nostre manifatture da secoli sanno fare, tornando ad essere i nostri vicini di casa preferiti, al di là dello “stagno”.

A cura di Luca Giraldin

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Lo smartworking come strategia e nuovi strumenti di lavoro: ecco le nuove tendenze

Digitalizzazione: parola chiave che, se fino ad un po’ di tempo fa veniva intesa come possibilità di migliorare, oggi va utilizzata come fase essenziale nel cammino di adeguamento alle nuove esigenze del mondo del business, soprattutto a seguito di quelle indotte dalla pandemia.

Una recente ricerca commissionata da ASUS all’istituto Eumetra, che ha intervistato un campione di 400 piccole e medie imprese italiane nel periodo di ripresa post Covid, era proprio tesa a conoscere le nuove strategie e i processi di adattamento effettuati.

I risultati della ricerca

Tra i vari dati, lo studio ha messo in evidenza come le nuove esigenze non riguardino unicamente la questione “ufficio o smart working”, ma emerge una forte componente psicologica, che vede l’intero approccio al lavoro e ai team da parte dei dipendenti modificarsi ed evolversi, richiedendo un forte investimento da parte delle aziende sull’elemento del capitale umano.

Molte imprese italiane, PMI incluse, hanno mutato il loro approccio e hanno reinvestito le proprie risorse non solo nell’attrezzatura necessaria ad affrontare i cambiamenti, ma anche e soprattutto nel capitale umano, le sue competenze, il ruolo e il morale di ogni singolo dipendente. Con l’aumento dell’utilizzo dello smart working, l’ufficio ha perso la sua connotazione di “luogo parte della routine quotidiana”, diventando invece un luogo di eccezionalità, quasi desiderabile in quanto si è andato a legare indissolubilmente con la sfera dei rapporti umani fra colleghi (il 33% delle PMI dichiara di vedere l’ufficio come punto di incontro per i colleghi al di fuori della normalità e quotidianità del lavoro da casa, mentre il 18% delle stesse aziende lo definisce un luogo oramai superfluo, utile solo per le occasioni “formali”). 

Analizzando il rovescio della medaglia, molti lavoratori hanno sentito, con l’aumentare dello smart working, un aumento della pressione. Il 37% delle aziende infatti afferma che le persone dipendenti hanno acquisito maggiore flessibilità (il 45% di queste sono aziende del Centro Italia), mentre nel 32% dei casi i colleghi hanno mantenuto un orario fisso, vedendo però aumentare le ore lavorative. La flessibilità totale di orario è invece stata acquisita solo dal 24% delle PMI.

Lo smartworking è una strategia

Sempre secondo la ricerca ASUS, il 41% delle PMI italiane dichiara di aver dovuto affrontare nel 2020 dei grandi cambiamenti a livello operativo e organizzativo, ma ciò che risulta interessante è che una buona parte di queste progetta, o ha già in atto, di mantenere e addirittura implementare tali modifiche, anche da un punto di vista tecnologico e volto alla digitalizzazione aziendale.

A partire dal lancio e/o rinforzamento di nuovi servizi o prodotti, sono molte le aziende che si fanno promessa di rinnovare il proprio apparato tecnologico (29%), mantenere lo smart working (18%) o riorganizzare la struttura interna (26%). In ogni caso, le percentuali di aziende che queste azioni le hanno già messe in campo sono decisamente minori. Rispettivamente, il 14% delle PMI ha infatti rinnovato l’apparato tecnologico, il 10% ha previsto nuovi servizi o prodotti, e il 9% ha avviato una riorganizzazione interna, mentre rimane invariata la percentuale riguardante l’implementazione dell’attività da remoto.

Considerando l’insieme delle aziende italiane studiate, il lavoro da remoto rimarrà nel 67% delle PMI. La maggioranza di queste pensa ad una strategia di impiego più “intensiva” e non limitata a poche persone. Inoltre, le aspettative per il 2022 sono più che ottimistiche per quel che riguarda il 66% del campione intervistato, con un 28% di aziende (molte delle quali situate nel Centro Italia) che invece si aspetta di rimanere stabile nei profitti.

I nuovi strumenti di lavoro

Con questi grandi cambiamenti, è normale pensare ad un rinnovamento degli strumenti di lavoro. L’ufficio, infatti, potrebbe rappresentare una risorsa decisamente più piccola rispetto alla tecnologia da implementare e mettere a disposizione di chi lavora. Le aziende dello smartworking strategico si apprestano ad adottare modelli di maggior autonomia per le persone, di maggior orientamento ai risultati, di utilizzo più libero delle dotazioni informatiche (a partire dal pc), anch’esse in evoluzione. In particolare, il 52% delle PMI del Sud Italia ha dovuto sopperire alla mancanza di pc portatili per i propri dipendenti, andando a costituire una grossa fetta della crescente domanda per questi strumenti.

Un processo di lavoro più fluido come quello che le PMI stanno affrontando vede come indispensabili certe funzioni, volte a migliorare la connettività fra le persone (il 48% delle PMI ha definito le migliorie di webcam e microfoni per videoconferenze come la principale necessità che ha portato all’acquisto di PC portatili) e a favorire gli spostamenti e il lavoro in ogni luogo (la mobilità è stata scelta dal 47% delle aziende come forte componente a causare lo stesso cambiamento).

Dalla classica postazione di lavoro si è passati al laptop con webcam e microfono integrati. Il 55% delle PMI fa infatti uso di laptop, mentre un 44% rimane ferma sui pc fissi. Altro grande cambiamento è quello che vede il crescere degli acquisti di tablet, affrontato dal 24% del campione, mentre il 20% delle PMI ha scelto di integrare le già esistenti docking stations e il 12% si è spostata sui modelli all in one.

A cambiare è anche il concetto di scrivania: ora è ottimizzata per essere più compatta e ospitare soluzioni più piccole rispetto al pc fisso. E infine, cambiano le mansioni che vengono portate sugli strumenti tecnologici: il pc, nelle sue diverse configurazioni, viene usato prevalentemente per lavori amministrativi (40%) e di ufficio classico (38%). Resta poi come strumento indispensabile al mantenimento dei rapporti interpersonali fra colleghi e la gestione delle relazioni (36%). Paradossalmente, tutte quelle task che di tecnologia hanno sempre vissuto scendono in fondo alla classifica – posizionandosi sotto anche all’utilizzo personale (22%) – come la creazione di contenuti grafici e multimediali con il 19% di risposte, la progettazione e il disegno professionale al 18% o lo sviluppo di software (15%).

“Il periodo della pandemia ha avuto un grandissimo impatto sul tessuto imprenditoriale italiano, PMI incluse, obbligando le aziende a implementare diverse misure per proseguire la loro operatività. I cambiamenti indotti, molti dei quali già in essere ma profondamente accelerati da questa emergenza, sono stati anche l’espressione di una volontà di evoluzione e digitalizzazione dei processi già presente in queste realtà da tempo, ma che ha trovato applicazione solo in questo momento.” Dichiara Massimo Merici, Business Development Manager System Business Group di ASUS Italia. “Un elemento fondamentale per far fronte a questo periodo è stata la tecnologia, e le PMI si sono rese conto del supporto strategico che questa può fornire. Per questo motivo ASUS si è proposta come partner ideale a supporto di tutte quelle realtà che ricercano soluzioni volte al riammodernamento tecnologico, fornendo strumenti versatili e compatti, ma allo stesso tempo leggeri e che favoriscano una mobilità estrema, come non l’abbiamo mai vista. Ad oggi, possiamo dirci ancora più consapevoli del supporto e del valore aggiunto che noi, come fornitori delle piccole e medie imprese italiane, possiamo dare in questo senso, favorendo le aziende nella loro transizione tecnologica e guardando insieme a loro al futuro”.

Ostacoli al cambiamento: ovviamente non mancano

Uno dei problemi maggiormente rilevati è la carenza del contatto umano. Lavorare da casa tramite pc, sentire i propri colleghi principalmente tramite telefono o videocall, hanno portato molti dirigenti aziendali a chiedersi se vi sarà nei prossimi mesi un discreto diminuire delle performance e della motivazione.

Sulla base di queste considerazioni, il 25% delle aziende teme che lo smartworking possa portare a una perdita di motivazione del lavoratore, mentre il 24% crede che questo porterà a un maggiore isolamento dei dipendenti, con conseguente perdita dei contatti sociali e maggiore preoccupazione per eventuali distrazioni e incombenze famigliari.Questi sono i maggiori timori circa l’impossibilità di adattare i processi aziendali ai nuovi metodi di lavoro.

smartworking e nuovi strumenti di lavoro

Le vacanze degli italiani: il Belpaese è la meta preferita

Quelle di quest’anno sono certamente vacanze condizionate dal Covid, eppure la gente si muove. Una buona notizia per il business del turismo che così tanto ha sofferto negli ultimi due anni. Ma italiani e stranieri dove passano le vacanze?

Gli italiani le vacanze tornano a farle in Italia

L’Italia è certamente la meta preferita dagli italiani, ma anche dagli stranieri, attratti dalle meraviglie artistiche, storiche, alimentari e certamente anche naturalistiche che il Belpaese offre. Secondo l’ultima infografica pubblicata dall’Università Cusano su dati Istat e di altri istituti demoscopia, la metà degli italiani ha previsto di trascorrere le vacanze estive in località diverse da quella di residenza. Per l’esattezza il 50,1% delle persone.

Ma quali sono le mete preferite? Puglia e Toscana. Secondo quanto elaborato dall’ateneo telematico, un vacanziero su tre, esattamente il 33,3%, è intenzionato a spostarsi all’interno dei propri confini regionali e poco meno di 2 su 3 pensano di recarsi in un’altra regione.

Italiani all’estero? Ci si fida poco…

E le tanto celebrate vacanze all’estero? Visto anche quello che sta accadendo nelle ultime settimane, soltanto il 6,2% è pronto a varcare i confini nazionali. Mentre per quanto riguarda gli stranieri in visita i dati parlano di arrivi soprattutto da Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti. Si contano già oltre 25 milioni di pernottamenti e 12,3 milioni di arrivi per un aumento del 15,3% rispetto allo scorso anno. Toscana, Puglia, ma anche Sicilia, Lombardia e Trentino-Alto-Adige, meta quest’ultima amata dal turimo lacustre e naturalistico sono le Regioni preferite.

Le vacanze degli italiani

Tornano a ridere gli stabilimenti balneari

E per fortuna, verrebbe da dire, dopo quello che hanno passato. Secondo l’infografica di Unicusano, la crescita coinvolge le spiagge di mezza Italia: gli stabilimenti balneari di Liguria, Puglia, Sicilia, Marche, e Sardegna segnano in questo 2021 un incoraggiante +15%.

Per capire la mini-ripresa dei viaggi in questo scorcio di 2021 va considerato come l’anno scorso gli spostamenti degli italiani abbiano toccato un minimo storico di 37,5 milioni. Quelli per le vancanze, invece, sono quasi dimezzati rispetto al 2019, passando da 63,4 a 35 milioni (-44,8%). In tema lavoro, si sono ridotti di circa due terzi su base annua, da 7,8 a 3,5 milioni registrando un -67,9%.

La pandemia di Covid e l’emergenza sanitaria hanno inevitabilmente impedito o frenato gli spostamenti all’estero. In un anno i viaggi fuori dai confini nazionali sono calati dal 23,2 al 9,1% del totale. Inoltre la necessità di ridurre i contatti sociali ha portato a un maggior ricorso per i viaggi ai mezzi propri a discapito dei mezzi collettivi, con gli spostamenti in auto sono cresciuti dal 56,5 al 73,9% del totale e quelli in aereo dimezzati dal 21,6 al 10,3%.

Le vacanze degli italiani

L’importanza di essere presenti sui social: 3 top manager su 10 non ci sono

Nonostante l’acclarata importanza di essere presenti sui social network, ben 3 top manager su 10 hanno deciso di non esserci. È questo il risultato di uno studio dell’Osservatorio Social Top Manager di Reputation Manager, che ha analizzato oltre 150 profili di executive attivi in Italia, che mette anche in evidenza il fatto che il 23% di quelli presenti è inattivo da almeno un anno.

L’aggiornamento di giugno della “piramide evolutiva” di Reputation Manager per definire il comportamento degli executive sui principali social network mostra due facce della stessa medaglia. Lo stile preferito è quello dei Brand Ambassador (28%), anche se in calo di quattro punti percentuali. Crescono invece i manager Reattive, ovvero profili social che si caratterizzano per una comunicazione passiva fatta di like e commenti a post altrui e sono tra i livelli più bassi della piramide.

Ma quali sono i temi trattati? In particolare su LinkedIn spiccano le conversazioni sulla sostenibilità. In testa alla classifica i settori automotive e energiaStephan Winkelmann di Automobili Lamborghini è il più seguito con 72 mila follower, davanti a Luca de Meo di Renault (62 mila) e Marco Alverà di Snam (54 mila).

Tra i più seguiti su Twitter ritroviamo il Presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis (668 mila), seguito dal profilo (poco attivo) di Andrea Agnelli (161 mila) e dallo stilista Giuseppe Zanotti (111 mila). Cresce Lapo Elkann: +7 mila follower tra maggio e giugno.

Su Instagram, invece, troneggia la moda: 7 i top manager fashion tra i primi venti. Elisabetta Franchi (2,5 milioni) guida la classifica, poi Cucinelli (320 mila), Missoni (195 mila), Rosso (178 mila) e Ruffini (62 mila). Lo scudetto dell’Inter vale al suo presidente Steven Zhang il record di engagement: ogni suo post genera 82 mila reazioni.

Investire in immobili conviene veramente?

Un tema tanto dibattuto tra gli investitori o aspiranti tali è quello degli investimenti immobiliari, con tutti i vantaggi ma anche i rischi che ne conseguono.
La pandemia che stiamo affrontando ha messo in ginocchio migliaia di attività che purtroppo non sono state in grado di ripartire dopo quasi dodici mesi di stop, e in certi casi è del tutto comprensibile. 

Abbiamo a che fare con un periodo storico in cui l’incertezza regna sovrana, siamo tutti in balia degli eventi e non sappiamo esattamente come muoverci quando si tratta di investire il nostro denaro, vista la situazione attuale.
Di questi tempi è sempre bene rimanere informati in campo di materia finanziaria. Dopo questa breve introduzione, parleremo delle nuove opportunità di investimenti in campo immobiliare presenti sul mercato, così da rimanere sempre al passo coi tempi.
Il mondo degli investimenti immobiliari negli ultimi anni ha subito parecchie evoluzioni, grazie anche all’avvento della tecnologia che oggi offre diverse opzioni interessanti e vantaggiose anche in questo mondo.
Le classiche tipologie di compravendita, sono ormai note.
Il tipo di investimento immobiliare più noto, anche a chi non ha particolari competenze in questa materia, è sicuramente la compravendita sul mercato libero che consiste nell’acquisto di un immobile, nel valutarne il valore e infine nel rimetterlo in vendita in attesa di possibili acquirenti. 

Abbiamo poi le tanto discusse aste giudiziarie, spesso veri e propri affari per i compratori in cerca di occasioni redditizie. 

Questo metodo di investimento ha preso piede successivamente alla crisi immobiliare del 2008. L’immobile finisce all’asta dopo che vi sono state delle insolvenze da parte del proprietario, per esempio nei confronti della banca che ha concesso il mutuo allo stesso. In questo caso vi sarà una perizia da parte di un tecnico per conto del tribunale che servirà a stabilire, tramite accurate analisi, eseguite da professionisti, il prezzo iniziale dal quale l’asta partirà. Se al primo incanto, non si presenterà nessun acquirente toccherà al giudice stabilire una nuova data di partecipazione che andrà a prevedere un ribasso sul prezzo dell’immobile di circa il 20%, e così fino a quando un compratore non si aggiudicherà l’asta. 

Questa fino a pochi anni fa era la normalità in fatto di acquisti immobiliari, ma non sempre queste classiche opzioni fanno al caso del compratore, e spesso nascondono delle insidie. 

Non è raro che le case all’asta presentino danni che potrebbero richiedere costi di riparazione, cosa che farebbe perdere guadagno all’investitore, specialmente se l’immobile comprato si trovi in una zona periferica meno invitante, e quindi la vendita ne risulterebbe più difficile. 

Da qualche anno però, esistono delle alternative davvero valide e in grado di aiutare gli investitori a trarre guadagno – o, nei casi peggiori, a limitare le perdite da un acquisto sbagliato – di cui ora vi parleremo, in particolare delle due che noi troviamo più appetibili in termini di rendita. 

La prima che andremo a trattare è detta “House Flipping” che tradotto dall’inglese significa “capovolgimento della casa”, e consiste nell’acquisto di beni immobili non proprio in ottime condizioni che sono quindi da ristrutturare, al fine di ottenere una plusvalenza sulla vendita nel breve termine.

In sintesi si tratta di un’operazione di trading immobiliare che richiede fiuto per gli affari, competenze in materia di finanza e davvero tanto intuito. 

Sicuramente non è per tutti, ma se avete le giuste competenze per poterlo mettere in atto questo metodo di investimento potrebbe essere una fonte importante di guadagno diventando per voi un vero e proprio business che potrebbe rivelarsi una scelta vincente, come lo è stata per tanti altri investitori. Dipenderà esclusivamente da voi e da quanta voglia avrete di applicarvi, perché il trading immobiliare non si impara dall’oggi al domani, questo ci teniamo a precisarlo, e prima di buttarsi a capofitto in qualcosa di nuovo è sempre bene avere una buona preparazione di base. 

Un altro metodo d’investimento sta sempre più prendendo piede anche tra i giovani imprenditori nel campo immobiliare, essendo più nelle loro corde visto che in questo caso la tecnologia gioca un ruolo davvero importante. 

Parliamo del “crowdfunding”, che permette, pur non avendo un grande capitale da spendere, di effettuare operazioni immobiliari generando comunque profitto. Questo nuovo modo d’investire è adatto a coloro che non dispongono di grandi somme di denaro ma vogliono comunque entrare a far parte di questo mondo, ma non solo, spesso sono coinvolti anche compratori poco amanti del rischio e che preferiscono investire piccole cifre.
Esistono delle vere e proprie piattaforme immobiliari di crowdfunding che contano sempre più visitatori e utenti. Nello specifico questa soluzione consente, a chiunque abbia del capitale disponibile, di prendere parte insieme ad altri investitori ad operazioni di acquisto, ristrutturazione affidando il proprio denaro a società che se ne occupino al posto loro. Questa soluzione è valida per coloro che, oltre a non amare il rischio, hanno poche competenze in materia finanziaria, anche se suggeriamo comunque di prestare la massima attenzione quando si tratta di affidare il proprio denaro a qualcuno, comprese le società presenti su queste piattaforme.

Articolo realizzato in collaborazione con siinvestimentiimmobiliari.it

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Ripartenza: 9 consigli per aiutare i lavoratori over 50

Il mondo del lavoro è in fase di trasformazione e la pandemia ha provocato stravolgimento che hanno portato alla perdita del lavoro per moltissimi professionisti. Rimettersi in gioco non è semplice, soprattutto per chi ha superato una certa età.

Randstad RiseSmart, la divisione specializzata nel career management di Randstad, ha elaborato un elenco di 9 consigli per aiutare i lavoratori over 50 a ripartire e a cogliere le opportunità che, pur in un momento difficile, il mercato del lavoro continua a offrire.

“La pandemia ha accelerato un fenomeno già in corso da qualche anno”, afferma Arnaldo Carignano Head of Career Transition Randstad RiseSmart. “La fine delle carriere lineari, interamente spese nella stessa azienda, e la normalizzazione di un percorso fatto di diverse “transizioni” da un lavoro all’altro. Una tendenza che finora aveva riguardato soprattutto i più giovani e che sta cominciando anche a diffondersi nel segmento dei lavoratori senior. Un lavoratore over 50 ha il vantaggio di una solida esperienza lavorativa alle spalle, ma è importante essere consapevoli dei punti di forza e di debolezza del proprio profilo, intervenendo per aggiornare o sviluppare le competenze più richieste per il proprio ruolo e settore. Curare il proprio personal branding, sfruttando le precedenti esperienze di lavoro e i canali social per coltivare un network di relazioni professionali di qualità. Imparare a comunicare ciò che realmente trasmette il proprio valore al potenziale recruiter, cioè i risultati ottenuti sul lavoro, come sono stati raggiunti e cosa saremo in grado di fare domani per il nostro nuovo datore di lavoro”.

9 consigli per ripartire per i lavoratori over 50

1. Lavora sull’autoconsapevolezza. La consapevolezza di se stessi consente di capire quali sono le proprie abilità e quali invece gli aspetti che bisogna migliorare. Analizzare il proprio percorso professionale e comprendere quali competenze tecniche e trasversali si possiedono aiuta a ripensare le proprie priorità professionali e identificare nuovi obiettivi e nuovi sbocchi lavorativi.

2. Definisci i tuoi obiettivi professionali. Definire un obiettivo professionale non significa soltanto fissare una meta da raggiungere, ma soprattutto scoprire le proprie ambizioni e cosa serve per realizzarle. Bisogna coltivare la curiosità verso se stessi e il proprio settore e soprattutto comprendere che la definizione di nuovi obiettivi è un processo che non può essere confinato all’inizio del proprio percorso professionale, ma deve essere costante e avvenire in qualsiasi momento della carriera.

3. Concentrati sulle tue Soft Skills. Oltre all’esperienza sul campo e alle competenze tecniche, le imprese ricercano sempre più lavoratori dotati di solide soft skills, le competenze sociali, umane e trasversali che maggiormente definiscono le caratteristiche personali di un collaboratore, come le abilità comunicative e decisionali, la creatività e l’autonomia. I nuovi modelli di gestione del lavoro e delle persone introdotti in seguito all’emergenza sanitaria hanno fatto emergere l’importanza di avere collaboratori proattivi, capaci di gestire il tempo, di comunicare e relazionarsi efficacemente con clienti, colleghi e superiori, di risolvere problemi con modalità alternative a quelle utilizzate in precedenza e di lavorare in team. Acquisire e allenare queste soft skills può dare la spinta professionale necessaria per incontrare nuove opportunità.

4. Impara a comunicare il tuo valore. Che sia sui tuoi account social, nel curriculum vitae o durante un colloquio di lavoro, a fare la differenza sarà la capacità di comunicare ciò che realmente trasmette il tuo valore agli occhi dell’interlocutore. Non limitarti a elencare le tue esperienze di lavoro, scegli le più rilevanti per il ruolo e il settore in cui vuoi posizionarti e per l’azienda per la quale ti stai candidando. E descrivi sinteticamente e concretamente le mansioni che hai svolto, i risultati che hai ottenuto e cosa hai fatto per raggiungerli. In questo modo sarà immediatamente chiaro cosa sai fare e in che modo puoi aiutare un potenziale cliente, collaboratore o datore di lavoro. 

5. Costruisci e cura un network di relazioni professionali. Fare le domande giuste alle persone giuste della propria rete potrebbe aprire molte nuove opportunità. Il primo passo è stilare una lista di persone che vorresti contattare: puoi cominciare ripercorrendo le diverse tappe della tua carriera per riallacciare i rapporti con persone che ti hanno conosciuto e apprezzato. Poi prepara una Professional Value Proposition (PVP) che riassuma le tue competenze chiave, i risultati raggiunti e il tuo metodo di lavoro, per essere in grado di raccontarti velocemente ed efficacemente anche a chi non ti conosce. È fondamentale stabilire una modalità di contatto per ogni persona della tua lista, con alcuni potrai organizzare direttamente un pranzo o un aperitivo, con altri sarà meglio iniziare con un messaggio su LinkedIn o una mail. Infine, l’elemento più importante: non avere fretta di proporti o “vendere” qualcosa, una relazione professionale e umana deve nascere spontaneamente per trasformarsi in un’opportunità di valore per entrambe le parti coinvolte.

6. Aggiorna le tue competenze. Il mercato del lavoro si evolve molto rapidamente e la pandemia, con il boom dello smart working e degli strumenti digitali, ha accelerato ulteriormente questa evoluzione. Per restare occupabili e con un profilo competitivo è necessario capire quali competenze sono e saranno più richieste per la nostra professione e per il settore di appartenenza. Se hai più di 50 anni, le competenze acquisite a scuola, all’università o nella prima parte della tua carriera sono inevitabilmente invecchiate; è necessario rinfrescarle o integrarle con corsi di formazione mirati a soddisfare le richieste del mercato. Segui i professionisti del tuo settore, analizza gli annunci di lavoro delle tue aziende target per individuare le skills richieste per il tuo ruolo e sfrutta le diverse piattaforme di e-learning disponibili sul mercato per formarti sulle competenze tecniche e trasversali che possono impressionare il potenziale selezionatore.

7. Sfrutta i social media per fare Personal Branding. I canali digitali sono un ottimo strumento per fare Personal Branding, cioè posizionarsi come un profilo esperto e competente nella propria mansione e nel proprio settore. Per costruire il proprio “brand professionale” è necessario diventare visibili e riconosciuti in rete, scrivendo articoli nei blog, pubblicando contenuti e opinioni di valore sui social network e, soprattutto, costruire una rete di relazioni professionali di qualità su LinkedIn. Anche in questo caso, analisi e concretezza sono le armi vincenti: racconta le tue competenze, il tuo percorso e i tuoi risultati con esempi concreti per distinguerti dai colleghi; collegati solo con persone in target, che siano realmente interessate ai tuoi temi e al tuo settore; interagisci con i tuoi collegamenti condividendo informazioni rilevanti, così da creare nuove relazioni e rafforzare il tuo brand.

8. Studia il mercato con costanza. Un errore comune è cercare nuove opportunità solo quando si perde il lavoro. Così facendo, si parte ogni volta da zero, col rischio di aumentare le difficoltà e prolungare il periodo di pausa. La ricerca del lavoro, invece, deve essere parte integrante del proprio percorso professionale e portata avanti con costanza. È importante studiare regolarmente il mercato per capire come evolvono le professioni del tuo settore, aggiornare le proprie competenze e svilupparne di nuove per non restare sorpreso dai cambiamenti, curare le relazioni professionali con ex colleghi, fornitori e clienti e con i propri contatti anche non lavorativi (come le conoscenze personali, le associazioni di volontariato, culturali e sportive).

9. Preparati ad essere sia “Mentore” sia “Allievo”. Nel tuo nuovo lavoro potresti ritrovarti con un recruiter, un capo o dei collaboratori più giovani. Sfrutta la tua ampia esperienza professionale per diventare un “mentore” dei collaboratori più giovani, soprattutto dal punto di vista della capacità progettuale, di gestione dei clienti e di quei “trucchi del mestiere” che si acquisiscono soltanto con l’esperienza. Ma allo stesso tempo sii aperto anche al “reverse mentoring”, un fenomeno sempre più diffuso nelle aziende per il quale sono i lavoratori più giovani a “istruire” i colleghi più esperti, soprattutto per quanto riguarda le competenze digitali o l’uso di tool e strumenti tecnologici particolari, con i quali generalmente hanno maggior dimestichezza.