E-commerce, l’estate è perfetta per preparare una grande stagione

Investire in un e-commerce, specie negli ultimi anni, ha rappresentato una modalità di business che ha sostenuto e integrato la vendita classica tramite negozio fisico. E sono molte le aziende che stanno continuando ad investire nei propri e-commerce dopo essersi resi conto che oramai il commercio elettronico è diventato una scelta precisa di molti utenti/consumatori.

Da uno studio del Politecnico di Milano, risulta che nel 2022 gli acquisti online degli italiani hanno raggiunto un valore complessivo di 45,9 miliardi di euro. I prodotti hanno segnato un +10% rispetto al 2021 arrivando a quota 34 miliardi, mentre i servizi sono stati valutati 11,9 miliardi (+28% rispetto al 2021) grazie ai segnali di ripresa già evidenziati lo scorso anno. Numeri davvero niente male.

Estate: il momento perfetto per dar vita o migliorare il proprio e-commerce

Gli esperti di Aruba consigliano di utilizzare il periodo estivo per digitalizzare il proprio business o migliorare il proprio e-commerce. Cosa fare? I primi due passi sono i seguenti:

  • Determinare il proprio business model, ovvero scegliere tra dropshipping (vendere prodotti online senza possederli fisicamente, non disponendo di un magazzino e inventario fisico) e vendita diretta, ossia il business model tradizionale, che prevede costi più alti all’attivazione ma anche margini superiori in fase di vendita. 
  • Redigere un business plan, essenziale per disporre di una road map che aiuti a determinare il migliore itinerario da seguire per essere poi competitivi sul mercato. 

Successivamente bisognerà scegliere se fare un progetto a lunga scadenza andando a creare un sito e-commerce personalizzato, oppure optare per  piattaforme progettate con l’intento di facilitare la costruzione di siti web accattivanti, anche da mobile, in poco tempo, come ad esempio la soluzione SuperSite Professional di Aruba.

Bisogna poi tenere conto dell’importanza di curare l’aspetto SEO del proprio e-commerce. Non basta essere presenti online, ma occorre essere reperibili con facilità sui motori di ricerca, migliorando il proprio ranking online: interessante in tal senso il nuovo servizio di Web Marketing offerto da Aruba, che consente di gestire tutte queste attività in autonomia. I social network (che ora possono anche integrare direttamente un canale di vendita nel proprio marketplace), può essere molto importante. Così come chi vende servizi, non può prescindere da una opzione che possa consentirgli di ricevere prenotazioni online per corsi, appuntamenti o eventi. 

Insomma, in un periodo di relativa calma come quello che sta per arrivare, ragionare su un nuovo progetto come l’e-commerce può essere davvero interessante. Perché aspettare?

Come scegliere il miglior consulente per gli investimenti esteri

Investire all’estero è diventata oggi una pratica molto diffusa. I migliori imprenditori sono alla ricerca di un territorio dove proteggere e ottimizzare il proprio business e i più oculati investitori non arrestano la frenetica scelta del luogo più vantaggioso dove riversare il proprio patrimonio.

Come fare, però, ad approcciare un mercato o un’economia esteri, lontani da noi e dalle nostre dinamiche? La soluzione è affidarsi a chi conosce la struttura della finanza locale abitando e operando direttamente dal luogo d’interesse.

Così, la figura del consulente finanziario o del tax advisor si è rapidamente diffusa e, diffondendosi tanto largamente, soprattutto, nel web, ha reso necessaria una drastica selezione del migliore tra tutti.

È fondamentale, dunque, mettersi nelle mani di professionisti seri e qualificati per evitare di incappare in spiacevoli situazioni o errori grossolani.

Quando si parla degli Emirati Arabi Uniti e, specificatamente, di Dubai, le cose si complicano ulteriormente: l’Emirato, infatti, rappresenta attualmente la meta più gettonata per gli investitori esteri di tutto il mondo che, nel 2022, l’hanno scelto prima di qualsiasi altro territorio per i loro affari.

Come fare, quindi, a distinguere i migliori consulenti? Ecco alcuni utilissimi consigli.

Dubai: il Paese più ambito per il business

Perché Dubai ha tanta forza attrattiva per gli investimenti esteri? I motivi sono più di uno.

Innanzitutto, l’Emirato è considerato un paradiso fiscale: infatti, le sue Free Zone, ovvero Zone di Libero Scambio, permettono alle società che stabiliscono in queste aree la loro sede, di non pagare le tasse. Infatti, le Free Zone costituiscono zone completamente defiscalizzate, in cui la tassazione è azzerata. Ecco, dunque, che qualsiasi imprenditore desidera costituire o trasferire nelle Free Zone la propria società.

Inoltre, la burocrazia a Dubai è assolutamente agevolata: tutte le procedure sono ben definite, stabilite nel dettaglio e non riservano sorprese.

Tuttavia, l’iter procedurale va conosciuto a fondo e trattato sin da subito con il giusto approccio e la adatta competenza. Pertanto, si rende necessaria l’assistenza di un consulente capace e in grado di fornire tutte le informazioni utili per il buon esito della procedura.

Come scegliere, allora, il miglior consulente per investire a Dubai? Gli aspetti da valutare sono diversi e tutti molto importanti: vediamoli uno ad uno.

Consulente Dubai: come scegliere il più professionale

Se si desidera affidare la propria pratica burocratica ad un professionista serio e preparato, è fondamentale porre sin da subito alcune domande al consulente per testare la sua professionalità.

Innanzitutto, va chiesto se il consulente è specificatamente esperto sul territorio, sulla legislazione e sulla fiscalità di Dubai: i paradisi fiscali sono molti, alcuni più e altri meno validi, ma Dubai è un caso a sé. La struttura dell’Emirato è molto particolare e in continua evoluzione: pertanto, solamente chi conosce a fondo questa zona può davvero fornire un valido supporto all’investitore.

Inoltre, è importante verificare che il consulente si occupi solamente di company set-up e, quindi, di costituzione e trasferimento di società. La maggior parte degli individui cui ci si imbatte nel web, si occupano di moltissime attività a Dubai: real estate, super car, eventi e molto altro! Solo chi si specializza in finanza internazionale può rappresentare un valido professionista.

Oltre a quanto già visto, poi, è fondamentale che il consulente metta nero su bianco in un preciso contratto alcuni essenziali aspetti del rapporto professionale: in particolare, deve elencare nel dettaglio tutti i servizi che propone e le tempistiche per adempierli.

Alla luce, infine, dell’alta probabilità di insuccesso dell’iter procedurale se assistiti da falsi competenti, l’investitore deve accertarsi che il consulente offra la garanzia “Soddisfatto o Rimborsato” su tutti i suoi servizi.

Il professionista di riferimento per gli italiani a Dubai è Daniele Pescara

Per poter investire all’estero con sicurezza e certezza di risultato l’unico modo, quindi, è affidarsi a chi si occupa solo di questo e lo fa da anni con professionalità e deontologia.

Il ponte per gli italiani a Dubai è Daniele Pescara, CEO di Falcon Advice che da oltre dieci anni si occupa proprio e solo di costituzioni e trasferimenti societari nonché di investimenti a Dubai. La sua clientela selezionata lo contatta quotidianamente tramite i suoi due uffici, quello in Italia, a Padova, e quello di Dubai, da cui opera direttamente. Pescara, infatti, abita stabilmente a Dubai e conosce il territorio e il mercato a 360 gradi.

La sua consulenza copre tutti gli aspetti relativi alla costituzione di un business a Dubai, alla normativa, alla fiscalità e alla burocrazia a ciò connesse.

(Pubbliredazionale)

Ferie estive: “staccare la spina” durante le vacanze è molto importante

C’è chi in ferie c’è già stato e chi ancora deve riuscire a ritagliarsi un giorno di vacanza in questa estate bollente. La difficoltà, per chi ha delle responsabilità lavorative, è riuscire realmente a “staccare la spina” durante le vacanze, complice anche la reperibilità digitale che ciascuno ormai porta con sé. Lasciare da parte le preoccupazioni è tutt’altro che facile, ma ogni tanto va fatto per tutelare il proprio benessere mentale.

Persino le nuove norme emesse dal Governo arriva un’indicazione precisa: la legge 6 maggio 2021 n.61 sancisce il diritto alla disconnessione in Italia, e stabilisce che “è riconosciuto al lavoratore che svolge l’attività in modalità agile il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche, nel rispetto degli eventuali accordi sottoscritti dalle parti e fatti salvi eventuali periodi di reperibilità concordati. L’esercizio del diritto alla disconnessione, necessario per tutelare i tempi di riposo e la salute del lavoratore, non può avere ripercussioni sul rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi”.

Mettere il nostro cervello in stand-by è importante e le ferie sono il momento più adatto per farlo, anche perché un po’ tutti cercheranno di rilassarsi nello stesso periodo. Tanto vale approfittare dell’estate per dedicarsi a sé stessi e ai propri cari, soprattutto dopo un altro anno non propriamente semplice da affrontare.

“Il fatto che questa tematica sia ancora di estrema attualità testimonia che in Italia siamo ancora lontani da una logica di lavoro per obiettivi e non per ore lavorate – dichiara Alessandro Raguseo, Ceo e Founder di Reverse – eppure, a mio parere è questa la chiave per ottenere un bilanciamento reale tra vita professionale e vita privata e di conseguenza dipendenti più soddisfatti e quindi più produttivi”.

Secondo un’analisi condotta da Reverse, servizi di headhunting e consulenza HR, qualche passo avanti in questo senso si sta riscontrando. Il 50% degli intervistati infatti dichiara di vivere serenamente il rapporto con i superiori nella gestione delle ferie e quasi il 51% afferma di rimanere parzialmente reperibile per propria scelta.

“Sono fermamente convinto che il futuro del lavoro sia questo. Una gestione serena e di fiducia anche nella gestione del rapporto ferie/lavoro. In cui non ci sia più la battaglia tra chi ‘stacca completamente’ e chi ‘rimane reperibile’, tra chi lavora più ore e chi ne lavora meno. Ma che ognuno gestisca in autonomia i propri task, i propri obiettivi e il proprio riposo. Con una possibile ricaduta positiva, aggiungo, sul fenomeno molto italiano dell’andare in ferie tutti insieme ad Agosto spendendo sensibilmente di più”, conclude Alessandro Raguseo.

Lavoro in Italia: i 10 mestieri artigianali più richiesti

Digitalizzazione, internet, informatizzazione… Sempre più spesso sono queste le parole chiave nel mondo del lavoro. Ma se osserviamo bene, nel nostro tessuto lavorativo, ci sono delle professioni che continuano ad essere presenti e le cui abilità si tramandano spesso di padre in figlio: sono quelle che riguardano il settore dei mestieri artigianali. La richiesta in questo ambito continua ad essere alta, al di là di ciò che si pensa, ma i professionisti del settore sono davvero pochi.

Poche risorse in settori specifici

Secondo i dati del Sistema informativo Excelsior, realizzati da Unioncamere e Anpal, circa 4 aziende su 10 hanno avuto difficoltà a trovare i candidati per ricoprire i ruoli vacanti: complessivamente, nel primo semestre 2022, si parla di quasi 1 milione di posti di lavoro di difficile reperimento

Ma quali sono i lavoratori artigianali maggiormente ricercati? Espresso Communication, per conto di Cameo Italiano sulle principali testate di settore, ha effettuato uno studio individuando i 10 antichi mestieri artigiani più richiesti. Ecco quali sono:

Conciatore di pelli: l’industria conciaria italiana è un’eccellenza manifatturiera conosciuta in tutto il mondo: tramite il processo di lavorazione si rende la pelle ed il cuoio un prodotto adatto all’uso quotidiano e durevole nel tempo.

Liutaio: mestiere nato nell’epoca barocca, il liutaio si occupa di costruire e restaurare strumenti ad arco (come violini e violoncelli) e a pizzico (liuti, chitarre e mandolini). In Italia la culla di quest’arte è a Cremona mentre in Europa è rinomata la produzione artigianale di Granada.

Maestro incisore su conchiglia e corallo: artigianalità tipica di Torre del Greco, la creazione del cammeo su conchiglia e corallo ancora oggi viene affidata alle sapienti mani di maestri artigiani che lavorano la materia secondo tecniche e tradizioni che hanno attraversato secoli di storia.

Ricamatrice a mano: dalle mercerie alle grandi aziende, l’Italia si è sempre contraddistinta nel mondo per la qualità e il pregio delle ricamature per abbellire o impreziosire ogni tipologia di tessuto: lino, seta, lana, cotone.

Impagliatore: l’artigiano esperto nella lavorazione della paglia e del vimini crea sedie, cestini di varia grandezza e contenitori per damigiane. Mestiere tornato alla ribalta anche grazie alla riparazione delle sedute delle sedie che vengono prodotte industrialmente.

Tessitore: sono diverse le aziende alla ricerca di tessitori in grado di utilizzare i telai per realizzare prodotti finiti direttamente dai filati. Una particolare categoria sono gli arazzieri che tramite un’antica tecnica di lavorazione realizzano pregiati articoli di tappezzerie per adornare le pareti.

Bombonierista: la riscoperta della manualità avviene anche attraverso le cerimonie. Gli italiani non hanno mai rinunciato a celebrare le proprie tradizioni (matrimoni, cresime, battesimi) e sempre di più le bomboniere sono delle piccole creazioni artigianali legate ad un momento felice.

Lattoniere: sono sempre di meno gli operai specializzati che lavorano le lamiere con utensili manuali o macchine piegatrici. I lattonieri sono in grado di realizzare lamiere, tubazioni, raccorderia e grondaie per l’edilizia e di riparare le carrozzerie delle autovetture.

Ramaio: sebbene la produzione industriale abbia preso il sopravvento, ci sono ancora alcuni artigiani che realizzano pezzi di artigianato (una volta era pentolame da cucina) partendo da semplici fogli di rame che vengono tagliati, modellati con un martello e infine saldati tra loro.

“È fondamentale intraprendere un percorso condiviso assieme agli istituti scolastici che possa portare all’incontro formativo tra le imprese artigiane del territorio e i giovani favorendo, al tempo stesso, l’occupazione”, afferma Gino Di Lucafondatore di Cameo Italiano, azienda specializzata nella creazione di camei su conchiglia.

Mestieri che un tempo si tramandavano e che facevano parte della nostra cultura lavorativa, ora rischiano di comparire. Sarebbe davvero un peccato. I giovani dovrebbero farci un pensierino…

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Crescita professionale dei manager: 5 consigli per dare un nuovo impulso alla carriera

Ce l’avete fatta, siete dei manager. Gestite un’azienda vostra, quella di qualcun altro, o magari siete responsabili di un reparto o un gruppo di collaboratori. Comunque, il vostro sogno lo avete realizzato. Ma ora? L’appetito vien mangiando, dice un famoso proverbio, ed ecco che la voglia di non interrompere il vostro processo di crescita professionale è grande.

E per fare questo la pianificazione dell’evoluzione deve includere aspetti da sviluppare nel tempo per arricchire il bagaglio professionale, esperienziale e di conoscenze. Ecco perché Wyser, brand globale di Gi Group Holding che si occupa di ricerca e selezione di profili di middle e senior management, ha stilato un vademecum di 5 consigli per dare un “boost” alla carriera.

“La costruzione di un futuro di successo richiede il giusto mix tra pianificazione razionale dei vari step e gestione dei propri desideri e ambizioni – commenta Carlo Caporale, AD di Wyser – La possibilità, per i manager di contare su una figura esperta che li guidi attraverso opportunità e cambiamenti che possono anche spaventare, può fare la differenza. Per questo in Wyser, consapevoli dell’impatto che il nostro lavoro ha sulla vita delle persone e delle organizzazioni, adottiamo una strategia di collaborazione orientata a relazioni di lunga durata, sia con i candidati, sia con le aziende. L’obiettivo finale è quello della creazione di valore per entrambi, oltre che per il mercato del lavoro.”

Come dare un nuovo impulso alla carriera manageriale

  1. Crescere senza invecchiare: la formazione continua è determinante

Nella vita non si smette mai di imparare e quanto è vero. Soprattutto in un’epoca di cambiamenti velocissimi come quelli che stiamo vivendo, senza un’opportuno aggiornamento professionale si rischia di restare fermi al palo. Transizione al digitale, l’applicazione in generale di nuove tecnologie trasversalmente a tutti i settori, modificano il modo di lavorare e le competenze richieste per moltissime figure o addirittura fanno emergere lavori e ruoli nuovi. Senza formazione come fareste a stare dietro a tutto?

  1. Competenze “soft” e trasferibili: un passepartout per opportunità in tutti i settori

In un mercato del lavoro caratterizzato da un forte skill-shortage, le aziende tendono ad attingere anche a settori differenti da quello del proprio business per trovare risorse. Sono considerate trasferibili e quindi sfruttabili in diversi ambiti, tutte quelle le competenze meno “hard” e più marcatamente manageriali, come il time management, la comunicazione efficace, la qualità di leadership e la gestione del team, saper lavorare per obiettivi, capacità di “far accadere le cose”.

  1. Fare un’esperienza in un contesto internazionale

L’importanza delle lingue oggi è ancor più determinante rispetto al passato e rende certamente più competitivi sul mercato del lavoro. Ma fare un’esperienza professionale all’estero offre soprattutto la possibilità di allargare i propri orizzonti entrando in contatto con culture del lavoro diverse dalla nostra e di ci mette alla prova per capacità di adattamento.

  1. Curare il network e farsi notare da HR e head hunter

Costruire una rete di relazioni professionali solide, basate sulla stima e il rispetto reciproco, permette di avere un grande vantaggio, ma questo non basta. Il networking non deve però limitarsi a colleghi e clienti, ma includere anche i professionisti che si occupano della ricerca e selezione. Essere nella rete di relazioni professionali di responsabili delle risorse umane e head hunter, aiuta ad essere sempre informati sulle opportunità emergenti e, talvolta, ad essere presi in considerazione per ruoli di responsabilità anche a prescindere da una candidatura specifica.

  1. Gestire la paura del cambiamento

Siete nel vostro ufficio con le vostre mansioni da svolgere. Sapete cosa fare e come farlo. Ma se vi capitasse una nuova opportunità? Una chance di crescita è uno stimolo positivo, l’altra faccia della medaglia è la paura dei cambiamenti che questa comporta: diventa indispensabile a gestire la parte emotiva per evitare che preoccupazioni e paure sovrastino le spinte positive necessarie ad abbracciare il cambiamento, ricordando sempre che questo è parte integrante della nostra vita, sia professionale sia personale.

Impresa e Management 5.0: siamo vicini ad una grande trasformazione

Siamo sull’orlo di una trasformazione straordinaria. L’avvento del 5G e della sua capacità di attivare il sistema dell’Internet of Things genera una conseguenza importante per tutti e, ancor più, per il nostro Paese: l’avvento della produzione diffusa. Un mondo nuovo in cui la capacità di fabbricare un numero limitato di articoli di alta qualità e di venderli a prezzi ragionevoli muta profondamente le logiche economiche. 

È un fenomeno senza precedenti nella storia economica. Per la prima volta, la progettazione di un prodotto è totalmente scissa dalla sua realizzazione perché tutte le informazioni necessarie a realizzarlo sono incorporate nel progetto e gli sprechi sono ridotti al minimo perché si usa solo la quantità di materia prima strettamente necessaria. 

Certo, con una stampante 4D, fabbricare un milione di prodotti non costa meno che fabbricarne uno solo. Non ci sono economie di scala ma, in realtà, nei sistemi economici e di management 5.0 non servono perché il vero vantaggio è esattamente l’opposto: non c’è nessuna penalizzazione economica nel modificare ogni singola unità o nel fabbricare pochi pezzi di prodotto. Il grande beneficio del 5.0 è che potremo avere sia la produzione di massa sia la personalizzazione.

La logica digitale inverte l’approccio economico della manifattura tradizionale che vedeva un incremento dei costi ad ogni modifica richiesta. Nel mondo 5.0 differenziare ogni singolo prodotto non costa di più che fabbricarli tutti uguali perché i costi di personalizzazione saranno generati solo dalla qualità degli algoritmi che compreremo sul mercato. Ecco una delle conseguenze più importanti del futuro: compreremo sempre più servizi e sempre meno prodotti. Ci produrremo in casa le cose di uso quotidiano. Consumeremo spesso cliccando su uno schermo, come facciamo oggi quando scarichiamo un file dalla Rete. 

Non è ancora finita. Sappiamo tutti come sia managerialmente difficile che qualsiasi vantaggio competitivo possa rimanere a lungo dentro i confini di una cultura aziendale, data la progressione e la velocità dei cambiamenti. Un tempo un’azienda riusciva a mantenere un vantaggio competitivo per molti anni. Ora è quasi impossibile sopportare l’urto delle onde di innovazione concorrenziale che arrivano da tutte le direzioni. 

Oltretutto l’uso intelligente della Rete ha dato l’opportunità alle piccole e nuove imprese di farsi conoscere oltre la dimensione locale su una scala impossibile in precedenza. La comunicazione “real time” di questa fase sta facendo in modo che non il più grande, ma il più veloce conquisti un vantaggio competitivo

Ecco perché lo scontro immane è e sarà sempre più fra il tanto grande ed il tanto piccolo: il sistema hardware e tutto quello che diventa grande, globalizzato, a rete lunga, con impianti e sedi importanti, costi elevati ma anche enormi economie di scala. Amazon, Apple, Facebook, AliBaba, le grandi banche e le grandi corporation delle comunicazioni sono ormai Stati negli Stati. Nel mentre, tutto quello che è software, diventa virtuale, impalpabile in Rete con costi fissi e di transazione talmente bassi da sembrare infinitesimali e guadagni quasi inafferrabili in rete: Uber e AirBnb insegnano.

Il rovescio della medaglia positivo di questo scontro è che nessuno è minacciato di estinzione completa. In altre parole, nessuno verrà “asfaltato”. Il nostro attuale ambiente permette al piccolo di aspettare il momento opportuno nell’anticamera del successo: finché c’è vita c’è speranza. Insomma, il mondo 5.0 produce una forte concentrazione ma favorisce anche il cosiddetto “Google inverso”, cioè consente a persone con una specializzazione tecnica di trovare un pubblico piccolo e stabile. Lo scaffale digitale infinito lo aiuterà a promuovere il suo personale surplus intellettuale. 

Ecco un altro passaggio fondamentale: il sistema 5.0 ha un effetto collaterale per cui il mondo non diventa meno ingiusto per il piccolo ma, qualche volta, diventa estremamente ingiusto per il grande. Nessuno può imporsi davvero se non per pochissimo tempo. Il piccolo, un tempo assolutamente insignificante, può diventare molto pericoloso nel tempo perché reinventerà l’economia del futuro, spesso con solo poche migliaia di prodotti/servizi alla volta. Pochi, ma perfetti per un consumatore sempre più esigente, globalizzato e costantemente connesso. 

Si può resistere all’invasione degli eserciti, ma non si resiste all’invasione delle idee

Victor Hugo

A cura di Angelo Deiana

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Il digital mindset? Ecco come è cambiato e quali sono le nuove tendenze

La pandemia ci ha cambiato moltissimo ed in particolare ha mutato il nostro modo di pensare. Anche nel mondo del lavoro, quello che prima era scontato ora non lo è più e cambiare atteggiamento, oltre che modo di lavorare, è diventato indispensabile.

A rendere ancor più “intrigante” il tutto, non dimentichiamo che ci troviamo nel bel mezzo della digital transformation

Per capire meglio il contesto in cui ci troviamo, Aruba Enterprise, in collaborazione con CIONET Italia ha realizzato una survey che ha coinvolto quasi 250 aziende, con un panel composto per il 96% da Decision Maker dell’area IT (CIO, ICT Manager e CTO) e per il restante 4% da Decision Maker dell’area Innovazione e HR. 

I risultati dello studio

L’indagine ha analizzato soprattutto l’aspetto del “digital mindset”, ovvero la mentalità tesa al cambiamento e all’apprendimento continuo in ambito digitale: il 72% dei manager intervistati ha dichiarato che la propria “mentalità digitale” si è modificata – del tutto o in parte – in seguito alla pandemia. Inoltre, sempre secondo l’analisi, “avere un Digital Mindset” per i CIO italiani significa approcciare il digitale rimanendo aperti alle novità (83%) e sapendo interpretare i cambiamenti (78%). 

In particolare, dallo studio emerge che quasi 9 dirigenti su 10 si ritengano pronti alle prossime sfide digitali; tuttavia, il 60% di loro non pensa lo stesso della propria azienda.

Tra le soft skill che concorrono al Digital Mindset, la più importante è l’approccio collaborativo, ovvero la necessità di stimolare la creatività e la cooperazione del team con diversità di pensieri, approcci e visioni (61%). Seguono la curiosità (56%), il coraggio di osare (50%) e la conoscenza di tecnologie e strumenti da approcciare con senso critico (45%).

Quali sono, quindi, le caratteristiche essenziali dei manager nel contesto di Digital Transformation? Proattività e flessibilità sono le doti principali per il 56% dei rispondenti, seguono ben distanziate le capacità comunicative (42%), l’attitudine ad una prospettiva olistica, dunque a possedere una visione d’insieme (39%) e l’essere visionari (36%). L’empatia si classifica solo quinta (33%). 

“Analizzando quanto emerso dalla survey, si evince come il modello che si sta diffondendo è quello di un settore IT non più percepito come un costo ma piuttosto come un investimento necessario, capace di generare valore. – ha commentato Vincenzo Maletta, Head of Sales di Aruba Enterprise – In questo contesto cambia anche il ruolo del CIO, che non assume più una posizione marginale ma entra progressivamente a far parte del board strategico dell’impresa, dialogando sempre più con stakeholder finanziari e direzionali. Un ruolo centrale, dunque, come il cambiamento che può assicurare”

“Finanza e Algocrazia”, il libro che spiega la trasformazione finanziaria e tecnologica in atto

Si chiama “Finanza e Algocrazia” l’ultima opera letteraria di Angelo Deiana e Roberta Caselli e vuole far luce sul momento di grande trasformazione economica, finanziaria e tecnologica che stiamo vivendo e che, forse, non tutti hanno ancora ben compreso.

Ed è proprio la trasformazione che stiamo attraversando il punto di partenza e riflessione di questo libro, che analizza i modelli di business del sistema bancario e finanziario che sono stati introdotti dalle nuove tecnologie di rete, che inevitabilmente hanno impresso alla nostra epoca un’accelerazione importante verso nuovi mercati, nuove normative, nuove regolamentazioni.

Big Data, Advanced Analytics, l’approccio data-driven che sta influenzando il cambiamento di processi e modelli di business del settore finanziario, i nuovi sistemi bancari: sono tutti temi che devono essere compresi, prima ancora di essere utilizzati. D’altra parte, i benefici che il mondo fintech sta portando in termini di innovazione, stabilità e inclusione non possono essere messi in discussione, ma la velocità e l’importanza dei cambiamenti stessi possono essere causa di nuovi rischi e timori, rendendo difficile per i regolatori tenere il passo delle novità introdotte. Per questo motivo i servizi finanziari innovativi e le startup fintech alle novità che introdurranno i nuovi regolamenti.

Per questo motivo, l’evoluzione della Fintegration, l’integrazione a tappeto di tecnologie emergenti (cloud, blockchain, intelligenza artificiale, robo-advisory) come fattori abilitanti nel percorso di trasformazione verso il phygital, l’ibrido tra il fisico e il digitale, diventa assolutamente fondamentale.

L’idea che vuole trasmettere questo libro è di essere pragmatici. L’innovazione è velocissima, la normativa è più lenta e per il sistema bancario e finanziario e le relative Autorità di Vigilanza l’orizzonte è incerto: tuttavia, ormai la strada è stata tracciata e bisogna imparare a seguirla.

People at Work 2022: A Global Workforce View. Il lavoro: la settimana lavorativa di 4 giorni piace!

Continuano ad arrivare conferme sulle tendenze che vedono i lavoratori alla costante ricerca dell’ottimizzazione dei propri tempi e del work-life balance. L’idea della settimana lavorativa di 4 giorni piace moltissimo. E a confermarlo arriva “People at Work 2022: A Global Workforce View” l’annuale survey redatta dall’ADP Research Institute.

Sono stati circa 33.000 i lavoratori interpellati in 17 Paesi, di cui circa 2000 in Italia.

Secondo le risultanze della ricerca, il 56% degli intervistati sarebbe d’accordo di passare a una settimana lavorativa di 4 giorni, arrivando così a lavorare 10 ore al giorno pur di avere un giorno libero in più a settimana.

In pratica, lo stesso numero di ore compresse in meno giorni. Anche se c’è chi è pronto a giurare che, ottimizzando le attuali ore lavorative nei 4 giorni, la produttività resti comunque inalterata.

Addirittura, tra i lavoratori, il 35% accetterebbe una diminuzione dello stipendio se questo significasse migliorare il proprio equilibrio tra lavoro e vita privata, anche senza nessuna modifica delle ore lavorative. 

“Alcuni datori di lavoro stanno già introducendo la settimana lavorativa di quattro giorni, un cambiamento epocale. Se riescono a farlo funzionare assicurando che le esigenze aziendali continuino a essere soddisfatte, potrebbe essere vantaggioso per tutti”, dice Marisa Campagnoli, HR Director ADP Italia. “Non molto tempo fa, idee come adottare un orario flessibile diffuso o consentire ai dipendenti di condensare le proprie ore in quattro giorni avrebbero potuto essere derise. Ora meritano una riflessione seria, soprattutto se la concessione di richieste di salari più elevati non è un’opzione praticabile”.

Altri dati significativi della ricerca

La metà dei dipendenti intervistati (54%) dice di aver valutato di cambiare lavoro negli ultimi 12 mesi. Tra loro, uno su quattro (21%) ha pensato di cambiare settore, il 14% di richiedere addirittura un anno sabbatico. Il 13% ha valutato l’idea di diventare imprenditore aprendo un’azienda, di prendersi una pausa temporanea dal lavoro (12%) o di lavorare part-time (13%), mentre uno su dieci ha considerato l’ipotesi del pensionamento anticipato (11%). Sono più le donne che desiderano passare al part-time (15% contro l’11% degli uomini).

“In questo periodo di cambiamenti radicali, i datori di lavoro devono concentrarsi prima di tutto sulla gestione delle nuove dinamiche lavorative e sulla fidelizzazione della forza lavoro. Per farlo devono porre le domande giuste, capire meglio i dipendenti, compreso il modo in cui la mentalità prevalente è cambiata, per adeguare l’approccio da adottare di conseguenza. Probabilmente dovranno prendere decisioni coraggiose e superare i preconcetti, come molte aziende hanno già fatto, ma saranno decisioni fondamentali per il benessere dell’azienda e della sua produttività” conclude Marisa Campagnoli.

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L’estate terribile per i manager: consigli pratici per affrontarla

L’estate è una stagione terribile per i manager e i professionisti a mio personalissimo modo di vedere. In particolare questa estate bollente, in cui alle volte si fa fatica davvero a respirare. Ma il lavoro chiama, come in qualsiasi altro periodo dell’anno e, anche se un pensiero alle prossime vacanze è inevitabile da fare, gli impegni non si fermano mai per un professionista.

In ufficio, in riunione, quando si va fuori per rappresentanza, è difficile trovare l’outfit giusto: il rischio di presentarsi sudati agli appuntamenti è alto e, benché ci dovrebbe essere sempre un certo tipo di tolleranza da parte di chi riceve, arrivare con una camicia bagnata e le goccioline di sudore sulla fronte non è bello. Di rimedi ne abbiamo parlato, andando un po’ a vedere cosa non deve mai mancare nel guardaroba di un manager d’estate, le difficoltà non mancano. Come rimediare?

Alternanza di outfit

Fa caldo per tutti, per voi così come per i vostri collaboratori e i clienti: alternare l’outfit durante la settimana, in questo periodo in cui le temperature arrivano a superare anche i 40 gradi, non è poi così sbagliato. E allora, come abbiamo capito che il lavoro ibrido o lo smart working possono aiutare ad essere più produttivi, forse, provare a istituire, per voi e i vostri collaboratori, la scelta di un dress code più casual può aiutare a combattere l’afa che, spesso, nonostante i condizionatori ci distrae e non ci fa concentrare. Per carità, mai bermuda, maglietta e infradito, ma un pantalone di lino e una polo non vi faranno certo apparire meno seri.

Ovviamente il discorso cambia nel caso in cui si ricevano clienti o si sia programmata una riunione: il quel caso, condizionatore al massimo, doppia dose di deodorante, ma giacca e cravatta sono d’obbligo.

Aiutatevi come potete

Se potete, cercate di alleggerire anche il peso della vostra giornata lavorativa: se le condizioni contrattuali e gli accordi ve lo permettono, iniziate a lavorare prima, quando le temperature sono un pochino più basse, in questo modo le ore iniziali della giornata saranno certamente più produttive.

Non dimenticate di bere molta acqua durante il giorno e il caffè, se ne sentite la necessità, provate a berlo freddo, magari con un po’ di ghiaccio dentro: vi costerà qualche centesimo in più, ma pazienza.

Insomma, in questa terribile estate per i manager, le giornate devono necessariamente cambiare un po’ il loro tono e la loro routine. Bisogna darsi una mano per riuscire ad affrontarla nel modo migliore per non compromettere la produttività.

Quali leadership e quali competenze nel mercato del lavoro prossimo venturo?

Il mondo del presente e del futuro ci porta rapidamente nel mare aperto di un progresso evolutivo e tecnologico inarrestabile. Anche a causa della pandemia, stiamo entrando sempre più velocemente nell’era della sostituzione tecnologica, l’era in cui molti di noi saranno sostituiti da robot o algoritmi.

Certi settori e certi lavori stanno scomparendo, altre professioni si stanno espandendo e altre attività innovative, venute alla luce di recente, stanno per esplodere. Ma se le componenti e le forze che stanno ridisegnando l’economia si dispiegano a livello globale, i confini spaziali e temporali locali si scompongono e si ricompongono su nuove coordinate, si dissolvono e si moltiplicano nella sfera evolutiva del capitalismo intellettuale.

Perché non è affatto la stessa cosa lavorare in una fabbrica o in un centro di ricerca universitario. Ad essere comune è il tratto attorno a cui si organizza la nuova divisione del lavoro, ossia la finalizzazione del lavoro stesso alla produzione di saperi, all’innovazione permanente, ed alla valorizzazione dello sviluppo tecnologico. 

Ecco perché l’impatto del progresso tecnologico e dell’interdipendenza si dispiega a macchia di leopardo e a velocità diverse. Per alcuni luoghi, per alcune città con grandi “fabbriche” di saperi, la globalizzazione e la diffusione di nuove tecnologie produttive vogliono dire crescita nella domanda di lavoro, più produttività, più occupazione e redditi più alti. 

Per altri luoghi senza centri di produzione della conoscenza, globalizzazione e nuove tecnologie hanno l’effetto opposto: disoccupazione e salari in calo. Siamo di fronte ad una redistribuzione senza precedenti ed in progressiva accelerazione di lavoro, professioni, popolazione, ricchezza. E la causa è sempre la stessa: l’interdipendenza generata dalle reti, la stessa che ha alimentato l’era pandemica e che alimenta la guerra in corso.

Orizzonti che hanno bisogno di essere supportati da alcune riflessioni propedeutiche. La prima è quella per cui, mentre la produttività dei servizi locali resta tendenzialmente inalterata nel tempo (per fare il tassista si impiega la stessa quantità di lavoro che si impiegava nel 1950), nel settore dell’innovazione la produttività aumenta di anno in anno. 

È l’effetto a fionda delle super competenze, ovvero il fatto che attrarre un ingegnere informatico significa innescare un effetto moltiplicatore che aumenta i posti di lavoro ed i redditi di chi fornisce servizi locali (tassisti, barbieri ed altri servizi di prossimità spesso manuali). Il mercato del lavoro si evolve dunque verso una fortissima polarizzazione. Graficamente potremmo raffigurarla come una specie di clessidra: al vertice alto ci saranno le professioni eccellenti, i progettisti, i decisori, gli innovatori che saranno accompagnati, alla base, dai mestieri esecutivi, accuditivi, di cura, di assistenza, di ordinaria manutenzione. In mezzo, praticamente niente. La fine della classe media nei Paesi avanzati.

Sarà allora necessario puntare sulla competenza, sul Web, sulle lingue ma anche sulla manualità perché serviranno, a tutti i livelli, veri e propri risolutori della complessità e degli imprevisti. Come dire l’avvento della diversificazione e del problem solving, pratico o complesso che sia.

Il trend è sempre più chiaro anche in termini di leadership e management: professioni di alto livello cui sono collegati redditi di elevato standing sono sempre più connesse alla realizzazione di nuove idee, nuovo sapere e nuove tecnologie. E, in futuro, questo cambiamento continuerà, anzi accelererà, nonostante la battuta d’arresto pandemica. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un Paese ne decreteranno la fortuna o il declino. Ecco perché le città con alte percentuali di lavoratori professionalmente forti diventeranno il centro del mondo. 

Non sarà sempre un passaggio lineare e senza problemi. Anzi ci saranno dei momenti dolorosi come quelli legati ai processi di sostituzione delle persone con procedure automatizzate. Anche le piramidi organizzative si appiattiranno progressivamente, come è già successo quando la digitalizzazione ha reso desuete molte figure professionali intermedie: i vertici della piramide potevano trasmettere gli ordini direttamente alla base senza doversi affidare a qualcuno che lo facesse per loro. 

Il futuro di ciascuno di noi è allora quello di aggiungere valore e professionalità al proprio lavoro, ovvero fare quello che i sistemi tecnologici non sono in grado di dare in termini di valore aggiunto. Problem solving complesso (competenze distintive) e soft skills (capacità relazionali). 

Il passaporto per esercitare leadership manageriale anche nel futuro prossimo venturo.

“Se volete prosperare in un mondo piatto, dovete capire che qualsiasi cosa si possa fare, sarà fatta, e molto più velocemente di quanto voi pensiate”

Thomas Friedman

A cura di Angelo Deiana

Estate 2022: la destinazione per turisti e investitori è Dubai

Quando si tratta di vacanze, ognuno ha le sue preferenze. Chi opta per il mare, chi per la montagna, chi per la città d’arte.

Qualcuno preferisce la vacanza relax, ad esempio rilassandosi in spa, qualcuno quella avventurosa, magari facendo un safari nel deserto, altri, invece, prediligono le città da visitare. C’è solamente un luogo che accontenta veramente tutti: Dubai!

Il trend per l’estate 2022, infatti, è unidirezionale: tutti, ma proprio tutti, pensando alle proprie ferie hanno anche solo pensato agli Emirati Arabi Uniti.

I Paesi del Golfo Persico, infatti, che hanno appena celebrato i loro primi 50 anni di storia, hanno costruito i loro territori sempre puntando all’eccellenza. E ci sono riusciti.

I loro servizi di altissima qualità, il lifestyle che offrono, il benessere diffuso che presentano alla comunità, li ha prestissimo fatti salire tra i big del mondo. Forse, anche superandoli.

Infatti, oggigiorno quando si tratta di innovazione, attenzione alla qualità della vita, istruzione ai massimi livelli, mercato del lavoro da urlo, moneta stabile e economia in costante crescita, c’è solo un luogo che soddisfa tutti questi requisiti: Dubai.

L’emirato, infatti, è divenuto l’hub finanziario più grande al mondo, tanto da attirare il maggior numero di investimenti esteri rispetto a qualsiasi altro Paese al mondo.

Questo perché Dubai non è solo supercar, lusso, bella vita, ma è anche paesaggi mozzafiato, costruzioni da Guinness World Record e, soprattutto, un Paradiso fiscale.

Perché? È presto detto! I vantaggi di vivere a Dubai sono molteplici, non solo per poter scoprire una città unica al mondo, grazie ai suoi tour da mille e una notte, una vita in grande stile, la conoscenza di tradizioni e riti unici al mondo, ma anche per i suoi grattacieli da Guinnes World Record, le isole artificiali più spettacolari del globo, un deserto che regala emozioni avvincenti, il lusso a portata di mano.

Ma c’è di più: quando si parla di Dubai, non ci si può fermare al turismo. Dubai è stata proclamata quest’anno come la meta più scelta per gli investitori di tutto il mondo, avendo registrato il più alto numero di investimenti esteri rispetto a qualsiasi altra città del globo.

La spiegazione è evidente: Dubai, grazie alla sua burocrazia agevole e alla fiscalità agevolata rappresenta oggi un vero e proprio e, attualmente, il più sicuro, Paradiso Fiscale esistente.

Poter approfittare dei vantaggi fiscali di Dubai è davvero semplice ma è fondamentale farsi assistere da un consulente serio e professionale.

Come scegliere il miglior consulente per gli investimenti?

Per poter investire all’estero con sicurezza e certezza di risultato l’unico modo è affidarsi a chi si occupa solo di questo e lo fa da anni con professionalità e deontologia.

Il ponte per gli italiani a Dubai è Daniele Pescara, CEO di Falcon Advice che da oltre dieci anni si occupa proprio e solo di costituzioni e trasferimenti societari nonché di investimenti a Dubai. La sua clientela selezionata lo contatta quotidianamente tramite i suoi due uffici, quello in Italia, a Padova, e quello di Dubai, da cui opera direttamente. Pescara, infatti, abita stabilmente a Dubai e conosce il territorio e il mercato a 360 gradi.

(Pubbliredazionale)