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Generazioni diverse al lavoro: com’è la convivenza?

Mettere insieme sullo stesso posto di lavoro i boomers, quelli della Generazione Z e la successiva. È davvero possibile? È produttivo? Queste le risposte che ci si aspettavano al termine dello studio Generazioni al Lavoro, condotta da InfoJobs.

Cosa succede quando un lavoratore o un professionista di 50 anni inizia a lavorare con uno di 25? Dallo studio emerge che sul campione di Boomers, Gen X, Millennials e Gen Z, il 70,4% ritiene che il rapporto tra le figure più anziane e i giovani, sul lavoro, generi benefici reciproci. C’è solo un 15,6% che ritiene che ci sia un rapporto conflittuale, perché ogni generazione è custode del proprio know-how e tende a non condividerlo, mentre il restante 14% non è in grado di valutarlo perché non ci sono occasioni di scambio tra le generazioni nel proprio ruolo (9,3%) o perché nella propria azienda senior e junior occupano proprio ruoli differenti, generalmente in ambiti manageriali e ai livelli base (4,7%).

Un buon dato dunque, forse dovuto alla voglia dei più “grandi” di rimanere sempre al passo con i tempi e a quella dei più giovani di non sfigurare e mostrare subito le proprie capacità.

Quali sono gli elementi in comune?

Certamente ad unire è il desiderio di work-life balance, un valore sempre più rilevante per tutti i lavoratori, tanto che il 49,8% del campione lo ritiene fondamentale per tutte le generazioni senza distinzioni, mentre secondo il 20,2% è più sentito dai giovani data la loro attenzione e protezione verso la propria vita privata. Per il 30% il work-life-balance è più cercato e richiesto da chi ha famiglia.

Per quanto riguarda l’attaccamento al lavoro, la maggior parte dei partecipanti (58,4%), ritiene che dipenda dal proprio modo di essere o dalla tipologia di lavoro svolto, non tanto dall’età. Ma se si parla di straordinari e disponibilità, le nuove generazioni sono meno propense a lavorare oltre l’orario lavorativo (32,7%). Solo l’8,9% dei rispondenti totali dichiara che le figure senior siano più stanche e non più motivate dal percorso di carriera e dunque non disponibili a ulteriori sacrifici.

Altro aspetto interessante emerso è che risulta una sostanziale percezione positiva verso un datore di lavoro e/o un superiore più giovane: vista come un’opportunità di imparare per la grande maggioranza degli intervistati (77%),considerata invece con diffidenza soprattutto in riferimento alle competenze dal 9,8%, e come una minaccia dal 13,1%.

Che tipo di conflitti possono nascere fra le diverse generazioni? Dallo studio risulta che i motivi di discussione possono nascere a proposito di alcune soft skill. Tra queste l’attitudine al problem solving, maggiormente presente nelle figure più adulte grazie all’esperienza maturata (lo dice il 43,8% del campione), seguita dalla poca propensione reciproca all’ascolto e voglia di imparare (36,4%) – dato avvertito più dai giovani (39%), e meno dai senior (32%). Per il 34,9% le discussioni possono nascere per via del differente livello di istruzione. E ancora, il fatto che la Gen Z, con la propria vita sempre connessa, sia abituata ad evadere le richieste in modo più veloce rispetto a colleghi con qualche anno in più (lo dice il 20% degli intervistati totali).

Filippo Saini, Head of Jobs di InfoJobs, ha dichiarato: “La collaborazione intergenerazionale sul lavoro è una grande opportunità per aziende e organizzazioni che ambiscano a essere sempre più competitive e attrattive per tutti i talenti. La sfida è facilitare il dialogo e la cooperazione tra i lavoratori attraverso modelli di business inclusivi e stili di leadership orientati all’ascolto e all’empatia. In questo modo sarà possibile valorizzare e mettere a sistema competenze, abilità e caratteristiche personali e professionali definite anche, ma non solo, dall’età anagrafica, creando ambienti di lavoro stimolanti”.

Quiet Quitting o il Reverse Mentoring, come vengono affrontati?

Per quanto riguarda il Quiet Quitting, sembra sia un fenomeno sconosciuto per il 38,2%. Da quelli che ne conoscono il significato nel proprio ambiente lavorativo, viene visto come cross generazionale (31,3%), emerso soprattutto dopo il periodo della pandemia. Per il 19,2% è invece tipico delle figure più mature, che ormai non vedono davanti a sé prospettive di carriera e solo per l’11,3% si tratta di una tendenza delle giovani risorse.

Il Reverse Mentoring (ovvero le competenze trasversali e lo scambio tra le varie generazioni), risulta essere fondamentale: lo afferma il 75,3%, con un sostanziale equilibrio nella riposta per tutte le età. Per il 12,2%, tuttavia, è vero solo se si parla di competenze tecnologiche, mentre per il 12,6% un “mentore” è esclusivamente chi ha una consolidata esperienza nel ruolo.

Rischio burnout, ecco i settori più a rischio

Stress e stanchezza mentale, ma soprattutto il rischio di burnout. Sono questi i nemici numero uno dai quali difendersi per chi lavora. Ma quali sono i settori più a rischio in tal senso?

Pubblica amministrazione, trasporti e manufatturiero: sono questi i settori che, secondo lo studio Workday – Addressing Burnout Risk in 2022, sono quelli più esposti al rischio burnout.

La ricerca ha coinvolto 10 settori industriali con il contributo di 1,5 milioni di lavoratori in rappresentanza di oltre 600 aziende in tutto il mondo.

I settori più a rischio burnout

Lo studio ha messo in evidenza un rischio maggiore di burnout nel 2022 rispetto allo scorso anno: in particolare 6 dipendenti su 10 della pubblica amministrazione sono a rischio con un aumento del 16% dal 2021, mentre il settore dei trasporti è in seconda posizione con un aumento del 10% arrivando al 54% complessivo. A seguire in questa speciale classifica troviamo, in discesa dell’11% rispetto allo scorso anno, il settore manufatturiero (50%. Seguono poi il settore energetico (48%) e quello dei beni di consumo (43%) che sono rimasti invariati anno su anno. L’industria a meno rischio burnout si riconferma l’Information Technology visto che anche lo scorso anno era ultima in questa classifica (sempre ferma al 13%). 

I risultati per aree geografiche

Tra le 10 aree geografiche analizzate anno per anno, emerge che 6 nazioni che hanno visto aumentare il rischio burnout, mentre altre 4 hanno mostrato cambiamenti in positivo.

I dipendenti in Regno Unito sono i più esposti al rischio burnout con il 41%, in crescita del 4% rispetto allo scorso anno. In seconda posizione ci sono i dipendenti francesi (39%) che, però, hanno registrato una diminuzione del rischio di burnout . In Europa il rischio di burnout rimane alto anche in altre nazioni: l’Olanda è in terza posizione con il 33% anche se in calo del 5%; la Norvegia ha visto un aumento del 9% anno su anno arrivando 20%; cresce anche la Danimarca seppur del 3% e continuando ad essere il fanalino di coda di questa classifica (11%). Da segnalare il forte calo dei dipendenti tedeschi che hanno visto abbassare il rischio burnout del 15%.

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Randstad Italia apre uno spazio nel metaverso: ecco cosa si potrà fare

Un luogo “virtuale” in cui incontrarsi e fare business. È questa l’idea di Randstad Italia che ha aperto il proprio “palazzo” nel metaverso, un edificio di quattro piani e uno spazio esterno dedicato ad eventi formativi. L’ambiente è stato realizzato nel metaverso della blockchain company Coderblock

Una sede Randstad Italia in cui è possibile attirare e coinvolgere i talenti che abbiano raggiunto una importante maturità digitale, ma al tempo stesso creare esperienze coinvolgenti e supportando lo sviluppo di lead generation.

Come è suddiviso

Il primo edificio è destinato alla creazione di esperienze personalizzate per ciascun utente, in cui è possibile organizzare colloqui, meeting, eventi e webinar formativi, ma anche analizzare e studiare le ricerche di lavoro attive. Nel secondo edificio, invece, sono previsti eventi di networking o momenti di formazione.

“Il mondo del lavoro in costante evoluzione e la conseguente importanza di ingaggiare clienti e candidati in modo sempre più innovativo, rendono oggi la transizione digitale una delle principali leve strategiche per lo sviluppo del nostro business – ha dichiarato Marco Ceresa, Group CEO Randstad – Per questo motivo, abbiamo deciso di metterci alla prova e realizzare con Coderblock un progetto che ci ha portato ad essere la prima Agenzia per il Lavoro con un ambiente nel metaverso. Attraverso lo sviluppo di questa journey virtuale proviamo a raccontare l’universo Randstad con un linguaggio nuovo e proiettato al futuro”.

Potrebbe essere questo, in un futuro non troppo lontano, il modo più diretto per mettere in contatto aziende e candidati alla ricerca di un lavoro: cominciare ad immaginare il nostro avatar impegnato in un colloquio di lavoro potrebbe essere quindi molto più di una fantasia…

Meplaw: 4 professionisti uniti per l’internazionalizzazione e la tutela del Made in Italy

L’unione fa la forza! Questo può essere considerato il motto dei Founding Partners dello Studio Legale Meplaw, quattro avvocati affermati sulla scena nazionale ed internazionale, che hanno deciso di unire le proprie competenze per creare uno studio che potesse aiutare a 360 gradi i clienti. 

Meplaw nasce nel 2019, sulle fondamenta dello Studio Legale Maggesi, realtà consolidata sul territorio romano dagli anni 80. I quattro soci fondatori dello studio sono: l’Avv. Prof. Fabio Maggesi, Managing Partner dello studio e responsabile del dipartimento di Diritto del web e di Diritto internazionale, l’Avv. Prof. Luigi Maggesi, responsabile del dipartimento di Diritto dello sport, l’Avv. Lorenzo Macchi, responsabile del dipartimento di Shipping e di Diritto internazionale (Middle East) ed il Prof. Avv. Francesco Mazza responsabile del dipartimento di Diritto penale

Come si lega alla loro professione il progetto di internazionalizzazione di Meplaw? Ecco come hanno risposto.

Intervista agli avvocati di Meplaw

Avv. Fabio Maggesi che cosa può dirci a proposito del progetto Made in Italy di Meplaw? Com’è nata questa idea?

Meplaw attraverso le sedi fisiche dislocate nei 5 continenti coadiuva i clienti italiani che necessitano di assistenza legale al di fuori dal nostro paese. Ormai da diversi anni mi occupo di assistere le aziende italiane che desiderano espandere il proprio business ed aprire una nuova sede all’estero. L’espansione di Meplaw è iniziata con l’apertura delle sedi di Londra ed Izmir, entrambe inaugurate insieme al mio attuale socio Avv. Lorenzo Macchi.  

A seguire sono arrivate poi Dubai, le sedi americane di New York e Greenwich e la sede di Valencia inaugurata pochissimi giorni fa. Nelle città in cui non è presente una sede fisica di Meplaw ho invece sviluppato un network che ad oggi conta circa 50 collaboratori sparsi nei 5 continenti in cui operano soltanto professionisti italiani o professionisti con una perfetta padronanza della lingua italiana. 

Nel contempo Meplaw ha incrementato anche la sua presenza locale in Italia con i recenti uffici di Milano e Viareggio.

Avv. Luigi Maggesi come si inserisce il diritto sportivo all’interno del progetto di internazionalizzazione di Meplaw?

Oggi molto più che in passato lo sport è entrato in maniera preponderante nelle vite di tutti noi. Tutti i bambini praticano in media due sport e qualcuno fra i tanti riesce ad approdare al livello professionistico. Le attività sportive esercitate a livello agonistico molto spesso oltrepassano i confini della nostra penisola richiedendo supporto legale ed assistenza anche internazionale qualora si generino svariati tipi di problematiche. La rete di Meplaw garantisce ad atleti professionisti di avvalersi del supporto di legali altamente qualificati non soltanto in Italia ma anche al di fuori del nostro paese.     

Mi sono personalmente occupato di clienti (atleti professionisti) per cui mi sono recato all’estero. I Tribunali Sportivi sono un mondo a sé con proprie regole e per me è una sfida continua operare in un settore che richiede un costante aggiornamento.

Avv. Macchi, anche lei, come l’Avv. Fabio Maggesi opera sul versante dell’internazionalizzazione. Di quali paesi si occupa nello specifico? In quale contesto si inserisce lo shipping?

Per gran parte della mia vita ho vissuto fuori dall’Italia confrontandomi con popoli e culture diverse ed oggi non mi stupisce che il mio lavoro sia a costante contatto con chi vive al di fuori dell’Italia. Sono il responsabile del settore Middle East e come tale gestisco i contatti con la sede turca e con quella di Dubai. In questi territori, negli ultimi anni, colossi italiani hanno creato delle succursali che necessitano di continua assistenza sul territorio da parte di avvocati e commercialisti italiani.

Oltre al versante dell’internazionalizzazione mi occupo da molti anni di shipping assistendo realtà italiane ed internazionali quali società di navigazione, cantieri nautici, spedizionieri ed agenti marittimi. 

Concludiamo dando la parola al Prof. Avv. Francesco Mazza, responsabile del dipartimento di Diritto Penale. Quali sono secondo lei i reati maggiormente legati all’internazionalizzazione? 

I reati maggiormente commessi negli ultimi anni in Italia ed in tutto il mondo sono quelli che riguardano il mondo del web e della sessualità. Tali reati hanno spesso delle caratteristiche transnazionali e necessitano di una collaborazione tra avvocati al di fuori del nostro Paese. La struttura del nostro studio consente una reale collaborazione tra legali che permette al cliente di avere un’assistenza completa. L’esplosione di internet e dei social network ha inoltre fatto esponenzialmente aumentare i reati legati alla diffamazione rendendo spesso necessario l’intervento di un professionista legale, l’unico in grado di aiutare le parti lese a tutelare i propri interessi spesso in rete violati.

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3 consigli per fare personal branding su LinkedIn

Fare personal branding è importante in ogni situazione, sia on che offline. C’è chi lo fa su Instagram, chi su Facebook, ma i professionisti scelgono spesso LinkedIn, come strumento per far conoscere la propria realtà professionale.

Infatti, LinkedIn è la terza business community per volume in Europa e il più esteso database di contatti per quanto riguarda il mercato del lavoro in Italia: quasi 1 milione di manager è presente su LinkedIn Italia e di questi 1 su 7 dichiara apertamente di essere alla ricerca di un lavoro.

3 consigli pratici per fare personal branding su LinkedIn

Wyser, brand globale di Gi Group Holding, ha voluto distribuire una serie di consigli per fare meglio personal branding su LinkedIn.

  • Aggiornare il proprio profilo personale. Quasi il 50% di chi si occupa di ricerca e selezione attribuisce grande valore alle informazioni del profilo con quelle contenute nel curriculum. Oltre al confronto con la sezione “Esperienze”, però, le varie sezioni del profilo personale – foto di copertina, headline, sezione “Informazioni” e molte altre – offrono la possibilità di inserire dettagli utili a evidenziare capacità e competenze acquisite o il grado di responsabilità che si gestisce o ancora a far intuire aspetti della personalità o soft skill.
  • Seleziona i contatti e cura la community. Richiedi e accetta richieste di collegamento da contatti di lavoro (colleghi, collaboratori, responsabili) o di business (fornitori, clienti attuali o potenziali). Segui invece tutte quelle persone o aziende affini ai tuoi interessi e che parlano di temi rilevanti per te. In questo modo è possibile creare o rafforzare relazioni con i contatti.
  • Informati e posizionati sui temi rilevanti per il tuo business. Condividere una notizia di settore accompagnata da un proprio commento oppure un post in cui si racconta un progetto ti posiziona come persona esperta in un campo specifico.

Gestire i cambiamenti: i risultati di uno studio sulle competenze dei manager

Come è cambiato il mondo del lavoro negli ultimi tre anni! E di questo abbiamo più volte parlato da queste pagine, ma come è mutato, nel frattempo il mondo dei manager? Sicuramente non poco… In particolare, i manager hanno difficoltà di leadership ma non trovano, o non colgono, le occasioni di formazione. 

Questo emerge da un studio realizzato sui direttori del personale da Richmond Italia in collaborazione con Nomea, brand di consulenza e formazione da poco sul mercato.

Gestire i cambiamenti non è facile, ma cogliere le opportunità di aggiornamento professionale diventa in tal senso uno strumento essenziale di crescita, per mettersi al passo con i tempi.

Secondo il sondaggio il 96,5% del campione afferma che servono maggiori investimenti nelle competenze dei manager. Solamente il 17,2% mette in evidenza il problema delle competenze tecnologiche, la maggior parte, il 59,7%, identifica il problema nella capacità di gestione della leadership nelle frequenti situazioni di lavoro ibrido.

In particolare emerge che l’ 87,5% del campione afferma che ha dovuto apprendere nuove competenze a causa del cambiamento delle dinamiche di relazione, ma solo il 3,4% ha fatto corsi specifici. Numeri che, evidentemente, devono far riflettere.  Secondo gli intervistati i corsi on line non sono il miglior modo di aggiornarsi: li considerano più efficaci di quelli offline solo il 5,7%, mentre per il 39% sono meno efficaci.

Per quanto riguarda la leadership, il 59% degli intervistati si interfaccia con un sistema di lavoro ibrido, ma quasi un terzo, il 29% sta ancora cercando un equilibrio tra gestione online e offline.

Ma quali sono state le scelte dei manager coinvolti nello studio? Per quanto concerne le scelte individuali, dopo l’esperienza del lockdown, il 62,8% afferma che ha ripensato le modalità lavorative. Il 9,3% ha deciso di ridurre tempo di lavoro, il 41,8% ha scelto di lavorare almeno in parte da remoto, e ben l’11,63% ha deciso di cambiare lavoro.

“Il sondaggio rende evidente il bisogno di una formazione orientata sulle nuove esigenze del lavoro – dicono i fondatori di Nomea -. Abbiamo studiato gli effetti di queste nuove dinamiche di interazione e come governare i processi di comunicazione in un contesto rivoluzionato. È il motivo per cui è nata Nomea, per costruire percorsi formativi individuali sulle nuove esigenze del lavoro. Anche in funzione di un nuovo clima in ufficio, che secondo il 42,3% de partecipanti al sondaggio è cambiato rispetto a prima della pandemia”.

Per Benedetta Favara, direttore generale di Richmond Italia. “I responsabili del personale hanno un importante compito davanti a loro: governare questo cambiamento culturale all’interno delle aziende. È emerso chiaramente dall’ultimo HR Forum di Richmond Italia. Le relazioni gerarchiche all’interno delle aziende per effetto del lavoro ibrido sono cambiate, hanno posto in evidenza il tema della capacità del management di essere autorevole e di saper gestire i team in modo efficace. È un cambiamento organizzativo e culturale di cui Richmond italia terrà conto nell’organizzazione dei prossimi eventi”.

Verso il mondo 5.0. Cosa significa e come prepararsi al cambiamento

Pandemia, guerra, rivoluzioni tecnologiche, nuovi ordini mondiali, migrazioni epocali. In sintesi, stiamo entrando nel Mondo 5.0. Ma la domanda che ci dobbiamo porre è una sola: con quale management dobbiamo provare a gestire questi macro-trends e a quali leadership dobbiamo fare riferimento?

Perché il Mondo 5.0 è denso di opportunità ma anche di incognite. Un mondo veloce, complesso e rischiosissimo perché disruptive. Il World Economic Forum ci dice che il 65% dei bambini che iniziano oggi ad andare a scuola farà un lavoro che ora non esiste quando terminerà il proprio ciclo di studi. 

Anche perché il mercato del lavoro dei Paesi avanzati si evolve verso una fortissima polarizzazione. In alto, le professioni eccellenti, i progettisti, i decisori, gli innovatori; alla base, i mestieri accuditivi, di assistenza, di empatia. In mezzo, praticamente niente, solo macchine. La classe media è ormai collocata nei Paesi emergenti, mondi in cui il costo del lavoro e le condizioni socio-ambientali sono più competitive. È il modello Apple: si pensa da una parte, si produce dall’altra.

Poi c’è il problema della velocità. Le vecchie rivoluzioni industriali erano lente, si sviluppavano in un arco temporale al di fuori della normale aspettativa di vita di ognuno di noi. Questa rivoluzione si gioca invece in un tempo molto più breve e ci racconta che, se si inventano nuovi mercati (Uber, Airbnb), si dà vita ad una nuova catena di valore in cui le vecchie competenze vengono spazzate via in un attimo dalla “disruptive innovation” e dalle piattaforme.

Una sola conseguenza: il rischio di diventare rapidamente obsoleti è altissimo. L’Istat dice che fra i 7 e i 9 milioni di posti di lavoro che potrebbero essere sostituiti dalle macchine nel nostro Paese nei prossimi 7-10 anni. Altri dicono 5, altri ancora 11. Saranno 5, 7 o 11? 

Non lo sappiamo ma il numero non conta perché l’enormità del problema non cambia. Un problema, quello della sostituzione tecnologica, che ci dovrebbe porre una domanda pragmatica che è solo sfiorata nei dibattiti: si può provare a reagire? 

Dobbiamo essere brutali: vale sempre la regola dell’80-20. Qualsiasi sia l’attività svolta, la letteratura scientifica ci dice che l’80% delle attività quotidiane di ciascuno di noi sono routinarie e solo il 20% sofisticate. Una regola che vale per tutti: dalle professioni più avanzate ai mestieri più semplici. Una sola conseguenza: tutte le attività routinarie sono o saranno sostituibili nei processi evolutivi dell’Intelligenza Artificiale dei prossimi anni. 

La sfida non è allora tecnologica ma culturale. Dobbiamo lavorare su quel 20% di attività più sofisticate. Il che non vuol dire solo approfondimenti di competenze verticali, ma soprattutto implementare i processi formativi di quelle “soft skills” che non saranno mai sostituibili dalle macchine: i processi di empatia/passione e le capacità tecniche di interazione, change management, comunicazione, marketing. 

Perché, anche se robotica e AI si impadroniranno dell’ambiente di lavoro, le soft skills faranno parte di quegli aspetti “irriproducibili” che qualificheranno comunque quel lavoratore/professionista.

Tutto ok, dunque? No, purtroppo, perché si tratta di agire con persone che stanno lavorando in questo momento. Investire sulla loro “riconversione” attraverso la formazione vorrebbe dire sottrarre tempo a quello che tali soggetti impiegano ogni giorno in azienda. Ad esempio, uno dei temi strategici è quello della lingua inglese. Mandiamo i lavoratori a fare un anno sabbatico in un paese anglosassone? E la loro impresa come va avanti? Oppure gli facciamo fare un corso tutte le sere dopo il lavoro? E dove troviamo poi anche il tempo di sviluppare le loro soft skills?

Se pensiamo al passato, siamo spacciati. Bisogna invece trovare il sistema di recuperare una parte di tempo di questi soggetti a rischio di sostituzione. Crediamo che ci sia solo una soluzione: incentivarli in modo diretto o indiretto ad investire in modo innovativo il proprio tempo libero in processi formativi. 

Ad esempio, sfruttando quella parte di tempo che passiamo alla tv, sui social e nel gaming on-line. Investendo risorse in piattaforme di gioco in cui sviluppare competenze soft e/o di auto-imprenditorialità collegandole a livello progressivi di approfondimento. Una specie di “Super Mario” o “Sudoku” della formazione “soft” collegato ad un credito di imposta (incentivo statale) o a un meccanismo di cashback (incentivo privato finanziato da sponsor alla ricerca di nuovi clienti). 

Sono solo alcuni suggerimenti pragmatici e chiaramente non esaustivi. Ma bisogna muoversi in fretta perché si tratta di processi di medio/lungo periodo che impattano famiglie e soggetti mediamente a competenze più deboli. 

Che rischiano di trasformare una grande rivoluzione positiva in un orizzonte da medio evo prossimo venturo. 

Un gioco può essere descritto in termini di strategie che i giocatori devono seguire nelle loro mosse: l’equilibrio c’è quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme

John Nash

A cura di Angelo Deiana

Prendere appunti al lavoro: meglio su carta o al pc?

“La carta stampata morirà entro gli anni ‘90”. Così la rivista Bloomberg Businessweek annunciava nel 1975 la fine di questo supporto. Una profezia azzardata che tuttavia non si è rivelata veritiera visto che, nonostante il forte processo di digitalizzazione che ha coinvolto tutti i settori economici e gli ambiti della nostra vita, la carta continua a essere impiegata e utilizzata. E questo lo si vede soprattutto negli uffici, dove nonostante le aziende abbiano dotati i propri dipendenti di numerosi strumenti che con la carta non hanno niente a che fare, le scrivanie continua a essere tappezzate da block notes, quadernetti, post-it e chi più ne ha più ne metta. Come mai non si è verificata tale scomparsa? Da una parte perché la carta risulta essere spesso e volentieri uno strumento più economico rispetto alle attrezzature digitali, e sicuramente in grado di essere sfruttata da tutti senza che ci si scontri con il cosiddetto digital divide. Anche se i vantaggi della carta non terminano certo qui.

Perché la carta sopravviverà al digitale

Una delle ragioni per cui la carta riesce ancora a farsi valere rispetto al digitale è la sua capacità di durare “per sempre”. Chiaro, anche lei può deteriorarsi col passare del tempo, tuttavia risulta immune da un problema che è tutto legato al digitale: quello dell’oblio, ovvero la perdita di un’ingente quantità di dati qualora un giorno questi supporti, per una ragione o per un’altra, non dovessero risultare più accessibili. Al di là degli aspetti più tecnici, la carta riesce a scaturire emozioni anche solo toccandola perché richiama il senso della tradizione e del passato, che soprattutto negli ultimi anni si sta inseguendo un po’ in ogni campo. Una dimensione collettiva, ma anche personale, perché a differenza di un foglio Word su cui scrivere, la carta è un oggetto tangibile che presenta caratteristiche di volta in volta diverse, rendendo l’esperienza di scrittura unica. 

L’arte di prendere appunti

Tra le attività che possono implicare il coinvolgimento di supporti di carta c’è proprio il prendere appunti. Un’azione che, indipendentemente dallo strumento impiegato, è importante per fare chiarezza nei pensieri. Quando scriviamo infatti il cervello traduce i concetti che abbiamo in testa, per natura estremamente complessi da rappresentare e dai non precisi confini, in qualcosa di concreto. Prendendo appunti si riescono a definire meglio le idee, corredandole man mano che si procede con la scrittura di sempre più dettagli, confini e strutture. Oltre a essere precisi bisogna conciliare questo aspetto con la velocità e l’ordine, così da ottenere un risultato di qualità. Risulta evidente quindi come serva mantenere alta la concentrazione per tutta l’attività, anche se c’è una variazione importante tra prendere appunti al pc e riportare i concetti su carta.

L’uso degli strumenti di carta sul luogo di lavoro

Il gesto di prendere appunti è molto praticato anche nei contesti aziendali, soprattutto durante riunioni o lavori di gruppo. E se tanti lo compiono stando al pc, in realtà la scrittura a mano si rivela ancora la scelta migliore, e non solo per il fastidioso ticchettio che comporterebbe il battito delle dita sulle tastiere dei presenti, ma anche per avere una concezione più chiara e immediata di quanto si sta dicendo. Quando si prendono appunti, la difficoltà principale è mantenere un equilibrio tra ascolto e scrittura: chi prende appunti al pc tende a riportare parola per parola quanto viene detto, senza magari stare lì troppo a riflettere sul significato d’insieme del discorso proferito. Prendere appunti a mano invece induce maggiormente all’ascolto, perché è impossibile imprimere le parole dell’oratore su carta così come vengono dette: bisognerà riassumere i concetti principali e l’andamento logico del discorso. Va da sé che in questo caso, più che a un testo fitto fitto, il foglio dovrà assomigliare a una mappa, dove lasciare anche spazi vuoti per appuntarsi le note. A colpo d’occhio una costruzione del genere, finita la riunione, renderà ancora più comprensibile e revisionabile il tema della riunione, cosa che prendendo appunti al pc non sarebbe fattibile perché il testo si presenterebbe come un ammasso informe di concetti di colore nero. Anche l’attrezzatura impiegata svolge un ruolo essenziale in questo: con i block notes personalizzati, soprattutto se a quadretti grandi, sarà più comodo disegnarla, e con penne di colori diversi e un mini righello diventerà più semplice tirare linee e frecce sulla carta, mantenendo il foglio ordinato senza fare pasticci.

Dopo aver organizzato tutto il materiale, le cose da appuntarsi prima e durante la riunione o il momento di team working sono tre: scrivere il tema dell’incontro e data in alto al primo foglio; creando ogni volta che avviene un cambio di argomento dei titoletti per separare le porzioni di testo; segnarsi sempre ‘chi dice cosa’ perché ciò che viene espresso ha un peso diverso a seconda del ruolo all’interno dell’azienda di chi lo pronuncia; e separare le riflessioni o le idee che ci vengono in mente dal resto degli appunti, scrivendole tra parentesi o con una penna di un altro colore. Se in parecchi casi sono ammessi simboli e abbreviazioni come nel caso delle preposizioni, ci sono parole che dovranno essere trascritte con attenzione, in particolare citazioni, nomi, date, cifre. 

(Pubbliredazionale)

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Best Workplaces for Millennials 2022: ecco le aziende italiane preferite dai giovani

Dove sognano di lavorare i giovani in Italia? Le aziende di prestigio non mancano, ma le nuove leve hanno le idee chiare sulle realtà aziendali che preferiscono. I dati arrivano da Great Place to Work Italia, azienda leader nello studio e nell’analisi del clima aziendale, che ha stilato la classifica dei Best Workplaces for Millennials 2022, dalla quale emergono le 20 imprese italiane in cui i collaboratori della generazione Ynati tra il 1981 e il 1997, sono più felici di lavorare.

La classifica del Best Workplaces for Millennials 2022

Sono oltre 94mila collaboratori, di cui 16.453 millennial, di 210 aziende, che hanno detto la loro sulla base delle risposte date al questionario Trust Index di Great Place to Work.

Le aziende che si sono meglio posizionate nella specialeclassifica hanno, in media, una presenza della popolazione millennial superiore del 27% (73% vs 46%) rispetto alle altre analizzate e distanziano queste ultime di 24 punti percentuali (91% vs 67%) per la possibilità di lavorare divertendosi e di 21 punti percentuali (86% vs 65%) in termini di benessere e serenità psicologica. Questo a conferma anche di quanto abbiamo già reso noto in questo articolo.

Altri aspetti interessanti che sono emersi dal Best Workplaces for Millennials si differenziano nel confronto con le altre realtà coinvolte nell’analisi ci sono anche le promozioni (85% vs 52%, +33%) e la capacità di riuscire a trattenere i talenti con l’85% dei collaboratori che sono fortemente legati all’azienda (+15%). Inoltre, solo poco più del 13% dei collaboratori ha pensato di abbandonare il proprio posto di lavoro, a fronte del 22% di media delle altre organizzazioni.

“Il mondo del lavoro ha subito dei cambiamenti rilevanti nel corso dell’ultimo decennio e oggi i singoli collaboratori, in particolar modo i giovani, chiedono in primis flessibilità. Questi, infatti, non sono più disposti a dedicare la quasi totalità del loro tempo al lavoro – ha dichiarato Alessandro Zollo, amministratore delegato di Great Place to Work Italia – Un’azienda che nella contemporaneità non si occupa del benessere dei propri dipendenti corre il rischio di perderli e questo è ormai un dato di fatto certificato dal raddoppio delle dimissioni volontarie non solo negli Stati Uniti ma anche in Italia. E non è tutto, il tempo medio di permanenza in un’azienda da parte di un millennial è di 3 anni e scende addirittura a un anno e mezzo per la Gen Z“.

Le migliori aziende in cui lavorare in Italia… secondo i giovani

In testa alla classifica (e alle preferenze) troviamo le aziende del settore tecnology.  Al primo posto, per il quarto anno consecutivo troviamo, Bending Spoons, azienda milanese attiva nell’ambito dei dispositivi software, davanti a Sidea Group Srl, società di consulenza barese, e Nebulab Srl, agenzia di soluzioni per l’e-commerce di Pescara.

“Dall’analisi dei dati della classifica sui migliori luoghi di lavoro risalta fortemente la capacità e l’attenzione che il settore digital ha avuto nello sviluppare e promuovere politiche attrattive per i giovani talenti – aggiunge Zollo – Questo fa delle realtà premiate una vera e propria fonte di ispirazione, confermando come l’ascolto attivo e una cultura di fiducia siano in grado di portare benefici sia in termini di attraction sia di retention dei talenti, soprattutto per quelli più giovani“. 

Società offshore: una favola o un’opportunità di investimento?

Quando la maggior parte delle persone pensa ad una società offshore, si immagina affari loschi e valigie di denaro depositate e nascoste in qualche isola remota e sperduta nel mondo. Questo perché Hollywood e i media in generale lo hanno ritratto così, rendendo il concetto di società offshore profondamente incriminato e demonizzato. Questi canali di divulgazione hanno trovato, nel tempo, terreno fertile nel disinteresse dei consumatori in titoli speranzosi e promettenti sulle tecniche per l’apertura semplice e totalmente legale di attività commerciali, quando la verità è che questo è tutto ciò che l’apertura di una società offshore comporta davvero.

Cos’è una società offshore? Sfatiamo un mito

Quando si parla di società organizzate all’estero, è proprio il concetto di “offshore” a confondere e trarre in inganno le persone. L’immagine storica di queste realtà imprenditoriali, trasmessa ancora oggi dai media, vede protagonisti investitori e uomini d’affari coinvolti in attività illegali nascondere il proprio denaro in banche svizzere tramite conti bancari cifrati o anonimi. Eppure, contrariamente alle credenze popolari, operare tramite una società offshore è perfettamente legale.

Per definizione, infatti, una società offshore è un’entità legale che viene costituita oltre i confini della regione di residenza, cittadinanza o domicilio del suo reale beneficiario proprietario. Generalmente, queste società vengono formate in Paesi con giurisdizioni molto vantaggiose, che offrono una solida stabilità politica e finanziaria. Raccogliendo le proprie attività in uno Stato estero, una società offshore è esente dalla maggior parte delle tasse imposte nel Paese d’origine.

Aprire una società offshore: è conveniente?

Se non ci si lascia condizionare dai falsi miti legati alle attività offshore, queste possono essere di grande aiuto alla crescita di un’azienda. Spesso, infatti, l’intenzione di un business non è quella di aprire una società all’estero per evadere il fisco, che resta un’attività illegale in tutto il mondo, ma essa potrebbe essere interessata ad investimenti e al mercato del real estate o, semplicemente, desiderare un’attività fisica in un’altro Paese.

Una società offshore mette l’imprenditore in una posizione di comando, offrendogli la possibilità di decidere cosa sia meglio per il suo business e le sue attività e di mantenerne, a lungo andare, il controllo. Ciononostante, quest’organizzazione flessibile non dà il via libera ad attività scorrette e irregolari: ci sono importanti pratiche da eseguire e regole a cui attenersi. Allo stesso tempo, una società “oltremare” costituita in un determinato Paese può facilitare l’accesso a detrazioni fiscali, grazie ad una mole ridotta di scartoffie da presentare e, successivamente, archiviare.

Perché aprire una società offshore: i 3 motivi principali

Nella costituzione di una società offshore, si possono individuare tre principali motivazioni a favore: 

  • la tassazione vantaggiosa;
  • la protezione degli asset aziendali;
  • la possibilità di investire in attività all’estero.

Selezionare una giurisdizione dalla tassazione ridotta è, sicuramente, uno dei principali motivi che spingono sempre più imprenditori a intraprendere questo percorso; usare questo come unico e/o principale parametro nella scelta della sede per il proprio business, tuttavia, potrebbe non essere sufficiente. In passato, erano molti i Paradisi Fiscali in cui le aziende godevano di aliquote fino allo 0%, ma, con il tempo, queste località un tempo popolari sono diventate sempre meno attraenti, costringendo gli investitori a trasferire altrove i propri interessi. Ancora oggi, molte banche sono riluttanti all’idea di aprire conti correnti per società formate nei più noti e storici Paradisi Fiscali, principalmente a causa della loro mancata diligenza nel processo di formazione delle aziende e della potenziale reputazione negativa che potrebbe derivare dal lavorare con esse.

In secondo luogo, creando una società offshore è possibile aggiungere un ulteriore velo di protezione alle proprie risorse: questo aspetto è particolarmente importante in tutti quei Paesi in cui il contenzioso è comune.

Aprendo le porte a nuovi mercati ed opportunità, una società offshore permette di investire in numerose attività all’estero. Molti Paesi in tutto il mondo non consentono agli expat o alle società straniere di acquistare determinati beni come terreni e proprietà; una società registrata all’interno del Paese interessato ne permetterebbe, invece, l’acquisto. Se, infatti, l’acquisto di beni all’estero è un obiettivo chiave della società, è importante che questa rispetti la giurisdizione in un cui ha la propria sede, in quanto l’attività potrebbe aver bisogno di operare sotto un’entità specifica o di nominare un residente locale come direttore di suddetta società.

Questi, e molti altri, sono criteri che dovrebbero essere pianificati e discussi con un consulente preparato e professionale, che assicuri una struttura aziendale ottimale per evitare insidie e complicanze a lungo termine.

La sicurezza garantita da una società offshore

Il mondo del business offshore è in continua evoluzione. A differenza di qualche decennio fa, quello in cui viviamo ora è un mondo molto più trasparente e a norma di legge: tutto deve essere fatto e dichiarato alla luce del sole ed è per questo che la privacy e la riservatezza sui propri dati e sulle proprie attività sono aspetti sempre più difficili da ricercare e raggiungere. Sono molti i governi in tutto il mondo che rendono obbligatoria la condivisione dei registri societari, per loro volontà o spinti dalla pressione di Paesi con sistemi di tassazione più rigidi. Pur costituendo una società all’interno di un’altra già avviata, non è detto che ci si possa tutelare o nascondere molto a lungo: basta un nome o un parametro sospetto, infatti, per venire scoperti e trovati. Tenuto conto di questo aspetto, una società offshore può venire incontro alla necessità di mantenere una certa riservatezza, tutelando l’identità dell’attività e dei suoi dati confidenziali.

Società offshore negli Emirati Arabi Uniti: perché scegliere Dubai

Di fronte alla proposta sempre più estesa, oggi, contrariamente a quanto accadeva qualche decennio fa, ci si trova persino in difficoltà nella scelta della sede per il proprio business offshore. Sono molte le realtà aperte a questo tipo di business e che propongono delle soluzioni vantaggiose: una in particolare, prima fra tutte, è Dubai. Grazie all’internazionalizzazione dei suoi mercati, l’Emirato è riuscito, nel tempo, a coniugare molteplici gusti, arrivando ad offrire, oggi, una vasta selezione di opportunità d’investimento, tra cui l’apertura di società offshore.

Aprire il proprio business offshore proprio a Dubai è la scelta migliore per un investitore, sotto diversi punti di vista. L’Emirato offre, infatti, un’ampia gamma di vantaggi ad imprenditori e proprietari di grandi aziende, ma anche a holding companies e attività di consulenza, tra cui:

  • tasse minimizzate o nulle. Le società offshore a Dubai non sono tenute a pagare tasse sui propri profitti, tantomeno sulle vendite, le successioni o la proprietà. Questo è vantaggioso perché garantisce maggiori entrate da trattenere e reinvestire nell’attività;
  • conto bancario offshore. Questo aspetto dà la possibilità di aprire un conto corrente societario negli Emirati Arabi Uniti e di detenerlo in multivaluta;
  • espandere il proprio business a livello internazionale;
  • una base stabile. Dubai è rinomata per il suo status di luogo eccezionalmente saldo in termini economici, sociali e politici. Grazie al suo forte stato di diritto, la protezione dei beni è assicurata;
  • forti termini di riservatezza e privacy;
  • accesso a fondi e finanziamenti. Località molto rispettata, Dubai assicura più facilmente l’accesso a finanziamenti globali, rispetto ad altre giurisdizioni meno affidabili.

Nello specifico caso di Dubai, è importante prestare attenzione alla struttura di una società offshore, in quanto viene spesso confusa con le Free Zone Companies. Le società offshore si trovano legalmente al di fuori del confine nazionale; al contrario, seppur regolata da Autorità locali che spesso offrono normative più leggere ed esenzioni sulle tasse da versare, una Free Zone Company è situata legalmente e fiscalmente al suo interno.

I rischi di una società “oltremare”

Anche se il processo di apertura di una società offshore è legale al 100%, non è un percorso da intraprendere alla leggera. Soprattutto se si tratta di un Paese estero poco conosciuto, con una legislazione molto diversa da quella del Paese di provenienza, c’è il rischio di commettere gravi errori che potrebbero compromettere e bloccare l’apertura della società. Coloro che desiderano evadere le tasse a tutti i costi, inoltre, dovrebbero riflettere molto attentamente sul fatto che qualsiasi attività spinta da questo scopo è illegale, indipendentemente da dove ci si trovi nel mondo. 

Ecco perché è fondamentale affrontare questa operazione con serietà e affidarsi a professionisti accreditati nel settore. Con la sua Falcon Advice, Daniele Pescara assicura che questo non succeda. Grazie alla sua decennale esperienza nel settore, fornisce input aziendali strategici e tutte le soluzioni documentali legali, al fine di garantire un’incorporazione aziendale senza intoppi e senza rimpianti.

(Pubbliredazionale)

Gentilezza? Una soft skill nel mondo del lavoro da tenere in considerazione

La gentilezza come soft skill per il lavoro? La risposta è sì. Secondo una ricerca di Infojobs, per 8 italiani su 10 la gentilezza dovrebbe far parte delle “soft skill” da inserire nel cv, oltre ad essere un elemento di cui tener conto in fase di selezione.

Per il 96% degli intervistati la gentilezza è un fattore che può determinare un aumento della produttività. In particolare, se è il capo ad essere gentile, si crea un clima più sereno e questo fa ottenere il massimo dalle persone, che si sentono più motivate e responsabilizzate (lo ha detto il 93% delle persone intervistate).

Dunque, la gentilezza come soft skill può favorire lo sviluppo di un maggior spirito di squadra e incrementare la collaborazione. Premiare i risultati e non scaricare le colpe in caso di insuccessi, oltre alla capacità di ascoltare i bisogni del proprio team sono elementi vincenti per una leadership destinata ad avere successo.

13 novembre: Giornata Mondiale della Gentilezza 2022

In occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza 2022 InfoJobs ha affrontato il tema con Burabacio, aka Sabrina Ferrero, illustratrice e autrice che attraverso i suoi profili social condivide spunti e pensieri sull’importanza della gentilezza, in tutti i momenti della vita. Dal 2018 ha instaurato una sua vera e propria rubrica, “Sii Gentile”, nella quale invita i suoi followers a compiere piccole azioni gentili alla portata di tutti.

Da questa iniziativa deriva l’idea del Manifesto “Gentilezza sul lavoro: Mission Possible” per raccontare quanto basti poco a renderla una missione possibile grazie ad alcuni semplici spunti. Ecco i 10 punti:

1. Saluta quando entri o esci da un posto di lavoro. Esagera chiedendo: “come va?” e ascolta la risposta!

2. Aiuta un collega: meno competizione e più collaborazione uguale si lavora meglio!

3. Offri un sorriso e, se vuoi strafare, anche un caffè!

4. Mettiti nei panni di un tuo collega per 5 minuti (vale anche per un cliente, un dipendente, un superiore). Scoprirai che è un essere umano, anche se a volte non sembra.

5. Conta fino a 10 prima di parlare quando la situazione è tesa. Parla bene, comunica meglio!

6. Cerca la soluzione e non l’assoluzione o il capro espiatorio.

7. Festeggia i traguardi raggiunti tuoi e altrui. Si lavora meglio quando i nostri meriti vengono riconosciuti.

8. Stabilisci un tetto massimo per le lamentele quotidiane: 10 minuti? 15 minuti? Il restante tempo usalo meglio!

9. Usa le parole: “per favore” “scusa” e “grazie” sul lavoro. Per un ambiente lavorativo gentile usa parole gentili.

10. Fai notare un talento a chi lavora con te o per te. Perché far notare solo i difetti? E se proprio devi farlo critica l’idea o il progetto e non la persona.

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Anche Claudio Marchisio tra gli investitori di Barberino’s

Il beauty attira sempre più, anche investitori che vengono da altri settori. È il caso di Claudio Marchisio, ex centrocampista della Juventus e della Nazionale Italiana, che ha deciso di investire in un’azienda che sta facendo davvero passi da gigante, ovvero la catena di barbershop Barberino’s, che ha annunciato un round di investimento da 3 milioni di euro

Oltre all’ex numero otto bianconero, l’investimento ha visto protagonisti anche il Fondo Rilancio Startup gestito da CDP Venture Capital SGR, oltre a importanti esponenti del mondo imprenditoriale italiano, come il Chairman e Co-founder di Yamamay Francesco Pinto.

L’attrattiva del brand Barberino’s comincia ad essere di assoluto rilievo, anche in virtù della programmazione aziendale che per il 2022 prevede un fatturato pari a 3,5 milioni di euro (e un run-rate di 5 milioni annualizzato per le nuove aperture) in forte aumento rispetto ai 2 milioni del 2021 e al milione del 2020.

“La priorità è l’espansione all’estero. La nostra ambizione è portare Barberino’s in tutto il mondo, iniziando dalle principali capitali europee. Il nostro settore è ancora estremamente frammentato, in Italia e all’estero. Abbiamo la potenzialità e la volontà di svolgere un ruolo da protagonisti, non solo attraverso una crescita organica ma anche tramite partnership e possibili acquisizioni”, hanno commentato i fondatori di Barberino’s Michele Callegari e Niccolò Bencini. “Siamo orgogliosi del fatto che professionisti come Francesco Pinto, top player internazionale nel mondo retail, e Claudio Marchisio, campione sportivo e icona lifestyle italiana, abbiano creduto nel nostro progetto. Con questa operazione possiamo fare un ulteriore salto di qualità: oggi il brand è più forte, più veloce e ancora più bello”.

“Sono felice di accompagnare il Consiglio di Amministrazione di Barberino’s in questo progetto innovativo e, allo stesso tempo, fondato sui valori del ‘bello e fatto bene’ della tradizione artigianale italiana. Barberino’s oggi si pone come l’insegna di riferimento del proprio settore in Italia e ha tutte le potenzialità per diventare un’icona a livello internazionale”, commenta Francesco Pinto. “La digitalizzazione ha inoltre permesso a Barberino’s di consolidare una community di appassionati, generando una moltitudine di ambasciatori che condividono uno stile improntato ai valori di questa giovane eccellenza italiana. Sono convinto che il binomio tradizione e innovazione rappresenti una grande risorsa per la nostra economia e che start-up innovative come Barberino’s possano esprimere valori di assoluto interesse, promuovendo non solo l’occupazione, ma anche l’evoluzione di competenze artigianali come quelle di questa storica tradizione italiana basata sulla maestria e sul saper fare”.

“Credo che la ricerca della bellezza sia un elemento importante per il proprio benessere. Mi ritrovo perfettamente con la mission di Barberino’s e i valori che rappresenta”, spiega Claudio Marchisio. “Benessere, cura di sé, eleganza, attenzione ai dettagli sono al centro di un’esperienza multisensoriale che il servizio di Barberino’s regala ai propri ospiti, i quali, utilizzando nel quotidiano i prodotti a marchio ideati dall’azienda, possono restare connessi nel tempo a queste emozioni positive”.