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L’intelligenza emotiva è una skill sempre più apprezzata

L’intelligenza emotiva è una skill ormai determinante ai fini della scelta di un collaboratore o un dipendente. Come si fa a capire se la si possiede? Questionari comportamentali e di personalità, giochi di ruolo e interviste strutturate: sono questi i mezzi che i recruiter utilizzano più spesso. A confermarlo è una recente survey globale di Wyser, la società internazionale di Gi Group, che si occupa di ricerca e selezione di profili manageriali, che ha coinvolto manager e professionisti, dalla quale è emerso che il 51% ha dichiarato che la sua azienda ha applicato almeno una volta l’Assessment Center, la metodologia che raccoglie questi strumenti in ambito HR, e ben il 31% proprio in fase di recruiting.

Le risposte che ci si aspetta di ricevere

Secondo il 62% degli intervistati di Wyser, nel valutare un profilo manageriale, è fondamentale analizzare le soft skill e i tratti di personalità del candidato, per il 54% avere elementi per prevedere nel lungo periodo il match tra manager e posizione aperta, per il 33% avere a disposizione output ed elementi di valutazione oggettivamente confrontabili e per il 25% aumentare l’accuratezza del processo di selezione.

E a proposito di soft skill, il 42% dei partecipanti alla survey considera importante avere informazioni circa l’Intelligenza emotiva di un candidato per una posizione manageriale. L’intelligenza emotiva è infatti un’abilità sempre più considerata e fondamentale per le prestazioni complessive di una persona, in particolare nei ruoli gestionali e dirigenziali. Ma non solo: la leadership stessa (59%), la capacità decisionale (40%) e le competenze relazionali (36%) sono altri aspetti determinanti nella valutazione di un profilo manageriale.

“Un’attenzione e una sensibilità più diffusa da parte delle aziende e degli esperti HR rispetto alle attitudini personali di un manager – intesa come leadership, intelligenza emotiva, capacità decisionale, competenze relazionali – ha richiesto di poter contare su molteplici e differenti strumenti e quindi elementi/output per valutare e confrontare ogni professionista. A ciò si aggiunge la necessità di accuratezza (ovvero limitare i bias umani dell’head hunter) nel valutare un candidato e nel determinare la sua idoneità a uno specifico lavoro, soprattutto nelle posizioni dirigenziali, che ha portato alla crescente adozione dell’AC” commenta Carlo Caporale, AD di Wyser Italia.

intelligenza emotiva

“Che vino”! E che storie! Dietro c’è una bella start up…

Nasce come una start-up ma in realtà offre molto, molto di più. “Che Vino!” riunisce il mondo del vino di qualità italiano. Quello di nicchia, quello dei piccoli produttori, quello delle bottiglie numerate, quello del biologico, insomma riunisce il mondo del vino da scoprire. Perché accanto al vino c’è anche la scoperta dei piccoli produttori locali, c’è la storia di come questo nuovo vino nasce e si trasforma, c’è la cultura perché solo con la scoperta si può accrescere la propria cultura. E poi, ultimo aspetto ma non da meno, c’è la solidarietà. L’idea nasce dalla mente di Giuseppe Trisciuoglio, appassionato ed esperto di vino, dalla sua compagna Federica Piersimoni, tra le più famose travel blogger d’Italia, e da Elio Maria Piersimoni, con competenze e importanti esperienze nel food.  

Federica Piersimoni - Giuseppe Trisciuoglio - Elio Maria Piersimoni

Delivery e non solo

“Che Vino!” oltre al servizio delivery propone solo etichette esclusive e selezionate e rigorosamente italiane. www.chevino.club è attivo a livello nazionale e la vendita online di vini selezionati è il core del nuovo servizio. L’idea, però, va oltre il delivery ed è proprio questo che caratterizza quest’azienda. 

Il progetto risponde alle esigenze dei produttori, confrontando il meglio delle piccole e medie aziende vinicole locali, e punta non solo a fornire una vetrina alle cantine italiane, ma soprattutto a far crescere tra i consumatori la cultura del vino e la conoscenza dei territori, valorizzando luoghi unici e straordinari. 

Non solo si vende vino, ma si raccontano storie

Su “Che Vino!” non sarà possibile trovare tutti i produttori d’Italia, ma solo una selezione di vini unici. L’azienda investe costantemente nella ricerca di viniche seleziona e mette in vendita. Il consumatore potrà scoprire prodotti e cantine che altrimenti farebbe fatica a conoscere. Il target non sono solo le persone appassionate di vino e food, ma anche chi non è un esperto e vuole farsi guidare alla scoperta di un mondo di profumi, sapori e storia.

Un portale, tre servizi

Al consumatore sono proposti diversi servizi. Oltre a “Che Vino!”, la start up offre anche “Che Box!”, un abbonamento mensile che propone, ogni mese, tre bottiglie, a sorpresa, di un produttore selezionato e una scheda che racconta la storia della cantina e dei suoi vini. Questo servizio unisce la qualità del vino Made in Italy con la social responsibility. Ogni box presenta un prodotto diun’azienda italiana impegnata nel sociale. Per esempio una borsa realizzata con tessuti eco della Tanzania, un panettone prodotto dai carcerati o, ancora, la pasta con farine di grani antichi macinati da un vecchio mulino. Per un’occasione speciale, un anniversario o per un regalo di Natale, invece, c’è “Che Regalo!”: un box in cui le bottiglie sono avvolte da un’elegante velina rossa, che prevede la possibilità di inserire un biglietto personalizzato.

Solo made in Italy

“I nostri prodotti enologici sono unici così come le nostre regioni, i nostri terreni, il nostro clima. Desideriamo raccontare la nostra italianità”, dice Giuseppe Trisciuoglio. “Che Vino!” propone ai clienti anche abbinamenti tra i vini e i piatti delle diverse regioni di produzione per offrire idee nuove e gustose per le cene con gli amici, i pranzi in famiglia o anche solo per il puro piacere personale di abbinare ottimi vini a piatti regionali. E, naturalmente, per esaltare ancora di più il vino acquistato.

“Investire sul vino – spiegano i fondatori – significa raccontare un territorio, una storia. A noi piace relazionarci con le persone, non con le aziende. Che Vino! vuole essere un’occasione per i consumatori, per dare loro nuove chiavi di lettura e di avvicinamento al vino attraverso esperienze emozionali. Vogliamo farli sentire parte di un mondo che possono vivere come proprio”.

Leadership sul lavoro e sessualità: come affrontare i problemi?

Leadership sul lavoro e sessualità: che legame c’è? In particolare, quanto lo stress lavorativo influisce sull’appagamento nella propria vita sessuale? Leadership e successo nel mondo del lavoro non sempre corrispondono ad un pieno appagamento nella propria vita personale. 

Lo stress e i tanti impegni quotidiani possono influire negativamente sul benessere di ciascuno in modo differente, sia nelle attività quotidiane che nella propria vita sessuale. Come rivela lo studio effettuato da Human Highway nel 2019, negli uomini sono in aumento le disfunzioni della sfera sessuale su base psicologica dovuti allo stress, soprattutto tra i giovani. Tra gli uomini intervistati, sono proprio ansia e nervosismo (45,5 per cento), seguiti da tensioni muscolari (36,2 per cento), mal di testa (34,1 per cento) e disturbi del sonno (27,3 per cento), i disturbi più indicati.

Sono tanti i manager e gli imprenditori di successo che riscontrano problematiche nel rapporto con la propria sessualità ed hanno in particolare problemi a riconoscere, e a volte spesso nemmeno ad ammettere a se stessi, quale sia l’origine del problema.

“L’80% degli uomini che si rivolgono a me sono manager o imprenditori, sopraffatti dallo stress ma con la voglia di riprendere in mano la propria sessualità. Ciò che più mi stupisce è che ognuno di loro crede di essere solo, un caso isolato, mentre invece sono difficoltà che moltissimi uomini si trovano ad affrontare quotidianamente. Il mio compito è di fare in modo che gli uomini possano vivere l’intimità senza ansie e frustrazioni. Ci si accorge di essere sulla strada giusta quando anche la propria vita privata, il rapporto con gli altri, amici e colleghi, migliora, il nervosismo lascia il posto ad un senso di benessere e si sviluppa un’energia sessuale e vitale che mai si pensava di poter raggiungere. Posso dire con certezza che questo percorso non è privo di ostacoli, ma fino ad oggi ha garantito risultati positivi per centinaia di uomini che hanno deciso di affidarsi a me per essere certi di raggiungere la serenità che pensavano di meritare.” – afferma Eva Sykora, Tantra Expert e Sex Coach con base in Svizzera.

Eva Sykora si occupa da 16 anni si occupa di seguire gli uomini in un cammino che coinvolge i quattro elementi della persona: Emozioni, Corpo, Mente e Energia. “4 Elements Awakening to Ecstasy Sessuale”, metodo innovativo creato proprio dalla tantra expert, che non prevede assolutamente l’uso di farmaci, ma risveglia il corpo e energia vitale e sessuale della persona, aiutando il corpo e emozioni a sbloccarsi dallo stress accumulato negli anni, risvegliando quella che è l’energia sessuale e soprattutto liberando la mente dagli standard troppo alti di leadership.

Un percorso di risveglio

La strada verso il benessere porta ad una riscoperta del proprio corpo, delle proprie sensazioni e si ripercuote sia nella vita della persona stessa che nel rapporto con il partner. La base di tutto il risveglio sessuale sono la respirazione, il movimento e il suono: si parte da piccoli esercizi da introdurre nella propria routine quotidiana per attivare i quattro elementi, come prendersi del tempo ogni mattina per una respirazione profonda in cui si respira con naso ed espira con la bocca, diminuire gradualmente l’uso di caffè, alcol e fumo, per poi passare ad esercizi fisici speciali che stimolano ed allenano il corpo. Per ristabilire il corretto equilibrio mentale ed emotivo si può scrivere su un foglio tutto ciò che ci blocca o ci reca frustrazioni: esternare i propri pensieri limitanti e negativi è il primo passo verso la loro risoluzione. 

Queste abitudini, introdotte in un percorso quotidiano possono garantire un progressivo miglioramento nella vita sessuale e personale di qualsiasi individuo, sia a livello di soddisfazione che di energia e felicità.

Eva Sykora

Stress e sessualità: rapporto contrastato

Lo stress, come si sa, è tra le cause principali di problemi legati alla sessualità maschile. Non concedersi del tempo per rilassarsi aumenta l’adrenalina nel corpo, che viene a sua volta costantemente stimolata da energizzanti quali caffè, fumo o bibite e integratori. Anche l’alcol, consumato principalmente la sera e nel weekend, non fa che peggiorare la salute dell’uomo, che ricade così in un vortice di pressione sempre maggiore e continua. Ansia da prestazione, frustrazione, paura dell’intimità portano l’uomo a vivere anche la sessualità con se stesso in maniera tossica, ricercando nell’autoerotismo troppo frequente un sollievo dallo stress percepito.

L’importanza dei pallet nell’imballaggio

Nei settori dell’imballaggio, dello stoccaggio e del trasporto, il pallet rappresenta un accessorio indispensabile per le sue particolari funzionalità e caratteristiche.

Si tratta di una piattaforma orizzontale realizzata per facilitare la movimentazione delle merci, da quelle pesanti  a quelle leggere, tramite carrelli elevatori, elevatori a forche o qualsiasi altro dispositivo atto al trasporto ed allo stoccaggio.

In gergo viene definito anche pancale, bancale o pedana e, come diverse innovazioni tecnologiche, ha origine in ambito militare. Durante la seconda guerra mondiale i soldati americani intuirono le grandi potenzialità di queste pedane di legno, che rendevano il trasporto di prodotti più leggero e veloce, con l’aiuto di apposite attrezzature meccaniche.

Grazie a queste pedane infatti è possibile movimentare una grande quantità di merce, velocizzando le varie operazioni nei magazzini. Ben presto il mondo civile, così come quello industriale, ha sfruttato le eccellenti caratteristiche di questo accessorio.

Con lo sviluppo delle grandi catene di distribuzione, si sono ottimizzati i processi di imballaggio e stoccaggio. Questi accessori, essendo anche molto resistenti, hanno quindi trovato un’ampia diffusione per le movimentazioni di merci destinate a lunghi viaggi, ma anche per i veloci spostamenti all’interno degli stessi magazzini.

I bancali sono caratterizzati da una base di appoggio capace di sollevare i carichi da terra, preservando così il perfetto stato di conservazione dei prodotti dagli agenti esterni o eventuali incidenti.

Da un punto di vista strutturale, i pallet sono composti da piani e travette. Ogni pedana è composta da uno o più piani, così da poter distribuire in modo ottimale il peso degli oggetti trasportati, senza pericolosi sbilanciamenti.

Le travette sono invece gli elementi che uniscono i due piani, dove inserire le forche degli elevatori per favorire la movimentazione della merce.

RAJA, azienda leader nel settore dell’imballaggio e del packaging, si è focalizzata sulla produzione di pallet, disponibili in diversi modelli che si differenziano per caratteristiche, dimensioni e materiali, adattandosi alle differenti esigenze.

RAJA si distingue inoltre per la produzione ecologica e sostenibile, come dimostrano i mini pallet in legno pressato INKA. Questi modelli sono realizzati tramite un sofisticato processo di stampaggio ad alta pressione, con un mix di particelle di legno riciclato e resine sintetiche. Sono anche impilabili, quindi assicurano un importante recupero di spazio e risultano particolarmente leggeri.

Altri modelli gettonati sono i pallet in cartone ad alta resistenza, ideali per trasportare carichi molto pesanti, fino a 700 kg. Non presentano chiodi, schegge o angoli vivi, quindi garantiscono una maggiore tutela per gli operatori.

Per trasportare carichi molto pesanti sono indicati anche i pallet in plastica con travette, estremamente resistenti e capaci di tollerare pesi fino a 500 kg. Sono dotati di isolamento elettrico ottimale e disponibili per movimentare varie tipologie di merci.

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Nuovi modi di incubare una start up: nasce Next Heroes

Secondo il “Report sull’impatto degli Incubatori/acceleratori in Europa” di Social Innnovation Monitor,  tre start up su quattro falliscono entro il primo anno, e dopo tre anni ne resta viva solo una su dodici: numeri che devono far riflettere. Ecco perché si sente la necessità di un nuovo modo di incubare una start up.

I motivi di queste debacle non sono quasi mai collegati al prodotto: nel 56% dei casi la causa è la gestione errata del marketing, nel 18% mancano le persone con adeguate competenze, il 16% molla per motivi economici e a seguire il resto: questioni tecniche, legali o operative.

Nasce il progetto Next Heroes

Sulla base di queste considerazioni, Bassel Bakdounes, titolare dell’agenzia di marketing e vendita online Velvet Media, ha avviato circa un anno fa il progetto Next Heroes. Cos’è? Si tratta di nuovo Innovation Hub che rivoluziona il modo di avviare business ad alto contenuto innovativo e tecnologico. Dall’inizio di questa avventura sono passati dodici mesi, adesso viene resa pubblica.

“Lo Stato italiano non aiuta gli imprenditori, siamo stufi di vedere idee morire e per questo abbiamo risolto il problema alla radice creando un modello totalmente rivoluzionario”, dice Bassel Bakdounes, founder dell’hub e titolare dell’agenzia che ospita il progetto nel proprio stabile, Velvet Media. “Nell’ultimo anno abbiamo studiato oltre un centinaio di proposte, ne abbiamo scelte solo una dozzina. In tutto, stimiamo che queste realtà nel 2021 possano fatturare circa 16 milioni di euro. Non a caso, alcuni fondi hanno già chiesto di entrare nella proprietà dell’hub, stiamo portando avanti trattative interessanti. È la prova, anche economica, che le idee possono ancora vincere. L’Italia deve uscire dalla crisi economica causata dal Covid e saranno questi business a salvarla”.

Quali sono le caratteristiche di Next Heroes

I principini ispiratori di questo progetto sono forndamentalmente tre. Il primo è il think tank. Nell’innovation hub è stato creato un team di progetto costituito da professionisti con know-how ed expertise diversificati per offrire consulenze trasversali, supplendo così alle mancanze degli incubatori tradizionali. Saranno gli stessi professionisti a formare il comitato tecnico che sta filtrando le start up che si propongono. Tra di loro figurano, oltre a Bakdounes, Sebastiano Zanolli, manager, advisor, speaker e autore, Cristiano Ottavian, esperto in project management e nell’avvio di startup, Candi Chen, esperta di strategia e imprenditrice con ampia esperienza in international business management, e Riccardo Scandellari, divulgatore, formatore, autore e consulente in ambito branding e comunicazione.

In secondo luogo, è fondamentale l’ecosistema economico dove nasce l’hub, ossia all’interno dell’edificio che ospita la società ideatrice del progetto Velvet Media. L’azienda dal 2018 sviluppa progetti in ambito di marketing ad alto potenziale innovativo e ha già avviato con successo diverse startup. Tra queste ricordiamo l’azienda femminile che accelera la digitalizzazione delle PMI Vendere Online, la piattaforma benefica All Stars For Good; il primo ecommerce europeo interamente dedicato al B2B Sesamo Shop e il portale italiano dedicato ai nano e microinfluencer, The Brand Ambassador.

In terzo luogo, l’intelligenza collettiva dei team di lavoro e i servizi offerti. Oltre a poter contare su una struttura di oltre duemila metri quadri a Castelfranco Veneto (nel Trevigiano) con open space, sale riunioni, palestra, punti ristoro e aree dedicate al networking, le startup potranno trovare supporto e consulenza per quanto riguarda lo sviluppo tecnico del prodotto, l’attivazione di tutti i canali e le campagne di marketing necessari per supportare la fase di go-to-market, il reclutamento di risorse aggiuntive, l’accesso a percorsi di formazione per ampliare le skill manageriali del team e un accompagnamento all’acquisizione di capitali. Velvet media ha 150 dipendenti, tutti a disposizione dei migliori progetti.

“Il Covid sta lentamente uccidendo la nostra economia, per ripartire l’Italia ha bisogno di start up innovative che sappiano pensare un futuro diverso”, conclude Bakdounes. “Siamo certi che l’ecosistema di Next Heroes, amplificato dall’arrivo di fondi di investimento, giocherà un ruolo chiave nella rinascita del tessuto economico italiano già adesso, già durante la pandemia. L’innovazione tornerà di nuovo ad essere il motore dell’economia”.

Skills per il lavoro: ecco cosa pensano gli italiani

Cosa si intende con il termine skills per il lavoro? È una internazionalizzazione di quello che noi da sempre definiamo competenze/abilità. E per lavorare al giorno d’oggi ne servono davvero tante. Ma gli italiani pensano di possederne? “The Workforce View 2020 – Volume Uno” realizzata da ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, che ha intervistato circa 32500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, ha esplorato le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano. 

I dati dello studio

Dallo studio è emerso che il 95% degli italiani è sicuro di possedere le competenze necessarie per svolgere al meglio il proprio lavoro.

Poco meno della metà, il 43% degli italiani, pensa di avere il ruolo e la paga appropriato per le proprie competenze ma, mentre negli uomini questa percentuale è del 47%, nelle donne scende al 38%. Il 36% degli intervistati pensa invece dovrebbe essere pagato di più (30% degli uomini e 42% delle donne), il 30% vorrebbe più responsabilità e autonomia (30% uomini, 28% donne).

Quasi tutti i settori sono stati interessati dall’innovazione digitale negli ultimi anni. Di conseguenza, si è verificato un sostanziale cambiamento del tipo di lavoro svolto dai dipendenti e delle competenze richieste, ma questo non sembra appunto preoccupare gli italiani. Secondo i risultati di Workforce View, 1 lavoratore italiano su 10 pensa tuttavia che il proprio lavoro non esisterà più fra 5 anni, soprattutto per chi lavora nel settore finanziario (23%), nel real estate (20%) e nel settore IT e delle telecomunicazioni (17%).

Il 47% degli intervistati pensa però di avere più chance oggi, rispetto a 5 anni fa, di cambiare posto di lavoro (non solo il luogo, ma anche la tipologia).

“Alla luce dell’eventualità di un rapido cambiamento delle competenze richieste, la stragrande maggioranza (95%) dei lavoratori, ritiene di disporre delle competenze necessarie per ottenere successo. – commenta Marisa Campagnoli, HR Director ADP Italia – Questo scenario potrebbe suggerire tanto una mancanza di preparazione nei confronti dell’evoluzione del lavoro da parte di persone incapaci di prevedere il cambiamento, quanto una notevole propensione all’adattamento. Tuttavia, nonostante questa ambizione, i dipendenti non ricevono le opportunità desiderate: un terzo degli intervistati (30%) chiede maggiore responsabilità, autonomia o un ruolo più avanzato. Ciò dovrebbe allarmare i datori di lavoro, il mancato avanzamento di carriera è un importante fattore alla base dell’abbandono dei posti di lavoro”.

Time Management: 3 principi per ottimizzare il tempo per il lavoro da casa

Time management, un tema che inevitabilmente è caro a tutti noi. Gestire il rapporto tra lavoro e tempo libero, ma soprattutto scandire i tempi della propria quotidianità professionale non è certo agevole. E da quando in molti hanno scelto (o hanno dovuto scegliere) la via dello smart working, inevitabilmente ci si è dovuti riorganizzare, resecando alcune nostre abitudini.

“Sono ormai diversi mesi – afferma Marta Arcoria, HR Business Partner di Hunters Group, società di ricerca e selezione di profili altamente qualificati – che in azienda abbiamo implementato degli importanti percorsi formativi, sia per le figure più junior, sia per i nostri manager. Tra i temi più urgenti che sono stati trattati c’è anche il time management: se per un lavoratore una buona gestione del tempo è necessaria per mantenere alti gli standard di produttività, questo è ancora più vero per la vita di un Consulente, che tutti i giorni si deve districare tra svariate attività e diversi interlocutori”.

Time management: come ottimizzare il tempo del lavoro da casa

Quali sono i principi che possono ottimizzare la propria gestione del tempo quando si lavora da casa? Hunter Group ne ha individuati 3.

Principio di Pareto, detto anche principio 80-20. Pareto si rese conto che l’80% della ricchezza del suo Paese era detenuto dal 20% della popolazione. Questa intuizione venne applicata negli anni anche in altri ambiti così che, ad esempio, IBM si rese conto che l’80% del tempo di caricamento dei suoi computer era speso a leggere solo il 20% del codice. Da qui la deduzione che le macchine fossero inefficienti, portando IBM a riscrivere il codice. Riuscirono così ad aumentare le performance delle loro macchine, affermandosi sul mercato di riferimento. Quello che si può imparare da questo principio è che, solitamente e in percentuali a volte differenti, l’80% dei nostri risultati deriva dal 20% delle nostre attività.

Consiglio operativo: si consiglia di “mappare” le proprie attività giornaliere, analizzare quali di queste sono effettivamente produttive e infine eliminare le attività che non portano o non contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi.

Legge di Illich, uno dei principi fondanti dello smart working. Il principio afferma che la quantità di tempo che impieghiamo per svolgere un’attività non è direttamente proporzionale al risultato che viene generato. Tradotto in termini pratici si riferisce al grado di concentrazione che ognuno di noi ha nello svolgere un’attività. La concentrazione solitamente tende a calare in maniera proporzionale rispetto al tempo dedicato nello svolgere l’attività stessa. Di conseguenza per aumentare l’efficienza, senza che la nostra concentrazione venga meno man mano che si svolge una medesima attività, secondo la legge di Illich basterebbe dedicare dei brevi slot temporali a un’attività e fissare per la stessa dei micro obiettivi. Una volta completata l’attività nell’arco di tempo prestabilito, cambiare attività e svolgere anch’essa entro un determinato arco di tempo. In questo modo la nostra concentrazione sarà sempre alta perché non subentrerà la fase di down tipica di attività lunghe e invariate.

Legge di Laborit, in riferimento alla fatica mentale e al fatto che le ore del giorno non sono uguali tra loro, perciò a seconda del momento in cui svolgiamo un’azione siamo più o meno produttivi. Secondo questo principio i task “pesanti” e che richiedono maggior impegno mentale vanno svolti al mattino quando la nostra mente non è sovraccaricata dallo stress, mentre i task ripetitivi e che non richiedono grande concentrazione andrebbero svolti il pomeriggio o dopo pranzo, quando le nostre energie non sono al massimo delle loro potenzialità.

4 consigli su come va impostata una newsletter

Come va impostata una newsletter? Si è discusso molto sull’effettiva utilità di questo strumento tecnologico. C’è chi sostiene di aver avuto buoni risultati dall’invio della mail periodica ad una mailing list e chi invece pensa che la propria comunicazione, sia assolutamente inutile.

Sulle esperienze passate, c’è chi comincia a domandarsi se le esigenze non siano mutate e che la newsletter debba diventare… 2.0. L’obiettivo deve essere quello stabilire un legame più personale e diretto con il proprio pubblico e subscribers, caratterizzato però da un ritmo più lento e rilassato.

In pratica la newsletter deve essere in grado di comunicare sì, ma anche di essere utile. Lo scopo potrà anche essere la vendita, ma oggi più che mai è la capacità di creare un vero storytelling e raccontarsi in modo diretto e onesto che contribuisca a creare un feeling con l’audience verso i contenuti che un brand crea e condivide. 

“La molteplicità dei canali di comunicazione adottati in questo momento storico ha fatto letteralmente alzare una barriera da parte degli utenti, un filtro che fa assorbire una minima percentuale dei messaggi a cui sono sottoposti” – spiega Simone Puliafito CEO e Founder di Taeda Communication, web agency con base a Verona che da tempo integra nelle strategie ideate per i propri clienti newsletter sia digital che cartacee, reputandole uno strumento efficace per gli obiettivi di brand awareness (ma non solo) che si intendono raggiungere. “Anche sui social, che rappresenterebbero dei canali di dialogo, stanno prendendo piede via via degli elementi di interruzione come le pubblicità durante i video (basti guardare Facebook e YouTube), le inserzioni all’interno di Messenger, le Storie sponsorizzate scorrendo le condivisioni delle persone che seguiamo”.

Parola chiave: interazione 

Chi riceve una comunicazione, a prescindere dal canale scelto, vuole avere possibilità di dire la propria, di istituire un dialogo con la controparte. L’iscrizione ad una newsletter è una scelta consapevole, che rappresenta anche una forma di “dialogo” più intima e personale, lontana spesso dalle logiche che guidano i social media. Rappresentano quindi un canale efficace a patto di non deludere chi ci ha concesso un suo dato sensibile (es. il nome e la mail) per restare sempre in contatto con la nostra realtà aziendale. 

4 consigli per una newsletter efficace

  1. Il peso specifico dell’oggetto

Spesso scegliamo di leggere un libro basandoci sul suo titolo, altrettanto frequentemente apriamo una mail perché il suo oggetto tocca le nostre corde emotive. Parole come “gratis” o “free” rischiano di far finire le nostre comunicazioni nello spam, per cui è preferibile inserire delle domande nell’oggetto stesso (es. “La sapevi questa?”), lasciare un alone di mistero (es. “Non potrai crederci…”) o addirittura utilizzare il “trucchetto” della risposta. In cosa consiste? Inserire la stringa “Re: “ prima del contenuto dell’oggetto, così da far sembrare il messaggio il prosieguo di una conversazione precedente.

2. Metterci la faccia? Conta moltissimo

Ricevere un messaggio di posta elettronica dalla casella info@nomeazienda o da simone@nomeazienda fa tutta la differenza del mondo, perché associamo il mittente ad una persona reale, concreta, che esiste davvero. Non dobbiamo dimenticare che i brand sono fatti di persone in carne ed ossa, per cui tendiamo a fidarci di più quando troviamo un interlocutore preciso e capace di dimostrare la propria competenza.

3. Rendere partecipe l’utente

Troppo spesso riceviamo messaggi nella casella di posta elettronica meramente commerciali, dove l’unico obiettivo è quello di mettere in evidenza prodotti e servizi, senza creare la minima empatia. Le comunicazioni che garantiscono maggiori benefici al business sono caratterizzate dal coinvolgimento del lettore in un racconto che stimoli la sua curiosità.

È possibile infatti esplicitare concetti che avvicinino l’utente al nostro brand narrando il dietro le quinte dell’azienda, mettendola sullo stesso piano dell’utente attraverso la condivisione di aneddoti, considerazioni, processi che hanno portato all’adozione di una scelta o alla creazione di un prodotto/servizio.

4. Utilizzare un tono di voce adeguato

Molto (troppo) spesso le aziende interagiscono col pubblico di riferimento utilizzando il plurale: “Gentili clienti…”, “In tanti ci avete chiesto…”, ma generalmente il lettore che presta attenzione alle nostre comunicazioni è da solo, davanti allo schermo dello smartphone o del computer, e sente il bisogno di una conversazione uno-ad-uno e non uno-a-molti. Dare del “tu” non è un peccato, anzi: l’adozione di un linguaggio informale rende più autentica la relazione. L’unica eccezione è rappresentata dal settore luxury, dove dare del Lei ad un cliente effettivo o potenziale mantiene quel senso di raffinatezza che certi contesti richiedono.

4+1. Differenziati dalla massa

Di volantini ne cestiniamo a volontà, ma le nostre comunicazioni possono avere sorte ben diversa. Ciò che produciamo per il web può essere raccolto in una sorta di rassegna stampa, messo a punto o maggiormente esplicitato in forma tangibile, dando vita ad una newsletter cartacea. Edizione dopo edizione si crea l’abitudine nella mente del lettore di acquisire i nostri spunti, abbassando la diffidenza a tal punto da diventare (nel corso del tempo) un grande sostenitore del brand. 

La newsletter cartacea è una sorta di mini-rivista (non necessariamente di 50 pagine) che porta la relazione ad un livello superiore perché i momenti per leggere quanto spedito sono diversi rispetto a quando siamo davanti al pc, col pericolo di trovare altre distrazioni in un baleno.

SDG Group con Alten Group per diventare leader mondiale nelle advanced business analytics

SDG Group – gruppo internazionale di management consulting, specializzato nelle attività di Business Analytics, Corporate Performance Management e Advanced Business Solutions – annuncia l’operazione industriale che la potrà portare a diventare tra le più grandi società di Advanced Analytics del mondo.

SDG Group entra infatti a far parte del Gruppo Alten – leader europeo nella consulenza tecnologica avanzata in ambito ingegneristico e ICT – e, grazie a questa operazione, aumenterà l’offerta all’interno del proprio portafoglio incrementando le proprie aree di attività sia dal punto di vista territoriale sia di competenze.

“Siamo onorati di aver concluso questa operazione che ha come obiettivo quello di portare valore aggiunto ai nostri partner, clienti e dipendenti. Insieme a SDG Group stiamo scrivendo un capitolo importante della nostra storia e siamo convinti che questo straordinario mix di competenze, valori e ambizioni confermerà la posizione di leadership di SDG Group nell’ambito delle advanced analytics” – ha dichiarato Simon Azoulay, CEO e Fondatore di Alten.

SDG Group manterrà il proprio brand e il proprio modello organizzativo e, operando in sinergia con Alten, sarà in grado di offrire servizi ancora più completi e integrati. 

I valori, le ambizioni e le strategie che accomunano SDG Group a Alten sono stati tra gli elementi principali che hanno portato alla conclusione di questa importante operazione, insieme sicuramente a una condivisione di obiettivi di crescita che entrambe le realtà perseguono fin dalla loro creazione.

“Questa operazione ci permette di accelerare ulteriormente le nostre strategie per diventare un “landmark” mondiale nei data & analytics e siamo orgogliosi che Alten ci abbia scelto per perseguire questa missione. Da oggi saremo in grado di mettere a disposizione le nostre competenze a un maggior numero di clienti e di offrire a quelli attuali una gamma ancora più ampia di servizi” – ha dichiarato Luca Quagini, CEO e fondatore di SDG Group.

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Vivere le reti tra tempo reale e tempo digitale

Il nostro viaggio nelle reti continua, anche nel tempo pandemico. Siamo di fronte ad una mutazione epocale in cui viviamo un tempo a due velocità. Da una parte, viviamo il presente che, per quanto veloce, comunque scorre accanto a noi ed insieme a noi, con processi e flussi che forse non possiamo governare del tutto ma che, per buona parte, possiamo quantomeno capire. Dall’altra, molti di noi vivono i loro flussi di Rete (sul lavoro, sui mercati, sui social network, eccetera) come una dimensione parallela che viaggia ad una velocità indescrivibile, e di cui è difficilissimo afferrare qualcosa se non, per i più attenti, piccole tracce di futuro sparse qua e là. Briciole di consapevolezza e poco più.

Ci dobbiamo stupire? In realtà, questa fase, nella sua struttura a due velocità, non è una novità nella Storia. Anche le persone che vissero nell’Umanesimo e nel Rinascimento avevano scarso sentore dei cambiamenti titanici che si stavano verificando attorno a loro. E anche loro venivano dal periodo della grande peste che sconvolse con ondate successive l’Europa tra il 1320 e il 1500. Oggi stiamo cercando di attraversare un abisso analogo. 

Per l’ennesima volta nella Storia, i poteri e gli equilibri sono messi in discussione, mano a mano che un maggior numero di persone provenienti da un molte zone del mondo entrano in contatto, collaborano e competono sul palcoscenico globale. Le rivoluzioni vere, quelle silenziose, quelle non cruente, vanno sempre in questo modo. Il vecchio viene marginalizzato più velocemente di quanto non ci impieghi il nuovo a rimpiazzarlo. Gli antichi patti sociali, una volta smantellati, non possono essere riparati né sostituiti in tempi rapidi, perché hanno bisogno di un tempo sufficiente per il loro progressivo consolidamento. 

Come cambieranno le cose intorno a noi?

Detto questo, la domanda successiva è: ok, ma qual è il problema? Il futuro non è una cosa che si prevede, è una cosa che si consegue. E oggi, anche se attraverso nebbie e tumulti, i contorni di nuove, inedite forme di organizzazione e rappresentanza stanno iniziando a profilarsi. Grazie alla Rete, al nuovo medium globale della competizione collaborativa e a livelli di connettività sociale mai raggiunti prima, tutti noi abbiamo a disposizione una serie di strumenti per reinventare processi, Istituzioni, convenzioni sociali.

Pensiamo alla crisi della politica. Ma il rischio vero è quello per cui le persone stanno maturando la sensazione che le Istituzioni siano remote e sganciate dall’esperienza, dai sentimenti e dalle aspirazioni reali della gente. Persino le organizzazioni no-profit vengono sottoposte ad un esame sempre più approfondito, e ricevono un numero crescente di appelli a comportarsi con maggior integrità nelle loro campagne o nella gestione dei fondi offerti dai donatori.

Il punto di svolta è questo: il sistema sociale connesso in Rete sarà sempre più attento nei confronti degli individui e delle organizzazioni. Nel business e nella società, quando i soggetti godono della fiducia del proprio network, dei propri stakeholder, i loro contatti di Rete rispondono attraverso comportamenti basati sulla cooperazione e sulla competizione collaborativa. Migliore è il rapporto di un’organizzazione con i suoi interlocutori, maggiore è l’accesso alle risorse di cui gode. La mancanza di fiducia dà luogo a conflitti, attriti e inefficienze. Consuma il tempo e le risorse di un sistema di gestione e management costretto a focalizzarsi sulle attività difensive.

Senza dimenticare che, nonostante la pandemia, la nascita di una nuova classe media planetario (centinaia di milioni di persone in Cina, India ed altri Paesi emergenti) sta probabilmente dando vita al maggiore sconvolgimento sociale che abbiamo mai visto a livello globale. Ne siamo già consapevoli: il ceto medio sfuma progressivamente nei Paesi industrializzati e cresce nelle nazioni che stanno emergendo a livello economico. 

Questa importantissima fascia di popolazione diventa ogni giorno più consapevole dei processi economici e culturali che influenzano il pianeta e, piuttosto che alle guerre, in qualunque parte del mondo si collochino queste persone sono interessate alla stabilità del pianeta ed al loro benessere. Mentre i loro antenati celebravano il giorno in cui i loro figli partivano per la guerra, oggi una delle preoccupazioni che si sta diffondendo è quella di garantire ai ragazzi l’iscrizione a una buona università. Che dire? Persone lungimiranti.

Questa centralità degli indicatori economici e di benessere ci deve far riflettere. L’economia si è sostituita agli armamenti come parametro di potere globale. A livello internazionale, è chiaro che in futuro una nazione potrà mantenere il suo status attraverso il potere economico che, a sua volta, nasce dallo sviluppo scientifico e tecnologico.

“Il tempo è l’unico capitale che tutti gli uomini possiedonoe che nessuno può permettersi di perdere”

Thomas Alva Edison

A cura di Angelo Deiana

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Mario Mantovani è il nuovo presidente di Manageritalia

Mario Mantovani è il nuovo presidente di Manageritalia. Il nuovo numero uno è stato eletto al termine della 95a Assemblea Manageritalia, che si è tenuta ieri pomeriggio collegando in diretta streaming 250 delegati in rappresentanza degli oltre 37mila manager associati.

Chi è Mario Mantovani

Il nuovo presidente di Manageritalia ha ricoperto la carica di vicepresidente negli ultimi 8 anni e riveste ruoli direttivi per varie organizzazioni.

Laureato in Economia e commercio, ha maturato oltre 30 anni di esperienza in primarie aziende nazionali e multinazionali, operando come direttore generale o amministratore delegato.

Alla vicepresidenza sono stati eletti Antonella Portalupi, attualmente advisor PwC e Roberto Beccari, amministratore delegato LVMH Watch & Jewelry Italy SpA.

Le prime parole del nuovo presidente di Manageritalia

Al termine dell’elezione e successivamente alla nomina, Mario Mantovani ha affermato: “Guidare Manageritalia in un momento così drammatico è una sfida che richiede la coscienza di chi siamo e cosa siamo chiamati a fare. Come manager innanzi tutto: impegnati a mantenere vive le nostre imprese, ma anche a progettare le fasi successive di ripartenza”. E inquadrando il momento: “Nei nostri settori la crisi dovuta alla pandemia ha portato a veri e propri crolli di fatturato – pensiamo al turismo – che in alcuni segmenti potrebbero comportare riduzioni permanenti. Ma in altri – servizi digitali, fintech, retail online – la crescita è rapida e accelera le trasformazioni del lavoro anche nei settori più tradizionali”.

Parlando del ruolo di Manageritalia ha detto: “Siamo un sindacato di tutela e di sviluppo. Difendiamo i nostri colleghi nelle situazioni di crisi e nei loro diritti, anche dopo la vita lavorativa attiva, ma siamo consapevoli che crescita e sviluppo – aziendali e professionali – sono la garanzia più efficace. Perciò non credo sia contraddittorio sviluppare i nostri contratti collettivi nazionali e lavorare insieme a Confcommercio per favorire nascita, sviluppo e consolidamento delle imprese”.

Un ruolo che non finisce qui, infatti ha chiuso Mantovani: “Insieme a CIDA – con tutta la dirigenza pubblica e privata del Paese quindi – cerchiamo ogni giorno un’interlocuzione attiva con Governo e Parlamento. Purtroppo mi pare che si facciano pochi passi avanti nella definizione della governance e dell’organizzazione operativa che dovranno guidare l’esecuzione delle centinaia di progetti da finanziare con le enormi risorse dei piani NextGenerationEU e degli altri piani europei. Non credo sembri ovvio solo a noi che serviranno molti manager”.

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La firma digitale è ora più “consapevole” con l’app Confirmo

La firma digitale è sempre più un prezioso strumento di lavoro, soprattutto ora che molti professionisti sono in smart working. Metterla su un documento è semplicissimo, per questo bisogna valutare ciò che si sta firmando. Per questo potrebbe risultare molto utile Confirmo, una app che digitalizza i processi relativi al consenso consapevole di un documento da firmare, favorendo maggiore comprensione, trasparenza e tutela legale.

La mission di Confirmo

Attraverso tecnologie multimediali e con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, l’app fornisce agli utenti che devono sottoscrivere, per esempio, un consenso informato, un contratto, un’informativa o una liberatoria, tutte le informazioni utili, certificandone la reale comprensione prima di apporre la firma digitale.

L’idea è di una start up di giovani professionisti nello sviluppo di software, strategie digitali e user experience. Marco Cappellini, esperto in digital transformation nel settore sanitario, ne è il fondatore e ha dato vita al progetto dopo avere constatato le difficoltà legate alla gestione dei consensi informati dei pazienti da parte degli operatori ospedalieri. 

“Abbiamo iniziato la nostra avventura affrontando il tema del consenso informato in ambito sanitario. Spesso quest’ultimo è un processo visto e considerato come un mero atto burocratico; nella maggior parte dei casi, il documento non viene firmato dal paziente in modo consapevole, generando un gap di comunicazione che può sfociare in reclami e cause – spiega Marco Cappellini – Ci siamo presto resi conto che queste problematiche sono presenti anche in altri settori come quello bancario e assicurativo. Complessivamente, si registrano oltre 100.000 cause all’anno nei diversi ambiti tra sanità, banche e assicurazioni. Basti infatti pensare ai prospetti informativi che normalmente bisogna firmare e che molto spesso non iniziamo neanche a leggere. In un tale scenario, l’obiettivo di Confirmo è quindi quello di aiutare a standardizzare i processi comunicativi verso l’utenza, preoccupandosi, soprattutto, di verificare la comprensione dei contenuti prima di generare e far firmare il documento. In questo modo, Confirmo intende agevolare il passaggio da un consenso informato a un consenso realmente consapevole”.

Come funziona Confirmo

Ma come funziona questa app? Semplicemente informa l’utente, interagisce con lui e lo assiste durante il processo di acquisizione delle competenze. Grazie al suo motore di valutazione della comprensione, certifica, attraverso le risposte dell’utente, che abbia effettivamente capito ciò che gli è stato comunicato. L’app genera la documentazione, procede alla firma digitale e archivia le informazioni in modo che siano facilmente consultabili.

Dopo avere fornito le credenziali per accedere al sistema, ha inizio il percorso multimediale che spiega in ogni dettaglio gli aspetti inerenti al documento che si andrà a firmare. 

L’app propone alcune schermate di controllo per verificare la correttezza dei dati dell’utente e la procedura che gli è stata assegnata. Le schermate comprendono testi e infografiche, filmati e animazioni. L’utente può interagire e ricevere informazioni sui contenuti del documento e chiedere ulteriori chiarimenti che gli saranno poi utili per rispondere correttamente al test di comprensione. Il percorso si conclude nel momento in cui tutte le risposte alle domande sono corrette. 

Al termine della procedura, Confirmo genera il file del documento firmato riportando anche i risultati del test di apprendimento. Il documento viene firmato con firma elettronica avanzata (FEA) o firma elettronica qualificata (FEQ), secondo i modi previsti dai regolamenti europei e italiani, e archiviato in una infrastruttura cloud per la conservazione sostitutiva a valor legale che garantisce la massima sicurezza dei dati. 

Ad oggi, Confirmo è l’unica soluzione che mette insieme tutti questi aspetti in un’unica app, favorendo i processi di trasformazione digitale. La utilizzano organizzazioni sia pubbliche che private come Fondazione Poliambulanza a Brescia, Novartis, IFO di Roma.

“Abbiamo ad oggi erogato oltre 60.000 documenti firmati con successo, nel 98% dei casi terminati dagli utenti con feedback positivo e di questi nessuno ha attivato reclami o cause – commenta Marco Cappellini – Il mercato a cui ci rivolgiamo è molto ampio: parliamo di tutte quelle organizzazioni che hanno necessità di far firmare consapevolmente ogni sorta di documentazione. Nel mondo vale oltre 50 miliardi di euro, in Europa 7 miliardi mentre in Italia siamo a 750 milioni di euro dei quali contiamo di conquistare il 2% nei prossimi tre anni. Confirmo è stata recentemente selezionata dal Texas Medical Center a Huston con il quale ha avviato un progetto di collaborazione che ha l’obiettivo di rendere la start up italiana un progetto internazionale. È stata, inoltre, scelta tra più di 100 start up per il programma di accelerazione di LUISS ENLABS”.