Riunioni di lavoro: le pause tra una l’altra sono fondamentali

Riunioni di lavoro senza sosta? Niente di più sbagliato. Microsoft ha presentato i risultati di una nuova ricerca che analizza l’attività delle onde celebrali ed evidenzia l’impatto positivo delle pause tra una riunione e l’altra.

Riunioni e stress

Secondo il Work Trend Index di Microsoft, che studia l’evoluzione dei trend del mondo del lavoro nel corso dell’ultimo anno, il tempo che trascorre tra una riunione e l’altra è aumentato notevolmente, arrivando quasi a triplicare il dato dell’anno precedente. Un altro dato interessante è che le riunioni durano mediamente 10 minuti in più, passando da una media di 35 minuti a 45. La nuova ricerca di Microsoft sottolinea come le serie continue di meeting siano fonte di stress e impattino la produttività delle persone.

Lo studio suggerisce 3 importanti consigli su come le pause tra una riunione e l’altra possano ridurre lo stress e migliorare la capacità di rimanere concentrati e coinvolti durante tutta la giornata lavorativa e dunque aumentare la produttività:

1. Le pause permettono al cervello di “resettarsi”, riducendo il rischio di un eccessivo accumulo di stress;

2. Le serie continue di meeting possono ridurre la capacità di concentrazione e il coinvolgimento delle persone;

3. Il passaggio da una riunione all’altra può rappresentare un’ulteriore fonte di stress.

Riunioni senza sosta

Meeting in Outlook: ecco le novità

Proprio in considerazione di questi dati, Microsoft ha introdotto novità importanti per i meeting in Outlook, volte proprio a prendersi un po’ di spazio per sé tra una riunione e l’altra.

Infatti, Microsoft ha rilasciato un nuovo aggiornamento dedicato al benessere dei lavoratori. Le organizzazioni, infatti, possono ora impostare di default una regola di Outlook che prevede la programmazione automatica di brevi pause tra due meeting per tutti i dipendentiLa modifica può essere inoltre implementata dai singoli utenti.

In entrambi i casi, la nuova funzionalità è personalizzabile ed è possibile bloccare slot di 5, 10 o 15 minuti alla fine di ogni meeting. È inoltre possibile programmare la durata delle pause in base alla durata del meeting stesso: le riunioni di 30 minuti, ad esempio, potranno iniziare sempre 5 minuti più tardi, mentre i meeting di un’ora inizieranno 10 minuti dopo.

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Credimi Commerce supporta le PMI nella realizzazione di progetti digitali

Credimi, fintech leader nei finanziamenti digitali per imprese in Europa, principale erogatore, tra i digital lender europei, di finanziamenti assistiti da garanzie dello Stato, ha creato Credimi Commerce con la missione di supportare la crescita delle piccole e medie imprese italiane, anche individuali, semplificando l’accesso al credito grazie all’uso di dati e tecnologia.

Credimi Commerce è il primo servizio rivolto alle imprese italiane dedicato allo sviluppo di progetti negli ambiti di e-commerce, digital marketing e CRM grazie alla collaborazione con web agency specializzate e finanziamenti a TAEG 0%.

Le imprese italiane, spinte soprattutto dalla crisi della pandemia oltre che dalla naturale evoluzione tecnologia del mercato, hanno oramai focalizzato la necessità di digitalizzare la propria offerta. 

La digitalizzazione è considerata come una tappa importante per il processo di crescita dell’azienda e il settore dei servizi è quello che le attribuisce la maggior importanza.

Le agenzie digitali selezionate – ad oggi Key-One, MODO | We Code Design, Queryo, Six Socks Studio, Sketchin, vtenext, Webidoo SpA – metteranno a disposizione i loro specialisti che, grazie alle risorse economiche delle realtà sovvenzionate, contribuiranno a realizzare i progetti digitali richiesti.

Il finanziamento, legato all’avvio di progetti digitali, è assistito dalla garanzia del Fondo di Garanzia per le PMI e si richiede online in pochi minuti, 24 ore su 24. L’importo finanziabile va da un minimo di 12.000 euro ad un massimo di 1 milione di euro ed è versato direttamente da Credimi all’agenzia approvata dal cliente. Il finanziamento ha una durata di 5 anni ed è rimborsabile a rate a partire dal quinto trimestre dalla data di erogazione. Non è prevista l’applicazione di commissioni o interessi corrispettivi a carico dell’impresa.

L’impresa richiede Credimi Commerce direttamente sul sito di Credimi.com, indicando anche gli obiettivi di crescita che vuole raggiungere attraverso il digitale. Credimi verifica la finanziabilità dell’azienda in tre giorni lavorativi e successivamente viene selezionata l’agenzia adatta a sviluppare il progetto digitale mettendola in contatto con l’azienda. Gli specialisti dell’agenzia e l’imprenditore lavorano insieme per definire il progetto e una volta che l’imprenditore lo approva, dopo la sottoscrizione del finanziamento, l’agenzia si mette all’opera per realizzarlo. 

Intervista a Ignazio Rocco, CEO e Co-Founder di Credimi

Com’è nata l’idea di finanziare e nel contempo offrire un servizio di supporto alla creazione di digital solutions?

Abbiamo ascoltato i bisogni delle PMI nostre clienti e non solo. Proprio da questa osservazione ne è emersa un’Italia che pensa di crescere anche grazie agli investimenti in tecnologia, soprattutto quelle imprese che per dimensione o posizione geografica potrebbero avere un maggiore divario digitale da recuperare (ad es. quelle del Sud e delle Isole). Un cambio di passo importante che va sostenuto e continuamente promosso perché investire nel digitale significa investire nel futuro del proprio business, avendo il coraggio anche di modificarne il modello, se necessario. Ma nel progettare questo nuovo prodotto abbiamo anche tenuto conto quanto emerso dal nostro OsservatorioPiccole Imprese Italiane (realizzato con Nextplora), che evidenzia come le PMI spesso non abbiano le competenze necessarie per dotarsi autonomamente di strumenti digitali, per vari motivi: non si conosce bene la materia, non si conoscono i consulenti adeguati alle proprie necessità, non si sa quale possa essere la dimensione del progetto. Il nostro prodotto è innovativo proprio perché non solo aiuta reperire le risorse, ma soprattutto aiuta le imprese a individuare i consulenti adeguati ai loro bisogni. 

Ci racconta quali sono stati i finanziamenti legati alla digitalizzazione attraverso qualche specifico esempio?

Ad effettuare gli investimenti maggiori nell’ultimo anno sono state le aziende operanti nei servizi (68%) seguite da quelle dell’industria (59%) e del commercio (57%). Tra le aree in cui si è investito di più: siti Internet, e-commerce, marketing digitale. Più ridotti, ma presenti, gli investimenti in digitalizzazione per migliorare i processi aziendali e i prodotti. Per molti nostri clienti la digitalizzazione è stata la strada per uscire dalla crisi. Le faccio qualche esempio: Kassiopea è una società sarda di programmazione e organizzazione di eventi nazionali e internazionali che ha visto una riduzione del fatturato dell’80% a causa del blocco di eventi, fiere e congressi. Ma non ha chiuso: dopo aver studiato ed essersi informata, l’imprenditrice ha ha messo in piedi un sistema di eventi a distanza online. O ancora, 2 effe srl è un’azienda di cosmetici personalizzati per centri estetici messa in grave difficoltà dal lockdown dello scorso marzo. In questo caso lo sviluppo di un progetto di marketing digitale ha aiutato a superare il momento. Ed infine Ecofiltri Srl, azienda abruzzese che si occupa di rigenerazione di filtri e catalizzatori SCR. Anche se il loro business non ha risentito moltissimo della crisi, la società ha usato il periodo di lockdown per migliorare il layout produttivo e digitalizzare ulteriormente la sua attività facendo leva sia sulle agevolazioni offerte dallo Stato che sull’accesso al credito attraverso il canale fintech. E ora visti i benefici pensano al prossimo step: la digitalizzazione del magazzino. Sono tre esempi diversi, ma che vanno tutti nella stessa direzione. Con questo nuovo prodotto possiamo aiutare ancora di più le imprese aggiungendo ad un finanziamento veloce anche una rosa di possibili fornitori. 

Quali sono state le maggiori reticenze riscontrate da parte delle aziende e quali invece i fattori facilitanti?

Nel complesso, per gran parte delle aziende, la digitalizzazione rappresenta sì una tappa fondamentale, ma spesso è difficile capire come mettere in atto il cambio di strategia. Le maggiori paure nell’affrontare la sfida del digitale sono in primis quella di non controllare la trasformazione perché non si conosce bene la materia. Altri hanno paura o di non avere un’idea chiara dei costi o di spendere i soldi senza un risultato soddisfacente. Quella che accomuna però tutti è di avere difficoltà nel trovare i fornitori giusti, infatti molti non nascondono di decidere da soli o seguendo il consiglio di amici. Nonostante ciò, quasi la metà delle ditte individuali considera la digitalizzazione un driver fondamentale per la crescita e per le piccole imprese dei servizi sarà “il principale obiettivo per il prossimo anno”. Questo lockdown sta sicuramente dando una scossa molto forte e probabilmente un cambio di rotta potrà forse arrivare dal Recovery Fund europeo che è stato costruito proprio per sostenere la trasformazione ambientale e digitale: un ulteriore impulso che potrebbe mettere enormi risorse a disposizione di chi ha la volontà e la determinazione per fare innovazione.  

Quali sono i criteri per accogliere nella collaborazione con Credimi le agenzie che erogano i programmi digitali?

Stiamo già selezionando nuove aziende specializzate che possono supportare le imprese in percorsi di digitalizzazione dedicati. L’adesione a Credimi Commerce è infatti aperta a tutte le agenzie operanti nell’ambito della consulenza e realizzazione di progetti digitali (creazione siti web, e-commerce, digital marketing, CRM, branding, etc..). Ma ciò che ci preme di più è la condivisione del fatto che si sta realizzando un prodotto che può fare veramente la differenza per coloro che rappresentano la pancia produttiva del nostro Paese.

TSH San Lorenzo: arriva a Roma l’hotel dal concept ibrido e inclusivo

Un concetto ibrido di ospitalità che vuole incoraggiare il contatto e l’interscambio di esperienze. È l’idea del gruppo The Student Hotel (TSH), che aprirà a Roma il quinto Hotel che si chiamerà TSH San Lorenzo e sarà terminato, secondo quanto annunciato, entro la fine del 2023.

Proprio per questa sua specifica caratteristica è stato scelto uno dei quartieri più inclusivi della Capitale, appunto San Lorenzo, in cui studenti, professionisti, artisti e creativi in genere amano trascorrere il proprio tempo.

L’idea di base del The Student Hotel

Il concetto ibrido di ospitalità del TSH è stato pensato per accogliere studenti, turisti, vicini di quartiere e imprenditori con lo scopo di apprendere, alloggiare, lavorare e divertirsi, all’interno di un’unica struttura, totalmente a loro disposizione.
Charlie MacGregor, CEO e fondatore di The Student Hotel ha affermato: “Siamo molto entusiasti di aver firmato questo accordo e non vediamo l’ora di aprire le nostre porte in quella che forse è la città più famosa al mondo, Roma. Abbiamo dato inizio alla nostra avventura con il nostro primo hotel a Firenze nel 2018 e lo scorso ottobre abbiamo inaugurato con successo TSH Bologna, nonostante i difficili tempi dovuti al COVID. Inutile dire che, avendo altri tre hotel in cantiere, amiamo l’Italia! Siamo lieti di portare la nostra idea di comunità a Roma e ci auguriamo un impatto positivo sul quartiere di San Lorenzo”.

Come sarà il The Student Hotel di Roma?

Sorgerà nella zona della vecchia dogana di Roma e si svilupperà in una struttura ibrida di 21.000 mq, che vedrà la realizzazione di 444 stanze per studenti, ospiti hotel e giovani professionisti, nonché spazi per il co- working, meeting ed eventi, nei quali ospiti di ogni tipo possano incontrarsi e scambiarsi idee.

Inoltre, il progetto prevede anche la realizzazione di aree verdi e aree dedicate allo sport, ad eventi e ad attività ricreative, che saranno completamente aperte e accessibili al pubblico.

“Questo investimento mostra la fiducia che riponiamo nelle prospettive future del mercato italiano e in una città così importante come Roma, nonostante il difficile momento che stiamo affrontando”, afferma Edoardo Volpi, Head of Investments Italy, The Student Hotel. “Il nostro obiettivo è quello di offrire un contributo positivo al processo di rigenerazione culturale e urbano già in atto e diventare parte integrante della comunità”.

Cresce la famiglia di Confassociazioni che conta ora 700 associazioni!

La famiglia di Confassociazioni cresce sempre più. È proprio il presidente Angelo Deiana a darne l’annuncio ufficiale. “Siamo arrivati a 700 associazioni, 1.225.000 iscritti di cui più di 211.000 imprese. E abbiamo grandi progetti per il 2021“. Un numero davvero incredibile, considerando anche la velocità con la quale la Rete delle Reti continua a crescere.

“Nel DNA di una grande rete di imprese e professionisti come la nostra c’è il gene fondante del suo successo: la capacità di saper coniugare il valore della nostra tradizione con la spinta verso l’innovazione. È per questo – prosegue Angelo Deiana, a nome di tutto l’Ufficio di Presidenza di Confassociazioni composto da Riccardo Alemanno, Franco Pagani, Federica De Pasquale – che stiamo continuando a lavorare per il nostro futuro. D’altra parte, pur nella continuità degli obiettivi strategici (visione di lungo periodo e collaborazione competitiva), abbiamo raggiunto questi numeri straordinari. Confassociazioni ha ora 700 associazioni di professionisti e imprese, 1 milione e 225mila iscritti, 211 mila imprese con 5,1 dipendenti medi”.

Ma non si ferma qui Confassociazioni e attraverso il suo Presidente, fa capire chiaramente che altri progetti sono in arrivo. “Il bello deve ancora venire – ha concluso il Presidente di Confassociazioni, Angelo Deiana – abbiamo tanti progetti di ulteriore crescita in corso: dallo straordinario successo che sta avendo Confassociazioni University, l’Università on line che abbiamo lanciato insieme a Università Mercatorum, al nostro ormai famoso format editoriale su come #RilanciarelItaliafacendosemplici, che vedrà l’uscita da qui a luglio di 3 libri dedicati a #Lazio, #Management, #Sicilia. Senza tralasciare la nostra apertura ai paesi oltre il confine nazionale con le branch dedicate, concrete e utili sponde di confronti e sinergie per operare ancora meglio per il bene del nostro Paese. Un grande sforzo di progettazione e di idee per investire da azionisti nel sistema Italia le nostre competenze, capacità e abilità perché siamo veramente preoccupati di un autunno in cui rischiamo una grave crisi economica e sociale. Dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo subito”.

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Design Thinking, cos’è e perché i manager ci puntano forte

Design Thinking, cos’è’?  L’approccio alternativo all’innovazione che integra capacità analitiche con attitudini creative, è un modo di fare che si sta sempre più radicando nei modi di gestire le aziende da parte dei manager. Dalla ricerca dell’Osservatorio Design Thinking for Business della School of Management del Politecnico di Milano, presentata ieri durante il convegno online “Design Thinking: hate or love it? Matches and mismatches with alternative innovation frameworks”, sono emersi numeri importanti.

I risultati della ricerca

L’analisi, che è stata condotta su un campione di 368 manager responsabili di diverse unità di business aziendali evidenzia come il Design Thinking sia il modello più adottato, utilizzato da quasi un terzo del campione (31,2%), seguito dall’approccio Agile Development (che promuove il continuo sviluppo e miglioramento del progetto lungo le diverse fasi del suo ciclo vitale) che è impiegato da un manager su quattro (25,0%), dall’Open Innovation (che sfrutta spunti di innovazione dall’esterno per accelerare l’innovazione in azienda e condivide con il mercato l’innovazione prodotta internamente, 18,7% del campione) e dal modello Lean Startup (che sviluppa attività e prodotti mirati ad accorciare il ciclo di sviluppo di un prodotto e a determinare rapidamente se il modello di business proposto è funzionale, 15,6%), mentre circa uno su dieci si concentra su altri approcci all’innovazione (9.5%). 

I settori che nel 2020 hanno investito maggiormente in progetti basati sul Design Thinking sono energia (13,0% della spesa), manifattura (12,3%) e finanza e assicurazioni (11,8%). Ma è risultato importante anche l’interesse dei comparti retail (10,5%), food & beverage (7,9%), healthcare (6,4%), automotive (4,1%), pubblica amministrazione (2,9%) logistica e trasporti (2,5%) e IT (2,4%).

Questi dieci settori coprono quasi il 75% del totale degli investimenti in iniziative di Design Thinking nell’ultimo anno. Il 38,6% della spesa riguarda progetti per la risoluzione di problemi complessi (Creative Problem Solving), in crescita del 5,1% rispetto al 2019, il 24,6% è dedicato alla realizzazione e verifica rapida di prodotti e servizi (Sprint Execution, -2,8%), il 22,6% alle attività pensate per coinvolgere più profondamente i dipendenti nei processi creativi (Creative Confidence, -4%) e il 14,6% si concentra sulla ridefinizione della visione strategica aziendale (Innovation of Meaning, +0,5%).

Le tecnologie digitali come i Big Data Analytics, l’Artificial Intelligence e l’Internet of Things, sono essenziali nel ruolo di trasformazione e potenziamento del modo in cui il Design Thinking viene applicato nei progetti di consulenza e di innovazione. Mediamente i progetti di Design Thinking utilizzano meno tecnologie digitali rispetto ai progetti basati su altri approcci all’innovazione. I Big Data sono la tecnologia più impiegata, presente nel 19,3% dei progetti di Design Thinking. Artificial Intelligence e Internet of Things hanno invece una diffusione analoga nei progetti di Design Thinking, rispettivamente 17,3% e 17,0%. Più marginale l’impiego di tecnologie come l’Additive Manufacturing e l’Extended Reality (rispettivamente 9,7% e 8,6%).

“Design Thinking e tecnologie digitali possono beneficiare moltissimo l’uno dalle altre – afferma Stefano Magistretti, Research Platform Development dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. La trasformazione digitale non è soltanto un fenomeno tecnologico, ma coinvolge l’intera organizzazione aziendale, potenziando significativamente le diverse fasi dei processi di innovazione e di Design Thinking. Allo stesso tempo, il Design Thinking aiuta i manager a comprendere il potenziale degli strumenti digitali e coglierne tutte le potenzialità di business e di coinvolgimento della forza lavoro e dell’utenza”.

“Il Design Thinking si sta diffondendo rapidamente nelle imprese italiane, trovando applicazione in una grande varietà di settori economici e di processi, come l’innovazione di prodotto e servizio, le esperienze digitali e la trasformazione organizzativa – afferma Claudio Dell’Era, Direttore dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. I manager abituati ad utilizzarlo raramente lo integrano con altri modelli di gestione dell’innovazione, preferendo estenderne l’uso a diverse attività, mentre chi invece adotta prevalentemente altri approcci all’innovazione è più aperto a combinare gli altri modelli con il Design Thinking, sfruttandone la versatilità e le superiori capacità di comprensione e interpretazione dei problemi”.

“Di fronte alla grande mole di informazioni e di possibilità offerte dalle nuove tecnologie, il Design Thinking offre una chiave di lettura dei problemi, una guida che aiuta imprese e consumatori a cogliere ciò che è realmente di valore in un prodotto o servizio, e quindi a orientarsi nelle scelte – afferma Roberto Verganti, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. L’importanza di questo approccio all’innovazione è ulteriormente cresciuta durante la pandemia, per la sua capacità di affrontare l’incertezza e la complessità analizzando i problemi e il contesto che li comprende da punti di vista innovativi e di riformularli per facilitarne la soluzione”.

“Le imprese hanno bisogno del Design Thinking per catturare il potenziale dell’innovazione tecnologica, trasformarlo in opportunità di business e in prodotti e servizi accessibili alle persone – commenta Francesco Zurlo, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. L’innovazione non può più essere confinata nel dipartimento ricerca e sviluppo, ma deve essere trasversale a tutte le unità e i processi aziendali. Il Design Thinking è lo strumento per accelerare questa trasformazione che è organizzativa, prima ancora che digitale”.

16 aprile: Giornata del Pigiama in Ufficio. Come vi vestite per lavorare da casa?

Giacca, camicia e cravatta sopra, pantalone del pigiama sotto. Voi come vi vestite per lavorare da casa? Quanti di voi hanno svolto almeno una volta nel ultimi mesi un meeting di lavoro online, conciati in questo modo? InfoJobs, la piattaforma tra le più importanti per la ricerca di lavoro online, ha interrogato sul tema i suoi utenti in occasione della Giornata del Pigiama in Ufficio (16 aprile), con l’obiettivo di regalare un po’ di leggerezza in questo momento difficile, scoprendo quali siano le tendenze, in termini di outfit, delle persone che affrontano ogni giorno riunioni, briefing e chiusure di accordi commerciali direttamente dalle mura domestiche, ma non solo!

Lavorando in molti da casa, l’outfit comodo è certamente un must, ma ci sono occasioni che richiedono comunque una certa formalità nel vestire, anche a distanza. E poi ci sono gli irriducibili dello stile che, anche se si trovano nel soggiorno e nella cucina del proprio appartamento, sono comunque vestiti di tutto punto.

A spiccare tra i dati emersi dalla survey è proprio il dato che attesta un forte incremento dell’attività professionale in modalità agile, rispetto all’indagine condotta a marzo 2020: quasi il 40% del campione nel 2021, rispetto al 15% nel 2020, afferma di lavorare almeno parzialmente da casa, a testimonianza di un fenomeno che coinvolge ormai sempre più persone da nord a sud.

Il 58,2% dei rispondenti è organizzato con postazione dedicata pronto a gestire ogni sfida lavorativa, anche se l’8,5% non disdegna il divano e addirittura un 4% gestisce mail e progetti comodamente dal letto, tra cuscini e piumone! Il 29% non ha una postazione di lavoro fissa, vince uno spirito nomade casalingo con una forte predilezione per tavoli e scrivanie magari a scomparsa.

Come vestono gli italiani per lavorare in casa?

Per il 65,9% vince la comodità, l’outfit sportivo che premia il comfort è l’ideale per gli smart workers, seguito a grande distanza dal 15% che opta per l’opzione pigiama h24! Rimane un 17,3% che non ha modificato il suo stile a causa del cambio location lavorativa econtinua a vestirsi come sempre

Ovviamente il momento più delicato è quello dei meeting in videocall e la scelta dipende dalle opzioni che richiede lo stesso. I dati evidenziano un testa a testa fra gli irremovibili dello stile e quelli che si concedono qualche libertà: per il 32,6% è una questione di stile, solo outifit completo scarpe comprese, il 34,5% propone un mezzo busto elegante, ma sotto largo a pigiama e ciabattone, percentuale che cresce per i follower IG di InfoJobs raggiungendo il 61% a discapito del 39% che non rinuncia all’outfit completo! Resta poi un 20,6% che ormai non fa più caso a cosa indossa, complice la situazione attuale che permette di uscire solo per un cambio stanza e la nuova normalità delle videocall, che ormai si usano per qualsiasi cosa, dal caffè con i colleghi alla riunione del CdA aziendale. A questo proposito, c’è anche chi prende una posizione netta: elegante con capo e clienti, pigiama o tutona con colleghi (7%). 

Ma la produttività ha una dipendenza diretta dall’outfit? Per il 69% degli intervistati, il modo di vestire non incide sulla produttività e quindi non è l’abbigliamento indossato a determinare il proprio grado di professionalità, mentre il 31% crede che l’aspetto curato motivi maggiormente ad affrontare la giornata lavorativa anche se non necessariamente in ufficio.

Su questo argomento il parere contrastante arriva dagli intervistati InfoJobs tramite il proprio canale IG, dove la maggioranza (52%) sostiene il contrario e che l’abbigliamento abbia inevitabilmente un impatto sulla produttività, mentre il 48% dichiara non vi sia assolutamente un nesso tra abbigliamento e produttività.

Outfit e lavoro

Non tutti però hanno la possibilità di svolgere il proprio lavoro in modalità agile, quindi l’indecisione davanti all’armadio rimane un punto cruciale per molti, soprattutto per chi non ha vincoli che regolamentano l’outfit, come il 44,7% per il quale però non deve mai mancare il buon senso e il decoro. Massima libertà per il 25,8% che può dar sfogo alla propria creatività, non limitando colori e abbinamenti ed essere sempre al passo con le mode del momento!

Divieti e limiti per il 29,6% che invece è legato a una divisa e non può esprimersi liberamente con il proprio look. E se proprio non è possibile aver agio sull’abbigliamento, si punta tutto sugli accessori! Tra quest’ultimi il portafortuna è rappresentato dal 19,6% degli intervistati che possiede un accessorio o un capo e lo indossa anche a lavoro, l’8,5% dichiara invece di possedere un oggetto prezioso, ma destinato solo alle occasioni lavorative importanti.

Vaccini in azienda: i direttori del personale sono abbastanza favorevoli, ma…

Vaccini in azienda? Perché no. Questo è il risultato di una survey condotta dall’AIDP, l’associazione dei direttori del personale.

Oltre il 55% dei direttori del personale ha comunicato la disponibilità a Confindustria ad attivare un centro vaccinale anti Covid-19 all’interno della propria azienda. Il 17% circa, invece, lo sta valutando mentre il 29% a risposto negativamente. Rispetto alla disponibilità più in generale ad attivare un centro vaccinale in azienda, il 50% dei direttori del personale ha risposto sì mentre il 40% lo sta valutando. 

Il risultato dello studio

Ben il 48% dei direttori del personale ha espresso la propria disponibilità e quella della loro azienda per i vaccini sia per i dipendenti che per i loro familiari, il 38% solo per i dipendenti, il 5% ha dato disponibilità anche per i dipendenti di altre aziende mentre per il 9,30% la disponibilità è per tutti i residenti del territorio.

Rispetto ai costi, il 48% sarebbe addirittura disposto a coprirli direttamente, oltre il 38% lo sta valutando e il restante 13% non è disponibile a sostenerli. Il 38% delle aziende ha già al suo interno una struttura, ambienti e percorsi adeguati a gestire il processo di vaccinazioni e il 42% lo sta valutando. Il 18% non è attrezzato da questo punto di vista. Il 19% dei direttori del personale, inoltre, si sta attivando per trovare strutture e ambienti da destinare alla gestione dei processi di vaccinazione all’esterno dell’azienda. Soluzione a cui sta pensando anche il 38% delle aziende.

Il 54% delle aziende ha già personale in grado di eseguire la vaccinazione all’interno delle aziende come medici competenti e infermieri mentre oltre il 16% lo sta valutando e il restante 29% non è attrezzato da questo punto di vista e il 39% ha già verificato la disponibilità del medico competente a somministrare il vaccino.

Le criticità

Sarebbe bello se non ci fossero criticità, ma determinati fattori non possono passare in secondo piano e devono essere tenuti in debita considerazione. Rispetto a quella del ruolo dell’azienda nella somministrazione dei vaccini per il 59% dei direttori del personale queste risiedono nella posizione espressa dal Garante, laddove afferma che il datore di lavoro non può per legge acquisire il nominativo dei lavoratori che intendono o si sono vaccinati, neanche per tramite del medico o con il loro esplicito consenso e di conseguenza, quindi, nell’organizzazione delle liste delle persone da vaccinare. Il 54% ha dichiarato che questa posizione del garante è un forte elemento di dissuasione ad organizzare le vaccinazioni in azienda. Per il 60% la criticità più evidente è la responsabilità in caso di reazione allergica. Anche in questo caso per una significativa platea di aziende, il 48%, questo è un elemento di forte dissuasione. Infine per il 53% circa esiste una difficoltà nella gestione e conservazione dei vaccini. 

“Il ruolo delle aziende e dei direttori del personale nella concreta disponibilità data nella gestione della campagna vaccinale evidenzia un elevato senso di responsabilità civile che mi preme sottolineare e che non è scontato, – spiega Isabella Covili Faggioli, Presidente AIDP -. Come emerge dai nostri dati c’è un’elevatissima percentuale di aziende già disponibili, e altre che arriveranno, che si sono messe a disposizione, facendosi carico anche dei costi connessi. Non solo, ma numerose aziende sono disponibili a vaccinare non solo le famiglie dei dipendenti, ma anche i dipendenti di altre aziende e tutte le persone del territorio di appartenenza. Ciò detto non vanno sottaciute anche le difficoltà che pur ci sono. Tra queste, seppur assolutamente legittime, le implicazioni dal punto di vista della privacy, come ribadito dal Garante, sono certamente un ostacolo che auspico vengano in qualche modo attenuate vista la straordinarietà del periodo storico che stiamo vivendo, unite anche a difficoltà logistiche e organizzative che andranno affrontate ”. 

Uno spazio virtuale di confronto tra imprenditori: l’idea di Marco Massari

L’idea è davvero interessante. Marco Massari, consulente aziendale per diversi imprenditori e aziende sta lavorando ad un progetto che prevede la creazione di un ambiente virtuale di confronto tra imprenditori, dal quale nascerà un libro corale.

Secondo una recentissima ricerca del Boston Consulting Group, ripresa anche da Il Sole 24 ore, rivela come pratiche quali la mindfulness abbiano un impatto decisivo sui manager: i 550 partecipanti allo studio hanno confermato di aver rilevato notevoli miglioramenti nell’emotività (+10%), nel benessere psicologico (+15%) e nel benessere sociale (+20%).

“Non dimentichiamo che, ancor prima di essere un imprenditore, colui che guida un’azienda o avvia un’attività professionale è un essere umano, perciò non può essere sufficiente parlare di numeri e bilanci. – afferma Marco Massari, già autore del libro ‘L’impresa di essere imprenditori’, per PM Edizioni – Per questo motivo ho deciso di interessarmi a quegli argomenti più connessi agli aspetti personali e umani, altrettanto importanti per avere un’impresa di successo. Mi riferisco a fattori come la motivazione, la leadership, l’importanza di individuare e seguire i propri valori e obiettivi, ma anche di come affrontare in modo costruttivo ed efficace ansie, conflitti, fallimenti e saper gestire il superamento delle negatività”.

Il progetto, come si sviluppa

Da queste riflessioni è nata l’idea di creare un progetto innovativo: uno spazio di confronto virtuale, continuativo e aperto, nell’ambito del quale sia possibile interagire su questi temi, con lo scopo, partendo dalle storie di ognuno dei partecipanti, di arrivare ad opinioni il più possibile condivise e condivisibili, fino ad arrivare alla pubblicazione di un libro che sarà appunto “corale”, ovvero derivante da questa esperienza collettiva di riflessione e scambio.

A supporto di Massari in questa ambiziosa impresa, ci sarà la dottoressa Silvia Ferrari, psicologa e psicoterapeuta di Fidenza, Laura Sgrò, avvocato,
Danilo Coppe, conosciuto come “mister dinamite”, massimo esperto di esplosivistica in Italia, Fabio Bussacchini, ex ufficiale dei carabinieri appartenente ai NAS ed oggi noto imprenditore e professionista nel campo della nutrizione.

Lo spazio virtuale su cui il progetto sta muovendo i primi passi è la pagina Facebook Essere o non essere imprenditori, dove ci si augura di sciogliere l’amletico dubbio e riscoprire che sì, essere imprenditori di successo è possibile, anche oggi.

“Il web è già pieno di luoghi in cui ci si può incontrare per arrabbiarsi e sparare a zero sullo Stato, sulle banche, sull’Europa e via dicendo, e direi che ne abbiamo piene le tasche. – continua Massari – Certi discorsi non mi interessano, li reputo poco utili e ancor meno produttivi. Vorrei creare un ambiente virtuale dove ci si concentri su ciò che possiamo fare per migliorarci, e non sulle critiche o le lamentele. I consulenti aziendali, di solito, sono molto bravi a spiegare i numeri, ma capiscono poco di psiche e spirito. Gli psicologi, per contro, sono bravissimi a gestire la mente, ma non riescono a scendere nel dettaglio delle problematiche concrete dei conduttori d’impresa. Noi vogliamo chiudere il cerchio, rivolgendoci agli imprenditori davvero a 360°”.

Governare la burocrazia nell’era digitale: ecco cosa sta accadendo

L’era dell’intelligenza artificiale e della sostituzione tecnologica, anche grazie all’accelerazione pandemica, è quasi arrivata. Come dimostrano le trattative sui vaccini, i loro problemi di produzione e consegna, le discriminazioni tra Regioni piuttosto che fra Stati, il mondo in cui viviamo è sempre più complesso ed ha bisogno di modi innovativi per fare business ed essere governato. 

Nonostante questa ormai radicata consapevolezza, proprio i fatti legati al tema pandemia dimostrano che la maggior parte dei governi opera ancora sulla base del pensiero organizzativo novecentesco, quello basato sullo stesso modello di comando e controllo su cui si reggevano le imprese e le Istituzioni di allora. 

Dopotutto, la burocrazia e l’economia industriale sono cresciute di pari passo. L’economia aveva bisogno di strade, reti elettriche, ferrovie. È stato un flusso che veniva da lontano, dai processi di costruzioni delle grandi ferrovie intercontinentali, la causa prima della struttura piramidale delle organizzazioni di tutto il XX secolo. Ecco perché, con la crescita dell’apparato governativo, è stato necessario costruire procedure, strutture e sistemi di controllo più complessi, gestiti tutti quanti da una piramide di burocrati professionali. 

Il cambiamento arriva con la tecnologia

Poi sono arrivati il computer e la Rete. Qualcuno potrebbe affermare che, negli ultimi anni, i governi e le imprese hanno informatizzato in modo imponente il proprio lavoro. Ma, se pensate che i computer abbiano migliorato la situazione, non illudetevi.

I vecchi processi e le vecchie forme organizzative sono stati semplicemente adattati ai software esistenti generando quel caos fatto di database incongruenti e altre anomalie informatiche che affliggono quasi tutti i governi e le pubbliche amministrazioni a livello globale. 

Insomma, nonostante l’avvento del web, persino una forza irresistibile della nostra epoca come il capitalismo intellettuale e delle reti fatica a smuovere la massa inamovibile della burocrazia governativa e territoriale. Un solo risultato: le nostre strutture amministrative sono ancora legate in gran parte a logiche antiquate e a processi operativi superati. 

Parola chiave: adattamento

Ecco una prima verità che emerge dalle trasformazioni generate dall’economia della conoscenza e della reputazione. Il mercato, come abbiamo ormai verificato da tempo, non è probabilmente in grado di soddisfare direttamente molti bisogni dei cittadini, ma il vero problema è che non possono farlo neanche modelli di governo che si richiamano ad un’età industriale che è praticamente tramontata. 

L’invecchiamento della popolazione, i ritmi lentissimi del processo normativo, la sempre maggiore complessità dell’ambiente economico, la crescente interdipendenza internazionale e l’incapacità di esercitare una supervisione efficace richiedono nuovi modelli di governo basati sul capitalismo intellettuale. La gestione della pandemia lo sta dimostrando a tutti i livelli. 

Ma adattarsi non è una cosa facile. I confini sfumano, gli Stati per certi versi tendono a svanire in termini economici e politici, le imprese si dematerializzano (software) oppure diventano veri e propri Stati paralleli (hardware). 

È difficile governare con i vecchi processi. Per questo aveva ragione Karl Popper. Non si possono governare cose nuove con modelli vecchi. Vedremo nei prossimi articoli cosa fare allora e perché farlo.

“La vecchiaia oggi non è più un’età anagrafica ma è un’età dello spirito. È vecchia la persona, l’organizzazione, il management che affronta i problemi nuovi con pensieri vecchi”

Karl Popper

A cura di Angelo Deiana

Le nuove funzioni di LinkedIn: ecco quali sono…

LinkedIn si conferma vicino ai professionisti soprattutto in questo momento di grandi cambiamenti. E proprio per chi vuole cambiare e proporsi con le proprie skills sono pensate le nuove funzioni di LinkedIn presentate di recente.

Le nuove funzioni di LinkedIn

L’obiettivo è quello di raccontarsi attraverso la rete professionale di LinkedIn implementando il proprio profilo.

Storia di copertina 

È una nuova funzione del profilo LinkedIn che potrebbe aiutare le persone a condividere attraverso i video la propria storia professionale in modo più autentico e coinvolgente. Le persone in cerca di lavoro possono condividere i propri obiettivi di carriera e mostrare al meglio le proprie capacità ai recruiter e agli hiring manager. I liberi professionisti in cerca di nuove opportunità di business anche attirare nuovi clienti condividendo informazioni sui servizi offerti dalla propria attività. Secondo una recente ricerca LinkedIn, il 75% dei responsabili HR ritiene infatti che un curriculum standard non sia sufficiente per valutare le competenze trasversali di un candidato, e quasi l’80% ritiene che il video sia diventato uno strumento importante quando si tratta di valutare i candidati 

Modalità Creatore di contenuti

I Creator, che condividono regolarmente informazioni dettagliate, pubblicano contenuti e stanno lavorando per far crescere i propri follower su LinkedIn, possono ora attivare la nuova Modalità Creatore di contenuti aggiungendo il pulsante “Segui” sul profilo, così da poter condividere di più sulle proprie competenze, con la possibilità di includere anche degli hashtag in linea con i propri interessi, come ad esempio #design o #mentorship. Al contempo le sezioni Featured e Activity appariranno nella parte superiore del profilo per visualizzare meglio i contenuti. 

Pagina dei servizi 

I freelance e i titolari di piccole imprese saranno in grado di creare una Pagina dei servizi direttamente dal loro profilo elencando i servizi che offrono ed attrarre nuovi potenziali clienti. Elencare i servizi offre ai membri di LinkedIn una maggiore visibilità all’interno della community globale di LinkedIn che conta circa 740 milioni di membri, dei quali 15 milioni in Italia. A breve LinkedIn aggiungerà altri modi per gestire i servizi e le interazioni con la clientela dalle pagine dedicate ai servizi. Presto, sarà possibile anche trovare l’introduzione delle valutazioni e delle recensioni direttamente sulle Pagine dei servizi. Oltre alle nuove funzioni appena annunciate, LinkedIn sta aiutando le persone alla ricerca di una nuova opportunità professionale e i professionisti delle HR anche con altre funzioni già attive come far sapere al proprio network che si è disponibili per un nuovo lavoro attraverso l’utilizzo dell’hashtag #OpenToWork utilizzabile nella cornice della propria foto profilo, elemento utile a segnalare ai datori di lavoro e alla grande community di LinkedIn, che si è alla ricerca di nuove opportunità. Più di 6 milioni di persone stanno già utilizzando la cornice #OpentoWork e ricevono in media il 40% in più di messaggi dai recruiter, e hanno il 20% in più di probabilità di ricevere messaggi dai propri contatti su LinkedIn. Altra novità interessante è che i responsabili delle risorse umane possono anche utilizzare la cornice per immagine del profilo #Hiring per segnalare alla propria rete di contatti i ruoli disponibili. In questo modo chi cerca lavoro può vedere più facilmente chi sta assumendo.

Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia afferma: “Siamo entusiasti di offrire ai nostri iscritti nuovi modi per mettere ancora meglio in risalto le proprie capacità, competenze e servizi, oltre a migliorare le interazioni con la nostra comunità professionale in crescita. L’attuale pandemia ha dato inizio ad una nuova era per il lavoro in ambito virtuale, ed è diventato sempre più importante che le persone e le aziende siano connesse digitalmente. Con queste nuove funzionalità intravediamo un’enorme opportunità per i liberi professionisti e le piccole imprese di estendere la propria base di contatti e clienti in tutto il mondo. Mostrare i servizi offerti e rendere le competenze più visibili su LinkedIn è fondamentale per raggiungere questi obiettivi”.

XXIV edizione del Premio EY L’Imprenditore dell’Anno: ecco le novità di quest’anno

Serrande che si abbassano, uffici che chiudono, partite IVA che si arrendono. Il quadro della situazione in chiave futura non è certamente splendido, così come descritto anche in questo articolo. Eppure qualche spiraglio di luce gli imprenditori lo vedono. In occasione dell’apertura delle candidature della XXIV edizione del Premio EY L’Imprenditore dell’Anno, è stata effettuata un’indagine effettuata dall’EY stessa per conoscere il pensiero degli imprenditori sul momento che stiamo attraversando e sulle loro aspettative per l’immediato futuro.

Dall’indagine emerge un chiaro segnale di speranza: il 66% delle aziende mostra fiducia e guarda con ottimismo al futuro, tra queste circa il 53% non ha previsto una riduzione del proprio piano di investimenti (35%) o lo ha integrato con nuove e diverse tipologie di investimenti a seguito della pandemia da Covid-19 (18%), mentre il 14% lo ha perfino potenziato.

Circa il 40% delle aziende ha previsto nel proprio business plan investimenti in innovazione di prodotto e digitalizzazione; inoltre, tutte dichiarano inoltre di voler concentrare le proprie risorse sulla digital transformation, con particolare attenzione alla digitalizzazione dei processi (57%) e all’omnicanalità (25%) così da anticipare i trend e garantire un significativo vantaggio competitivo quando la ripresa sarà generalizzata.

1 azienda su 5 investirà anche nell’automazione della produzione, che appare rilevante anche alla luce dei numerosi incentivi legati all’Industria 4.0, che nel 2019 ha raggiunto un valore di € 3,9 miliardi (+22% rispetto al 2018); Diventare e restare sostenibili è inoltre uno dei fattori chiave nei diversi settori di mercato. Infatti, oltre il 30% dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato di aver incluso nel proprio business plan investimenti legati alla sostenibilità sia in ambito sociale sia in ambito climatico. Infine, 1 azienda su 3 dichiara di voler sviluppare un modello agile di smart working con l’obiettivo di rendere la propria organizzazione più efficiente. 

Massimiliano Vercellotti, Responsabile italiano del Premio EY L’Imprenditore dell’Anno, commenta: “In questo momento storico di forte complessità per le aziende, il premio EY L’Imprenditore dell’Anno vuole valorizzare tutte quelle realtà che stanno affrontando con tenacia e resilienza l’emergenza pandemica. Per questo, al centro della XXIV edizione ci sarà il tema del coraggio. Un sentimento comune a gran parte delle nostre imprese che non si sono mai date per vinte dimostrando di saper superare le difficoltà e, in alcuni casi, riuscendo perfino a trasformare la crisi in un vantaggio competitivo sul mercato globale. L’indagine che abbiamo condotto sul tessuto imprenditoriale del nostro Paese ci ha rivelato che nonostante le avversità, il 66% delle aziende mostra fiducia e guarda con ottimismo al futuro, continuando ad investire, e privilegiando la necessità di accelerare la trasformazione del proprio business”.

XXIV edizione del Premio L’Imprenditore dell’Anno®

In occasione dell’apertura delle candidature, EY ha deciso di raccontare attraverso la video serie “Imprese di coraggio” le storie di sei imprenditori che hanno affrontato la crisi con tenacia, puntando su persone e innovazione. Le prime due storie sono disponibili sul sito di ey.com

Sarà un’edizione speciale, rinnovata anche nel format, e che sarà accompagnata durante la fase delle candidature da un roadshow territoriale “Imprenditori d’Italia” che si terrà tra giugno e settembre in 3 regioni italiane (Lombardia, Toscana, Puglia) in cui si andranno ad incontrare imprenditori dei principali distretti italiani e le istituzioni locali. 

Tra i vincitori delle ultime edizioni, il Premio vanta imprenditori come: Remo Ruffini, Presidente e Amministratore Delegato di Moncler (2017); Sonia Bonfiglioli, Presidente di Bonfiglioli Riduttori, (2018) e Massimo Perotti, Executive Chairman di Sanlorenzo S.p.A (2019).

Spazio anche ai nuovi talenti con il Premio EY Start Up, attraverso il quale si vuole dare visibilità ai giovani più brillanti che partendo da un’idea originale, sono riusciti a dar vita ad un’impresa proponendo al mercato prodotti, processi e servizi innovativi. 

La giuria, composta da autorevoli rappresentanti del mondo delle istituzioni e del settore privato, valuterà in base a fattori e valori come spirito imprenditoriale, valorizzazione del capitale umano, innovazione, direzione strategica, respiro globale ed integrità personale. 

I vincitori saranno proclamati nel corso di una cerimonia che si terrà a Milano a novembre 2021. Il vincitore dell’edizione avrà anche l’opportunità di competere per il titolo di “World Entrepreneur Of The Year”, sfidando i vincitori nazionali dei 65 paesi in cui il Premio è attivo, in occasione di un appuntamento speciale che si svolgerà a Montecarlo.

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Riunioni virtuali: ecco qualche consiglio su come ridurre lo stress sul lavoro

Lo smartworking può portare con sé tante problematiche e tra queste quelle dovute alle tante riunioni virtuali sulle principali piattaforme web. In pratica sono tanti i professionisti e i lavoratori da remoto che soffrono le continue videoconferenze che ogni giorno occorre fare per motivi di lavoro e che vanno a sostituire in questo momento di pandemia le normali riunioni in ufficio.

Non importa se ci si veda su Zoom, Skype, FaceTime o WhatsApp, tutte le app che consentono le videochiamate o videoconferenze hanno su molte persone lo stesso effetto: stancano e chiunque, se può, cerca di limitarle al minimo indispensabile. 

“Quello che è accaduto, a livello sanitario, nell’ultimo anno – dichiara Emanuele Franza, executive director di JHunters, brand di Hunters Group specializzato in ricerca e selezione di professionisti che abbiano maturato 3-5 anni di esperienza professionale e di giovani ad alto potenziale – ci ha obbligati a spostare riunioni dalle sale meeting ai nostri PC e, se almeno all’inizio questa novità poteva, in qualche caso, affascinarci ed incuriosirci, ora avvertiamo un leggero stress a causa del perdurare di questa situazione. Lavorare in smart working dalla propria casa, senza magari dover attraversare la città nel traffico per andare in ufficio, dovrebbe provocare meno affaticamento, ma le ore passate in videoconferenza possono essere pesanti. Ed è per questo che, per rendere questa situazione meno stressante dal punto psicologico, io consiglio di organizzare appuntamenti di breve durata (meno di un’ora), di preparare una scaletta con gli argomenti da trattare e di coinvolgere solo le persone davvero interessate a quell’incontro. Si tratta di piccoli accorgimenti, che però dopo un anno di lockdown, possono fare davvero la differenza”. 

Come ridurre lo stress da riunioni virtuali?

Gli esperti di Hunters Group hanno elaborato una serie di consigli che possono risultare davvero utili, ecco quali sono.

Organizzare riunioni brevi

Parola d’ordine: rapidità. Bandire tutti gli appuntamenti che costringono le persone davanti ad uno schermo per 4 (o addirittura 8) ore di fila perché è impensabile che si possa mantenere alto il livello di concentrazione per tutto quel tempo. Se necessario (se, ad esempio, gli argomenti da trattare sono molti), optare, piuttosto, per incontri diluiti nel corso della settimana. 

Creare una scaletta della riunione e, se possibile, condividerla prima con gli altri partecipanti

Evitare di andare a braccio, soprattutto perché si rischia di dimenticare dettagli importanti o perdere tempo inutilmente divagando su discorsi che non riguardano quel meeting. 

Preparare (poche) slides

Scrivere alcune parole chiave può essere molto per non perdere il filo del discorso, ma anche per mantenere alta l’attenzione di chi ascolta ed evitare che si distragga. 

Invitare solo le persone davvero necessarie

Non ha nessun senso far partecipare 20 persone ad un meeting se in realtà, per aggiornarsi su un certo tema o sbloccare un determinato lavoro, ne bastano 3. Troppe persone collegate rischiano di creare soltanto confusione. 

Distribuire le call durante tutta la settimana

Dedicare un solo giorno alle varie call può non essere la strategia vincente perché quella giornata rischia di diventare davvero stressante. Meglio tutti i giorni, ma per poco tempo. 

Tenere la videocamera accesa

Guardarsi in faccia, anche se attraverso uno schermo, può essere utile per aumentare l’interazione, favorire il dialogo tra i partecipanti e rendere meno difficile l’incontro per chi parla. 

“Ci sono poi – aggiunge Emanuele Franza – alcuni trucchi che possono essere molto utili anche quando si affrontano colloqui via web: indossare le cuffie, ad esempio, può aiutare a ridurre i rumori di sottofondo e a rendere l’audio più pulito. Allo stesso modo, spegnere il microfono mentre parlano le altre persone permette di eliminare/limitare le interferenze. C’è un altro consiglio che reputo importante ma che è spesso sottovalutato: conoscere bene la piattaforma che si dovrà usare. Avere a che fare con uno strumento nuovo e mai sperimentato può rendere ancora più stressante una situazione già di per sé non facile. Meglio fare qualche prova prima, si eviteranno problemi magari nell’attivare l’audio, condividere lo schermo o inviare dei file”.