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Progettare il futuro dei dati e della vita

Partiamo da un assunto: come tutte le cose di questo universo in cui vige un sistema entropico, le informazioni, biologiche o digitali, durano solamente finché c’è qualcuno che se ne prende cura. 

Non c’è insieme di standard che offra garanzie ragionevolmente sufficienti sul fatto che le informazioni archiviate saranno ancora accessibili tra qualche decennio da ora. L’unico modo in cui il nostro archivio (o il nostro corpo) può rimanere attivo è se verrà continuamente aggiornato e adattato al futuro. Se un archivio rimane ignorato, alla fine diventerà inaccessibile. 

Continuerà a esserci bisogno di una manutenzione e un supporto costanti, perché l’informazione continui a essere “viva”. Ecco perché, che si tratti di dati o di saggezza, l’informazione continuerà a sopravvivere solo se lo vogliamo. Per estensione, possiamo vivere solo finché avremo cura di noi stessi. Insomma, la manutenzione, che si tratti del nostro corpo, del nostro cervello, di supporti biologici o non biologici è sempre tutto nella vita. Vale per i monumenti, vale per i dati, vale per le persone.

E vale per le persone anche perché stiamo già andando oltre la nostra biologia, ottenendo gli strumenti per riprogrammarla e rafforzarla. Analisi del DNA, CRISP, il “taglia e cuci” del DNA stesso, riprogrammazione delle staminali: dove possiamo tracciare una linea certa di demarcazione? 

D’altra parte, dobbiamo essere realistici e pragmatici anche nei processi di concettualizzazione. Siamo sicuri che nessuno di noi creda che l’Homo Sapiens sapesse che si stava evolvendo nell’Homo Sapiens Sapiens. Forse anche l’universo descritto nei film Matrix o Terminator è iniziato così. Alcuni si chiedono se l’intelligenza artificiale non rischi di diventare progressivamente troppo “furba” ed in grado di conquistarsi una sua pericolosa indipendenza. 

Sintomi, certo, di un rischio latente che potrebbe verificarsi in un prossimo futuro. Il problema fondamentale è se sia il caso di stabilire dei limiti allo sviluppo dell’intelligenza artificiale per prevenire una possibile perdita di controllo da parte di noi esseri umani. Qui, le linee del futuro si confondono e tracciano traiettorie difficili da seguire.

Ma, anche in questo caso, crediamo che la risposta più pragmatica sia anche la meno lontana dalla realtà. In qualunque scenario, abbandonare lo sviluppo dell’intelligenza non è la risposta. Come qualsiasi cosa, le nuove tecnologie a volte possono essere usate eccedendo, ma non è quella la finalità. Si tratta invece di perfezionare le tecnologie per battere il cancro e altre malattie, creare ricchezza per vincere la povertà, ripulire l’ambiente dagli effetti dell’era dei combustibili fossili e dare una risposta a molti altri problemi e ad altre sofferenze che ci perseguitano da lungo tempo. 

D’altra parte, da sempre la tecnologia è un sistema unificato in cui tutte le parti dipendono l’una dall’altra. Non ci si può liberare delle parti “cattive” della tecnologia e conservare solo quelle “buone”. L’esempio principe è il fuoco; brucia ma non per questo abbiamo aperto un dibattito filosofico sulla possibilità di farne a meno.

In ogni caso, le più recenti esperienze tecnologiche ci possono insegnare qualcosa. Già in questa fase esiste una nuova entità totalmente non biologica che prima non esisteva affatto: il virus informatico. Tuttavia, l’antivirus, il “sistema immunitario” che si è evoluto come risposta a questa sfida, è stato finora abbastanza efficace. Anche i virus possono provocare qualche danno importante, ma sono solo poca cosa a fronte dei vantaggi che ci offre la Rete e le sue metodologie di aggiornamento e apprendimento continuo. 

Come dimostrano pandemia e guerra, siamo nell’era dei sistemi aperti in cui possiamo fare solo tre cose per ridurre le incertezze: apprendere, apprendere, apprendere.

“La vita organica, ci dicono, si è evoluta gradualmente da protozoo al filosofo, e questa evoluzione, ci assicurano, rappresenta senza dubbio un progresso. Disgraziatamente, chi ce lo assicura è il filosofo e non il protozoo“

Bertrand Russell

A cura di Angelo Deiana

Nuovo manager: ecco quali caratteristiche deve possedere per avere successo

Come deve essere il nuovo manager al giorno d’oggi? Quali sono le caratteristiche che deve possedere? Executive Hunters ha provato a tracciare una sorta di identikit di questa figura professionale così complessa e affascinante che ricopre solitamente ruoli di grande responsabilità.

Secondo uno studio svolto da Executive Hunters tra circa 1000 aziende e candidati, si possono definire in modo chiaro alcune caratteristiche: un buon manager deve essere molto preparato (30%), deve saper guidare team eterogenei, multi-generazionali e multi-etnici (30%) e deve prendere decisioni molto rapidamente per adattarsi a un mercato in costante evoluzione e sempre più competitivo (40%). Questi sono fattori che oggi fanno la differenza.

“Negli ultimi due anni – precisa Federico Mataloni, Senior Partner di Executive Hunters, brand di Hunters Group dedicato alla ricerca e selezione di profili C-Level – è cambiato radicalmente il modo di lavorare e, di conseguenza, anche i manager hanno dovuto adattarsi al new normal. Stiamo vivendo un periodo molto complesso che richiede grande capacità di adattamento ed elevata preparazione. Chi si trova a guidare un team di risorse, che magari lavorano da remoto da ogni parte del mondo, deve esser in grado di comprendere le caratteristiche e le potenzialità di ciascuno per fare emergere il talento e raggiungere gli obiettivi di business stabiliti. Dobbiamo pensare ad un manager come a un coach che lavora a stretto contatto con le proprie risorse e che è in grado di ascoltarle, guidarle e risolvere eventuali problemi”.

Poi prosegue: “Credo – aggiunge Federico Mataloni – che per definire un buon manager si possano usare tre parole: visione, preparazione e ascolto. È indispensabile avere una visione chiara dell’azienda, del business e del mercato che deriva sia dall’esperienza, sia dalla formazione. I nostri corsi di laurea e i nostri master sono tra i più apprezzati anche all’estero per l’offerta didattica e per la qualità dei contenuti; sono cresciuti negli ultimi anni, infatti, gli studenti stranieri che hanno scelto il nostro paese per formarsi. Anche la capacità di ascolto è determinante: è finita l’epoca del manager chiuso nel suo ufficio e irraggiungibile. Per mantenere elevati i livelli di engagement delle persone, lavorare bene e raggiungere gli obiettivi di business è fondamentale che ci siano scambi continui e feedback puntuali”. 

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Pause di carriera: ecco cosa dice uno studio di LinkedIn

Vi è mai venuta voglia di dire “Basta, mi fermo per un po’”? Work-Life Balance, nuove esigenze lavorative, pause di carriera, hanno rappresentato negli ultimi due anni, realtà da affrontare per molti.

E per comprendere al meglio cosa ne sia derivato, LinkedIn ha diffuso i risultati di uno studio, che mette l’accento sulle pause di carriera, ovvero alle interruzioni di più di un mese nell’arco dell’attività lavorativa, sia imposte che volute.

Strano a pensarci, ma in Italia, e nel mondo, è un fenomeno ancora vissuto con vergogna o con rassegnazione, ma che, nel giusto contesto, può rappresentare un’opportunità per migliorarsi.

I risultati dello studio

Secondo i dati emersi oltre un quarto (27%) degli intervistati ha avuto una pausa di carriera (dovuti ad esempio a causa della perdita del lavoro, dell’abbandono del lavoro, del congedo parentale, viaggi, istruzione ecc.) per scelta, mentre quasi un quinto (18%) degli intervistati ha avuto una pausa, ma non per scelta. Infine, poco meno di 3 intervistati su 5 (57%) non hanno avuto mai una pausa nella loro carriera.

Il fattore età sembra avere un peso in questa tendenza, quella in cui, mediamente, le persone prendono, o affrontano, una pausa è 29 anni per le donne e 31 per gli uomini. Le motivazioni più frequenti rilevate sono la perdita del posto di lavoro e la scelta di prendersi del tempo per ragionare sui prossimi passi da intraprendere. A volte la decisione è legata alla sfera della salute mentale: il 10% ha dichiarato di aver preso una pausa perché in burnout

Altra ragione che spinge le persone ad una pausa di carriera è l’esigenza di acquisire nuove skill, rilevata nel 12% dei casi, così come quella di intraprendere un percorso di formazione. Le pause di carriera rappresentano per molti professionisti un’occasione per migliorare le proprie hard e soft-skill. Tra le hard-skill acquisite durante la pausa di carriera, c’è la capacità di pensare in modo creativo (28% donne, 24% uomini). Tra i millennial coinvolti nella ricerca, il 42% sostiene di aver imparato a gestire meglio il proprio tempo durante una pausa di carriera, mentre solo il 27% dei baby-boomer ha dichiarato lo stesso.

Pazienza, consapevolezza di sé, organizzazione, empatia e assertività sono tra le soft-skill che le persone sostengono di essere riuscite ad acquisire o rafforzare in questi periodi di pausa tra un lavoro e un altro. Non solo, il 61% degli intervistati sostiene che le capacità acquisite sono state riconosciute positivamente dai successivi datori di lavoro – il 18% ha dichiarato che sono state valutate come altamente positive.

Per quanto riguarda gli HR manager quando si parla di pause di carriera, tra le principali competenze acquisite ci sono migliore gestione del budget(28%), pensiero creativo (28%), Time management (28%) e pazienza(25%). La pandemia ha portato con sé anche la novità secondo cui gli HR manager sono più aperti a dare una nuova opportunità a chi ha nel proprio cv una pausa di carriera. La metà (50%) dei responsabili delle risorse umane consultati è più propensa rispetto al passato ad assumere chi si è preso una pausa di carriera; in particolare lo sono i responsabili delle risorse umane in aziende con più di 500 dipendenti dove oltre 2 intervistati su 3 (68%) assumerebbero qualcuno che ha preso una pausa di carriera. Sempre secondo i professionisti dell’HR, dare valore alla pausa di carriera nel proprio curriculum è importante e non va vista come una cosa negativa.

Infatti, il 48% degli intervistati è preoccupato che il proprio cv possa diventare meno desiderabile agli occhi degli HR manager e dei recruiter e il 25% ha dichiarato di non aver incluso i periodi di pausa nel proprio curriculum o nel profilo LinkedIn. Un altro dato rilevante è che il 60% delle donne sostiene che una pausa di carriera non dovrebbe essere percepita come penalizzante, mentre solo il 51% degli uomini dichiara lo stesso

Un nuovo strumento di LinkedIn (molto utile)

Proprio per venire incontro a questa esigenza, il social dei professionisti ha creato un nuovo strumento, il career break, che consente agli utenti di indicare una pausa di carriera, e il motivo di essa, sul proprio profilo LinkedIn. 

Fabiana Andreani, Senior Training Manager e Consulente di carriera commenta:“Il primo passo per annullare lo stigma delle pause di carriera è di ordine culturale e corrisponde a far passare il fatto che le fasi della vita siano cambiate. Mentre nel XX secolo, era normale prevedere che, da una fase di formazione iniziale, si passasse ad una vita lavorativa senza soluzione di continuità fino alla pensione, attualmente lavoro e formazione si sovrappongono e si alternano in uno sviluppo personale che non si arresta neppure in età avanzata. Non solo, la durata stessa dei singoli rapporti di lavoro diminuisce e soprattutto le giovani generazioni non sono più disposte a fare a patti tra i valori di un’azienda e i propri. Tutto questo non può passare inosservato a un HR Manager in quanto, a prescindere dalla causa, qualsiasi break è ora da intendersi come un momento di consapevolezza, prezioso per capire come orientare la propria carriera, e per ripensare, soprattutto in momenti storici così delicati, alla centralità della salute mentale nella vita di ogni professionista”.

Smart working, le aziende stanno valutando cosa fare in futuro

Lo smart working continua a far discutere eppure secondo uno studio diffuso da Aidp (Associzione Italiana per la Direzione del Personale), le aziende hanno ben chiaro cosa fare.

Le norme sullo smart working sono state prorogate fino a giugno prossimo, ma poi cosa accadrà? Secondo il sondaggio il 37% delle aziende ha già definito una policy per il rientro al lavoro al termine della scadenza, il 32% è al lavoro per definirlo, mentre il 30% è attendista e vuole capire se ci saranno altre novità in proposito.

Ma questa modalità di lavoro piace a molte aziende e anche ai collaboratori delle stesse: infatti il 58% circa delle aziende interpellate ha dichiarato che stanno trovando difficoltà ad assumere o trattenere i dipendenti se non con la garanzia di poter lavorare in smart working e oltre l’88% ha confermato che dopo la data del 30 giugno continuerà ad offrire la possibilità di lavorare in smart working e da remoto. Solamente l’11% afferma di essere contrario.  

Il lavoro ibrido appare come un compromesso tutto sommato accettabile: il 38% delle aziende fa sapere che i dipendenti potranno lavorare da remoto almeno 2 giorni a settimana e il 14% almeno 1 giorno a settimana. Negli altri casi, con percentuali minori, si va da 3 ai 5 giorni fino ad una presenza di un solo giorno al mese. Questo il quadro generale emerso dall’indagine a cura del Centro Ricerche AIDP diretto dal prof. Umberto Frigelli

“La modalità di lavoro smart è ormai entrata nel nostro nuovo DNA lavorativo e i dati della nostra indagine lo certificano in modo inequivocabile. Il punto oggi non è più rispondere alla domanda sulla necessità o meno dello smart working ma capire, e in qualche modo prefigurare, un autentico modello di lavoro smart e definire un nuovo equilibrio tra le diverse modalità di lavoro – spiega Matilde Marandola, Presidente Nazionale AIDP -. Non è solo una questione di modalità lavorativa o di norme, tuttavia, ma è anche, e forse soprattutto, un tema culturale. La ridefinizione dei tradizionali confini spazio-temporali dell’organizzazione del lavoro presuppone un adeguamento dei concetti tradizionali del lavoro come ad esempio il tema dell’autonomia e della responsabilità dei lavoratori a fronte di un minor controllo. E il dato della nostra ricerca, in questo senso è confortante laddove si evince che il 75% delle aziende non predisporrà sistemi di controllo da remoto. Ciò vuol dire che siamo pronti a cogliere le opportunità che la nuova sfida lavorativa ci pone”.

Le aziende sono sempre più smart

Le aziende stanno strutturando la propria organizzazione sulla base delle nuove esigenze. Il 30% ha già ristrutturato gli spazi fisici dell’azienda per organizzare il lavoro da remoto e la minor presenza fisica. Il 27% ci sta lavorando. Al contempo il 50% del campione ha già definito i requisiti minimi di idoneità dei locali privati quali luogo di lavoro da remoto ai fini della tutela della salute e sicurezza e il 22% l’ha previsto.

Anche sul diritto alla disconnessione il 42% delle aziende ha dichiarato che sono state introdotte garanzie da questo punto di vista, il 36% ci sta ragionando. Inoltre, il 46% ha intenzione di adottare suggerimenti e buone prassi specifiche per una migliore gestione del lavoro da remoto come per esempio: codici di condotta per i tempi e la partecipazione a videoriunioni, gestione della corrispondenza mail, e cosi via. La stragrande maggioranza, ossia il 75% degli intervistati ha affermato che non ha intenzione di adottare applicativi per il controllo della prestazione lavorativa da remoto.

Insomma, anche ricorrendo a questo nuovo modulo lavorativo, la work-life balance dovrebbe essere assicurata.

Il fenomeno del South Working

Durante i mesi di pandemia, molti lavoratori sono tornati alle rispettive regioni di origine dalle sedi del Nord e estere delle aziende, proseguendo il loro lavoro da remoto: è il cosiddetto south working che negli ultimi 24 mesi ha riguardato il 27% delle aziende. Il fenomeno ha riguardato in prevalenza laureati (93% circa), appartenenti alla fascia di età tra i 18 e i 35 anni (59%), in prevalenza uomini, il 60,5% contro il 39,50% di donne. Dopo il 30 giugno il 15% consentirà ai dipendenti originari delle regioni del Mezzogiorno di continuare il lavoro in south working a fronte del 58% delle aziende che ha espresso un parere contrario. Il 28%, invece, ci sta ancora pensando.   

Gli accordi da prendere

Sempre analizzando i dati dello studio dell’Aidp, solo il 19% delle aziende ha contratti collettivi di regolazione dello smart working contro il 62% che ha dichiarato di non avere accordi il tal senso. Il 19% è ancora in fase di trattativa con i sindacati. Dal punto di vista del testo di contratto individuale sullo smart working da sottoscrivere con i lavoratori il 56% delle aziende ha già predisposto il testo mentre il 28% ci sta lavorando.

E-commerce: una nuova esperienza di acquisto

Attività di acquisto e vendita di beni e servizi su Internet, l’e-commerce ha registrato soprattutto di recente un vero e proprio boom, complici i tanti vantaggi offerti, tra cui in primis la possibilità di ricercare e “sondare” i prodotti ed i servizi online prima di procedere all’acquisto, e quella di ricevere quanto scelto in tempi brevissimi e ovunque si desideri. Senza ovviamente tralasciare il grande beneficio di poter effettuare l’acquisto stesso quando e dove più si preferisce, adoperando qualunque dispositivo (come computer o smartphone ad esempio).

Una nuova esperienza di acquisto, dunque, che cattura sempre più consumatori, affascinati da un sistema che fa della praticità e della convenienza i suoi punti di forza. E che vede, quale “condicio sine qua non” per la sua migliore espressione, una piattaforma semplice da adoperare e da implementare, potente ed in grado di soddisfare le esigenze dei clienti non solo di oggi ma anche di domani. Ma che richiede, al contempo, specifiche competenze tecniche e un aggiornamento continuo.

I fattori di successo

Se fino a qualche tempo fa ci si serviva del web per cercare le informazioni sui prodotti di interesse per poi acquistarli nei negozi fisici, ora invece la tendenza alla quale sempre più si assiste è quella di usare il web stesso anche per l’acquisto. Ed in questa tendenza un ruolo determinante è assunto dai marketplace, che attirano gli utenti e forniscono servizi non sempre sostenibili autonomamente dai tanti brand esistenti: arredamento casa, informatica ed elettronica di consumo, food, sono solo alcuni dei settori maggiormente attivi su queste piattaforme.

Amazon è senza dubbio il leader del settore, la più grande piattaforma di e-commerce al mondo, e pensare che originariamente l’azienda cominciò la sua attività come libreria online… quanta strada è stata fatta da allora! E quanto costante “ammodernamento” è stato al contempo necessario per conquistare i consumatori, attrarre traffico online e garantire la migliore esperienza di acquisto. 

La vendita di prodotti sul web, infatti, non è né semplice né immediata, richiedendo quelle competenze tecniche e quell’aggiornamento continuo a cui abbiamo fatto poc’anzi riferimento. Ed è qui, allora, che come vedremo di qui a breve, entra in gioco l’importanza di beneficiare di un’efficace servizio di consulenza Amazon con piani mirati e personalizzati in base alle necessità individuali.

In particolare: l’importanza di una buona strategia

Perché sia efficace e “vincente”, un’attività di vendita online deve poter contare su una strategia adeguata che tenga conto di tutti gli aspetti legati ad un progetto e-commerce: dalla definizione degli obiettivi ad una programmazione “ad hoc”, dall’analisi di mercato e dei concorrenti ad un problem solving efficace, solo per fare qualche esempio. Senza tralasciare quelli che sono i servizi supplementari, anch’essi di rilievo, come l’assistenza clienti prima, durante e dopo l’acquisto di un prodotto. 

La vendita su Amazon, in altri termini, richiede una consulenza adeguata, specie per chi è alla sua prima esperienza di vendita in tal senso e può sentirsi, per ciò stesso, disorientato o comunque in difficoltà. Giovarsi di una consulenza Amazon “strutturata”, dunque, si rivela come una preziosa risorsa e come la giusta soluzione per migliorare le proprie prestazioni e dunque i profitti, limitando al contempo il fattore stress. E per diventare, in definitiva, una realtà di successo.

Più di 1 italiano su 4 non sa leggere bene la busta paga

La notizia è di quelle che fanno sorridere, ma fino ad un certo punto. Secondo lo studio “Workforce View in Europe” di ADP, che ha preso in esame oltre 10.000 dipendenti in Francia, Germania, Italia (1400), Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Regno Unito, in cui si è parlato di lavoro, alla domanda “se ci fosse un errore in busta paga lo sapresti individuare?”, il 73% degli italiani ha risposto si, ma vi è un incredibile 27% che non ne è per niente sicuro.

In particolare, il 12% afferma di ricevere un documento a suo dire troppo confusionario, un 15% dice addirittura di non leggerla mai.

“Il Payroll in Italia è oggi fra i più complicati al mondo, con una sovrapposizione storica di provvedimenti, leggi e norme, alcuni risalenti ai primi decenni del ventesimo secolo; si aggiungono poi frequenti cambiamenti nelle prassi operative e un complesso sistema contributivo-fiscale, in parte basato su criteri nazionali e in parte articolato su più livelli territoriali e settoriali. È in effetti un documento complesso, ma il lavoratore è il primo che deve saperlo leggere. La busta paga è un documento essenziale, che va costantemente monitorato dal lavoratore, non solo per controllare l’importo dello stipendio, ma anche i giorni di ferie, il numero dei ROL, le imposte pagate. Non leggere la busta paga è una mancanza da colmare” afferma Oscar Rottigni, Normativa & Soluzioni Standard Manager di ADP Italia.

Capire la busta paga non è per tutti

Studiando le varie età anagrafiche, appare chiaro che i meno preparati in materia di “cedolini” dello stipendio siano i più giovani, in particolare quelli dai 16 ai 24 anni. Anche in questa fascia è il 27% ad affermare di non capire bene la propria busta paga, ma ben il 19% conferma che è così perché proprio non la legge. I più attenti? Sono gli over 55 tra i quali solo il 13% dice di non leggerla (con una percentuale di “non la capisco” che è comunque del 26%).

Attenzione quindi a quello che avverrà di qui a breve, perché ci sono novità per il periodo marzo-aprile (alcune in atto già da inizio anno), come per esempio il cambio degli scaglioni e delle aliquote Irpef (passate da 5 a 4), la modifica delle detrazioni per tipologia di reddito e il nuovo trattamento integrativo per i titolari di reddito da lavoro dipendente. Il cambiamento più imminente è sicuramente quello dell’assegno unico.

“Il D.Lgs. 230/2021 ha introdotto, con decorrenza 1° marzo 2022, l’assegno unico universale in sostituzione degli assegni per il nucleo familiare dei nuclei con figli e i nuclei orfanili e delle detrazioni per figli a carico fino ai 21 anni. L’assegno unico universale è un beneficio economico su base annuale, il cui importo varia in base alla composizione del nucleo familiare e dell’ISEE, riconosciuto direttamente dall’INPS ai soggetti richiedenti: la possibilità di presentare domanda è stata attivata dall’Inps a far data dal 1° gennaio 2022” specifica Rottigni.

Sicuramente, dopo aver letto questo articolo qualche dubbio in più vi verrà… È vostro diritto chiedere spiegazioni e chiarimenti!

Nel mondo della moda si fa largo sempre più la figura del fashion lawyer

Il business della moda è uno dei più importanti in assoluto. Idee, innovazione, stile, emozioni. Molto spesso il problema che si ritrovano ad affrontare i professionisti di questo settore è quello di tutelare il proprio brand e le proprie creazioni. Come si tutela un capo disegnato da uno stilista e messo in commercio da una casa di moda? Come è regolamentata la vendita di un prodotto? Come si tutela, infine, il diritto d’autore per evitare che si vendano falsi?

La materia è molto delicata e per questo oggi le aziende del settore ricorrono sempre più alla figura del fashion lawyer, ovvero un avvocato che conosce bene il settore moda & luxury ed è in grado di gestire le questioni legali che possano sorgere. 

“Quella del fashion lawyer – precisa Matilde Reggiani, Senior Consultant di JHunters, brand di Hunters Group (società di ricerca e selezione di personale altamente qualificato) – è una professione nell’ambito legal che sta prendendo sempre più piede. Ne troviamo uno, se non vere e proprie divisioni, all’interno dei più importanti studi d’avvocatura specializzati in tutela del diritto d’autore. Negli ultimi tempi abbiamo assistito alla nascita di uffici corporate dedicati, sia in grandi firme sia in aziende di più piccole dimensioni, affinché ci sia un presidio costante e puntuale di questa materia che è davvero molto complessa. I dati che abbiamo parlano chiaro: secondo il nostro osservatorio sono cresciute, nell’ultimo anno, del 10% le richieste di avvocati specializzati in questo settore”. 

Ma come si diventa fashion lawyer? È indispensabile, ovviamente, il conseguimento della laurea in Giurisprudenza e il titolo di avvocato tramite il superamento dell’esame di stato. A questo si aggiunge poi un percorso di specializzazione in ambito fashion. 

Cosa fa il fashion lawyer?

Deve ovviamente una forte visione multi-disciplinare e trasversale che coinvolge anche alcuni aspetti, ad esempio, del marketing. Sono indispensabili anche la comprensione delle logiche che sottendono il fashion system ed eccellenti doti relazionali. 

Devono assistere i clienti nelle fasi di ideazione, deposito del marchio, planning, produzione, distribuzione e promozione di prodotti e servizi. Non solo, dovranno affiancarli anche nella tutela del marchio e nella gestione di un eventuale contenzioso. 

“Un altro aspetto nuovo ed estremamente interessante – aggiunge Matilde Reggiani – riguarda l’influencer marketing per cui il fashion lawyer entra in gioco sia a supporto del brand sia a supporto del singolo influencer. Vi è dunque un mare magnum di potenziali clienti che, ad oggi, necessitano supporto legale. Si tratta di un mercato estremamente complesso e variegato, ma altamente remunerativo: si parla, ad esempio, di compensi intorno ai 15.000€ per l’avvio di procedimenti cautelari sommari e che si concludono in 30 giorni, fino ad arrivare a 30.000 € per l’avvio di procedimenti di merito ordinari. Un fashion lawyer con un’esperienza compresa tra i due e i cinque anni può percepire un compenso che varia tra i 30.000 e i 35.000 euro lordi annui, a seconda ovviamente della grandezza dello studio o dei clienti che assiste”. 

È arrivato il libro ufficiale dei Peaky Blinders per celebrare l’epilogo della serie tv sulla famiglia Shelby

Arriva il libro ufficiale dei Peaky Blinders. L’attesa sta per finire anche in Italia. La sesta stagione di Peaky Blinders presto sarà messa in onda su Netflix dal 10 giugno. Qualche mese di attesa e le vicende degli Shelby torneranno ad accompagnare le ore degli appassionati del genere.

Le prime cinque stagioni sono state un susseguirsi di emozioni, improvvisi cambi di situazioni, ma è stato possibile anche ammirare elegantissimi outfit dell’epoca (la serie è ambientata a Birmingham, in Inghilterra, e parte dalla fine della Prima Guerra Mondiale), automobili che oggi è possibile ammirare solo nei musei, cavalli meravigliosi e molto altro.

Ed ora si attende la sesta stagione. Riusciranno a prendersi il trono e la corona di Tommy Shelby, interpretato dal bravissimo Cillian Murphy?

Il libro ufficiale dei Peaky Blinders

Nell’attesa, dallo scorso 17 marzo è in vendita “Per ordine dei Peaky Blinders”, il libro ufficiale della fortunata serie.

“L’ispirazione per Peaky Blinders viene da mia madre e mio padre. Quando ero ragazzo mi raccontavano della loro infanzia trascorsa a Small Heath, a Birmingham. Era come se quelle storie riguardassero un altro mondo, anche se ero cresciuto nella stessa città. Le loro parole prendevano vita nella mia immaginazione. Da loro seppi che le strade dei sobborghi di Birmingham negli anni Venti erano luoghi selvaggi e, nella mia mente, meravigliosi. Un gruppo di personaggi senza legge, dediti al fumo e all’alcol, si muoveva al ritmo dei misteriosi boati, scoppi e colpi di martello provenienti dalle fabbriche di auto e di armi sempre in attività che per tutto l’anno, giorno e notte, riversavano nevicate di cenere sulle strade annerite. Ero certo di aver trovato la mia fonte di miti e poesie, che avrei dovuto trasformare in racconto e prima o poi condividere”. Steven Knight, creatore e autore di Peaky Blinders.

Il libro racconta, il contributo esclusivo del cast e dei creatori della serie, la storia e l’ascesa al “potere” della famiglia Shelby e del suo leader, Tommy Shelby, capace di creare un autentico impero dal nulla ed arrivare ad intrattenere rapporti anche con le più alte cariche dello Stato inglese e di molte altre organizzazioni internazionali.

Tra l’approfondimento dei personaggi più amati e dei loro interpreti, interessanti dietro le quinte e curiosità sulle musiche e i costumi, questo volume vuole accompagnare il lettore dalla nascita del progetto fino all’attesissimo epilogo.

Partita IVA, una scelta sempre più frequente, soprattutto fra i giovani

Liberi professionisti: due parole che descrivono lavoratori che vogliono produrre e fatturare, ma senza vincoli, con un obiettivo da raggiungere.

I giovani, soprattutto, non vogliono vivere per lavorare, ma lavorare per vivere. In realtà dovrebbe essere così, ma qualcosa è cambiato negli ultimi anni e la connettività spesso non concede quello “stacco” che permette di godersi la famiglia o le proprie passioni.

“La flessibilità è un’esigenza che si è manifestata già da qualche anno, soprattutto in relazione alla conciliazione lavoro e vita privata. Sentita in particolare dalle donne occupate, è oggi molto richiesta anche dai giovani” – commenta Roberto Scurto, Managing Partner di Partitaiva24, dal proprio Osservatorio sulle tendenze in ambito fiscale – “Tutto questo è stato accelerato dalla pandemia. Secondo il nostro Osservatorio, nei primi due mesi del 2022 il 69% di chi ha aperto la partita IVA è rappresentato da professionisti/lavoratori autonomi (come ad esempio consulenti, grafici, architetti, web designer), il 17% da imprese individuali (commercianti, artigiani, ditte di servizi) e il 14% da e-commerce. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, segnaliamo un aumento di imprese e freelance (rispettivamente +4% e +12%) e un crollo delle nuove aperture di ditte individuali dedite all’e-commerce (praticamente dimezzati), a testimonianza di come intraprendere un’attività di questo tipo necessiti di grandi capacità e visione, con buona pace della vita dorata suggerita dagli influencers”.

Il posto fisso non attrae più

Conseguenza di questo è che il posto fisso non interessa più ai neo laureati che puntano su sé stessi: creano start up e puntano sulla loro capacità di innovare.

Solo nel quarto trimestre 2021 sono state aperte 106.400 nuove partite Iva, con un +3,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Addirittura il 46,1% delle nuove aperture di partite IVA è stato avviato da giovani fino a 35 anni e il 31,7% dalla fascia di età 36-50 anni.

Da un’analisi di CRIF sulle aziende che si sono costituite nel triennio 2018-2021 emerge una crescita importante sia delle start-up innovative che passano dalle 266.000 nel 2018 alle 305.000 nel 2021 (e segnano +40% nel 2021 rispetto al 2019), sia delle imprese neocostituite con un solo dipendente (+34% rispetto al 2019), assimilabile a un lavoratore che apre una sua partita IVA per lavorare come libero professionista, o fa nascere una sua attività imprenditoriale. Queste imprese nel 2021 sono arrivate a rappresentare fino al 93% del totale di tutte le neocostituite nell’anno.

Sempre secondo i dati del MEF relativi al quarto trimestre 2021, il 60,7% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche e il 4,2% da società di persone.

“Questi dati riflettono una sorta di perversione del sistema fiscale italiano che incoraggia la nascita di partite iva singole” – prosegue Roberto Scurto – “Il regime fiscale attualmente in vigore con opzioni come quella del forfettario, per esempio, premia il piccolo lavoratore autonomo che opera da solo ma scoraggia le aggregazioni tra freelance e la nascita di società più competitive e di maggiori dimensioni. I singoli professionisti sono spaventati dal carico fiscale previsto per le società e preferiscono continuare a operare in autonomia, anche rinunciando a prospettive di crescita di medio periodo”.

Come affrontare questa nuova situazione?

Per l’Osservatorio di Partitaiva24 ci sono alcune possibilità per migliorare la situazione:

  • introdurre un regime fiscale agevolato per le società di capitali almeno per i primi 5 esercizi, al pari di quanto previsto oggi con il regime forfettario per le partite iva individuali;
  • detassare con meccanismi più efficaci e impattanti il reinvestimento degli utili in azienda andando ben oltre rispetto a quanto previsto oggi dalla normativa ACE;
  • rivedere i termini della contribuzione INPS sui cosiddetti soci lavoratori delle società di capitali che oggi si trovano spesso a pagare personalmente fino a diverse migliaia di euro, anche quando la società non distribuisce alcun utile.
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Il lavoro ibrido e la sfida per i manager: ecco cosa dice il Work Trend Index 2022 di Microsoft

Arriva la versione 2022 del Work Trend Index: “Great Expectations: Making Work Work” realizzato da Microsoft. Una sorta di fotografia di quella che è la situazione attuale e di come i cambiamenti che ci sono stati negli ultimi anni abbiano effettivamente contribuito a creare un nuovo modello lavorativo.

In seguito ai due anni di lavoro da remoto, ora sono i dipendenti che chiedono ai datori di lavoro di scegliere modalità di organizzazione aziendale alternative, ma anche più flessibilità e tempo libero, per gestire meglio il work-life balance.

Questa è la sfida di imprenditori e manager del nostro tempo.

“Non si può cancellare l’esperienza vissuta e l’impatto che gli ultimi due anni continueranno ad avere sul mercato del lavoro, poiché flessibilità e benessere sono diventati elementi non negoziabili per i dipendenti”, afferma Jared Spataro, Corporate Vice President, Modern Work, Microsoft. “Accogliendo e rispondendo in modo proattivo a queste nuove aspettative, le aziende hanno la possibilità di ripensare l’impostazione del proprio business e il ruolo dei dipendenti per raggiungere obiettivi di successo in un orizzonte di lungo termine”.

Cosa dice il report

Il secondo studio annuale di Microsoft mette insieme i risultati di un sondaggio condotto su 31.000 persone in 31 Paesi – tra cui l’Italia – con l’analisi dei dati sulla produttività provenienti dagli strumenti Microsoft 365 e dalle tendenze del lavoro su LinkedIn, che fanno emergere cinque trend chiave. Vediamo insieme quali sono.

  1. I dipendenti hanno una nuova scala di valori

I punti cardine del come, dove e quando lavorare stanno cambiando, e così anche il perché. I dipendenti, ora hanno una nuova visione di ciò che vogliono dal lavoro. L’indagine di Microsoft sottolinea fortemente questa tendenza, con il 54% degli italiani ora più propensi a dare priorità alla propria salute e al proprio benessere rispetto al lavoro. Questo trend trova anche riscontro nel dato sugli intervistati che l’anno scorso hanno lasciato il lavoro: il 17% in Italia, quasi uno su cinque. Il cosiddetto “Great Reshuffle” è tutt’altro che concluso e interessa anche il nostro Paese anche se in misura leggermente inferiore che a livello globale: il 37% dei lavoratori dichiara che probabilmente prenderà in considerazione un nuovo lavoro nel prossimo anno (a livello globale è il 43%). Un fenomeno che interessa soprattutto le fasce più giovani: il 49% della Gen Z e dei Millennials italiani, dato in crescita rispetto al 46% che affermava lo stesso nel 2021.

  1. Il ruolo dei manager tra leadership e aspettative dei dipendenti

In tutto questo cambiamento diventa essenziale il ruolo di chi gestisce personale e risorse. Tenere il passo con le nuove aspettative dei dipendenti non è un’impresa da poco. I manager rappresentano l’anello di congiunzione tra le richieste del leadership team e le necessità dei dipendenti. Devono quindi agire a protezione della produttività aziendale, senza però trascurare i problemi e le richieste dei dipendenti. Ad esempio, nonostante il desiderio di flessibilità che traspare dalla ricerca (il 41% dei lavoratori considera di passare a modalità di lavoro remote o ibride nel prossimo anno), il 47% dei dirigenti italiani sostiene che la propria azienda prevede un rientro a tempo pieno in ufficio nel 2022. Questa tensione ricade sui manager: il 56% sostiene infatti che la leadership aziendale non sia allineata alle aspettative dei dipendenti. Diventa dunque importante poter dare maggiore autonomia ai manager affinché possano gestire nel migliore dei modi i propri team di lavoro: in Italia il 71% dei manager auspicherebbe avere maggior margini di manovra per gestire il cambiamento dei team.

  1. Nuove motivazioni per tornare in ufficio

I vantaggi del lavoro da remoto ormai sono chiari: la sfida per i leader è quella di motivare i dipendenti a tornare anche in ufficio, trovando nuovi stimoli e opportunità. Infatti, oggi il 33% dei lavoratori “ibridi” in Italia trova difficile capire quando e perché lavorare dall’ufficio. A fronte di questa situazione, solo il 27% dei dirigenti italiani ha pattuito nuovi accordi aziendali per il lavoro ibrido. È tempo quindi di ripensare il ruolo dell’ufficio, adottando nuove modalità e accordi sulla gestione dei flussi e delle riunioni di persona.

In questa fase in cui le aziende stanno ripensando i propri confini, è interessante notare come anche l’esperienza digitale possa essere ripensata: il 46% dei dipendenti in Italia si dichiara aperto a sfruttare anche spazi digitali immersivi nel metaverso per future riunioni.

  1. Lavoro flessibile sì, sempre reperibile no

L’analisi dei dati di produttività in Microsoft 365 dimostra che le riunioni e le chat sono in aumento, spesso si verificano oltre il tradizionale orario lavorativo. Infatti, la media settimanale di tempo trascorso in riunioni su Teams a livello globale è aumentata del 252% da marzo 2020, e il lavoro extra-time e nel fine settimana è cresciuto rispettivamente del 28% e del 14%. Se da una parte è sicuramente stimolante vedere come le persone sono state in grado di rimodellare la propria giornata per soddisfare le esigenze lavorative e personali, dall’altra bisogna far sì che il lavoro flessibile diventi anche sostenibile e rispetti alcuni limiti. Per questa ragione saranno necessarie delle nuove norme a livello aziendale per regolare il lavoro ibrido o da remoto.

  1. Ricostruire il capitale sociale in un mondo ibrido

Uno degli aspetti più impattati dal lavoro a distanza è sicuramente l’effetto che ha avuto sulle relazioni personali. L’anno scorso il Work Trend Index ha rivelato che i team si sono sentiti più isolati, e anche quest’anno viene confermata questa tendenza: il 54% dei lavoratori “ibridi” italiani, infatti, afferma di avvertire un maggiore senso di solitudine sul posto di lavoro rispetto al periodo pre-pandemico. Non a caso, secondo il 49% dei dirigenti intervistati in Italia, la principale sfida dell’era del lavoro ibrido o a distanza sarà la capacità di ingaggiare i dipendenti in attività di relazione e di costruire un senso di comunità a livello aziendale. Particolarmente utile sarà trovare strumenti adeguati per l’empowerment delle persone, per l’inserimento di nuove risorse e per trattenere i talenti che lavorano in modalità ibrida o da remoto: il 53% degli assunti in epoca pandemica in Italia è più incline a cambiare azienda nel prossimo anno.

Nomadi Digitali: le professioni più adatte a questo modello lavorativo

Nomadi Digitali, una definizione che sempre più spesso si usa per descrivere chi lavora da remoto da qualsiasi parte del mondo, anche in viaggio. Ma chi vuol fare il nomade digitale? Sicuramente chi vuole gestire il proprio work-life balance con assoluta indipendenza, sentendosi padrone di lavorare sfruttando il web in qualunque parte del mondo.

Soprattutto negli ultimi anni, a causa della pandemia, lavorare da remoto è diventato quasi una necessità: per continuare a lavorare durante la pandemia e il conseguente lockdown, oltre 7 milioni di italiani nel 2021 hanno lavorato da remoto (dati Inapp).

Ciò ha portato ad una trasformazione del lavoro in alcuni settori, creando figure professionali specializzate in determinati settori.

Il sondaggio dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali

Secondo un sondaggio dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali, il 41% di freelance e liberi professionisti intervistati si sta interessando al nomadismo digitale così come un sorprendente 38% dei lavoratori dipendenti.

Alcune professioni sono sicuramente più agevolate rispetto ad altre nel lavorare a distanza. Questo è quanto emerge da un’analisi di Yousign, una delle principali soluzioni SaaS B2B di firma elettronica in Europa, che ha l’obiettivo di dematerializzare interamente oltre 15 milioni di documenti entro il 2023, che ha monitorato le ultime tendenze in fatto di professioni digitali, smartworking e nomadismo digitale, stilando una classifica delle professioni che nel 2022 si svilupperanno maggiormente grazie alla possibilità di svolgere le mansioni da remoto e ovunque si voglia senza compromettere la produttività.

Le professioni più adatte a lavorare da Nomadi Digitali

Digital Manager

Il responsabile della comunicazione digitale interna, che sviluppa piani e strategie per raggiungere gli obiettivi di marketing. Il digital manager gestisce in modo creativo i vari canali di comunicazione, in particolare affidandosi a un team composto da diversi profili, tra cui l’esperto SEO, l’esperto di pubbliche relazioni digitali o l’UX designer.

Responsabile web marketing

Il web marketing manager è responsabile delle strategie di marketing che un’azienda implementa su Internet. La sua missione è principalmente quella di promuovere i prodotti e servizi di un’azienda sul web e di aumentare le vendite e la brand awareness attraverso la creazione e l’implementazione di strategie di marketing online per aumentare le vendite, il fatturato e il successo aziendale dell’azienda.

Sviluppatore

Il web developer è una figura professionale specializzata nella programmazione di applicazioni web, piattaforme e siti web dinamici, accessibili da reti private (intranet) o pubbliche (Internet).

Brand manager

L’e-reputation manager è responsabile dell’analisi e della gestione dell’immagine di un’azienda o di una persona su Internet e sui social network. Dopo aver analizzato tali contenuti, deve intervenire con strategie adeguate in caso di difficoltà (commenti negativi) e individuare e adottare progetti di sviluppo in caso di nuove opportunità commerciali.

Security officer

Il ruolo del security manager si sta progressivamente e velocemente sviluppando nelle grandi aziende, così come nelle PMI, soprattutto dopo l’adozione del GDPR e la crescita del settore della sicurezza informatica. Infatti, secondo l’Internet Crime Report dell’FBI l’Italia risulta essere il paese maggiormente colpito da attacchi e frodi informatiche con oltre 21.800 casi rilevati (2020) con un danno per le aziende che sfiora i 125 milioni di euro. Come se non bastasse, da una recente indagine emerge come a essere colpite maggiormente siano soprattutto le piccole aziende attraverso phishing (88%), malware (90%) e ransomware (69%). Alla luce di tutto questo mai come in questo periodo delicato il security officer diventa una professione chiave per la sicurezza aziendale per definire una strategia di sicurezza IT, progettando programmi di protezione e applicando procedure per mitigare i rischi legati alle minacce cyber.

“La tecnologia offre a tutti questi profili strumenti indispensabili per poter esercitare la professione nelle migliori condizioni a distanza, con rapidità ed efficienza, senza necessità di incontri fisici o vicinanza geografica – commenta Fabian Stanciu, Country Manager e Head of International di Yousign – e in questo anche la firma elettronica gioca un ruolo di primo piano nonché di facilitatore, perché permette ai professionisti di firmare contratti e documenti a distanza utilizzando un processo veloce e sicuro che non solo ottimizza e velocizza il lavoro, ma è anche sostenibile, facendo risparmiare tonnellate di carta e permettendo di lavorare ovunque si voglia”.

Prepararsi al futuro: la singolarità prossima ventura

Pandemia, guerra e un mondo a rete che cambia di giorno in giorno. Pensavamo di aver messo al sicuro alcune cose e poi arriva una sequenza imprevedibile, un evento eccezionale, straordinario. Una vera e propria singolarità.

Ma cos’è una singolarità? La singolarità è un momento futuro in cui il ritmo del cambiamento tecnologico sarà così rapido e il suo impatto così profondo che il nostro ambiente “umano” ne sarà trasformato in modo irreversibile. Un’epoca che cambierà i concetti su cui ci basiamo per dare significato alle nostre vite, dai nostri modelli di business al ciclo della vita umana. 

I modeli di previsione sono meno affidabili

Quali possono essere le conseguenze di un evento di questo tipo? Il cambiamento derivante dalla singolarità metterà in dubbio la maggior parte delle nostre regole, forse anche troppo velocemente: una fuga esponenziale al di là di ogni speranza di controllo, quanto meno preventivo. Come in astrofisica, mentre ci si avvicina alla singolarità, i modelli di previsione diventano sempre meno affidabili. Tutti adesso pensiamo all’atomica. Una gran paura, certo. Ma la vera novità sarà la singolarità.

Vedremo il sistema degli algoritmi sostituire livelli di lavoro sempre più alti. Le idee stesse si diffonderanno ancora più velocemente. Quando il collegamento a Rete sarà diffuso in sistemi ubiqui, tutti interconnessi nell’Internet di tutte le Cose sembrerà che gli atomi che ci circondano si siano svegliati tutti insieme. 

Può essere evitato tutto questo?

Può essere evitata la singolarità? Domanda difficile, situazione complessa, verità semplice: se la singolarità può accadere, accadrà. Anche se tutti i governi del mondo ne fossero mortalmente impauriti, il progresso verso la meta continuerebbe. Il vantaggio competitivo (economico, militare, culturale) di ogni avanzamento nell’incrocio uomo-tecnologia è così pressante che respingerlo potrebbe significare solo che sarà qualcun altro il primo ad ottenerlo. 

Senza dimenticare che Internet è lo strumento di connessione uomo-macchina che sta procedendo più velocemente fra tutte le derive evolutive. Proprio l’anarchia dello sviluppo della Rete è una dimostrazione del suo potenziale. Siamo nell’era della conoscenza inattesa, casuale. Potentissima proprio perché non controllabile. Ma soprattutto veloce. Lo sviluppo esponenziale inganna. All’inizio è quasi impercettibile, poi esplode con una rapidità inattesa se non si è stati attenti a seguirne la traiettoria. 

Nell’arco di qualche decennio le tecnologie dell’informazione assorbiranno tutta la conoscenza e tutte le abilità umane e, alla fine, includeranno le capacità di riconoscimento di forme, le abilità nella soluzione di problemi. Tecnologia e capacità umana collasseranno in un unico abisso dove l’una e l’altra saranno indistinte. Inizierà la metamorfosi.

Affascinante no? D’altra parte, la crescita esponenziale ha sempre un andamento seducente perché inizia lentamente, in modo praticamente non osservabile ma, al di là del gomito della curva (pensate a una mazza da hockey), la crescita diventa esplosiva e profondamente trasformativa. Oggi cerchiamo di prevedere un progresso continuo e le ripercussioni sociali conseguenti. Ma il futuro sarà molto più sorprendente di quel che la maggior parte delle persone pensa perché pochi hanno veramente assimilato che la stessa velocità di cambiamento sta accelerando in maniera a sua volta esponenziale. 

Poi improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, arriva una cosa che non abbiamo mai visto: la crescita logaritmica. Cresce la base (il numero) e cresce l’esponente (la potenza). L’accelerazione diventa inarrestabile. E il futuro della nostra specie è ancora tutto da scrivere.

“La singolarità è sempre un indizio”

Sherlock Holmes

A cura di Angelo Deiana