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Perché cambiare lavoro? Ecco i motivi più comuni che spingono a cercare alternative

Perché cambiare lavoro? Beh, le risposte possono essere tante e tutte personalissime. Si cambia lavoro per guadagnare più soldi, per questioni di incompatibilità. per ragioni famigliari… Insomma ognuno ha la sua motivazioni. Queste sono state raccolte uno studio di Glickon, azienda italiana specializzata in People Experience e Analytics, presenta i dati dell’Osservatorio sul lavoro che offrono uno spaccato sulle motivazioni che portano le persone a cambiare occupazione.

Perché si cambia lavoro?

Secondo lo studio, l’assenza di prospettive rimane al primo posto (20,5%) ma registra un notevole calo rispetto al dato dell’anno precedente (32,5%), la retribuzione non soddisfacente assume un minore rilievo scendendo dal 14% al 4,3%. Che cosa incide allora in maniera crescente sulla decisione di cambiare lavoro? L’equilibrio tra vita privata e lavoro è sempre più importante: se un anno fa solo il 3,7% dichiarava come un miglior work-life balance rappresentasse una ragione importante tra quelle che portano a cercare un’occupazione diversa, oggi la percentuale è salita al 7,2.

La sicurezza della posizione ricoperta, infine, è uno stimolo non indifferente alla ricerca di un nuovo lavoro solo per il il 4% degli intervistati.

Cosa cercano i lavoratori?

L’obiettivo principale di coloro che scelgono di cambiare è quello di trovare un’organizzazione che abbia una cultura aziendale stimolante (24,6%). Il 12,4% dei lavoratori, infatti, aspira a trovare, con la nuova occupazione, anche un migliore work-life balance e il 9,5% prospettive di carriera più allettanti. Infine, l’11% del campione intervistato afferma che ciò che rende appetibile il lavoro in un’azienda è che questa sappia offrire un’esperienza di lavoro sfidante.

Tutto questo considerando un dato che è certamente non trascurabile: circa 1/3 della nostra vita la trascorriamo al lavoro: in tutto circa 90.000 ore… Le aziende sono sempre più consapevoli che i loro risultati economici sono dipendenti in buona parte dalla qualità dell’esperienza che sono in grado di offrire ai propri clienti, ma ancora prima ai loro collaboratori.

“Il lavoro ibrido, o qualsiasi altra definizione si voglia dargli, è un sistema giovanissimo, frutto di una mossa istintiva in reazione alla pandemia, tanto giovane da dover essere ancora generato, nella maggior parte dei casi, da persone che ancora non sono entrate nel mondo del lavoro. Dopo tanti tentativi capiremo che non sono le giuste condizioni che generano una buona esperienza di lavoro, ma sono le persone che hanno il potere di vivere o meno una buona esperienza di lavoro” – commenta Filippo Negri, CEO e cofounder di Glickon. “Si può disegnare questo nuovo mondo in maniera sostenibile solo con una nuova intelligenza, una combinazione di tecnologia e sapere umanistico. Intelligenza artificiale, algoritmi di Natural Language Processing, tecniche di Sentiment Analysis, insomma tutto quello che, attraverso la tecnologia, sembra portarci più lontano dalla realtà e dalle persone paradossalmente sarà la merce più preziosa per renderci capaci di guardare al lavoro a partire dalle cose più semplici, come le storie personali di ciascuno di noi”.

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Agevolando, la start up che aiuta le aziende a districarsi tra le opportunità da non perdere

Oggi ci sono tante opportunità per chi vuole crescere, ma ha bisogno di risorse per poterlo fare. Tuttavia, comprendere bene le opportunità di finanziamenti o aiuti che effettivamente, in questo momento ci sono, non sempre è semplice. Da questo concetto nasce la start up Agevolando piattaforma di finanza agevolata dotata di intelligenza artificiale che ha dato supporto per la ricerca e l’attivazione dei bandi a fondo perduto, regionali e nazionali, aiutando imprese e professionisti diversi settori.  Per conoscerla più da vicino abbiamo intervistato Matteo Carella, Responsabile del reparto finanza agevolata

Intervista a Matteo Carella

Cosa fa Agevolando?

Agevolando è una piattaforma intelligente, supportata da un algoritmo di intelligenza artificiale, che raccoglie al suo interno tutti i bandi, per la richiesta di fondi o contributi, promossi dagli enti pubblici del territorio italiano e dall’Unione Europea. La navigazione all’interno del portale è facilitata da appositi filtri che possono mostrare, ad esempio, solo le opportunità che riguardano una certa tipologia di investimento. L’utente viene informato tramite una newsletter sui bandi attivi, filtrati secondo i suoi interessi selezionati nell’area personale. La piattaforma traduce ogni opportunità di bando in una forma più semplice per l’utente, attraverso un breve riassunto in una forma italiana di più facile comprensione e, grazie all’inserimento di suggerimenti e bottoni, permette di scaricare il pdf dell’opportunità, visualizzare il testo ufficiale del bando, visitare la pagina dove è stato pubblicato il bando con i relativi allegati e arrivare al link da cui è possibile presentare la domanda. L’utente può inoltre richiedere un preventivo a R-Impresa, società dietro lo sviluppo di Agevolando, qualora la pratica fosse abbastanza complicata da presentare in autonomia. 

Da a cosa è nata l’idea?

Noi di R-Impresa abbiamo sempre avuto la necessità di avere un servizio di segnalazione puntuale dei bandi, con la possibilità di usare anche filtri più specifici. Abbiamo fatto un’analisi di mercato in cui ci siamo resi conte che, purtroppo, non c’era ancora nessuna piattaforma abbastanza valida sul mercato che andasse ad aiutare l’utente soprattutto nella lettura dei bandi, traducendo il burocratese delle migliaia di documenti allegati a questo genere di bandi. Uno scoglio enorme per chi non può ricevere supporto nella lettura e nella compilazione di tutta la documentazione necessaria. La creazione di Agevolando, inoltre, facilita tantissimo il servizio di informazione che diamo alle nostre società clienti. Prima della piattaforma, il rapporto era uno-a-uno, quindi poteva capitare di non fornire una specifica segnalazione di un bando, mentre con Agevolando riusciamo a raggiungere tutti e nel minor tempo possibile. 

Qual è il vostro target?

Il nostro target sono le aziende italiane di qualsiasi dimensione che effettuano investimenti negli ambiti in cui la finanza agevolata può intervenire, ad esempio nel marketing o per l’acquisto di macchinari, software, per nuove assunzioni, corsi e programmi di formazione, solo per citarne alcuni. 

Bisogna avere caratteristiche particolari per avere accesso ai fondi?

Per determinati bandi sono sufficienti requisiti come l’anzianità o, in generale, l’inserimento del codice ATECO. Per i bandi che hanno requisiti specifici, invece, all’interno del bando è possibile trovare degli alert con le discriminanti dell’agevolazione. 

Qual è il vostro modus operandi?

Tutte le mattine il nostro team monitora i vari bandi in apertura tramite un sistema di intelligenza artificiale che ci informa della pubblicazione di nuovi bandi dagli enti monitorati. Poi, alle ore 7, un sistema di email alert invia la segnalazione dei bandi caricati nelle 24 ore precedenti alla posta elettronica dell’utente, permettendogli di non interrompere il proprio lavoro: con un semplice click sul contenuto della mail si accede in tempo reale alla pagina di dettaglio del bando e alla relativa documentazione che può essere raccolta e compilata in autonomia e in pochi minuti. 

Quali sono le vostre prospettive future?

Tra i nostri progetti futuri c’è quello di inserire un filtro per codice ATECO nella piattaforma, al fine di rendere ancora più pertinenti le segnalazioni ricevute dall’azienda e diminuire il numero di alert all’interno dei bandi con le discriminanti. Ci auguriamo di aggiungere in futuro sempre più filtri al fine di inviare solo agevolazioni a cui un’azienda può partecipare al 100%. Stiamo anche studiando un metodo per permettere agli utenti di compilare automaticamente le agevolazioni evergreen, ovvero i bandi sempre aperti.

Mental coach, chi è e cosa fa: i benefici di contattarne uno

Desideri raggiungere i tuoi obiettivi personali ma spesso da solo proprio non ce la fai? Vorresti perfezionare le tue performance professionali e avere finalmente quella promozione che da tanto tempo desideri? Sempre più spesso oggi si sente parlare di mental coach. Ma chi è il mental coach e cosa fa nello specifico? In questo articolo ti parleremo di questo ruolo e di tutti i vantaggi che potrai trarre dopo averne contattato uno.

Mental coach: chi è e cosa fa

Il mental coach è letteralmente un “allenatore della mente”. Questa figura professionale si sta via via sempre più affermando all’interno della nostra società. Sono ormai tante infatti le persone che, volendo raggiungere un obiettivo, personale o professionale, si rivolgono proprio a questa figura. Ma quindi qual è il ruolo del mental coach? Il mental coach è un professionista del coaching che aiuta le persone a raggiungere – appunto – un obiettivo e ad avere quindi successo. Prerogativa imprescindibile di un mental coach è sicuramente uno spiccato senso di intuito e di empatia. Questa figura professionale dunque aiuta le persone a migliorare le sue prestazioni sotto diversi punti di vista attraverso un percorso fatto di delineazione degli obiettivi. Il mental coach non è uno psicologo, non vuole infatti trovare soluzioni o risposte al malessere personale, bensì accompagna la persona che parte dal punto A, ad arrivare al punto B. Il ruolo del mental coach è quindi solo quello di trovare, insieme alla persona, la strada giusta per raggiungere i suoi obiettivi. E lo fa scardinando le “false credenze”, le quali bloccano il percorso di crescita.

Mental coach: i vantaggi di contattarne uno

Come ti dicevamo poc’anzi, oggi sono davvero tante le persone che decidono di rivolgersi a un mental coach. Bisogna dire infatti che ne esistono di specializzati in diversi settori come per esempio nel settore life, business, sport. Questa figura è dunque utile a tutti coloro i quali vogliono migliorare la propria vita e le proprie performance sia professionali che personali. Ecco allora l’elenco dei vantaggi utili di contattare un mental coach. Il mental coach ti aiuta infatti a:

  • Migliorare le performance;
  • Aumentare la consapevolezza in ambito personale, professionale o sportivo;
  • Scardinare le false credenze e gli autosabotaggi;
  • Ridimensionare i pensieri negativi;
  • Acquisire un atteggiamento propositivo e vincente;
  • Raggiungere gli obiettivi.

Spesso a rivolgersi maggiormente a questo professionista sono gli sportivi. Il mental coach sportivo dunque aiuta l’atleta ad acquisire una mentalità vincente e a migliorare le performance sportive.
Ecco invece i mental coach più famosi
Ma chi sono invece i mental coach più famosi in Italia? Tra questi professionisti uno dei più conosciuti è sicuramente Roberto Re. Motivatore conosciuto nel settore dello sviluppo personale è famoso anche in ambito sportivo. Tra gli atleti da lui seguiti figurano infatti personaggi del calibro della campionessa di tiro a volo Jessica Rossi, la sciatrice Isolde Kostner, il tecnico della nazionale di calcio italiana Roberto Mancini e tanti altri. Tra i mental coach più famosi ricordiamo anche Roberto Cerè, imprenditore, formatore e autore best seller. Roberto Cerè è anche presidente della Fondazione MICAP for Children Onlus. Ricordiamo infine il mental coach Daniele Popolizio, conosciuto anche a livello internazionale, si occupa di diversi settori del coaching.

“Brio!”, nuovo servizio di food delivery pensato per uffici e PMI firmato Sodexo

Per supportare le aziende che stanno riprendendo le loro attività e i loro collaboratori che tornano “in ufficio” dopo mesi di smartworking, Sodexo Italia, l’azienda che si occupa di servizi per la qualità della vita, ha presentato “Brio!”, nuovo servizio di food delivery pensato per uffici e PMI che non dispongono di un ristorante aziendale interno.

Si parte da Roma e Milano

Sarà inizialmente operativo su Milano e Roma. Il servizio “Brio!” nasce per rispondere alle nuove esigenze del mercato a seguito della pandemia, fornendo un servizio flessibile e dinamico mirato ad offrire ai dipendenti pranzi gustosi, sicuri e di qualità.

Il menù infatti è stato studiato appositamente dagli esperti nutrizionisti e gastronomi della Food Intelligence di Sodexo, proprio per offrire varietà di ingredienti e ricette, creatività e colore nelle preparazioni combinati con il corretto apporto calorico e nutrizionale e adatti per chi lavora in ufficio.

Pranzi preparati freschi ogni giorno nelle cloud kitchen Sodexo con piatti della tradizione italiana, privilegiando aziende del territorio e garantendo la tracciabilità dei prodotti e il mantenimento della catena del freddo.

Grande attenzione anche al trasporto affidato direttamente al personale specializzato di Sodexo che si muove con mezzi idonei. “Brio!” pone attenzione anche al tema della sostenibilità ambientale, in quanto per il packaging dei prodotti è ecosostenibile, riciclabile, compostabile, plastic free.

“Gli anni che stiamo vivendo sono all’insegna del cambiamento ed è necessario accogliere questa trasformazione per rivedere il modello di business alla luce delle nuove esigenze che le persone, l’economia e le sfide del futuro ci mettono davanti. È proprio per rispondere a queste nuove esigenze che abbiamo ideato il servizio Brio! – commenta Enrico Bartoli, Direttore Divisione Corporate Sodexo Italia – Brio! non è un comune servizio di delivery, come quelli a cui siamo abituati. Nasce infatti dall’unione della pluriennale esperienza di Sodexo nella preparazione di “prodotti di ristorazione” (i piatti, i menù e la loro ideazione e composizione) con le profonde competenze nella gestione dei servizi alle aziende – dalla progettazione, la definizione degli aspetti qualitativi, la selezione delle materie prime, la scelta delle ricette, la produzione, fino al confezionamento, trasporto e consegna – , che come risultato offrono un servizio di delivery pensato specificatamente per permettere ai lavoratori di sfruttare al meglio la pausa pranzo. È fondamentale che ogni dipendente possa godere al massimo del proprio break per ristorare il corpo e la mente, attraverso un pasto salubre, buono e di gusto equilibrato compatibile con un consumo quotidiano”.

Mario Bulgheroni: “La norma UNI 11818:2021 è lo strumento chiave per garantire gli acquisti degli immobili”

Acquistare un immobile comporta un ginepraio di conoscenze che solo i veri professionisti dell’immobiliare possono affrontare. E l’introduzione di norme e certificazioni può certamente aiutare tutte le componenti in gioco.

“La norma UNI 11818:2021 è lo strumento chiave per garantire, con sicurezza e trasparenza, gli acquisti degli immobili. Pubblicata lo scorso 17 giugno rappresenta per noi Esperti Visuristi non solo un grande successo, ma anche un nuovo inizio atto a garantire, sempre più, compravendite sicure per ogni acquirente”. Lo ha dichiarato il Presidente di AVI, Associazione Professionale Esperti Visuristi Italiani, Mario Bulgheroni, a margine del convegno online LA NORMA UNI DEL VISURISTA IMMOBILIARE, organizzato dall’Associazione.

“Indubbiamente la costituzione della norma UNI è stato un iter lungo e complesso ma non abbiamo mai desistito – ha proseguito Bulgheroni che, tra le cariche che occupa, è anche Presidente di CONFASSOCIAZIONI Imprese e Consumatori – soprattutto per due validi motivi. Il primo è il nostro avere a cuore la tutela del cittadino, che a volte, purtroppo, non essendo correttamente supportato in un acquisto, si trova di fronte a brutte sorprese come gravami anche importanti su case appena acquistate. Il secondo motivo è qualificare sempre di più la nostra professione e con questa norma, fortemente voluta dalla nostra Associazione, abbiamo messo nero su bianco tutto quanto è necessario per essere un visurista serio, onesto e competente”.

Nella creazione della norma c’è anche tanto lavoro da parte dell’associazione. “Oltre a diventare il punto di riferimento per la certificazione di terza parte dei professionisti questa norma rappresenta un grande successo per l’Associazione – ha evidenziato Franco Fontana, Membro con delega ai rapporti con UNI di CONFASSOCIAZIONI e che ha seguito lo sviluppo della norma 11818 dall’inizio alla fine -poiché definisce i requisiti di conoscenza, abilità, responsabilità ed autonomia dei visuristi immobiliari e i requisiti di accesso all’esame come pure le sue modalità. Aspetto, questo, davvero importante perché nonostante la certificazione sia volontaria, a certificarsi – così da garantire la professionalità acquisita – potranno essere solo coloro con il giusto numero di crediti formativi e con l’esperienza prevista dalla norma”.

“Nella società della conoscenza il ‘sapere’ (sotto forma di competenza ma anche di abilità, autonomia e responsabilità) è determinante per il successo – ha sottolineato il Presidente UNI, Giuseppe Rossi -. Lo evidenzia anche il PNRR nella Missione 4 Istruzione e ricerca, allo scopo di sviluppare un’economia più competitiva e resiliente. Nell’ambito delle attività professionali, dove la bontà della prestazione si può valutare solo ex-post, è però adesso possibile anche per il visurista immobiliare dare delle garanzie, certezze e sicurezze ex-ante: grazie alla norma UNI 11818 che definisce i requisiti di conoscenza, abilità, autonomia e responsabilità. I visuristi quindi – grazie al combinato disposto della Legge 4/2013 sulle professioni non regolamentate e della norma UNI 11818 – possono qualificare la loro offerta e i clienti riporre in essi la propria fiducia, tanto più quando si tratta di beni immobili, le decisioni che li riguardano sono spesso le più importanti e delicate nell’arco di una intera vita”.

“Il relazionarci, anche durante il percorso che ha portato alla luce la norma, con ulteriori categorie del settore immobiliare così da far comprendere, ancora più nel dettaglio, sul come la nostra professione possa essere complementare alle altre dello stesso settore – ha sottolineato il Presidente AVI, Mario Bulgheroni – ha favorito indubbiamente la strada della trasparenza e delle sinergie e ha fatto capire come, in maniera semplice, si possa creare un beneficio anche erariale. Inoltre sapere che attraverso la norma possiamo avviare percorsi formativi ancora più performanti e qualificanti non solo per noi stessi, ma anche per i futuri visuristi che potrebbero entrare nel mercato del lavoro ci stimola ulteriormente in quanto la nostra è una professione di aiuto reale e non può essere soppiantata da sistemi informatici che non sempre rispecchiano dati certi”.

L’evento è stato poi concluso dal Presidente di CONFASSOCIAZIONI Angelo Deiana. “I successi di un’Associazione nostra socia sono anche i successi di tutta la nostra Confederazione e il percorso normativo avviato e portato a termine da AVI è la cartina di tornasole dei nostri professionisti, persone preparate, concrete, vere e soprattutto azionisti del Paese. A ciò si aggiunge quel salto di qualità garantito dalle norme UNI che, andando a definire tutti i requisiti, sottolineano la differenza tra un professionista affidabile e un professionista improvvisato. E oggi, dove la conoscenza è sapere e il sapere è potere, nel senso positivo del termine, non è più il tempo delle sorprese e delle improvvisazioni bensì quello di professionisti formati, in maniera adeguata, su ciò che hanno scelto di fare”.

Marche temporali, vediamo cosa sono e in quali casi sono necessarie

Può capitare che per una società, un professionista oppure per qualsiasi soggetto che ne avesse necessità, risulti indispensabile apporre su un documento una data certa e valida e che abbia valore a livello giuridico. Tra i tanti mezzi attraverso cui attestare tutto questo, notevole importanza hanno acquisito in questi ultimi anni le cosiddette Marche temporali. Ne esistono, in effetti, di diverse tipologie ed emanate da enti o soggetti riconosciuti, i cosiddetti Certificatori Accreditati.

Tra questi ultimi, ad esempio, troviamo le marche temporali di Aruba, molto richieste per l’assoluta affidabilità riconosciuta e l’estrema facilità e sicurezza della loro emanazione. Andiamo comunque a cercare di comprendere meglio cosa siano le marche temporali ed in quali situazioni siano necessarie o utili da inserire. Scopriremo come tale validazione digitale di un documento tenda a semplificare e velocizzare moltissimo varie procedure burocratiche e relative attestazioni.

Cosa sono le marche temporali

Una marca temporale (o, in Inglese, timestamp) è in pratica un servizio attraverso cui si effettua una validazione temporale di natura elettronica, cioè che consente di associare ad un documento di tipo digitale di vario genere una data ed un orario certi e giuridicamente validi. Tali informazioni, e di conseguenza questa marca temporale, possono essere opponibili (e pertanto validi da un punto di vista legale) sia alle parti che, eventualmente, a soggetti terzi, in molteplici circostanze.

L’apposizione di una marca temporale, quindi, permette di stabilire in maniera univoca l’esistenza di un documento di tipo informatico da una certa data in poi e garantisce al tempo stesso la sua validità nel tempo. Si certifica, inoltre, che l’ID del firmatario risulta valido nell’istante in cui avviene la firma stessa. Il suo uso, poi, non influisce sul contenuto del documento medesimo né può modificare in alcuno modo la firma eventualmente apposta.

In particolare, una marca temporale risulta essere il risultato di un procedimento informatico da cui si determina successivamente una sequenza di caratteri, la cosiddetta impronta digitale Hash (in pratica, una stringa alfanumerica). Tale “impronta Hash” si può paragonare ad una sorta di “impronta digitale” e quindi un elemento caratteristico, che identifica in modo univoco ed assoluto un documento di tipo informatico.

Le informazioni contenute nelle marche temporali

Una marca temporale deve contenere una serie di informazioni, tra cui, ad esempio, l’identificativo del mittente; il numero di serie della marca temporale emessa; un riferimento temporale-cronologico della generazione della marca temporale; l’algoritmo di sottoscrizione della marca temporale; identificativo del certificato relativo alla chiave di verifica della marca temporale.

Quando è necessario utilizzare delle marche temporali

Come abbiamo già accennato, una marca temporale fornisce una “data certa” ad un documento di natura elettronica. Pertanto, sono necessarie quando si vuole fornire ad un determinato atto una data che sia valida a livello giuridico e per tutti (sia tra le parti che per eventuali terzi soggetti). Ad esempio, delle richieste di emissione di credito; contratti, ordini o fatture; documenti di tipo bancario e atti pubblici; finanziamenti di medio o lungo periodo per le imprese.

Come poterle acquistare e quali sono i vantaggi di una marca temporale

Essendo di natura digitale, queste marche particolari si possono trovare ed acquistare online, su diversi portali affidabili e sicuri, che offrono servizi anche di natura camerale. Esse si possono comprare in quantità determinate, partendo da un minimo di 20 (per coloro che devono apporre poche marche nel corso del tempo), fino ad arrivare anche a diverse centinaia (per quei soggetti che, invece, tendono a marcare considerevoli quantità di documenti digitali).

I benefici derivanti dall’uso di una marca temporale sono molteplici: semplificazione e velocità in diversi processi burocratici; riduzione dei costi complessivi rispetto all’uso del cartaceo; una maggiore trasparenza e sicurezza nei diversi procedimenti e minore possibilità di effettuare errori; opportunità di estendere nel tempo la validità e l’efficacia (anche giuridica) di un qualsiasi documento di natura digitale o informatica; facilità di acquisto e di uso delle stesse marche temporali.   

Il primo impiego? I profili più ricercati e le tendenze del 2021

Il primo impiego? Difficile da trovare ma non per tutti. Esistono infatti in Italia, delle professioni che sono richiestissime, anche per i giovani, solitamente categoria in grande difficoltà nell’assicurarsi uno stipendio a fine mese. LinkedIn ha condiviso i risultati del Barometro LinkedIn del primo impiego 2021, una nuova ricerca, alla sua prima edizione per l’Italia, dedicata ai settori industriali in Italia nei quali i neolaureati vengono maggiormente richiesti per un lavoro in ruoli entry-level, i profili junior più richiesti e le regioni italiane nelle quali i neo professionisti possono trovare più facilmente lavoro

Mondo dell’industria: quali sono i profili più ricercati?

In questi primi mesi del 2021, il settore industriale con il maggior numero di offerte di lavoro per figure entry-level è quello del Software e Servizi IT, ovviamente il Covid-19 e la necessità di digitalizzare anche le piccole imprese, in tutto ciò ha avuto un peso non indifferente. Al seguire, troviamo il settore della Manifattura, mentre i Servizi aziendali sono al terzo posto. Si prosegue il settore dei Beni di consumo, ambito industriale che effettivamente non si è mai fermato nel periodo pandemico, come quello del Media e Comunicazione in quinta posizione.  Nella seconda metà della Top 10 si trovano settori industriali della Sanità, seguito dalla Finanza, dalle Costruzioni e dal settore dell’Energia e attività estrattive. L’ultimo posto della classifica è occupato dal settore industriale dei Trasporti e Logistica

I neolaureati: un bacino dal quale si attinge

LinkedIn ha analizzato anche le 10 posizioni, o job title, più in crescita in Italia per i profili junior nelle aziende operanti nel Bel Paese, con un confronto anno su anno nello stesso periodo (considerando i primi tre mesi del 2020 e del 2021). I più ricercati sono risultati i Progettisti meccanici, seguiti dai Consulenti di valutazione dei rischi e i Rappresentanti commerciali. Al quarto posto troviamo gli Sviluppatori Fulll Stack e la posizione “generica” di Ingegneri. Dal sesto all’ottavo posto troviamo gli Assistenti amministrativi, gli Impiegati di back office e gli Addetti alle vendite. Al fondo della classifica si posizionano due diverse tipologie di Sviluppatori: i Dotnet e i PHP Developer

Le Regione in cui c’è maggiore richiesta

In testa c’è la Lombardia (con posizioni aperte in prevalenza a Milano, Bergamo e Brescia), seguita dal Lazio (con una concentrazione nell’area di Roma) e il Veneto ( soprattutto a Padova). Al sud è presente in classifica solo la Campania e l’area metropolitana di Napoli al quarto posto. A metà si ritrova la Toscana (Firenze in primis), seguita da Piemonte (soprattutto Torino), Liguria (Genova) ed Emilia-Romagna (Bologna).

Cresce la richiesta di lavoratori da remoto

Era il dato più atteso e confermato. Nel 2021 c’è stato impulso a una tendenza interessante che riguarda molte categorie di lavoratori: la crescita delle opzioni di telelavoro. I dati di LinkedIn mostrano che gli annunci entry-level con possibilità di lavorare da remoto pubblicati sulla piattaforma nei primi tre mesi dell’anno sono aumentati dal solo 0,6% del 2020 al 7,1% del medesimo periodo del 2021.

Le skills più richieste

Ma cosa cercano i datori di lavoro nei nuovi assunti? Oltre ai requisiti minimi per ogni particolare lavoro – titoli di studio, corsi o certificazioni in particolari discipline, esperienza di tirocinio sul campo, eccetera – le aziende vogliono dipendenti che dimostrino di possedere una serie di competenze trasversali (le cosiddette soft skill). In questa prima edizione del Barometro del primo impiego di LinkedIn le competenze più ricercate sono: “Comunicazione”, “Capacità analitiche”, “Vendite”, “Design” e “Problem solving”.

Digital Transformation: ecco il Temporary Innovation Manager

Digital Transformation: un processo che molte aziende hanno iniziato a portare avanti da qualche anno. Alcune sono più avanti e le potremmo definire già digitalizzate, altre stanno incontrando qualche problema in più ed in particolare sono quelle italiane ad essere più indietro rispetto alla media europea. E proprio per venire incontro a queste realtà, ci sono manager che si stanno specializzando per supportarle lungo la via della digitalizzazione.

“Sebbene per molte aziende la trasformazione digitale fosse già in atto, l’ultimo anno ci ha dimostrato quanto il percorso verso l’innovazione sia tortuoso. Non dobbiamo pensare, infatti, che per essere innovativi e digitali sia sufficiente far lavorare le risorse da remoto. Servono un approccio strategico, una visione di lungo periodo e l’implementazione di nuovi modelli di business. Si tratta di un processo che richiede notevoli competenze e che, in nessun modo, si può improvvisare”, ha dichiarato Davide Boati, Executive Director di Hunters, divisione di Hunters Group, azienda specializzata nella ricerca e selezione di personale qualificato.

Il Temporary Innovation Manager

È una figura chiave per la Digital Transformation. Visto che per alcune realtà può essere difficile, in alcuni casi proibitivo, dal punto di vista economico inserire full time una risorsa dedicata all’innovazione e alla digitalizzazione, la soluzione potrebbe essere rappresentata da un Manager a tempo, altamente qualificato e dedicato ad un progetto specifico. Avere in organico una risorsa con una seniority adeguata per un periodo limitato rappresenta di certo un vantaggio. Una figura che ha meritato l’attenzione del Ministero dello Sviluppo Economico, il quale ha istituito un Albo degli Esperti in Innovazione Tecnologica al fine di disporre di specifiche professionalità in materia di ricerca e sviluppo precompetitivo per la valutazione dei progetti di innovazione tecnologica.

Di cosa si occupa il Temporary Innovation Manager

È un professionista che analizza ed implementa il percorso di trasformazione digitale, per mezzo dell’innovazione dei processi, dei modelli di business e dei prodotti. Si tratta di una figura manageriale altamente qualificata, alla quale viene affidata temporaneamente la gestione della crescita o dell’innovazione aziendale, con obiettivi specifici da raggiungere in un determinato periodo di tempo. In genere ha un cv in cui sono presenti esperienze lavorative in grandi aziende, dove ha potuto maturare esperienza su processi complessi e migrazioni tecnologiche importanti. 

“Oggi per una piccola media impresa può essere estremamente difficile assumere un professionista che possa occuparsi di un processo tanto indispensabile, quanto complicato. Scegliere un Temporary Innovation Manager, dunque, permette di soddisfare l’esigenza di avere competenze elevate, soltanto per il periodo di tempo necessario. Nell’ultimo anno, molte aziende con cui abbiamo collaborato hanno optato proprio per questa soluzione e credo che nel prossimo futuro questa tendenza continuerà ad aumentare”, continua Boati.

Vacanze 2021: buone notizie per il mondo del business del turismo

Vacanze 2021 all’orizzonte. Buone notizie per gli operatori del settore nel mondo del turismo. I manager e gli imprenditori del settore, dopo due estati estremamente condizionate dal Covid-19 e dai suoi effetti, sembrano ora intravedere la luce in fondo al tunnel. Infatti, il Centro Studi del Touring Club Italiano ha volto un’indagine sui programmi di viaggio della community per capire quali fossero i piani dei vacanzieri per la stagione estiva.

I dati sono positivi

Secondo lo studio, nell’estate 2021, complici i vaccini e un rallentamento della diffusione del virus c’è maggiore ottimismo rispetto all’estate scorsa. Il 71% ha dichiarato che farà certamente una vacanza, il 20% che probabilmente la farà. Chi ha già scelto di restare di sicuro a casa è una quota residua (3%) mentre il 6% ha risposto “probabilmente no”. In generale, quindi, il 91% ha un atteggiamento positivo nei confronti dell’estate mentre solo il 9% è rinunciatario perché non intravede ancora le condizioni di sicurezza per viaggiare.

Una buona parte della community Touring (61%) ha già concluso le vaccinazioni o sa già quando effettuerà i richiami, quindi non ha problemi a organizzare la vacanza.

Un altro 28% è “attendista”, nel senso che pianificherà la partenza una volta che conoscerà le date di vaccinazione, mentre solo una quota residuale (11% in totale) ha deciso di anteporre la vacanza al vaccino o pensa di non vaccinarsi affatto.

Si viaggerà in Italia

Saranno molte le persone che preferiranno muoversi all’interno dei confini nazionali: il 91% dei vacanzieri sceglierà una destinazione domestica rispetto a una quota residuale (9%) che andrà all’estero.Se si continua a preferire l’Italia, emerge però una maggior propensione a viaggiare al di fuori della propria regione (78% rispetto al 68% del 2020) e ad avere già oggi le idee più chiare su dove andare (la quota di indecisi è del 12% rispetto al 18% dell’anno scorso). In lieve calo chi ha scelto di restare all’interno della regione di residenza: 10% rispetto al 13% del 2020.

Vacanze al mare, montagna o…

A quanto sembra non c’è dubbio: il mare resta la meta preferita per l’estate (51%), in crescita sia sul 2020 sia sul periodo pre-Covid, si conferma il successo della montagna (25%), anche se in calo rispetto all’anno scorso quando si era attastata al 30%. 

Si riscontra poi una timida ripresa del turismo urbano (9% rispetto all’8% del 2020 ma ancora lontano dai dati del 2019 quando aveva raggiunto il 23%) che supera, seppur di poco, il turismo rurale e dei borghi (7%, in lieve calo sul 2020 quando si era attestato al 9%).

Ma quando si partirà? C’è da registrare un’inversione della classica stagionalità estiva: ci si concentrerà, infatti, perlopiù in luglio (36% rispetto al 34% del 2020 e al 30% del 2019) e in seconda battuta in agosto (32% rispetto al 59% del 2020 e al 36% del 2019) mentre la quota di chi sceglie giugno o settembre resta sostanzialmente invariata rispetto al periodo pre-covid, circa il 14%. Questa rimodulazione, che anticipa di fatto il picco stagionale, potrebbe essere legata alla data dei richiami del vaccino.

La paura del Covid-19? Sembra essere di meno

La percezione dei rischi legati al Covid in vacanza è diminuita di molto, tuttavia restano le cautele rintracciabili, per esempio, nella scelta delle persone con cui partire. L’estate 2021 vedrà vacanze limitate al gruppo familiare convivente (68%, in crescita rispetto al 2019) a scapito di quelle allargate ad amici o ad altri parenti (17% rispetto al 18% del 2019) e a quelle composte soltanto da amici o da altri parenti (9% rispetto all’11% del 2019).

Le città migliori per il business? Ecco quali sono…

Fare business in ogni città è la stessa cosa? Neanche per idea. Ci sono luoghi decisamente più adatti ed altri meno. In pratica ci sono città perfette per il business e altre meno. Oberlo, strumento di e-commerce che aiuta gli imprenditori a creare il proprio business online, ha pubblicato un’analisi in cui mostra quali sono le migliori città a livello globale in cui avviare e far crescere un’impresa.

Lo studio ha preso in esame 200 città, selezionando le migliori 75 sulla base di fattori relativi a innovazione, forza economica e spirito imprenditoriale. La classifica si basa su un indice che unisce diversi punti dati e fonti di terze parti per ciascuna delle città analizzate. Eccoli:

  • Studio dell’infrastruttura di base e delle normative da seguire per avviare una piccola impresa: tassazione, libertà normativa e tempo che occorre, in media, per registrare una nuova società a responsabilità limitata
  • Verifica del supporto locale disponibile per la nuova imprenditoria femminile, come esempio di diversità e inclusione. Questo è un indicatore pertinente e importante di uguaglianza all’interno del paesaggio imprenditoriale.
  • Analisi dell’assistenza economica offerta alle imprese durante l’emergenza Covid-19.
  • Revisione di finanziamenti e bootstrap, come sussidi di disoccupazione, prestiti destinati alle piccole imprese, tasse sulle imprese locali e capitale di rischio. 

Sono anche state prese in esame le esigenze specifiche di due dei settori più popolari tra gli imprenditori, ovvero tech/digital e import/export:

  • Per le imprese nel settore tech/digital sono stati valutati l’ecosistema tecnologico locale e il capitale di risorse disponibile per ogni città.
  • Per l’import/export sono stati esaminati l’ecosistema logistico locale, l’accesso ai mercati globali e i costi per le spedizioni.

Le 10 città migliori per fare business

Mettiamo subito in chiaro che tra le top 10 non ci sono città italiane. La prima in classifica è Roma, ma è solo 31ª. In testa alla graduatoria c’è Londra, seguita da New York e San Francisco a completare il podio. A seguire Sydney e Melbourne e ancora Los Angeles, Singapore e Boston. Chiudono la classifica delle migliori 10 Berlino e Chicago.

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L’era dei rischi e della contraddizione digitale

Una cosa è certa: siamo da sempre fiduciosi nelle potenzialità dei processi di collaborazione e condivisione in Rete. Ma, anche in questa consolidata consapevolezza, non possiamo essere ciechi. La Rete è un sistema complesso in cui i finali sono aperti. Questo vuol dire che, purtroppo, esistono vicende, flussi, accadimenti in cui il finale non è in tutti i casi a lieto fine. 

La logica del rischio

È una delle possibili conseguenze negative della Rete stessa. Dall’inizio di questo secolo abbiamo conosciuto una serie di rischi pubblici mondiali: il mutamento climatico, il rischio nucleare, il rischio finanziario, l’11 settembre, il rischio pandemico. Tutti questi rischi sono una parte ingente dello sviluppo delle Reti, tecnologiche e fisiche. 

Certo, ora siamo tutti concentrati sulla pandemia, ma proviamo a pensare alle rivelazioni sui sistemi di controllo della nostra sfera individuale: prima Echelon, poi Wikileaks e poi molte altre violazioni della nostra privacy e della nostra libertà.

Tuttavia, dietro questi episodi, si nasconde una logica del rischio diversa in termini di pubblicità. Infatti, nel caso del rischio nucleare, gli incidenti dei reattori di Chernobyl e Fukushima hanno dato luogo a una discussione pubblica e globale. Invece, nel caso del rischio digitale della libertà, se non fossero esistiti soggetti come Assange e Snowden, nessuno si sarebbe accorto del problema strategico.

Il mondo è cambiato

Ecco perché, per effetto delle reti, il mondo è cambiato, non solo in superficie ma anche nel profondo. Questa non vuol essere la beatificazione di Snowden o di Assange. In realtà, ancora una volta la Storia è opaca, non sappiamo cosa sia successo veramente e se ci siano degli eroi o delle spie. Per questo, esclusi pochissimi, siamo tutti nel gruppo dei “relativamente inconsapevoli”. Anche se, in ogni caso, è sempre meglio essere “relativamente” inconsapevoli che “del tutto” inconsapevoli. 

È la vera peculiarità dei sistemi a Rete: l’interdipendenza, il fatto che siamo ormai collegati gli uni agli altri e tutti dipendiamo da tutti. È il pensiero a due velocità: in Rete non possiamo fare a meno di pensare individuale ma, nel contempo, non possiamo nemmeno smettere di pensare collettivo, insieme, a Rete. 

Quali sono le possibili alternative? Coltivare solo la dimensione individuale potrebbe essere una scelta? Sì, forse, ma a patto di vivere asceticamente isolati in un mondo senza porte e senza finestre, come avrebbe detto Leibniz. 

Se, invece, si sceglie di vivere nel mondo e con il mondo, i rischi/eventi di cui abbiamo parlato (rischi nucleari, digitali, giudiziali e di privacy) rendono reale e percepibile l’interdipendenza globale perché si tratta di avvenimenti positivi o catastrofici potenzialmente senza confini nello spazio e nella società perché si possono espandere a dismisura in Rete. E questo anche se, a seconda dei luoghi e delle nazioni, possono essere percepiti in modo molto differente.

Stiamo veramente esplorando un mondo nuovo di cui nessuno di noi possiede ancora le categorie, le mappe e la bussola. Siamo stati catapultati in ambiti e possibilità d’azione rispetto ai quali non siamo ancora in grado di approntare racconti o narrazioni adeguate. Le sfere d’azione della Rete e dei Big Data raccolti dalle grandi piattaforme social sono così ampie e profonde da svelare tutte le nostre preferenze e debolezze individuali. Le migliori e le peggiori.

È l’era della contraddizione digitale: in teoria, abbiamo straordinarie possibilità di controllo (pensate ai possibili flussi dei Big Data o alla sorveglianza facciale) ma, allo stesso tempo, una vulnerabilità assoluta perché totalmente dipendente dalla casualità degli impatti della nostra impronta digitale in rete.

Ecco perché parliamo di contraddizione digitale: la Rete ci rende molto più liberi nell’accesso alle informazioni di tutti ma rende, allo stesso tempo, le nostre informazioni molto più vulnerabili e accessibili a tutti e a tutto. Ancora una volta soli. Ancora una volta insieme.

“Il prezzo della luce è sempre inferiore al costo dell’oscurità”

Arthur C. Nielsen

A cura di Angelo Deiana

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Pandemia e futuro: i lavoratori italiani sono fiduciosi?

Qual è stato l’impatto della pandemia sul mondo dei lavoratori e sulle loro prospettive? Ad analizzare la situazione è stato uno studio condotto da Yonder per conto Workday, società leader delle applicazioni aziendali cloud per la gestione finanziaria e delle risorse umane.

Secondo lo studio, due terzi dei dipendenti nel nostro Paese hanno lavorato da casa (65%), una cifra più alta rispetto alla media di tutti i mercati europei monitorati. Tra questi, il 49% non aveva mai lavorato da remoto prima dell’arrivo del Covid-19, un dato ancora una volta significativamente superiore alla media europea (27%), ma la maggior parte di essi è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio di lavoro (79%). 

Circa tre su cinque sostiene di aver avuto una produttività superiore rispetto al passato (56%) e si ritiene meno logorato grazie al lavoro svolto da casa, malgrado l’essere sempre connesso sia stato un grande svantaggio secondo il 59% degli intervistati. Nonostante la situazione, un terzo dei dipendenti ha dichiarato di sentirsi più isolato nella situazione contingente, una percentuale notevolmente inferiore rispetto al resto d’Europa.

Le motivazioni: sono le stesse?

La motivazione però non è mancata anche se due lavoratori su cinque hanno trovato difficoltà, soprattutto nella fascia dei giovani 18-34 anni (47%) e a scendere nelle fasce di età successive (38% fascia 35-54; 32% fascia 55+). In cosa e dove si sono evidenziate le difficoltà? La risposta è nella leadership nei team di lavoro che non sono stati percepiti capaci di rispondere in modo adeguato alla crisi (dichiarato dal 29%). Oltre questo si è aggiunta per molti la paura di non ricevere equi e meritati aumenti di stipendio (19%), apportare cancellazioni di bonus o ritardi (21%), tanto da influenzare le possibili conseguenze sulle scelte del futuro, come ad esempio la valutazione di cercare un nuovo lavoro nei 12 mesi successivi. 

Tuttavia, le remunerazioni non sono state tra le preoccupazioni maggiori. Infatti, quasi la metà degli intervistati (49%) hanno dichiarato di percepire minori opportunità nell’acquisire nuove responsabilità e competenze nel 2020, un dato relativamente importante rispetto alla media europea (38%). I giovani tra i 18 e i 34 anni hanno maggiormente avuto la percezione di vedere sgretolarsi opportunità di carriera e l’acquisizione di competenze (54%) mentre le fasce di età superiori hanno ritenuto che un focus sulla crescita personale della propria carriera fosse egoista vista la situazione.

Leadership, un capitolo a parte

Malgrado la leadership tra i dirigenti italiani nella fascia di coloro che non hanno lavorato da casa si sia dimostrata la più debole in Europa, ha però portato un generico consenso positivo dimostrando caratteristiche quali, al primo posto la competenza (47%), a seguire disponibilità, onestà, collaborazione, affidabilità e attenzione verso i propri dipendenti. 

Tuttavia, benché oltre la metà dei dipendenti abbia percepito un aumento della comunicazione da parte dei propri leader (55%) e una chiara visione a lungo termine (51%), sembra che i loro colleghi europei abbiano performato meglio.

Appena il 28% dei dipendenti italiani si è sentito coinvolto nelle decisioni dei leader in merito al futuro delle aziende e della loro organizzazione. Il merito ai leader, però, è andato ad aspetti importanti come l’aver dato priorità alla salute e alla sicurezza dei dipendenti e soprattutto, l’aver dimostrato spirito aziendale concentrandosi sulle esigenze dell’azienda e non individuale.

Aspettative per il futuro post pandemia

Cosa accadrà nei prossimi 12 mesi? Il 31% si sente intrappolato nel proprio ruolo attuale a causa dell’incertezza economica e la metà non pensa che il proprio stipendio possa subire un incremento (18%). In un futuro più immediato, uno su cinque è pessimista rispetto alla sicurezza dell’attuale lavoro nei prossimi 6 mesi. In particolare, coloro che lavorano nel settore della ristorazione e le donne, dimostrano aspettative più basse. Uno stipendio competitivo è l’aspetto più motivante nella ricerca di un nuovo ruolo (11,2%), seguito da un buon schema di bonus e opportunità di crescita e sviluppo. I più giovani tra i 18 e i 34 anni attestano di essere maggiormente motivati nella ricerca di un nuovo ruolo che ha come obiettivo la crescita e le opportunità di formazione e crescita.

“La pandemia ha creato una situazione di emergenza alla quale tutta la forza lavoro ha dovuto rispondere prontamente in qualche modo”, ha commentato Federico Francini, country manager, Workday, Italia. “In Italia, la leadership delle aziende ha dimostrato di saper fronteggiare velocemente il cambiamento malgrado le forti insicurezze percepite dai lavoratori più giovani. Abbiamo visto quanto incide la motivazione legata alla formazione e allo sviluppo professionale, quanto reskilling e upskilling siano la chiave di un buon equilibrio nelle organizzazioni. Una buona pianificazione è ormai prioritaria”.