10 caratteristiche di un CEO di successo secondo Keystone

Ci sono caratteristiche che un CEO deve possedere. Alcune appaiono ovvie, altre un po’ meno. Ma c’è anche da dire che il mondo del lavoro è molto cambiato e con lui anche le esigenze di chi siede ai posti più importanti delle aziende.

Per meglio comprendere tali cambiamenti, Keystone, la linea di business di Randstad dedicata alla ricerca e selezione di profili executive, ha elaborato il decalogo delle caratteristiche che deve avere il CEO di successo nel 2021 basandosi proprio sull’esperienza dei grandi manager alla guida delle più importanti aziende globali.

“L’esperienza della pandemia da un lato ha accelerato alcune tendenze in atto da tempo in ambito organizzativo, dall’altro ha portato alla luce alcuni valori quasi inediti nelle aziende – afferma Sandro Sereni, Founder e Partner di Keystone Executive Search -. Sulla base dell’esperienza di questi mesi e dei macrotrend in corso, come la trasformazione digitale, l’avvento dello smart working, la necessità di cambiamento e reskilling continuo, la crescente importanza delle competenze soft, si delineano alcune caratteristiche del manager del 2021. Il CEO di successo oggi è un leader riconosciuto, di comprovate capacità e competenze, che porta risultati con tutto il team, capace di delega e di fiducia, che valorizza il talento e sa apprendere dall’esperienza per guardare lontano”.

Ma quali sono queste 10 skills che ogni CEO deve possedere?

Le 10 caratteristiche che deve avere un CEO di successo

1 – Conoscere il business. La condizione imprescindibile per guidare un’azienda nel 2021, secondo Keystone, è conoscerne in profondità l’attività, il settore, i processi. Oggi non basta più un manager che sappia muovere le leve finanziarie, il CEO deve conoscere a fondo la realtà che è chiamato a guidare, dalle regole che governano la produzione, a quelle della distribuzione e del marketing.

2 – Essere ispiratore. Le persone oggi non si accontentano di svolgere un compito, desiderano essere ingaggiate. “Spacchi le pietre o costruisci cattedrali?”. Aiutare a dare un senso al lavoro significa, per il CEO, coinvolgere i collaboratori sui valori e sulla cultura aziendale. Solo così arrivano i risultati.

3 – Essere “vicino” alle persone. Per essere riconosciuto come un leader, il CEO deve conoscere i suoi collaboratori e parlare il loro stesso linguaggio: oltre che al business, deve essere vicino al lavoro quotidiano delle persone, per comprenderne le esigenze, fissarne gli obiettivi e i traguardi.

4 – Portare visione. Il CEO ha il dovere di guardare oltre l’esistente. Nella sfida della pandemia deve affrontare il presente, ma anche indirizzare l’azienda nel medio-lungo periodo, prepararla al domani. Deve tracciare la strada e definire l’indirizzo strategico, in modo da fornire a tutti i lavoratori il senso della sfida comune a cui sono chiamati a prendere parte.

5 – Avere uno stile di leadership inclusivo. La sfida della pandemia ha rafforzato il concetto di “alleanza” per un progetto comune. Il CEO di successo oggi è quello che ottiene risultati grazie al lavoro dei suoi collaboratori, che mette avanti il “noi” prima di sé stesso, infondendo fiducia e sapendo delegare. Un manager che si prende la responsabilità di decidere, dopo aver consultato le persone nei ruoli chiave.

6 – Valorizzare il talento. Se a fare davvero la differenza è il team, il CEO deve valorizzare il talento che è in ogni persona e far sì che sia realmente messo a disposizione dell’organizzazione. Deve investire nel capitale umano, stimolare la crescita individuale, promuovere upskilling e reskilling ad ogni livello aziendale.

7 – Stimolare la creatività. In modelli di lavoro sempre più agili, incentrati sulla responsabilizzazione individuale, non è il controllo a portare risultati, ma il coinvolgimento di tutti, la disponibilità a mettersi in gioco, l’”imprenditorialità”, con il contributo di libertà, idee, creatività e passione che il CEO deve impegnarsi a promuovere.

8 – Curare il benessere. L’esperienza della pandemia ha portato prepotentemente l’attenzione sulla salute e la sicurezza delle persone. Chi guida l’azienda oggi non deve solo garantirle, ma rassicurare la comunità aziendale, impegnarsi a “prendersi cura” dei collaboratori, portando attenzione al benessere e al significato profondo del lavoro.

9 – Avere credibilità. È fondamentale che il CEO sia riconosciuto come guida dell’azienda grazie ad una “credibilità” fondata su autorevolezza, serietà, affidabilità e coerenza. Una reputazione che si costruisce nel tempo, anno dopo anno, in cui sono importanti l’immagine e il racconto di sè, ma ancora di più il curriculum: la credibilità è comprovata dall’esperienza e dai progetti portati a termine nel corso della carriera.

10 – Mettersi in discussione. Una delle soft skills più importante per ogni manager è la capacità di imparare dall’esperienza. Nella vita del CEO questo significa dimostrarsi aperto al cambiamento e disponibile ad apprendere nuove conoscenze, attraverso un continuo reskilling nel corso della carriera. Ma anche mettersi in discussione e apprendere dai propri errori per migliorare costantemente.

Lavorare all’estero? Sì, ma non è questa l’unica opzione. Ecco i risultati di uno studio

Lavorare all’estero? Perché no, anzi, questo potrebbe essere un buon momento per provare nuove esperienze, ma non è semplicissimo. Secondo il report di Boston Consulting Group “Decoding Global Talent, Onsite and Virtual”, la prima di tre ricerche sugli effetti del Covid sull’occupazione condotte in collaborazione con The Network, leader globale per la selezione del personale online, per effetto del boom dello smart working, cresce anche la propensione a cercare un impiego da remoto per aziende straniere senza una sede fisica in Italia

La tendenza generale che emerge dallo studio è quella di lavorare a casa il più possibile. Nel 2014 il 63,8% degli intervistati a livello globale voleva lavorare all’estero; nel 2018 il numero era sceso al 57,1% e nel 2020 al 50,4%: in sei anni sono stati persi 13 punti percentuali.

In Italia c’è voglia di cambiare

In Italia la situazione è diversa rispetto agli altri Paesi.Infatti, nel 2014 il 59% dei lavoratori italiani era disposto a lasciare il Paese. Nel 2018 erano già scesi al 55%, un calo coerente con il resto del mondo. Nel 2020, la svolta: il 90% si dice disponibile a trasferirsi alla ricerca di opportunità di lavoro, un punteggio molto alto e un’inversione di tendenza che secondo lo studio si spiegherebbe con la difficile situazione attuale. 

Un dato interessante è che sono numerosi anche gli italiani che sarebbero disposti a lavorare da remoto per aziende straniere senza una presenza fisica nel Paese: il 71% degli intervistati, 14 punti in più rispetto alla media globale (57%). 

“Il Covid ha accentuato un fenomeno già avviato e ha favorito la transizione verso una nuova forma di mobilità, fondata su una modulazione del telelavoro, che rappresenta una nuova opportunità anche per le società, da impiegare, però, con attenzione”. Lo studio però mostra che avere una forza lavoro virtuale dislocata in più Paesi presenta molti vantaggi ma anche alcune criticità. Il primo è di carattere contrattuale: il rapporto di lavoro deve rispecchiare la specificità delle leggi di ogni Paese, e al tempo stesso garantire una formula uniforme ai dipendenti. Lo stesso vale per la questione del salario, mentre c’è il rischio di sottovalutare le conseguenze dei diversi fusi orari sull’equilibrio organizzativo. “In ogni caso, sia aziende che dipendenti – sostiene Radice – sono pronti e, anzi, desiderosi di attuare questi cambiamenti. E la direzione generale sembra ormai essere stata imboccata”, afferma Matteo Radice, Managing Director e Partner di BCG.

Quali sarebbero le destinazioni preferite?

Sempre secondo lo studio, svolto in 190 Paesi, la meta preferita dagli italiani per il lavoro all’estero è la Svizzera, che in due anni sale di quattro posizioni e supera il Regno Unito (da prima a seconda) e Germania (ferma al terzo posto).

Al contrario, l’Italia rappresenta una destinazione molto apprezzata dagli stranieri, in particolare da albanesi, spagnoli, rumeni e turchi. E al nono posto ci sono proprio gli svizzeri. Nella sfida tra le due grandi città italiane, Roma (25ª posto nel mondo per attrattività) supera ampiamente Milano che è solo 41ª.

Nella media globale, invece, gli Stati Uniti non sono più al primo posto tra le destinazioni preferite dai lavoratori, scesi di una posizione, a pari merito con Australia (20%), a causa di diversi fattori tra cui la gestione del Covid. Al primo posto c’è il Canada, top destination per il 24% degli intervistati, che approfitta di una buona gestione della pandemia e di condizioni più favorevoli. Come Paese preferito per un incarico di lavoro da remoto, invece, il primo posto è degli Stati Uniti, con il 25% delle preferenze, seguiti da Australia e Canada (22%) e al quarto posto la Germania (19%).

Tra le città più attrattive a livello globale, Londra mantiene la prima posizione. Subito dopo si colloca Amsterdam, che guadagna tre posizioni dal 2008 al 2020. Al terzo posto – altra sorpresa – Dubai, che insieme ad Abu Dhabi (al quinto) simboleggia i cambiamenti in atto della geografia globale del lavoro. Nella top ten delle destinazioni preferite si trovano anche Tokyo, salita di quattro posizioni, e Singapore, cresciuta di otto. Crollano New York, ottava (-6), e Barcellona (-5). In generale salgono anche Seoul (15esima), Kuala Lumpur (19esima) e Pechino (22ª). Resta un mistero: nonostante il Canada sia la prima scelta come Paese, tra le sue città la meglio classificata è Toronto, che è solo 14ª.

Report del Centro Studi di Confassociazioni: ecco cosa prevede per l’autunno

È stato reso noto oggi il Report del Centro Studi di Confassociazioni sugli sugli scenari economici 2021 e i numeri inevitabilmente fanno riflettere.

“Siamo sempre stati ottimisti. Ma il dato concreto di realtà è che siamo molto preoccupati perché il vaccino per la salute sta iniziando ad arrivare, ma per il vaccino dell’economia ci vorrà ancora molto tempo. Le risorse nel Decreto Sostegni non coprono nemmeno il 5% dei costi fissi. Praticamente, un’elemosina. Senza poi dimenticare che i 32 miliardi del Decreto Sostegni erano stati autorizzati per coprire le chiusure a cavallo delle feste di Natale. Adesso siamo ad aprile, tutti in ‘quasi lockdown’ con la prospettiva di arrivare in questa situazione a maggio. E comunque le restrizioni parziali e la crisi dei consumi ci saranno quanto meno fino alla fine del 2021. I numeri in gioco sono drammatici. Secondo il Centro Studi di Confassociazioni, tra il 2020 e i primi 2 mesi del 2021 abbiamo perso più di 350 miliardi di fatturato. Un mondo che difficilmente potrà essere risollevato dai 20 miliardi di euro del Recovery Plan che potrebbero arrivare quest’anno. Per questo, serve subito un nuovo scostamento per salvare imprese e partite IVA in crisi. Fatti i calcoli, ce ne vorrebbero almeno 50”, ha dichiarato il presidente Angelo Deiana.

Secondo Confassociazoni, nei prossimi 9 mesi, potrebbero chiudere almeno 1 impresa su 4 sotto i 10 dipendenti. Ecco perché i sostegni dovevano essere dati, come in Germania, con logiche estese. Se poi le imprese non ne avessero avuto più diritto in base ai parametri, li avrebbero restituiti con la dichiarazione successiva. Succede già normalmente nel caso dell’anticipo della Naspi che viene dato ai disoccupati che vogliono aprire una partita IVA. Non si poteva fare la stessa cosa? Questa è la domanda che si fanno in Confassociazioni.

Gli scenari d’autunno

Il Report sugli scenari economici 2021 prevede per il prossimo autunno l’arrivo di tanti altri gravi problemi che colpiranno il sistema. Il primo problema è chiaramente la fine del divieto di licenziamento e della CIG Covid prevista per il 30 giugno con prolungamenti fino al 30 settembre su base settoriale. Il Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI, rielaborando i ben più pessimistici dati dell’OIL, stima che potremmo perdere fino ad un milione e 500mila lavoratori nei prossimi 12/15 mesi, principalmente per effetto della chiusura di circa 500mila piccole imprese sotto i 10 dipendenti. Il tutto si sommerà ai circa 600mila occupati che abbiamo perso nel 2020 (principalmente tempi determinati) e alla perdita di decine di migliaia di stagionali e occupati in nero. Tutto questo si sta già riversando su ammortizzatori sociali come Naspi e Reddito di Cittadinanza. Tralasciando il problema delle donne, insieme ai sanitari, l’altra prima linea vittima (indiretta) della strage pandemica.

Il secondo problema è l’orizzonte della fine del blocco degli sfratti che è fissata anch’essa al 30 giugno. Grazie a questa salvaguardia molte persone hanno smesso di pagare gli affitti ai proprietari, non sempre a causa della crisi.

Altro problema è quello delle moratorie sui mutui (circa 189 miliardi di Euro) anch’essa fissata sull’orizzonte del 30 giugno. Un grosso problema per le banche dovranno comprendere quanti soggetti avranno ancora un lavoro in grado di onorare il mutuo stesso, anche a seguito della fine del divieto di licenziamento. Senza poi dimenticare, i 162 miliardi di prestiti garantiti dallo Stato con il Decreto Liquidità che rischiano di diventare un vero problema per le banche inizialmente, e per lo Stato a seguire. KPMG stima complessivamente per la fine del 2021 e l’inizio del 2022 una cifra monstre tra i 50 e 100 miliardi di NPL.

Infine, i 107 miliardi di euro di evasione fiscale e previdenziale che, al 30 giugno 2020, ha portato il carico residuo delle cartelle esattoriali ancora da riscuotere a quasi 1000 miliardi di euro, di cui una parte preponderante relative al periodo 2001-2015, cioè praticamente prescritte.

“Per questo l’importante sarebbe non drenare liquidità e offrire la possibilità al sistema imprenditoriale di ripartire senza le ombre di un passato ormai inesigibile. Quanto poi alla polemica sul fatto che le tasse le pagano solo dipendenti e pensionati, sempre secondo quanto riporta il comunicato di Confassociazioni, varrebbe la pena di leggere l’audizione dell’Agenzia delle Entrate del settembre scorso alla Commissione Finanze della Camera. Un testo dove viene affermato che i contribuenti con debiti residui da riscuotere sono circa 17,9 milioni, di cui 5,5 milioni sono società o partite IVA, e 12,4 milioni sono dipendenti e pensionati. Come dire che l’azionista di maggioranza quantitativo dell’evasione fiscale dal punto di vista delle cartelle non sono le partite IVA, ma quelli che dicono che le tasse le pagano soltanto loro. Tra le tante distopie informative del mondo pandemico, un’altra verità da far venire alla luce”, ha dichiarato Angelo Deiana in una nota.

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Digitalizzazione: 5 elementi chiave per favorire una rinascita economica

Digitalizzazione come parola chiave per rimanere vivi e vivaci nel mondo del business. Ma sono diverse le aziende e i professionisti a cui mancano strumenti e risorse per digitalizzarsi e rinforzare la propria presenza su internet. Per gli imprenditori, comprendere che un approccio digital oriented rappresenta un’opportunità di crescita, oltre che un investimento ad alto rendimento, è la sfida dei professionisti del settore.

Andrea Poretti, founder di Cepar Digital Agency, agenzia specializzata in performance e inbound marketing, propone 5 elementi chiave per favorire questa rinascita economica.

5 elementi chiave per una crescita economica

Il cliente al centro 

Per anni, la centralità del cliente è stata un principio guida per molte imprese, ma costruire una cultura incentrata su di esso è molto di più che dire “il cliente ha sempre ragione”.Una cultura aziendale customer-centric rende i clienti più reali per le persone che lavorano nei team marketing e sales che cercano di conoscere il proprio pubblico, capirne le caratteristiche e i desideri, così da trasformare i dati in leve per rendere vincente il business.

La customer centricity si sviluppa in tre fasi fondamentali, ciascuna delle quali deve essere supportata da processi e strumenti digitali: ascoltare i clienti, comprenderne le esigenze e, sulla base di queste, pianificare azioni di marketing e vendita.

Customer journey mirata, ossia processo d’acquisto cucito su misura

Chiariamolo: gli utenti online non hanno interesse a essere profilati dalle aziende. Quello della targetizzazione è un passaggio che non ha valore dal punto di vista dell’acquirente, impegnato nella ricerca di informazioni sui prodotti che lo interessano.

Per chi svolge funzioni commerciali o di marketing, invece, è importantissimo personalizzare il processo di vendita online adeguandolo al contesto del compratore; in questo modo l’utente si avvicinerà all’acquisto attraverso un percorso (il customer journey) che sentirà naturale e in linea con i propri interessi. 

Costruendo un customer journey, quindi, l’azienda potrà interagire online con i propri potenziali clienti, offrendo loro informazioni “su misura” e così condurli in un percorso che, a partire dalla presa di coscienza di un bisogno, li accompagnerà fino alla fase conclusiva dell’acquisto..

Lead Management

Lungo il percorso che conduce l’utente online alla finalizzazione dell’acquisto è necessario affidarsi al Lead Management, che è il processo di monitoraggio, profilazione e gestione dei contatti e dei potenziali clienti, un compito ad appannaggio del reparto Marketing.

Molto spesso, però, le aziende non hanno regole precise o tecniche efficaci e tendono a gestire i contatti in maniera inappropriata, consegnandoli all’area commerciale anche se non profilati o di bassa qualità. Questa mancanza di qualificazione, però, rischia di danneggiare anche il lavoro dei sales, che perdono tempo e risorse, riducendo la possibilità di convertire i contatti in clienti e, di conseguenza, di incrementare il fatturato. Tutto questo si eviterebbe coltivando i contatti e preparandoli per le fasi successive del processo di vendita. 

Automatizzare i processi di marketing

Gestire i contatti è una fase fondamentale per trasformarli in clienti ma, se condotta in modo scorretto, può richiedere molto tempo: un conto è gestire 20 lead, un altro è avere a che fare con grandi numeri. 

Automatizzare i processi di marketing è la soluzione che permette alle aziende di aumentare la qualificazione dei lead, valorizzare la relazione con i contatti ed eliminare le operazioni tecniche più ripetitive. 

Come farlo? Grazie ai software di Marketing Automation che, attraverso flussi di lavoro personalizzabili, permettono di eseguire le attività di marketing in modo più snello ed efficiente.  L’obiettivo finale del marketing è quello di far crescere il business dell’azienda e per farlo, online, è necessario portare traffico di qualità al sito web, convertire questo traffico in contatti e, da ultimo, trasformare i contatti in clienti.

Marketing mix

Quali sono gli strumenti che permettono la generazione di contatti in target, li accompagnano nei processi decisionali e, non da ultimo, li fidelizzano? In questo caso si parla di marketing mix, l’insieme di azioni, strumenti e canali che un brand adotta per commercializzare il proprio prodotto e/o servizio. 

Il marketing mix aiuta le aziende a guardare al prodotto con gli occhi del consumatore, così da orientare le scelte dell’azienda verso le sue necessità. La parola d’ordine nel Marketing mix 4.0 è personalizzare. Coinvolgere il cliente in una relazione uno ad uno, capace di creare una positiva connessione tra utente e azienda, fa la differenza, perché sviluppa un senso di comunità intorno ai valori del brand e un importante sentimento di riconoscimento personale.

Nella pratica, questo si concretizza nel saper selezionare i canali più adatti per la pubblicità online, le leve di vendita più efficaci per uno specifico target, le modalità e i contenuti che renderanno vincente la relazione con gli utenti.

Basta immaginare il valore che può avere una pubblicità veicolata sui canali social più frequentati dai clienti ideali di un’azienda, affiancata da campagne Google che rispondano con puntualità alle ricerche degli utenti in target, da attività di SEO organica e da una strategia di email marketing.

Quali sono le competenze che deve avere un digital marketer?

Aumenta, inevitabilmente, la richiesta di professionisti digital, in particolare di digital marketer. Manager, esperti del settore web e informatico in grado di aiutare anche le aziende più “datate” a digitalizzarsi e ad imporsi sul nuovo mercato. Da quello che emerge dalle proiezioni dell’ultimo rapporto Excelsior a cura di Unioncamere e Anpal (gennaio 2020), 4 aziende su 10 abbiano deciso di investire maggiormente nel processo di digitalizzazione, a partire dall’adozione di strumenti di digital marketing e questo non può e non deve stupire. Dal punto di vista delle assunzioni, le imprese hanno puntato sulla ricerca di competenze digitali, richieste in 6 posizioni aperte su 10, pari al 60,4 % dei profili che sono stati ricercati nel 2020. 

La richiesta di profili altamente specializzati si sta scontrando però con la difficoltà di individuare figure idonee, a causa spesso di una scarsa specializzazione e preparazione. 

“È evidente che in Italia c’è ancora un forte gap tra la domanda del mercato del lavoro, e l’offerta di professionisti preparati e specializzati nel comparto digitale” – spiega Marco D’Oria, Marketer Professionista con oltre 20 anni di esperienza, in comunicazione e abitudini comportamentali legate agli acquisti e Direttore dell’Accademia del Marketing Digitale CAMA. “Un paradosso che potrebbe riflettersi anche sull’effettiva ripresa post Covid del nostro Paese e della sua economia, sul quale è necessario intervenire fin da subito investendo su percorsi formativi dedicati proprio all’acquisizione delle competenze digitali richieste”

Le competenze che deve avere un digital marketer

“Oggi il Digital Marketer rappresenta una professione chiave per tracciare nuove rotte che meglio si adattano alla trasformazione digitale in atto” – spiega Marco D’Oria. Un professionista che deve prima di tutto formarsi attraverso percorsi capaci di coniugare la teoria con la pratica. “Il Digital Marketer è un professionista in grado di operare a 360° sulla strategia di comunicazione digitale dell’azienda, motivo per il quale le basi teoriche del marketing puro sono fondamentali, così come le competenze necessarie per meglio plasmare un ruolo così sfaccettato”. 

Ma quali sono le competenze che in un digital marketer non possono assolutamente mancare?

  • Adattabilità: il Digital Marketer deve saper modellare e adattare le proprie competenze a qualsiasi settore o azienda, per ottenere risultati concreti. 
  • Flessibilità: una regola evergreen è che quello che funzionava ieri, oggi è già vecchio. Il Digital Marketer sa che deve continuamente rivedere il suo lavoro e sperimentare, un po’ come il pilota che aggiusta la rotta per arrivare a destinazione. La flessibilità è altresì necessaria per meglio adattarsi ai continui cambiamenti che investono l’ambito digital, sempre soggetto ai trend di mercato, alle analisi di scenario e alle uscite di nuovi tool e piattaforme. 
  • Costanza: una brand awareness, una social reputation e, più in generale, un’identità online chiara e coerente con i valori dell’azienda si costruiscono attraverso una strategia digital capace di mettere alla base la costanza. Il lavoro del Digital Marketer infatti si basa molto spesso sul monitorare e assecondare gli algoritmi dei social che “premiano” chi sa essere costante sul lungo periodo nel costruire un’interazione solida e positiva con il proprio pubblico, anche attraverso la cura dei contenuti e l’ideazione di campagne performanti nel tempo.
  • Curiosità: l’aggiornamento costante è parte integrante di questo ruolo così come una curiosità innata che permetta di seguire spesso le giuste intuizioni, collegando i punti e i dati scaturiti dai diversi touchpoints digitali. Non bisogna mai dimenticare la sperimentazione: che sia un nuovo tool o un copy diverso dal solito, testare continuamente nuove idee e funzionalità è fondamentale per il professionista, per capire cosa funziona e cosa no.
  • Osservazione: questa professione si presenta come un perfetto connubio tra conoscenze tecniche e quelle sul comportamento umano. Saper osservare e interpretare quello che le persona fanno in fase di acquisto può fare davvero la differenza sui risultati: perché una persona cerca un determinato prodotto? Perché lo fa in determinati orari? Perché clicca l’annuncio ma non compra? Perché ci sono tante richieste di rimborso? Perché comprano dalla concorrenza? Le risposte a queste e molte altre domande possono condurre a risultati impattanti e ad un concreto potenziamento del business.
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I 10 benefit più desiderati dai lavoratori in tempi di pandemia

In tempi di pandemia per le aziende non è facile quali sono i desideri dei propri lavoratori. In particolare i benefits desiderati non sono semplici da individuare. Per cercare di venire incontro alle esigenze, ecco i risultati dello studio condotto da Harris Interactive per Sodexo su ben 4.897 dipendenti da 8 paesi tra cui l’Italia, per individuare i 10 benefit aziendali preferiti dai dipendenti in tempo di pandemia.

I risultati: quali sono i benefits preferiti?

Dal sondaggio è emerso come al primo posto ci siano i premi immediati(34%), seguiti da quelli legati al food & beverage (24%), dai benefit finanziari e dalla possibilità di lavorare in smart working (entrambi a pari merito al 23%) e dai voucher per il pranzo (22%). 

Esempio concreto è il Pass Shopping, il buono acquisto che permette acquisti in modo semplice e sicuro, direttamente da casa con i propri dispositivi mobili e smartphone. Allo stesso modo rappresenta un’ottima opportunità per le aziende di motivare e supportare i dipendenti e al contempo di adempiere ai CCNL usufruendo degli sgravi fiscali previsti dalla normativa.

Flessibilitàlibertà di sceltasemplicità di utilizzo e velocità di fruizione sono elementi chiave nell’erogazione dei nostri servizi e la tecnologia è parte integrante di questa visione – ha spiegato Florent Lambert, il nuovo CEO di Sodexo Benefits & Rewards Services per il mercato italiano, che dopo una pluriennale esperienza internazionale nel Gruppo Sodexo, ha accolto le nuove sfide dell’azienda – I nostri buoni digitali come Pass Shopping sono infatti una risposta immediata per l’erogazione di servizi di welfare di aziende grandi e piccole, senza dimenticare la soddisfazione e la libertà di scelta dei dipendenti nelle occasioni e modalità di utilizzo”.

Chiudono la top 10 dell’indagine sui benefit più desiderati la richiesta di assistenza medica privata (21%), la sovvenzione per i trasporti pubblici, i benefit per la salute psico-fisica, i programmi di formazione e i benefit a lungo termine (tutti al 20%); a seguire l’auto aziendale (13%), i servizi per i bambini (11%) e la carta di credito aziendale (10%).

L’importanza di puntare sui flexible benefit, intesi come prodotti che migliorano la propria qualità di vita, può risultare utile anche per evitare la fuga di talenti: da una recente ricerca di Eagle Hill Consulting pubblicata da Human Resource Executive è infatti emerso come il 58% dei dipendenti stia lavorando in condizioni di burnout e che addirittura uno su 4 stia pianificando di lasciare l’azienda. 

Da mettere in evidenza c’è anche le variazioni nelle preferenze dei benefit tra le rilevazioni estive e quelle legate al post ondata autunnale: i premi a breve termine hanno mantenuto il primo gradino del podio ma al contempo hanno perso 3 punti percentuali, mentre la possibilità di lavorare da casa ha perso addirittura il 4% dei consensipassando dal secondo al quarto posto della top 10, calo che ha coinvolto anche i benefit legati alla salute e al benessere che, perdendo 3 punti percentuali, sono passati dalla quarta all’ottava posizione della classifica. In crescita invece i buoni pasto (+2%), i percorsi di formazione (+2%) e la carta di credito aziendale (+2%). 


Nonostante la pandemia crescono gli iscritti agli Elenchi di Agenti e Mediatori

Crescono gli iscritti agli Elenchi di Agenti e Mediatori: a rivelarlo è la relazione annuale dell’OAM, l’Organismo degli Agenti in attività finanziaria e dei Mediatori creditizi, per l’anno 2020. Quella di Agenti e Mediatori è una categoria professionale che resiste alla crisi, e che, nonostante il periodo altalenante e di difficoltà per l’intermediazione creditizia dovuto alle conseguenze della pandemia, è riuscita ad aumentare di numero. 

I dati relativi al numero degli iscritti agli Elenchi, riportati nella relazione annuale dell’OAM, parlano chiaro. Mettendo a confronto i numeri dell’anno 2019 e 2020, la popolazione degli iscritti è aumentata di 316 unità (4%). 

In particolare, precisa l’OAM: “le categorie di iscritti all’OAM che hanno registrato un lieve aumento rispetto all’anno 2019, sono rappresentate dai Mediatori creditizi (+3) e dagli Agenti nei servizi di pagamento, sotto forma di persone fisiche (+123) e dalle società Agenti in attività finanziaria (+31). Per quanto riguarda la categoria dei dipendenti/collaboratori degli iscritti, si registra complessivamente un deciso aumento di 1.082 unità, per un totale di 17.309 soggetti. La crescita di tali rapporti instaurati ha riguardato in misura quasi totalitaria il settore della mediazione creditizia con un incremento pari a 1.023 unità, mentre è possibile notare una diminuzione dei dipendenti/collaboratori iscritti alle categorie degli Agenti in attività finanziaria sotto forma persone fisiche (-13) e degli Agenti nei servizi di pagamento, persone giuridiche (-230).”

Aumentano le prenotazioni per la Prova d’Esame OAM online

Dalla relazione annuale, viene fuori che nel corso del II semestre 2020, l’OAM ha gestito la Prova d’Esame organizzando 46 sessioni, con svolgimento in modalità online, a causa delle misure restrittive adottate per combattere la pandemia Covid-19. La nuova modalità, tuttavia, non ha scoraggiato le prenotazioni all’Esame OAM, anzi, secondo quanto analizzato dall’Organismo: “ nel solo II semestre 2020 sono stati prenotati 1.008 posti sui 1.010 messi a disposizione, a fronte dei 1.190 dell’intero 2019. Altri 280 posti sono stati programmati per il mese di dicembre, portando così a 1.290 il totale dell’anno, con un +70 rispetto al 2019”.

La relazione, mette in luce anche un dato particolare, una buona percentuale dei partecipanti agli esami aveva già un rapporto di collaborazione con un Agente o un Mediatore creditizio iscritto, per l’autorizzazione del quale era previsto il superamento della Prova Valutativa: “si ritiene che la possibilità di svolgere anche l’esame con modalità online, abbia comunque attratto soggetti, già attivi come collaboratori/dipendenti di iscritti, per iscriversi personalmente o ricoprire ruoli di direzione, amministrazione e controllo in società iscritte.”

Ad agevolare le prenotazioni all’Esame OAM online, molto probabilmente, anche le modalità di svolgimento e-learning del Corso Esame OAM, il corso di formazione obbligatorio che prepara i candidati ad affrontare la Prova d’Esame, fornendo tutte le conoscenze necessarie per lavorare nel settore del credito, attraverso delle video lezioni pratiche e fruibili da qualsiasi device.

La situazione sanitaria ha dunque comportato una riorganizzazione del lavoro dell’Organismo, che è riuscito a ripensare alle sue attività alla luce dei nuovi eventi: “si è verificato comunque un buon andamento della gestione, soprattutto nel corso del secondo semestre 2020, che ha permesso di chiudere l’esercizio con un risultato positivo”.

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Triumph Thruxton RS “one off” per celebrare la 10ª edizione della The Distinguished Gentleman’s Ride

Si svolgerà domenica 23 maggio la 10ª edizione della The Distinguished Gentleman’s Ride, evento che mixa sapientemente i valori dei gentleman moderni e la passione per il mondo delle moto e che negli anni è stata in grado di raccogliere ha livello globale oltre 27.450.000 $.

Per festeggiare l’ottavo anno di partnership e i 10 anni di successi della The Distinguished Gentleman’s Ride, una speciale Triumph Thruxton RS “one off” verrà svelata prima dell’evento, e data in premio al vincitore del Gentlefolk Competition 2021.

Per prendere parte alla competizione e giocarsi la vittoria finale, sarà necessario registrarsi sul sito www.gentlemansride.com dove sono disponibili tutte le informazioni dettagliate.

The Distinguished Gentleman’s Ride ai tempi del Covid-19

Impossibile non risentire, anche per questo evento, degli effetti della pandemia. Per questo il format originario di The Distinguished Gentleman’s Ride dovrà necessariamente variare: laddove non sarà possibile o consigliabile prevede un raduno “Covid-safe”, si confermerà ad esempio il format “Ride Solo Together” utilizzato a settembre 2020.

Paul Stroud, Chief Commercial Officer di Triumph: “Siamo orgogliosi di essere il principale partner di Distinguished Gentlemen’s Ride per l’8° anno consecutivo, ed è stupendo avvicinarci alla celebrazione del 10° Anniversario della manifestazione. La collaborazione tra noi e la DGR si è rivelato incredibilmente prezioso per aumentare la visibilità e il sostegno alla ricerca medica contro il cancro alla prostata e in supporto alla salute mentale maschile: due temi importanti per ogni uomo, non solo per gli appassionati delle nostre moto. Come ci aspettavamo, il valore di questa partnership cresce e si evolve di anno in anno”.

Mark Hawwa, Fondatore & Direttore diThe Distinguished Gentleman’s Ride: “Difficile credere a dove siamo arrivati in soli 10 anni, ripensando al piccolo gruppo di eleganti uomini e donne che montando in sella alle proprie moto classiche hanno dato vita alla prima Distinguished Gentleman’s Ride. Abbiamo stabilito connessioni preziose e incontrato persone meravigliose in questi anni: e questo certamente si può dire per Triumph Motorcycles. Siamo insieme dal 2014, e sono orgoglioso di constatare quanti appassionati ci hanno seguito a livello globale, indossando i propri abiti migliori e contribuendo alla raccolta fondi tramite una semplice cavalcata in moto. L’obiettivo è superare la somma complessiva di 30 milioni di dollari, tramite un grande evento globale che dimostri la nostra passione ma anche l’assoluto senso di responsabilità nel far fronte alle restrizioni anti-COVID che troveremo nei vari Paesi del mondo. Lo faremo tutti insieme”.

Lettera di referenze sul lavoro? È più importante dei social!

Cambiare lavoro o cominciarne uno nuovo: in quest’epoca è tutto normale. Il mutamento di ruoli o professioni è all’ordine del giorno. Ma cosa vale più di ogni altra cosa quando si deve trovare un nuovo lavoro?

Milano Exe, azienda con oltre 25 anni di esperienza nel recruiting e selezione di venditori in ambito commerciale, assicurativo e bancario, ha, quindi, realizzato un’indagine su un campione di 300 imprenditori. Per il 55% di loro, la lettera di referenze è il modo migliore per conoscere la storia professionale del candidato.

Un buon punto di partenza

La lettera di referenze è uno strumento che per chi assume sta diventando fondamentale e questo è vero ancora di più per il settore vendite e direttori commerciali. Secondo l’indagine viene utilizzato più dei social network: gli imprenditori che affermano di visionare in modo approfondito il profilo LinkedIn dei candidati sono il 41%, percentuale che scende al 23% per Facebook, Instagram e Twitter.

Insomma, una buona parola, vale più di tanti like o condivisioni.

Tra le soft skills che maggiormente incidono positivamente nel processo di assunzione, la capacità di far fronte a situazioni impreviste e di forte stress (74%), il rigoroso rispetto dell’etica professionale, a prescindere dal tipo di lavoro (69%), la flessibilità oraria (65%) e la capacità di organizzare in modo autonomo il proprio lavoro (48%).

Attenzione però a quello che viene scritto

Secondo il 28% degli intervistati una lettera di referenze non coerente con il profilo del candidato non potrà essere presa in considerazione. In particolare, per la selezione di venditori in ambito commerciale è indispensabile una lettera che evidenzi uno spiccato senso di proattività sulle vendite (35%), un forte orientamento ai risultati (40%) e infine molto apprezzata è anche una lettera di referenza dalla quale emerga una spiccata capacità di autogestione e indipendenza (25%). Circa 1 imprenditore su 2 (49%) verifica l’attendibilità delle referenze del candidato prescelto prima dell’assunzione, contattando telefonicamente il precedente datore di lavoro, facendogli domande dirette sul suo rendimento, sul suo approccio al lavoro e sull’etica professionale.

“Il candidato che si presenta alla selezione del personale con una buona lettera di referenze che racconti le sue competenze abbiano inciso positivamente sul suo lavoro, ha ottime probabilità di essere contattato e successivamente assunto. – Spiega Andrea Polo, CEO& Founder di Milano EXE – Prima della pandemia, i colloqui (almeno il secondo) venivano svolti di persona, e questo rendeva più semplice valutare l’idoneità del candidato, magari sottoponendogli dei test psicoattitudinali per capire la reazione allo stress o come risolverebbe un evento critico. Questi stratagemmi venivano utilizzati in circa il 38% dei colloqui per figure con esperienza. Oggi viene fatto tutto a distanza e queste strategie sono difficili da mettere in atto, per questo sono state sostituite dalla lettera di referenze firmata da precedenti datori di lavoro o colleghi, ma anche dall’analisi del profilo pubblico online del candidato, LinkedIn in primis”.

Come curare la barba per valorizzare la propria immagine

In ambito professionale, l’immagine ha assunto un ruolo di crescente importanza, soprattutto per chi svolge un ruolo che preveda un contatto diretto costante con il pubblico. Tra gli elementi che maggiormente contribuiscono a determinare e valorizzare l’immagine maschile vi è certamente la barba, una prerogativa tornata in auge nella moda che si è imposta negli ultimi anni. Determinati contesti, formali e professionali, richiedono una barba ben curata, meglio se definita secondo uno stile ben preciso. A tale scopo, sono necessarie attenzioni quotidiane e, periodicamente, l’intervento di un barbiere di fiducia per mantenere la forma e il volume desiderati.

Come scegliere la barba ‘giusta’

La prima cosa da fare quando si decide di far crescere la barba, anziché rasarla tutti i giorni è scegliere la forma e lo stile che meglio si adattano alle proprie caratteristiche. A tale scopo, è necessario tenere in considerazione diversi fattori: la conformazione del viso, le caratteristiche del pelo, la distribuzione della barba e, non ultimo, la disponibilità a dedicarsi in maniera quotidiana (o quasi) alla cura della barba. Poiché la bontà del risultato dipende per lo più dalla densità di distribuzione del pelo (oltre che dalla qualità dello stesso), in presenza di una crescita irregolare, è bene optare per un semplice pizzetto oppure per una rasatura integrale; di contro, una barba compatta ma ispida e dura ha bisogno di molta cura e va tenuta tendenzialmente ad una lunghezza media, per evitare che diventi troppo difficile da gestire. 

Un’efficace cura della barba passa attraverso l’impiego di ritrovati ed accessori di qualità, optando per articoli di brand di consolidata esperienza nel settore, come ad esempio Goodfellas, i cui prodotti sono in vendita anche online, sugli e-commerce di rivenditori specializzati come Gaspa-Milano.

Cosa fare quotidianamente

Una barba ben curata è anzitutto il risultato di una routine quotidiana, da effettuare con prodotti specifici e di buona qualità; questo aspetto non va sottovalutato, in quanto anche la pelle necessita di trattamenti ed attenzioni, così da non venire danneggiata durante la rasatura.

Ragion per cui, specie durante la crescita ‘preparatoria’ alla definizione della barba, può essere utile ricorrere ad un balsamo, per tenerla profumata e lenire eventuali prurito e irritazione. Una volta ottenuti la lunghezza ed il volume desiderati, la cura della barba consiste principalmente nel mantenere la definizione dei profili, rasando con sufficiente regolarità le zone del viso da lasciare glabre per evitare un antiestetico effetto ricrescita. In aggiunta, la barba va lavata tutti i giorni, asciugata e tenuta in ordine, aiutandosi con un apposito pettine (i più pregiati sono in osso); dopo di ché, è possibile applicare nuovamente il balsamo, oppure un olio da barba, per conferire al pelo maggiore lucentezza. Per quanto riguarda i baffi, esistono prodotti appositi (cera) che consentono di modellarli a piacimento.

Definizione della barba

In base allo stile prescelto, la rasatura necessaria per definire o scolpire la barba varia sensibilmente. Per la regolazione della lunghezza, è possibile ricorrere ad un rasoio elettrico, dotato di un pettine regolabile per impostare il taglio; questo accessorio è particolarmente utile per mantenere costante la lunghezza del pelo e, di conseguenza, non è adatto per uno stile ‘scolpito’ o ‘sfumato’. Barbe di questo tipo richiedono il taglio da parte di una mano più esperta, in grado di modulare la lunghezza progressiva del pelo (un accorgimento indispensabile per alcune tipologie di barba, come ad esempio il pizzetto a becco d’anatra). 

Per la definizione dei profili, invece, si possono utilizzare un rasoio comune oppure uno a mano libera, per chi non vuole rinunciare ad un tocco di manualità tradizionale. Ciò che conta è ammorbidire il pelo con acqua calda e passare il rasoio con mano delicata, per evitare di danneggiare la pelle.

Riforma assicurazioni RC Auto: addio al bonus-malus?

Il bonus-malus, il principale sistema usato dalle assicurazioni RC Auto per l’assegnazione della classe di merito in base agli automobilisti in base al proprio livello di virtuosità, potrebbe andare in pensione.

In futuro, infatti, potremmo assistere al superamento di questa formula che, a detta di molti, pur essendo migliorabile, non sembra aver raggiunto l’obiettivo principale per il quale era stata introdotta, ovvero premiare gli automobilisti che fanno meno incidenti.

Attualmente gli automobilisti che non hanno mai fatto incidenti alla guida si ritrovano comunque a pagare premi assicurativi ogni anno più alti, invece che essere premiati per la loro attenzione e virtuosità, tanto che ormai è diventato indispensabile un continuo confronto delle migliori RC auto per poter risparmiare sulla propria assicurazione. 

La proposta di riforma, attualmente al vaglio del Governo Italiano, nasce dalle richieste fatte dall’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) e dall’Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) volte proprio al superamento di questa formula che risulta ormai obsoleta e non più funzionale a distinguere gli assicurati in base al loro effettivo livello di rischio.

Nuovo bonus-malus cercasi

La Legge Bersani prima, e la recente normativa riguardante la cosiddetta “RC familiare” poi, hanno permesso a tanti assicurati di usufruire di classi di merito non effettivamente “meritate” facendo crescere di molto la platea degli automobilisti virtuoso e falsando le statistiche. Infatti, il numero di assicurati che rientrano nella prima classe di merito è aumentato drasticamente, tanto che è diventato difficile individuare esattamente coloro che causano meno sinistri rendendo il bonus-malus, di fatto, ormai inapplicabile.

Tuttavia ancora non sono state ipotizzate delle soluzioni concrete per il futuro senza bonus-malus, anche se la strada che sembra più percorribile è quella di passare a un metodo del calcolo del rischio più “personale” e basato su sistema multidimensionale, formula che dovrebbe prendere in considerazione diversi parametri oltre al mero numero di incidenti.

La proposta di legge, presentata dal M5S, cercherà di affrontare anche un altro annoso problema che influisce sia sulla sicurezza di tutti, sia sui costi tutt’altro che contenuti raggiunti dalle polizze RC auto. Il governo affronterà anche l’argomento dei veicoli non assicurati, ovvero l’evasione dell’assicurazione auto che sta diventando una vera piaga sempre più difficile da arginare. 

Che cosa è il bonus-malus e come funziona?

La formula assicurativa legata al bonus-malus prevede che all’assicurato venga assegnata una precisa classe di merito (un valore che varia da 1 a 18) in base al numero degli incidenti registrati durante il periodo di validità della polizza.

Nella classe 1 rientrano gli assicurati più virtuosi, ovvero quelli che non hanno mai fatto registrare incidenti (perlomeno non recentemente) e che pagano un premio più basso rispetto agli automobilisti che hanno classi di merito maggiori. Nella classe 18 ci sono invece coloro che, invece, sono incappati più volte in incidenti con i loro veicoli e che sono costretti a pagare un premio maggiore. Ogni automobilista inizia la sua “carriera” da assicurato con la classe d’ingresso che è la numero 14.

L’assicurato, dunque, viene premiato con un bonus (che fa diminuire la classe di merito e il premio della polizza) se non viene riconosciuto come responsabile di un incidente nel corso dell’anno precedente. Al contrario l’automobilista “sinistroso” si vedrà assegnare un malus (con aumento di due classi e un premio assicurativo più caro) nel caso in cui abbia causato un incidente.

Lavoro più inclusivo per i diversamente abili: ecco qualche consiglio

Reinventarsi o trovare un nuovo lavoro non è mai stato così difficile come in questo momento. Ora, per un attimo proviamo a pensare alle difficoltà che vivono i diversamente abili. In particolare, Lenstore in uno studio recente ha analizzato le limitazioni e le barriere a cui devono far fronte le persone non vedenti nel processo di assunzione.

Lo studio mette in evidenza che circa il 75% delle persone non vedenti in Europa è senza lavoro. La Russia si classifica prima per disoccupazione tra i non vedenti, con circa 218.902 persone non vedenti in disoccupazione. L’Italia e la Spagna la seguono con rispettivamente 181.385 e 105.198 persone non vedenti. Dati non proprio incoraggianti insomma.

Creare un ambiente di lavoro più inclusivo

Per promuovere la formazione di un ambiente di lavoro più inclusivo, Lenstore insieme ad alcuni esperti del settore delle risorse umane, hanno lavorato per offrire alcuni consigli rivolti ai datori di lavoro, per promuovere valori di apertura ed inclusione nei confronti delle persone con problemi di disabilità.

  • Istruire i lavoratori: Con l’avvento della pandemia ed il diffondersi del lavoro in smart working, è importante offrire salari competitivi e sussidi ed agevolazioni ai propri impiegati. Tuttavia, dare priorità ai propri lavoratori significa anche assicurarsi che anche gli impiegati con disabilità ricevano la giusta attenzione e trattamento da manager e superiori.Ma come raggiungere questo obiettivo? Un buon modo di cominciare è di istruire i propri impiegati su concetti come diversità ed inclusione attraverso diversi training. È importante creare dei programmi per sensibilizzare i lavoratori riguardo a queste tematiche e normalizzare l’inserimento di persone diversamente abili nel mondo del lavoro valutandone oggettivamente le competenze. Discorsi e webminar sono fondamentali per sensibilizzare i lavoratori su questi temi e mettere in chiaro la presa di posizione dell’azienda’ dice Mariana Bradach, Responsabile del team di Talent Acquisition a Factorial HR ed esperta di risorse umane.
  • Facilitare il processo di candidatura per i non vedenti: La diversity e l’inclusione incominciano dal processo di assunzione. Le aziende più inclusive investono in strumenti che garantiscano alle persone affette da disabilità un procedimento di candidatura semplice e chiaro. L’uso di diverse tecnologie dell’informazione e della comunicazione – in particolare durante il corso degli ultimi anni – ha contribuito alla creazione di una società più giusta ed attenta ai bisogni di tutti. Rimane comunque importante tenere d’occhio i nuovi software di intelligenza artificiale.
    “Al momento, il sistema di selezione include un processo di filtraggio effettuato da sistemi di intelligenza artificiale. È importante da un punto di vista informatico programmare questi sistemi utilizzando un algoritmo che tenga in considerazione le persone diversamente abili, per fare in modo che non vengano replicati i pregiudizi presenti nella realtà” commenta Gemma Galdón, fondatrice e direttrice di Eticas Consulting.
    “Le offerte di lavoro dovrebbero essere aperte a tutti coloro che desiderano candidarsi, senza alcuna discriminazione. Ogni candidato che possiede il livello di conoscenza ed abilità richiesto, deve essere considerato al pari degli altri. Questa e la raccomandazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro’, aggiunge Carolina Belandia, specialista di Risorse Umane ed Avvocato del Lavoro.
  • Assicurarsi che le persone disabili siano fornite di tutti gli strumenti necessari per effettuare al meglio il proprio lavoro: Che si tratti di lavorare dall’ufficio o da casa, i datori di lavoro devono occuparsi di garantire ai lavoratori disabili le risorse per incentivare la loro produttività e permettere loro di crescere nell’azienda. I dipartimenti aziendali di risorse umane dovrebbero offrire supporto aggiuntivo ai lavoratori affetti da disabilità, e le aziende dovrebbero investire di più in sistemi e facilitazioni per persone disabili. Questo può richiedere alcuni aggiustamenti tecnici nell’ufficio, tra cui aggiungere il braille ai diversi dispositivi tecnologici o elettrici, e dedicare dello spazio alle sedie rotelle, o ridurre suoni e distrazioni in certe aree. Coinvolgere i lavoratori affetti da disabilità in questo processo può davvero aiutare i datori di lavoro a capire fino in fondo le limitazioni di cui fanno esperienza le persone diversamente abili, e creare l’ambiente di lavoro ideale. 

“Una soluzione potrebbe essere l’utilizzo di colori e disegni che possano aiutare le persone affette da daltonismo o altre disabilità visive” aggiunge Gemma Galdón. 

Secondo Carolina Belandia invece accessibilità è la parola d’ordine. “Esistono leggi per garantire che le infrastrutture rendano possibile il movimento di lavoratori con mobilità ridotta. Per coloro che soffrono di disabilità visive è più semplice. Queste persone necessitano solo segnali o indicazione sul pavimento e pulsanti in grado di guidare. Esistono anche computer e sistemi specializzati in grado di migliorare l’accessibilità per coloro che soffrono di disabilità visive”.

  • Essere aperti all’assunzione di persone affette da disabilità visive: Le persone affette da disabilità sono una riserva di talento. Infatti, lo studio di Lenstore dimostra come, ad esempio, le persone non vedenti possono lavorare in diversi settori tra cui la psicoterapia, l’insegnamento, il marketing, la musica o il giornalismo. Assumere persone affette da disabilità non solo aumenta la buona reputazione dell’azienda, ma porta anche tutta una serie di altri benefici. Le persone diversamente abili sono dotate di una serie di abilità innate e naturali quando si tratta di trovare soluzioni innovative a problemi. Inoltre, sono motivati, fedeli, perseveranti ed in grado di proporre nuove prospettive e soluzioni per i clienti. Essere inclusivi significa non solo assumere persone affette da disabilità, ma anche impegnarsi e lavorare con fornitori ed aziende inclusive, che offrono lavoro a persone diversamente abili.
  • Organizzare eventi inclusivi e attività di team-building: Gli eventi aziendali, le sedute di training e le riunioni dovrebbero essere pianificati in anticipo per assicurarsi che i bisogni e le necessità delle persone affette da disabilità vengano presi in considerazione. È importante informarsi sulle caratteristiche di ciascuna disabilità, per fare in modo che i lavoratori diversamente abili possano partecipare alle attività aziendali.
    “La comprensione genera supporto, empatia e relazioni lavorative solide. Le attività di gruppo sono un buon modo di capire come lavorano i propri colleghi. È importante prima di questi eventi informarsi e discutere con il proprio fornitore quali giochi o attività siano adatte a tutti, specialmente agli impiegati affetti da disabilità”, ha dichiarato Kieron Bowen, Direttore alle Vendite a Eventurous, azienda specializzata di organizzazione di eventi e attività aziendali.