Software preventivi: CPQ vs Excel e cartacei. I vantaggi del digitale

Malgrado la crescita delle applicazioni digitali all’interno di ogni settore professionale, molte aziende basano ancora le proprie attività commerciali su metodi tradizionali, come l’utilizzo di fogli Excel per i preventivi oppure documenti cartacei compilati manualmente con annessa carta carbone. Sistemi che prestano il fianco a varie problematiche.

Preventivo: gli elementi chiave in termini di efficacia commerciale

Il preventivo costituisce un elemento molto rilevante all’interno delle trattative commerciali per via di una pluralità di aspetti che possono influenzare l’esito stesso della vendita.

Partiamo da quello più rilevante, ovvero la sua correttezza. La creazione di preventivi attraverso un foglio Excel, con inserimento manuale delle informazioni, oppure attraverso un documento cartaceo, possono comportare errori più o meno gravi, con impatto negativo sul cliente. Il secondo aspetto riguarda la tempistica. La creazione dei preventivi non è mai immediata. Il commerciale deve innanzitutto verificare la disponibilità dei prodotti e i relativi prezzi, prestando attenzione a eventuali aggiornamenti. 

In molti casi l’applicazione di un eventuale sconto richiede l’intervento dell’area manager per controllare e validare o meno la proposta.

Nel frattempo, possono entrare in gioco eventuali competitor, con il rischio che il potenziale cliente accetti un’altra proposta.

Occorre, inoltre, tener conto del layout del documento, aspetto tutt’altro che secondario in un’epoca in cui la forma è sostanza. L’impostazione grafica e strutturale del preventivo e del successivo contratto dovrebbe essere sempre in linea con l’identità dell’azienda in modo da rafforzare l’immagine del brand e generare fiducia nel cliente.

Da queste problematiche concrete nascono le basi per l’introduzione sul mercato dei CPQ, strumenti sempre più determinanti per la gestione ottimizzata di tutte le fasi della vendita.

CPQ: I vantaggi rispetto ai sistemi tradizionali

Un software CPQ (acronimo corrispondente a Configure Price Quote) è uno strumento completo ed estremamente efficace nella gestione dell’intero buyer’s journey, dal supporto offerto nel corso della presentazione dei prodotti, alla predisposizione del preventivo fino alla creazione del contratto.

Questa tipologia di software consente al venditore di creare un preventivo perfettamente corrispondente alle esigenze del cliente. 

Essendo automatizzato e integrabile con altri software aziendali – in primis ERP e CRM – un CPQ elabora solamente i prodotti e i servizi disponibili, applicando prezzi sempre aggiornati, logiche d’offerta e scontistiche già approvate dall’azienda. Il margine di errore è quindi pari allo zero.

L’offerta, strutturata applicando un layout precedentemente elaborato, viene emessa in tempo reale, offrendo ai sales il vantaggio di presentarsi al meglio e sfruttare una procedura estremamente rapida.

Al cliente si può quindi offrire, già al primo incontro, un documento pronto, corretto e solamente da firmare sul dispositivo o da remoto.

Apparound, molto più anche di un CPQ

Tra le soluzioni software presenti oggi sul mercato spicca quella proposta da Apparound.

La sua app è stata infatti inclusa, per il quinto anno consecutivo, nel Magic Quadrant™ di Gartner® per le Configure, Price & Quote Application Suites.

Secondo Gartner, i principali punti di forza del prodotto sono rappresentati dall’essere disponibile nativamente su Android, iOS e Windows10, lavorare anche in assenza di copertura di rete, oltre a permettere la raccolta della firma elettronica direttamente sul dispositivo del venditore, attraverso la firma grafometrica oppure attraverso la firma remota con autenticazione OTP.

Apparound, infatti, offre alla forza vendita più vantaggi a partire dall’avvio della trattativa, grazie alla possibilità di visualizzare e consultare i cataloghi interattivi dei prodotti, le brochures, le schede tecniche, i listini. 

L’app è fruibile su tutti i dispositivi digitali, come pc portatili, tablet o smartphone. Consente di mostrare efficacemente al prospect questi materiali oltre a video e ulteriori file multimediali. 

L’offerta viene generata in real-time dinnanzi al prospect con conseguente opportunità di cross-selling e up-selling, applicando eventuali sconti pre-approvati dai responsabili aziendali.

Si arriva poi alla generazione di preventivi e contratti.

Riepilogo dei plus offerti da Apparound

Riepilogando i plus offerti dal software Apparound è bene sottolineare:

  • Coinvolgimento diretto del cliente nella stesura del preventivo;
  • Condivisione e presentazione catalogo prodotti/servizi in maniera interattiva, attraverso un’eccellente User Experience;
  • Azzeramento dei costi di stampa dei documenti relativi alla vendita, dai listini al preventivo;
  • Azzeramento degli errori di calcolo e di compilazione manuale del preventivo; 
  • Rafforzamento della brand identity; 
  • Strumento veloce nel ready-to-use;
  • Informazioni sempre disponibili, complete e aggiornate grazie all’integrazione con CRM e ERP
  • Riduzione dei tempi di presentazione dell’offerta al prospect;
  • Facilitazione della conclusione della trattativa attraverso l’apposizione della firma elettronica in presenza del cliente o da remoto;
  • Aumento significativo del tasso di chiusura della trattativa.

Il valore aggiunto di Apparound, rispetto ai CPQ presenti sul mercato è dato dalla assoluta semplicità di utilizzo oltre che dai 10 moduli e strumenti specifici che ne arricchiscono le funzionalità tra cui, oltre a quelli, citati il modulo di gestione dei contenuti marketing e il sistema di monitoring e tracking riguardante le offerte presentate e le attività dei venditori in tempo reale.

(Pubbliredazionale)

Interbrand Best Global Brands 2022: Apple è ancora in testa alla classifica

Come ogni anno arriva immancabile l’attesa classifica di Interbrand. È stata presentata oggi al Web Summit 2022 lo studio Best Global Brands che analizza i brand globali che vantano il maggior valore economico.

Poche sorprese nell’Interbrand 2022

In testa alla classifica delle aziende che valgono di più troviamo ancora Apple (482,215 miliardi di dollari), per il decimo anno consecutivo. Alle spalle del colosso di Cupertino si piazzano Microsoft (278,288 miliardi di dollari) ed Amazon (274,819 miliardi di dollari).

Un podio decisamente tecnologico guida la classifica Interbrand 2022, alle spalle del quale Google si conferma in quarta posizione. I plus maggiori vengono fatti registrare in questa classifica da Microsoft, Tesla e Chanel che hanno registrato una straordinaria percentuale di crescita del valore del brand rispetto all’anno precedente: +32%

Airbnb, Red Bull e il brand tech cinese Xiaomi sono le new entry del 2022 mentre Uber, Zoom e John Deere escono dai top 100.

In quinta posizione troviamo Samsung (87,689 miliardi di dollari), poi ci sono Toyota (59,757 miliardi di dollari), Coca-Cola (57,535 miliardi di dollari), Mercedes-Benz (56,103 miliardi di dollari), Disney (50,325 miliardi di dollari) e, per la prima volta in decima posizione, Nike (50,289 miliardi di dollari).

Nella top 100, le aziende italiane sono rappresentate da Gucci in trentesima posizione, Ferrari settantacinquesima e Prada ottantanovesima.

“Gucci, Ferrari e Prada continuano a rappresentare l’Italia”, ha dichiarato Lidi Grimaldi, Managing Director della sede italiana di Interbrand. “La loro chiarezza di visione e la capacità di costruire un ecosistema di prodotti, servizi ed esperienze che coinvolge le audience di riferimento li ha portati a essere tra i 15 brand a maggiore crescita nel 2022”.

Il valore totale dei 100 brand ha continuato a crescere fino a raggiungere in questa edizione 3.088,930 miliardi di dollari, con un aumento del 16% rispetto al 2021 (2.667,524 miliardi di dollari), stabilendo dunque un nuovo record.

I vantaggi dell’uso di una buona crema viso antietà per uomo

Con l’avanzare dell’età, anche gli uomini necessitano di creme viso specifiche per prevenire e combattere i segni del tempo. La pelle maschile è più spessa rispetto a quella femminile, ma è più esposta al sole e agli agenti atmosferici. Ecco perché è importante usare una crema viso antietà adatta alla propria pelle. In questo articolo vi parleremo dei vantaggi dell’uso di un creme viso uomo anti-age.

Ad ogni tipo di pelle la sua crema

La pelle del viso di un uomo, come detto, è più spessa e più esposta al sole. Usare una crema viso aiuta in questo senso.

Con l’età, la pelle cambia. Diventa più sottile e meno elastica. appaiono le rughe. I tessuti adiposi che danno forma al viso iniziano a rompersi. Tutti questi cambiamenti sono una parte naturale dell’invecchiamento. Ma possono essere accelerati dall’esposizione al sole, dal fumo, da un’alimentazione scorretta e da altre scelte di vita.

La buona notizia è che si può rallentare il processo di invecchiamento prendendosi cura della pelle. Uno dei modi migliori per farlo è utilizzare una crema viso anti-età per uomo.

Le creme viso sono progettate per idratare e nutrire la pelle, oltre a ridurre la comparsa di linee sottili e rughe. Esse, possono anche aiutare a proteggere la pelle dai danni causati dal sole e da altri fattori ambientali.

Scegliere la crema anti-età per uomo

Quando si sceglie una crema viso anti-età, è importante sceglierne una adatta al proprio tipo di pelle. Se si ha la pelle secca, è bene usare una crema viso ricca di idratazione. Se ha la pelle grassa, è meglio una crema viso leggera e non grassa.

È anche importante scegliere una crema viso anti-età che contenga una protezione SPF. Questo aiuterà a proteggere la pelle dai danni causati dai raggi UV del sole.

Alcuni esempi di creme viso per uomo possono essere quella all’acido ialuronico, una sostanza naturalmente presente nella pelle. Aiuta a mantenere la pelle idratata e rimpolpata. Con l’età, i livelli di acido ialuronico nella pelle diminuiscono. Questo può portare a secchezza, rughe e linee sottili.

Una crema viso che contiene acido ialuronico può aiutare a reintegrare i livelli di questa sostanza nella pelle. Questo può contribuire a ridurre i segni dell’invecchiamento e a mantenere la pelle idratata.

Oppure una crema viso anti-fatica può aiutare a ridurre l’aspetto delle linee sottili e delle rughe. Può anche aiutare a illuminare la pelle e a dare un aspetto più giovane.

Questo tipo di crema per il viso di solito contiene ingredienti che aiutano ad aumentare la produzione di collagene. Il collagene è una proteina che aiuta a mantenere la pelle soda ed elastica. Con l’avanzare dell’età, il nostro corpo produce meno collagene, il che può portare a cedimenti della pelle e a rughe.

Una crema viso anti-fatica può contenere anche ingredienti che aiutano a stimolare la circolazione sanguigna. Questo può aiutare a ridurre le borse e le occhiaie.

In conclusione, l’uso di una buona crema viso anti-età per uomo può aiutare a ridurre i segni dell’invecchiamento e a proteggere la pelle dai danni.

(Pubbliredazionale)

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Settimana corta sul lavoro: ecco cosa sarebbero disposti a fare gli italiani

Lavorare con il modulo della settimana corta, per molti italiani rappresenta un’idea davvero interessante, in quante permette una migliore gestione del work life balance. Sebbene in Italia sia un benefit che riguarda solo il 5,9% delle persone, stanno nascendo diversi progetti pilota e proposte dettati anche dalla necessità di ridurre i costi energetici e non solo dalle esigenze dei lavoratori.

L’ADP Research Institute all’interno del proprio studio “People at Work 2022: A Global Workforce View” ha analizzato le tendenze svolgendo un’indagine che ha coinvolto circa 33.000 lavoratori in 17 paesi, di cui circa 2000 in Italia.

Il risultato, facilmente attendibile, è che il 56% degli italiani sarebbe disposto a passare alla settimana lavorativa da 4 giorni, portando a 10 ore l’impegno di lavoro giornaliero.

Nello stesso tempo il 35% di questi, sarebbe disposto a ridursi lo stipendio pur di ottenere un migliore work life balance. Il 26% degli intervistati accetterebbe una riduzione media del 9,9% dello stipendio se questa garantisse loro la flessibilità di decidere come strutturare le ore lavorative, anche senza una riduzione dell’orario di lavoro settimanale.

È ormai un fatto piuttosto frequente che tra i fattori principali che contribuiscono alla scelta di un posto di lavoro, il 48% degli italiani abbia indicato il work life balance come importantissimo: infatti, si posiziona al secondo posto dopo la lo stipendio (68%).È un criterio che vede protagoniste soprattutto le donne (52%) rispetto agli uomini (44%), ma comunque trasversale a tutte le generazioni e che, anzi, aumenta con l’avanzare dell’età lavorativa.

Inoltre, è una necessità particolarmente sentita da quelle categorie di lavoratori che non hanno accesso al lavoro da remoto (52% vs 44% di chi fa uso di smart working) e che, quindi, desiderano poter usufruire di forme alternative di flessibilità lavorativa.

L’importanza dell’immagine per un manager: come prendersi cura dei capelli ed evitare la caduta (quando possibile)

La figura del manager assolve spesso anche un ruolo di rappresentanza e, com’è facile intuire, l’immagine con cui si presenta ai propri interlocutori è molto importante per suscitare una prima buona impressione. Certo, l’immagine non è tutto, ma esprimere fin da subito autorevolezza e affidabilità è sicuramente un valore aggiunto, che può favorire lo sviluppo di rapporti umani e professionali più saldi e duraturi. In contesti professionali moderni, dove i ritmi sono particolarmente frenetici e stressanti, un manager spesso ha pochissimo tempo per esprimere a pieno il proprio valore nei confronti, ad esempio, di un potenziale cliente o di un nuovo dirigente; ragion per cui, offrire fin da subito una buona immagine di sé è un aspetto da non sottovalutare. Nell’ottica di curare la propria persona nel miglior modo possibile, particolare attenzione va riservata alla cura dei capelli, dal momento che i maschi sono statisticamente più esposti a fenomeni di caduta e diradamento.

Perché cadono i capelli

Perdere i capelli è un evento naturale che, di per sé, non rappresenta un problema. Ciascun capello, infatti, ha un ciclo vitale che dura dai 2 ai 7 anni, durante il quale attraversa tre fasi: sviluppo, riposo e caduta. Di conseguenza, periodicamente (in autunno e primavera) la chioma si rigenera, e i vecchi capelli vengono rimpiazzati dai nuovi; quando però il ricambio coincide anche con un diradamento, a fronte di una quantità crescente di capelli caduti su base quotidiana, è possibile parlare di una vera e propria ‘perdita’ che, non di rado, sfocia nella calvizie. Indicativamente, se si perdono più di 100 capelli al giorno per più di un mese, probabilmente sussiste una condizione di sofferenza che può velocizzare il diradamento della chioma.

La caduta dei capelli, in generale, dipende da svariati fattori; oltre al sesso (come detto, negli uomini il fenomeno è più pronunciato) ed alla stagione, incidono anche le condizioni di salute (soprattutto stress psicofisico e squilibri ormonali) e l’assunzione di particolari farmaci. In aggiunta cattive abitudini di lavaggio possono sottoporre la chioma a stress traumatico, facilitando la caduta; infine, vi sono fattori genetici che tendono ad aumentare la predisposizione alla calvizie.

Come evitare il diradamento della chioma

Per evitare l’eccessiva caduta dei capelli è possibile mettere in pratica una serie di accorgimenti mirati, a meno che la calvizie non sia un tratto ereditario (in tal caso, occorre una precisa terapia farmacologica oppure sottoporsi ad un trapianto).

A scopo preventivo, il consiglio è di condurre uno stile di vita sano ed equilibrato, associando una dieta bilanciata – ricca di vitamine e sali minerali – ad attività fisica regolare, evitando l’abuso di alcool e il fumo. L’alimentazione può essere integrata con prodotti a base di erbe come l’equiseto, l’ortica o l’aloe vera, che hanno il potere di rinvigorire la struttura del capello. Esistono poi formulazioni specifiche ad azione anticaduta come, ad esempio, i prodotti Bioscalin, disponibili in erboristeria, nelle farmacie fisiche o digitali quali Anticafarmaciaorlandi.it. In aggiunta, è consigliabile evitare l’impiego di shampoo e altri prodotti troppo aggressivi o di scarsa qualità, la cui composizione potrebbe intaccare la struttura del capello e indebolire i follicoli.

Più in generale, un buon modo per non aggravare la fisiologica perdita di capelli, è consigliabile evitare o limitare lo stress psicofisico. Per il manager moderno, questa rappresenta certamente una ‘task’ complessa che, al contempo, passa attraverso una organizzazione funzionale degli impegni e un utilizzo ‘smart’ del tempo a disposizione. Da questo punto di vista, riservare del tempo per sé e il proprio benessere diventa di fondamentale importanza non solo per preservare la salute dei capelli ma anche per non intaccare il benessere psicofisico e, di conseguenza, l’efficienza sul luogo di lavoro. 

(Pubbliredazionale)

Fatica da riunioni virtuali: ecco cosa pensano i lavoratori

Come abbiamo visto più volte, lo smart working ha portato una vera e propria rivoluzione in alcuni moduli lavorativi. Tanti pro e contro che, a seconda delle personali situazioni, possono determinare il successo o l’insuccesso dello stesso. Tra le lamentale più comuni c’è sicuramente l’idea di dover affrontare riunioni virtuali lunghi, noiose e talvolta inutili.

Uno studio di Passport-Photo.Online ha messo in evidenza come tali situazioni non siano particolarmente apprezzate: l’analisi ha riguardato 1021 lavoratori. L’idea di dover trascorrere un’importante parte del tempo giornate su zoom o altri tool, ha determinato quella definita che viene definita fatica da zoom. Secondo lo studio, un lavoratore medio trascorre 1-2 ore nelle riunioni virtuali ogni giorno. Questo si traduce in 260-520 ore (10,8-21,6 giorni) all’anno.

Quasi 9 lavoratori su 10 (88%) hanno sperimentato, almeno una volta da quando si è passati al lavoro da remoto, la fatica da riunioni virtuali. Alcune volte queste riunioni non si dimostrano nemmeno utili ai lavoratori.

L’insoddisfazione evidentemente sale quando il 77% degli intervistati pensa di essere stato invitato a partecipare a meeting poco rilevanti, e che spesso, secondo il 69%, il proprio capo non è in grado di gestire queste riunioni.

I meeting online non efficaci, comportano anche delle seccature snervanti. Ecco le prime cinque elencate:

1. Connessione internet poco stabile: 50,2%

2. Eco/riverbero quando qualcuno parla: 49,42%

3. Troppo rumore di sottofondo: 49,41%

4. Non prestare attenzione o perdere il filo del discorso di quello che si sta dicendo: 48,92%

5. Dimenticare di mutarsi o togliere il muto: 48,63%

Un altro dato interessante, riguarda il giorno in cui vengono organizzati i meeting. Quelli indicati come i migliori sono il martedì (29%), il giovedì (26%), e il mercoledì (20%). I giorni meno indicati sono invece il lunedì (35%) e il venerdì (31%). E ancora, l’indagine ha rilevato che il 76% dei lavoratori è d’accordo o molto d’accordo nell’affermare che ci dovrebbe essere un giorno a settimana che NON preveda riunioni. Questo consentirebbe ai lavoratori tempo extra da dedicare alle proprie attività quotidiane ma ridurrebbe anche lo stress, aumentando la produttività.

Lavorare in smart working è conveniente. Ecco quanto si risparmia

Lo smart working è sempre più una consolidata realtà per alcune aziende, per altre una modalità di lavoro da attuare in futuro, per molte un sogno irrealizzabile. Eppure lo smart working è uno dei desiderata maggiori per chi è alla ricerca di un lavoro.

Sono circa 3,6 milioni, quasi 500 mila in meno rispetto al 2021, i lavoratori da remoto, con un calo che si registra nella PA e nelle PMI, mentre si rileva una leggera ma costante crescita nelle grandi imprese che, con 1,84 milioni di lavoratori, contano circa metà degli smart worker complessivi. Per il prossimo anno si prevede un lieve aumento fino a 3,63 milioni.

Dati importanti che non possono non essere tenuti in considerazione per chi fa business o vuole iniziarne uno.

L’impatto dello smart working

Operare in smart working può portare ad un risparmio, per un lavoratore che operi due giorni a settimana da remoto, di circa 1.000 euro all’anno per effetto della diminuzione dei costi di trasporto. Tuttavia, nella stessa ipotesi di due giorni alla settimana di lavoro da remoto i costi dei consumi domestici relativi a luce e gas può incidere però per 400 euro: quindi il risparmio complessivo annuo è mediamente di 600 euro.

Per le aziende lo Smart Working permette una riduzione dei costi importante: consentire ai dipendenti di svolgere le proprie attività lavorative fuori della sede per 2 giorni a settimana permette di ottimizzare l’utilizzo degli spazi isolando aree inutilizzate e riducendo i consumi, con un risparmio potenziale di circa 500 euro l’anno per ciascuna postazione. Se a questo si associa la decisione di ridurre gli spazi della sede del 30%, il risparmio può aumentare fino a 2.500 euro l’anno a lavoratore.

Questi sono i risultati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, presentata oggi durante il convegno “Smart Working: Il lavoro del futuro al bivio”.

“La diffusione delle iniziative di Smart Working negli ultimi due anni ha portato numerose organizzazioni e persone a confrontarsi con un modo di lavorare radicalmente diverso rispetto a quello adottato prima della pandemia – spiega Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working -. Spesso, tuttavia, l’applicazione delle nuove modalità di lavoro si è concretizzata con l’introduzione del solo lavoro da remoto, che ha consentito di gestire le emergenze e supportare il work-life balance delle persone, ma che non rappresenta un ripensamento del modello di organizzazione del lavoro. È il momento di riflettere su cosa sia il ‘vero Smart Working’, che deve essere l’occasione per attuare un cambiamento più profondo, incentrato sul lavoro per obiettivi e una digitalizzazione intelligente delle attività”.

Un aiuto per l’ambiente

Il lavoro in smart working permette anche di salvaguardare l’ambiente: infatti, sempre secondo i dati dello studio, si riducono le emissioni nocive di circa 450 Kg annui per persona. Questo è il risultato di tre componenti su base annua: la riduzione degli spostamenti, che permette il risparmio di 350 Kg di CO2, le emissioni risparmiate nelle sedi delle organizzazioni che hanno introdotto lo Smart Working (pari a circa 400 Kg di CO2) al netto delle emissioni addizionali dovute al lavoro dalla propria abitazione (in media circa 300 Kg di CO2). Considerando il numero degli smart worker attuali pari a 3.570.000 di lavoratori, l’impatto a livello di sistema Paese calcolate sarebbe pari a 1.500.000 Ton annue di CO2. Tale quantità è pari a quella assorbita da una superficie boschiva di estensione pari a circa 8 volte quella del comune di Milano.

Il benessere aumenta

In base alla modalità di lavoro scelta, si possono distinguere tre profili di lavoratori: on-site worker, che lavorano stabilmente presso la sede di lavoro, lavoratori remote non smart, che hanno la possibilità di lavorare da remoto ma non altre forme di flessibilità, e smart worker, che hanno flessibilità sia di luogo sia oraria e lavorano secondo una logica orientata agli obiettivi. Analizzando il benessere dei lavoratori sia dal punto di vista psicologico che relazionale, gli smart worker hanno migliori risultati sia rispetto agli on-site worker sia ai lavoratori remote non smart. Questi ultimi mostrano livelli di benessere più bassi non solo rispetto agli smart worker, ma su molte dimensioni anche rispetto ai lavoratori on-site che non hanno la possibilità di lavorare da remoto. 

Smart Working Award 2022

In occasione del convegno, sono anche stati assegnati gli “Smart Working Award” 2022, il riconoscimento dell’Osservatorio alle organizzazioni che si sono distinte per capacità di innovare le modalità di lavoro con i propri progetti di Smart Working. Baker Hughes è il vincitore dello “Smart Working Award 2022” fra le grandi imprese, Storeis ritira il premio fra le PMI, la Presidenza del Consiglio dei Ministri riceve il riconoscimento nella categoria PA.

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Sviluppo manageriale e sostenibilità: una priorità strategica

La capacità manageriale di svilupparsi in maniera “sostenibile”, cioè attenta alle aspettative dei propri interlocutori interni ed esterni e rispettosa della società in cui opera, è una priorità strategica per le organizzazioni in evoluzione. Tra pandemia, guerra e problemi di approvvigionamento energetico, è importante rendere espliciti valori, comportamenti e iniziative che finora sono stati componenti quasi sempre implicite delle attività manageriali.

Si tratta di comunicare in maniera trasparente non solo ciò che si fa ma anche come si fa: con quale etica, quali regole, quale riguardo per le attese di coloro che affidano all’organizzazione un capitale importante, fatto di risorse economiche, strategie e progetti condivisi, talento umano o semplicemente, fiducia.

Per questo lavorare nel presente per costruire il futuro deve essere un valore intrinseco alla strategia di un’organizzazione perché la sostenibilità deve essere parte integrante della sua visione. Il fondamento delle attività di un’organizzazione trova tanta responsabilità proprio nel costruire il futuro, un futuro sostenibile, in cui non c’è innovazione più proficua della sostenibilità dell’organizzazione nel lungo periodo.

La sostenibilità di lungo periodo è l’unica vera innovazione che sia sempre appetibile per gli stakeholder (in particolare, per i clienti), che sia quasi sempre compresa e sostenuta dagli investitori, e che sia in ogni caso accettabile socialmente. 

Ecco perché le imprese devono cavalcare l’onda del cambiamento usando l’innovazione come tavola da surf, in tutti i suoi ambiti. L’innovazione è il fulcro attorno al quale ruotano i fattori della creatività, dell’invenzione, del governo della ricerca e della fruibilità dell’invenzione.

Come hanno detto altri grandi Maestri, l’ispirazione creativa rappresenta solo il 10% dell’innovazione, il resto è sudore aziendale, sudore organizzativo, sudore sociale. In questo senso l’ingaggio e le responsabilità connesse sono plurimi a livello di imprese, università, Stato, Europa. Il tutto alla ricerca di cooperazione attiva e propositiva. Sensibilità e attenzione all’innovazione sono, dunque, la chiave per emergere in un oceano rosso colmo di competitors.

Altro fattore connesso al concetto di sostenibilità è la necessità di aprirsi alla complessità per comprenderla, gestirla e trarne spunti di valorizzazione. E qui il riferimento è d’obbligo verso il tema dell’internazionalizzazione delle organizzazioni, soprattutto in questo momento di ripensamento evolutivo della globalizzazione.

In ogni caso per essere sostenibile sul piano manageriale, ogni organizzazione deve operare una costante “integrazione” delle persone perché sono le uniche i grado di fare la differenza. Per tale motivo nessun processo di integrazione può riuscire senza il coinvolgimento di coloro che ne sono parte e senza piani di formazione, remunerazione, mobilità e comunicazione interna comuni, costanti e trasparenti ed è fondamentale parlare di relazione molto stretta tra sostenibilità e gestione delle persone.

Questo è il vero orizzonte della sostenibilità manageriale del futuro prossimo venturo.

“Oggi, attraverso la rete, l’era della consapevolezza è arrivata e non ci sono più angoli remoti in cui nascondersi. Sta arrivando un tempo nuovo dove l’unico posto in cui la parola ‘successo’ verrà prima della parola ‘sudore’ sarà solo il vocabolario”

Anonimo Dottore

A cura di Angelo Deiana

Toscano Robusto Trilogia: un percorso di gusto per appassionati

In una fresca serata romana d’ottobre, Manifatture Sigaro Toscano ha presentato una serie limitata di sigari realizzati a mano dalle sigaraie di Lucca (che per l’occasione hanno ricevuto un training dedicato di 6 mesi), chiamata Robusto Trilogia. Dopo il grande successo del Robusto, che risale al 2020, arriva dunque un’evoluzione sotto forma di percorso gustoso, pensata per i fumatori più esperti, in grado di cogliere le varie sfumature di sapore, con dimensioni magnum della pancia e per la forma compatta.

I sigari Toscano Robusto Trilogia sono caratterizzati da un ripieno di Kentucky italiano e nordamericano. La differenza tra i sigari della Trilogia sta nelle fasce del tabacco: una fascia di Kentucky nordamericano avvolge il sigaro Toscano Robusto Arancione; una fascia di Kentucky della Valtiberina il sigaro Toscano Robusto Rosso; infine una fascia di Kentucky, sempre della Valtiberina, ma fermentata, si ritrova nel sigaro Toscano Robusto Blu.

“L’attenzione allo sviluppo della filiera italiana del tabacco Kentucky è da sempre tra i punti di forza di Manifatture Sigaro Toscano” – ha detto Stefano Mariotti, Amministratore Delegato di Manifatture Sigaro Toscano. “Nei nostri sigari coesiste la tradizione tramandata da generazioni con la capacità di accogliere nuove tecniche e processi, mettendo sempre al primo posto una materia prima d’eccellenza, per offrire un’esperienza unica e da intenditori. Proprio come avviene con i sigari Toscano Robusto Trilogia, dal piglio deciso, che raccontano la storia di un marchio made in Italy dal carattere forte e chiaramente riconoscibile. Una riconoscibilità sempre più apprezzata all’estero, come recentemente testimoniato anche dall’ottenimento del prestigioso premio internazionale Cigar Trophy Award”.

Uomo&Manager ricorda ai suoi lettori che il fumo è dannoso per la salute propria e di chi ci sta intorno. È vietato fumare ai minori di anni 18.

Benessere psicologico: è fondamentale per chi cerca lavoro

Sembrano essere i problemi psicologici ad aver spinto le persone a lasciare il lavoro negli ultimi tempi. Ciò emerge da una ricerca effettuata da BVA Doxa 2022 e commissionata Mindwork, primaria società italiana per la consulenza psicologica online, in occasione della della Giornata Mondiale per la Salute Mentale.

Secondo lo studio il 75% dei lavoratori, ovvero circa 3 lavoratori su 4, under 34 appartenenti alla categoria blue collar si è dimesso almeno una volta per tutelare la propria salute psicologica. E questo risultato aumenta con un trend in crescita del +11% rispetto allo scorso anno, se viene analizzato il contesto della Gen Z (60%).

Dai dati emerge che 1 persona su 2 soffre di ansia e insonnia a causa di situazioni legate al lavoro. In particolare, la percentuale di persone che dichiara di sperimentare situazioni di ansia e/o insonnia è passata dal 35% (prima del Covid) al 53% per l’ansia e al 50% per l’insonnia. 

Un altro dato preoccupante è che quasi il 40% dei lavoratori, non si sente libero di dichiarare il proprio malessere in azienda, questo vale soprattutto per il target blue collar (48%), mentre c’è più serenità nel confidare la propria situazione con gli amici o in famiglia.

“Nell’ultimo anno circa il 62% dei lavoratori italiani ha provato almeno un sintomo correlato al burnout – sensazione di sfinimento, calo dell’efficienza lavorativa, aumento del distacco mentale, cinismo rispetto al lavoro – spiega Biancamaria Cavallini, Board Member & Operations Director di Mindwork e Psicologa del Lavoro – È in questo contesto che il fenomeno del Quiet Quitting – ossia il limitarsi a fare lo stretto necessario a lavoro – si afferma. Verrebbe dunque quasi da pensare che possa essere un sintomo diffuso di vissuti di burnout. Ritirarsi silenziosamente dalla propria attività lavorativa e disimpegnarsi da quest’ultima, è infatti in linea con il distacco mentale e il cinismo tipici del burnout”.

Il 95% del campione intervistato ritiene essenziale che le aziende si prendano cura del benessere psicologico dei propri dipendenti; tra le iniziative più apprezzate troviamo una maggiore flessibilità oraria e l’attivazione di programmi strutturati di well-being. In generale però, il 44% ritiene che le iniziative proposte dalla propria azienda siano del tutto inefficaci, in particolare fra i Blue Collar (1 su 2).

Cosa desidera chi cerca lavoro

Dallo studio si evince che quando si cerca lavoro, 7 persone su 10 puntano su aziende che guardano al benessere psicologico delle persone anche laddove il livello di stress attualmente percepito dalla persona sul proprio lavoro sia basso.

Più precisamente, il 60% della categoria White Collar valuta questo dato in maniera positiva, a fronte del 23% fra i Blue Collar. Rispetto alla precedente edizione della ricerca, resta invece invariata la percentuale di persone che si esprime a favore di un supporto psicologico all’interno della propria azienda, laddove non è ancora presente (75%). Dato che vale per tutte e tre le categorie prese in esame. 

“Dai dati del nostro Osservatorio con BVA Doxa – afferma Mario Alessandra, Fondatore e Amministratore Delegato di Mindwork – sono emerse due conferme, una è sicuramente quella della trasversalità del malessere psicologico su aziende di ogni settore e dimensione e l’altra è l’impatto che questo ha sulla capacità delle aziende stesse di trattenere e attrarre i talenti, soprattutto quelli più giovani che per definizione rappresentano il nostro futuro. In questo scenario – continua Alessandra – Mindwork promuove insieme a tantissime aziende Clienti un paradigma culturale, che a partire dalla leadership, sia la base per ambienti di lavoro strutturalmente a misura di benessere psicologico”.

Arriva la prima edizione del Festival del Metaverso: si svolgerà a Torino

Il metatarso comincia a diventare per molti professionisti e per le aziende un’importante opportunità di evoluzione. Sono tante le realtà imprenditoriali, anche celeberrime, che ci hanno puntato con decisione. Ed è proprio sull’onda dell’entusiasmo di questo nuovo “mondo virtuale” che nasce il primo Festival del Metaverso che si svolgerà martedì 11 ottobre, dalle ore 9.00 alle ore 18.30, presso il Duomo delle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino.

Un’occasione importante di confronto, ma anche di conoscenza e sviluppo. Organizzato da ANGI (Associazione Nazionale Giovani Innovatori), in collaborazione con OGR Torino, l’evento prende spunto dalla volontà di coinvolgere le grandi aziende del mondo tech, startup e giovani opinion leader per illustrare i nuovi trend sul mondo della comunicazione e del business digitale.

Realtà Aumentata e Virtuale, Blockchain e iWeb3, crypto art: sono queste alcune delle tematiche che verranno trattate come componenti del Metaverso, che rappresenta oggi l’espansione virtuale del mondo reale, dove 350 milioni di persone vivono già generando un mercato (beni virtuali) di circa 54 miliardi di dollari l’anno.

“Come ANGI siamo da sempre aperti a perseguire i nuovi paradigmi tecnologici e per questo vogliamo vivere da protagonisti nel nuovo mondo immersivo. Creare, infatti, una realtà in cui uomini e macchine possano collaborare rappresenta la nostra missione il cui principio cardine resta sempre quello dell’humanitas. La realizzazione del Festival del Metaverso, infatti, è nata dalla volontà di dare priorità a coloro che si sono distinti in questo campo attraverso la progettazione di un futuro con nuove strategie digitali da adottare in settori vitali. Abbiamo scelto la città di Torino, e nello specifico la Regione Piemonte, perché, oltre alla sua sensibilità all’innovazione, è stata anche la prima in Italia ad aver presentato il suo metaverso”, ha spiegato nella conferenza stampa di presentazione Gabriele Ferrieri, Presidente ANGI.

“Un grande evento per una realtà nuova che negli ultimi mesi ha avuto una grande accelerazione. Stiamo vivendo un  momento di grande trasformazione digitale e stiamo costruendo il futuro. L’appuntamento di Torino, primo in Italia, per noi è motivo di grande soddisfazione ma anche uno stimolo a proseguire sulla strada che, come Regione Piemonte, abbiamo già intrapreso”, ha dichiarato l’assessore regionale all’Innovazione, Matteo Marnati

“Il CSI è partner di questa importante iniziativa perché riteniamo che il metaverso possa diventare un nuovo e ulteriore canale a disposizione delle persone per usufruire dei servizi pubblici digitali. Molti grandi player a livello mondiale stanno già investendo in questa tecnologia e il CSI vuole essere presente in questa nuova partita fin dall’inizio”, ha detto Pietro Pacini Direttore Generale CSI Piemonte.

Il programma del Festival del Metaverso

Tanti, come detto, i temi che verranno affrontati: l’evento verrà suddiviso in due parti, la sezione mattutina e quella pomeridiana. Arte, blockchain, smart city e smart mobility, ma anche IA, robotica, startup, musica, lavoro e formazione, fashion industry, sport, saranno i temi che verranno sviscerati in questa manifestazione che si preannuncia davvero interessante.

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Tenere e attrarre talenti in azienda: il salario è importante, ma non è l’unico fattore

Il mito del posto fisso? Le aziende italiane vogliono attrarre (e mantenere) i propri talenti. Secondo uno studio di Infojobs, per il 41,1% delle aziende la sfida da vincere in questo momento è quella di attrarre e trattenere i talenti, per riuscire ad essere competitivi in un mercato davvero impegnativo, che viene da due anni e più di pandemia. Questo il dato più interessante dell’indagine InfoJobs Trend HR 2022 (realizzata fra dicembre 2021 e gennaio 2022 su un campione di 180 aziende attive sulla piattaforma, in tutta Italia).

I programmi delle aziende per essere competitive

Dall’Indagine InfoJobs Attraction & Retention (svolta, invece, fra giugno e agosto 2022 su un campione di 208 aziende attive sulla piattaforma, in tutta Italia e 1334 candidati, dai 18 anni in su) è arrivata la conferma anche da parte delle PMI. Nei primi sei mesi di quest’anno, il 60,1% delle aziende italiane ha riscontrato un numero maggiore di dimissioni rispetto al 2021, contro un 34,1% che non ha notato differenze ed una piccola parte (5,8%) che invece sostiene che le difficoltà del mercato del lavoro abbiano ridotto il numero dei dimissionari.

Quali sono i motivi di questo fenomeno? Secondo gli HR sono diversi i fattori che hanno inciso. Anzitutto,una nuova consapevolezza delle priorità e un ritrovato coraggio di cambiare lavoro per seguire aspirazioni e desideri da parte dei professionisti (30,3%) e, per il 29,8%, la ricerca di nuove opportunità di carriera e di un miglior bilanciamento tra vita privata e professionale, soprattutto da parte dei giovani. In che modo hanno risposto le aziende a questa nuova tendenza? C’è da rilevare che è ancora alta la percentuale di aziende (30,4%) che dichiara di non intraprendere azioni concrete per trattenere i talenti, anche se, la maggior parte (69,6%) afferma, invece, di avere programmi ad hoc. Prima tra tutte con il 45,9%, è previsto il pacchetto welfare aziendale: formazione continua e per tutti, lavoro agile, benefit e percorsi di crescita; seguono l’impegno per un modello organizzativo meno gerarchico e più partecipativo (37,6%), percorsi di carriera chiari e concreti (33,8%), percorsi di formazione professionale (33,1%), e, infine, attività di team finalizzate alla costruzione di un clima collaborativo e di fiducia (27,1%). 

Chi non ha programmi per attrarre talenti dichiara di avere all’attivo azioni per trattenerli: il 73,4% sta lavorando affinché a breve vi siano soluzioni per tenere maggiormente ingaggiati i dipendenti. E mentre il 17,9% ne sottolinea il fattore economico, in questo momento non sostenibile dall’impresa, solo l’8,4% non ritiene necessario adoperarsi per i talenti già presenti in azienda. Chi invece vuole attrarre talenti punta su un percorso di carriera concreto (44,5%), flessibilità oraria e  possibilità di lavorare in smart working (26,6%), formazione professionale gratuita, che va dalle lingue al tech (24,2%), infine pacchetti welfare per dipendenti e familiari (21%) e stipendi sopra la media e benefit in senso ampio, dal parcheggio ai buoni pasto (18%). 

Secondo gli HR intervistati, per sottrarre talenti si utilizza in primis il fattore economico (60,2%), seguito dalla prospettiva di un migliore equilibrio vita privata-lavoro (17,2%), una reale possibilità di carriera (11,7%) e il caring dei dipendenti (10,9%). 

Cosa ne pensano i lavoratori

Secondo lo studio, c’è da registrare un generale malcontento: infatti, l’80,9% dei rispondenti non consiglierebbe a un amico/conoscente, che svolga un lavoro simile al proprio, l’azienda per la quale lavora a causa dell’ambiente di lavoro poco stimolante (52,1%) o di stipendio e benefit poco soddisfacenti (28,8%).

Per il 66,7% dei dipendenti rispondenti non si sente valorizzato dalla propria azienda, contro un 27% che, seppur apprezzi i riconoscimenti dell’azienda, pensa che il datore di lavoro possa e debba fare di più per i propri dipendenti. 

La situazione difficile è dovuta in primis dalla sensazione di non vedere un giusto percorso di crescita professionale, soprattutto quando si assiste alla decisione di assumere risorse esterne all’azienda anziché promuovere e valorizzare le potenzialità di quelle interne (37,6%). Il 27,5% evidenzia le possibilità di crescita non per tutti, quindi riservate esclusivamente a particolari figure professionali, ma uno speranzoso 12,5% prevede maggiore attenzione per questa tematica nel prossimo futuro. Di contro c’è chi percepisce l’impegno dell’azienda nel fornire possibilità di carriera e percorsi di formazione, ma ne lamenta la poca comunicazione interna (16,3%), solo il 6,1% riconosce all’azienda il suo impegno nel proprio percorso di crescita professionale interno in azienda.

Dipendenti e aziende sono d’accordo su un aspetto: la parte economica ancora oggi continua ad avere un peso rilevante nelle scelte. Il 52,7% infatti conferma che la propria soddisfazione migliorerebbe a fronte di un salario più adeguato alle competenze e in crescita nel corso degli anni, parallelamente a un percorso di carriera ben sviluppato. 

La visione del futuro

Come si ipotizza possa evolvere la situazione nei prossimi 5 anni? I candidati si vedono impegnati nella ricerca del nuovo, spinti dalla voglia di imparare e di crescere (41,7%), o nei panni di imprenditore o di chi ce l’ha fatta a raggiungere il proprio sogno professionale da dipendente (37,2%), o ancora in un’azienda più affine alle proprie caratteristiche, nonostante il lavoro attuale piaccia (13,2%), mentre solo il 7,9% si vede nella stessa azienda, di cui apprezza l’ambiente di lavoro e l’attenzione ai dipendenti, ma in una posizione di maggiore responsabilità.

Filippo Saini, Head of Job di InfoJobs, afferma: “In un mercato fortemente competitivo e attraversato dal cambiamento, la capacità di essere attrattive per i nuovi potenziali collaboratori e per i dipendenti deve essere considerata dalle aziende tra le principali leve strategiche per la crescita. Gli investimenti sulle persone, pertanto, hanno assunto una rilevanza centrale. Non più, o non solo, una retribuzione soddisfacente, ma anche prospettive di crescita, formazione e visione strategica della dimensione futura, unite a un buon bilanciamento tra vita lavorativa e privata. Dal nostro punto di vista di realtà che unisce domanda e offerta, crediamo che l’attuale momento storico rappresenti una grande opportunità per la costruzione di modelli di collaborazione e ambienti di lavoro che rispondano efficacemente alla nuova sensibilità e alle sfide del futuro di tutte le parti sociali”.