5 consigli pratici ed efficaci per fare open innovation nel modo corretto

La chiamano open innovation, in realtà è la capacità di un’azienda di fare business affidandosi a collaborazioni esterne per raggiungere i propri obiettivi. Sia le grandi che le medie o piccole imprese, attraverso l’open innovation possono rispondere più rapidamente ai cambiamenti del mercato amplificando i progressi, condividendo i risultati e aumentando la creatività.

Anche se l’Open Innovation è un modello applicato universalmente, non sempre però le aziende riescono ad utilizzarlo nel modo più appropriato, a causa per esempio di una eccessiva complessità gestionale e organizzativa o di una mancanza di competenze adeguate.

Questo può causare a volte la rinuncia ad applicare un modello che, invece, è in grado di costituire una leva per la crescita dell’impresa e un trampolino di lancio soprattutto per le startup. 

Anche in Italia, stando alle più recenti rilevazioni, circa il 75% delle grandi imprese hanno adottato questo approccio, sebbene con modalità diverse da caso a caso. Ma quali sono i fattori che portano a una strategia di innovazione collaborativa di successo, per far sì che un’azienda possa introdurre nel proprio modello di business nuove attività disponibili sul mercato volte a promuovere ed accelerare i processi di sviluppo?  Ecco 5 consigli che possono aiutare a fare Open Innovation nel modo più corretto.

5 consigli per fare Open Innovation

Tali consigli interessanti arrivano da SMAU, piattaforma dedicata ai temi dell’innovazione, nell’ambito del tavolo di lavoro “Collaborare con le startup: tips and tricks” che ha elaborato un vademecum per tutte quelle imprese che vogliono avvicinarsi al mondo delle startup attraverso il modello dell’Open Innovation.

  1. Lavorare con il Procurement Manager

Stare dietro alla burocrazia delle grandi aziende non è quasi mai facile per una startup. Operazioni come il contratto di stipula della collaborazione o l’erogazione dei fondi necessari allo sviluppo ma anche il solo reperimento delle risorse, vengono spesso bloccate dai rigidi sistemi di molte multinazionali, allungando di mesi l’inizio della collaborazione. Un ottimo esempio ci viene fornito da A2A, la multiutility italiana dei settori ambiente, energia, reti e tecnologie per le città intelligenti, che ha messo a punto una metodologia per snellire l’iter interno di accreditamento per una startup.  “Un aspetto fondamentale nella collaborazione tra grandi aziende e start up è la capacità di avviare progetti di innovazione in tempi rapidi e rispettando le diverse esigenze, per questo A2A ha creato lo ‘Startup kit’: un set di misure realizzate ad hoc, full-digital, che, semplificando i processi, consente alle startup di essere subito operative: il kit garantisce infatti di siglare un contratto digitale in una settimana ricevendo un anticipo del 50% dell’importo del progetto. Inoltre, i tempi di pagamento sono previsti a 30 giorni e un focal point dedicato durante tutte le fasi del progetto”, spiega Luca Volterrani, Innovation Ecosystem Manager di A2A.

  1. Diffondere la cultura dell’innovazione con le Risorse Umane 

Il gap comunicazionale tra più piani di una stessa impresa si ritrova, molto spesso, anche nel modello di co-innovazione, che sia con un nuovo partner o una startup. Human Resources Manager e Corporate Communication Specialist, giocano il ruolo di ambasciatori della comunicazione, fungendo da ponte per accelerare i processi e infondere a tutti i livelli aziendali la cultura dell’innovazione, per permettere a tutte le aree, nel momento del bisogno, di collaborare direttamente con la startup. Senza questo tipo di cultura, sia l’azienda che la startup si ritroveranno a fronteggiare dinamiche lunghe e macchinose, soprattutto burocratiche. La cultura aziendale dell’Open Innovation, quindi, dovrebbe iniziare proprio dalle Risorse Umane non solo perché la collaborazione con la startup offre la possibilità di trasmettere ai dipendenti la cultura dell’imprenditorialità, ma soprattutto per farli entrare con maggiore consapevolezza nei processi aziendali. “Il primo scoglio nel rapporto con le startup per una società come Ferrovie dello Stato Italiane è quello della cultura: le procedure e le abitudini sono difficili da sradicare. Altra difficoltà è il linguaggio diverso: noi siamo molto proceduralizzati, mentre la startup punta direttamente al risultato. Un altro tema delicato è quello dell’ingaggio delle startup e della contrattualizzazione: per superare tutte queste difficoltà stiamo costruendo una serie di strumenti abilitanti come semplificazioni contrattuali, hub fisici di innovazione e veicoli per il venture capital”, spiega Rita Casalini, Responsabile Open Innovation di Ferrovie dello Stato. 

  1. Favorire il dialogo tra corporate e startup con le esperienze dell’Innovation Manager 

Quello che l’Open Innovation porterà all’azienda, dalla presenza in nuovi segmenti di mercato ai progetti in cui impiegare tempo e risorse, non è solo una questione che coinvolge l’Innovation Manager e la sua business unit. Favorire il passaggio di idee e strategie di innovazione a più piani aziendali permette di risolvere più rapidamente i problemi e di trovare soluzioni con maggiore consapevolezza, coinvolgendo anche le aree strategiche della corporate. Questo permette inoltre alla startup di seguire gli standard e le linee di azione dell’azienda, consentendo a entrambi i team di crescere anche con partner meno strutturati, ma che vogliono imparare dall’esperienza delle corporate.  “In Sirti abbiamo tre modalità attraverso le quali collaboriamo con le startup: la prima è generata da chi fronteggia il business e si affaccia al mercato delle startup per rispondere alle richieste dei clienti; la seconda è rappresentata da Imprenditivity, il nostro progetto di corporate entrepreneurship e open innovation, che porta a dare luce alle idee dei nostri dipendenti lavorando al fianco delle startup; la terza è chiamata “megatrend” e consiste nello studio delle grandi trasformazioni a livello globale finalizzato all’identificazione di use case abilitanti e alle ricerca di player con i quali poterli sviluppare”, commenta Pietro Urbano Mimmo, VP Marketing & Innovation di Sirti.

  1. Disegnare una roadmap e saper cambiare strada, quando serve 

Se è vero che la startup permette alla corporate di ridisegnare modelli, sviluppare nuovi prodotti o servizi e inserirsi in segmenti di mercato mai esplorati, viceversa l’impresa porta grosse opportunità alla startup, dai nuovi clienti a nuove risorse per far crescere l’organizzazione. Ciò che accomuna entrambe, però, è la visione strategica del percorso iniziato insieme, verso lo stesso obiettivo. Il primo passo per correre insieme e superare le difficoltà burocratiche, legali e contrattuali sopra descritte, è sicuramente quello di fare chiarezza delle priorità strategiche, fissando degli obiettivi chiari ma flessibili, che favoriscano la collaborazione. Tra i punti presentati da Deloitte nell’ultimo tavolo di lavoro organizzato da SMAU, si è parlato anche di trovare il giusto timing per lavorare insieme.  “Definire un piano per i progetti pilota permette di settare al meglio i KPI di avanzamento e monitorare in modo costante i progressi verso gli obiettivi definiti. Ciò si può fare identificando delle ownership chiare, da entrambe le parti, e integrando approcci e modalità di lavoro differenti, ma che devono trovare un punto di incontro. È dunque necessario identificare le persone con le adeguate skills, e creare una connessione tra startup e referenti del business e del marketing in azienda, o delle altre aree interessate, in modo da entrare nei processi aziendali e snellirli per poter effettivamente mettere a terra le idee. A volte si può creare un’asincronia in tali meccanismi, frutto di frustrazione da ambo le parti. La vera sfida, soprattutto lato azienda, è quella di creare un framework di collaborazione, definito e formalizzato all’interno dell’azienda stessa, per collaborare al meglio con le startup, senza però destrutturarsi del tutto, bensì entrando nella cultura della startup per capirne linguaggio e dinamiche operative”, spiega Francesco Iervolino, partner Deloitte Officine Innovazione.

  1. Il ruolo strategico di facilitatori e acceleratori per facilitare il networking 

Apertura al dialogo, ricerca dei punti di contatto e condivisione di situazioni comuni per costruire progettualità congiunte: sono solo alcuni dei vantaggi per le aziende e le startup che partecipano a iniziative e occasioni di confronto promossi da facilitatori e abilitatori. Il ruolo degli acceleratori d’innovazione non solo facilita la conoscenza e il networking, ma diventa un canale che permette a qualsiasi partner di essere percepito sul mercato come innovatore dei processi e di essere inserito in un ecosistema che favorisce lo scambio di competenze e di know how per avviare nuove collaborazioni. A promuovere l’impegno di piattaforme di incontro sono realtà come il Ministero dello Sviluppo Economico, che attraverso Invitalia dallo scorso 24 giugno ha aperto l’incentivo Smart Money per le startup innovative che vogliono avvalersi dei servizi specialistici di incubatori, acceleratori, organismi di ricerca e innovation hub, per definire il loro progetto imprenditoriale e prepararsi al lancio sul mercato. “Come SMAU giochiamo un ruolo di sostegno e supporto all’avvio di nuove collaborazioni tra startup e imprese consolidate, favorendo la contaminazione e lo sviluppo di progetti negli ambiti più diversi, dal settore agrifood a quello della sostenibilità e delle energie rinnovabili, dalla sanità alla manifattura avanzata. Nell’ultimo anno abbiamo realizzato 18 attività di scouting di innovazione per conto di grandi aziende, selezionando più di 500 startup che si sono candidate per lavorare al fianco della corporate nel soddisfare i suoi fabbisogni di innovazione e abbiamo organizzato 26 tavoli di lavoro per offrire un’occasione di confronto, utile a condividere esperienze e favorire l’incontro tra realtà anche molto diverse tra loro, in una logica di co-innovazione”, commenta Valentina Sorgato, Amministratore Delegato di SMAU. 

Ricominciare a lavorare dopo le vacanze: ecco tre consigli per evitare lo stress

Ricominciare a lavorare dopo le vacanze non è semplice e anche se ci sentiamo carichi e pronti, la realtà dei fatti è che il rientro al lavoro non è mai cosa facile.

Come fare ad attenuare quel senso di ansia e stanchezza che caratterizza i primi giorni di lavoro dopo le ferie estive? Beh, certamente molto dipende da noi. Se pensiamo di poter riprendere con gli stessi ritmi frenetici di sempre, non siamo sulla strada giusta.

Durante le vacanze ci siamo rilassati, abbiamo avuto modo di pensare a progetti, iniziative e probabilmente la grande voglia di mettere tutto ciò in pratica potrebbe creare qualche problema di stress eccessivo. È il caso di mettere in pratica allora qualche consiglio che arriva da professionisti come Alice Bush e Michael Carbone che hanno creato e gestiscono una realtà dedicata all’empowerment personale chiamata Ritualmente, prima palestra virtuale in Italia dedicata alla mindfulness e all’empowerment personale.

3 consigli per tornare al lavoro dopo le vacanze senza stress

Applicare la tecnica dei “5 perché”

La principale strategia da mettere in atto per capire qual è la spinta motivazionale che ci guida nel nostro lavoro, è fermarsi un istante e porsi delle domande. Forse, la mancanza di motivazione al lavoro deriva proprio dal fatto che non si trova un reale senso in quello che si sta facendo. Magari prima lo aveva, ora non più. Ed è perfettamente normale. Non siamo esseri statici ma persone in continuo cambiamento. Per comprendere tutto questo, occorre ripartire dal “perché” e costruire attorno a questo perché delle domande, come ad esempio “Perché hai deciso di iniziare tutto questa professione?”, “Qual è stata quella spinta che ti ha fatto prendere la decisione di intraprendere questo lavoro?”.

Per compiere al meglio questo primo step, Alice e Michael suggeriscono di applicare la tecnica dei 5 perché, vale a dire rispondere alla domanda “perché” per 5 volte, un numero sufficiente per andare abbastanza in profondità in qualunque intenzione celata dietro l’azione che si vuole compiere e analizzare: con questo esercizio è possibile riscoprire la profonda ragione che  ha portato a iniziare un certo percorso e ripartire da lì. La cosa importante è individuare quella ragione e iniziare a pensare come costruire un percorso attorno ad essa.

Smettere di procrastinare attraverso la pianificazione e la creazione di una routine personalizzata

Ogni volta che inizia la giornata lavorativa, siamo consapevoli che ci aspetta quel progetto enorme di cui ci sentiamo responsabili, eppure continuiamo a rimandare, l’ansia cresce e la motivazione a lavoro cala. Ci sono diversi motivi che possono spingerci a procrastinare: uno di questi è proprio il fatto di imbattersi in una visione troppo grande, senza riuscire a individuare i primi passi da compiere verso la realizzazione del progetto. Il punto è che quella sensazione non si cancella del tutto, bensì rimane come un rumore di sottofondo che disturba le giornate; se è questo il vostro caso, allora è giunto il momento di fermarsi e pianificare.

Secondo Alice e Michael, occorre fare una serie di “piccoli rituali” per combattere l’inattività: curarsi come se si dovesse andare a un appuntamento importante; creare un’atmosfera confortevole intorno; fare un brainstorming degli obiettivi; scomporre in tanti progetti con task ben precise e iniziare a calendarizzare sulla base di una visione annuale/mensile/settimanale e giornaliera a seconda della durata del progetto. Crearsi una routine personalizzata, infatti, è il punto fondamentale attorno a cui Ritualmente sviluppa i suoi contenuti.

Curare la propria autostima

Paura del fallimento, del successo e del giudizio, perfezionismo, eccessiva insicurezza hanno tutte una stessa radice: bassa autostima. Le persone che tendono a sottostimarsi hanno un’idea pressoché negativa di loro stesse, che non rispecchia le aspettative richieste; la naturale conseguenza è una mancanza di motivazione a lavoro e il subentrare di una sensazione sempre più preponderante di paura e incertezza.

Secondo Alice e Michael, occorre innanzitutto essere in grado di distinguere sempre il proprio valore personale dal lavoro. La nostra professione, qualunque essa sia, deve essere un motivo in più per crescere e non dovrebbe essere motivo di blocco o scoraggiamento. Dobbiamo considerarci dei “work in progress”: nessuno arriva mai da nessuna parte per davvero, siamo tutti in viaggio e, bisogna trasformare la mancanza di autostima in una costante voglia di migliorare.

L’importanza della reputazione online: attenzione alle recensioni negative!

Ormai tutti riconoscono universalmente l’importanza della reputazione online. È un fattore determinante che molte volte può richiedere anni di impegno e dedizione per essere creata e allo stesso tempo può essere distrutta da qualche recensione negativa da parte di un utente. Ecco perché, anche di fronte ad una singola problematica manifestata da visitatori scontenti dall’esperienza vissuta sul proprio sito web, non c’è da scherzare.

Ecco perché esistono oggi aziende che possono sostenere professionisti ed imprese nel mantenimento di una buona reputazione online, come ReputationUp, che ha stilato una breve serie di consigli per riuscire a mantenere adeguato il nostro livello di considerazione sul web.

Tra le indicazioni principali ci sono certamente da tenere in considerazione i seguenti aspetti:

  • Conoscere il pubblico di riferimento
  • Tenere sotto controllo i social network
  • Definire una strategia
  • Creare contenuti positivi

Secondo ReputationUp, infatti, il proprio brand rischia di perdere il 22% delle entrate se i potenziali clienti trovano un singolo link negativo nella prima pagina di Google. Un dato davvero rilevante che non può non essere preso in considerazione. Se in una query di ricerca compaiono tre articoli negativi, il potenziale di perdita dei clienti sale al 59,2%.

Un’azienda che ha una cattiva reputazione corre il rischio di diminuire le vendite sino ad arrivare al fallimento.

Lavoro, ecco 3 figure professionali da approfondire dopo il diploma di maturità

Chi prende il diploma sa bene che il difficile deve ancora venire, e si parla nello specifico della decisione in merito al proprio futuro. La maturità anche quest’anno è passata, facendo registrare dei dati interessanti, e la domanda che adesso potrebbe porsi un neodiplomato è: meglio iscriversi all’università e prepararsi in specifiche materie e campi di studio, oppure tentare immediatamente l’avventura nel mondo del lavoro? Per questo motivo è bene approfondire tre figure professionali che possono essere abbracciate direttamente dopo il diploma, per le quali non è richiesto il conseguimento di una laurea.

3 possibili figure professionali per neodiplomati

La prima figura da approfondire è quella dell’operatore CNC. Per CNC si intende un gruppo di macchinari capaci di lavorare in automatico, per via della presenza di un computer di bordo programmabile. Si fa ad esempio riferimento alle frese e ai pantografi, insieme alle saldatrici e alle rettificatrici, aggiungendo anche le filatrici e le tessitrici. Pur essendo automatica, una macchina di questo tipo richiede la presenza di un operatore specializzato, ma per svolgere questa professione non serve una laurea specifica. Bastano infatti le competenze di un perito meccanico, che possono essere acquisite completando un qualsiasi percorso di studi con diploma presso istituti come l’ITIS o l’ITI.

Una seconda figura da prendere in considerazione è quella del web developer (back-end, front-end o full stack), ruolo che oggi attira l’interesse di moltissime aziende, soprattutto adesso che è diventata ancora più chiara l’importanza della presenza online delle attività di business. Questo professionista è specializzato nello sviluppo di siti Internet, di applicativi o software commissionati dalle aziende. Anche per questa professione non è obbligatorio essere in possesso di una laurea: naturalmente è sempre vantaggioso avere delle conoscenze tecniche pregresse, ma è comunque possibile lavorare in questo settore subito dopo il diploma; la soluzione migliore in questo caso è scegliere un corso per diventare sviluppatore web in modalità “bootcamp”, ossia pratico e intensivo, per acquisire esperienza direttamente sul campo.

Chiudiamo poi con una terza professione che non richiede la laurea, ovvero il food & beverage manager. Cosa fa nel concreto un F&B manager? Si occupa direttamente della gestione di tutte quelle attività relative alla ristorazione all’interno di strutture alberghiere, ristorative e di accoglienza turistica. Si fa dunque riferimento ad attività come il controllo qualitativo e quantitativo di produzione e distribuzione di cibi e bevande, e all’ottimizzazione dei vari step che porteranno poi alla fornitura di un servizio in grado di soddisfare appieno i clienti della struttura. Si tratta quindi di una mansione complessa e fondamentale, in quanto ricca di responsabilità, tra le quali rientrano anche la definizione e il controllo del budget per le attività sopracitate.

Manager in spiaggia: ecco gli accessori che non devono mancare

Manager in spiaggia, cosa non deve mancare nella borsa o nello zaino che non vuole farsi trovare impreparato? Inutile dire che nelle giornate di vacanza, la cosa migliore da fare è mettere in stand-by il proprio pc e pensare solo a rilassarsi: ricordatevi sempre che non siamo dei robot, ma che fare una vacanza non potrà che giovare al proprio benessere psico-fisico.

5 accessori per un manager in spiaggia

Tuttavia, i manager inevitabilmente sentono quasi il bisogno di dare, di tanto in tanto, uno sguardo alla propria posta elettronica, o magari una rapida occhiata al proprio home banking. Ecco quindi che l’accessorio per eccellenza è certamente lo smartphone che ti dà la possibilità di non sentirti “tagliato fuori” completamente dalla quotidianità cosa che, nei primi giorni di ferie sembrerà una manna dal cielo, ma di cui dopo qualche giorno si sentirà la mancanza.

Altro accessorio indispensabile, proprio alla luce di un utilizzo dello smartphone frequente, anche per continuare a tenersi aggiornato sui vari social come LinkedIn o Facebook, è fondamentale portare con sé un power bank che permette di ricaricare velocemente il proprio smartphone e arrivare fino a sera.

Stare con la famiglia, con i parenti e con gli amici, in vacanza è importantissimo e lo sottolineiamo in giallo fosforescente. Tuttavia, le ferie servono anche a ritrovare quella che si chiama pace interiore. Quindi, nell’arco della giornata e della vacanza, può essere utile eclissarsi e dedicare un po’ di tempo al relax. Gli auricolari, specie quelli di ultima generazione, possono aiutare a isolarsi dai rumori che abbiamo intorno, magari ascoltando ad un volume non invasivo i brani della nostra playlist o musica rilassante.

E per sentirsi comunque sempre “attivi lavorativamente”, una buona lettura di un libro che possa aiutarci a formarci su un determinato tema che ci interessa e che durante l’anno non abbiamo il tempo nemmeno di andare in libreria a comprare.

Ultimo ma non ultimo, un consiglio essenziale è quello di indossare un paio di occhiali da sole polarizzati acquistati non certo sulla spiaggia o sulle bancarelle dei mercati estivi, ma dal vostro ottico di fiducia, che potrà offrirvi il consiglio giusto.

,

Cos’è l’eCommerce Manager e perché è così ricercato

Tra le tante figure professionali che in questo momento stanno prendendo piede ce n’è una specifica legata al mondo del commercio, ovvero l’eCommerce Manager.

Cosa fa un eCommerce Manager

È un professionista poliedrico, in gradi di avere una visione a 360° delle dinamiche aziendali, dal prodotto alla vendita fino alle strategie di marketing. È responsabile delle ricerche sulle variazioni delle esigenze dei consumatori e dei clienti, analizzando, ad esempio, la loro risposta alla comunicazione e alle promozioni. In tal senso sta diventando uno dei fulcri su cui ruota il team marketing delle aziende, con il quale si occupa anche della realizzazione di campagne prodotto sui principali canali di comunicazione digital. 

Di fatto è una delle figure che guida la brand awareness ed è certamente uno dei responsabili dell’andamento delle vendite sul web, occupandosi dell’ottimizzazione dei prezzi dei prodotti e delle strategie di marketing andando ad identificare come poter incentivare e guidare gli acquisti. Di fatto può quindi decretare con le sue mosse il successo o l’insuccesso di un’azienda che punta al business online.

“Si tratta di un marketer caratterizzato da una formazione a T, verticale su un settore, ma anche con una visione a 360° su più aree d’azione interne di un’azienda”, spiega Marco D’Oria Direttore dell’Accademia del Marketing Digitale CAMA che ha recentemente lanciato un percorso formativo proprio su questo ruolo – “È una figura nuovissima, figlia di questo processo di digitalizzazione in atto sempre più rapido, molto richiesta quanto ancora difficile da trovare data l’assenza di corsi universitari strutturati appositamente. Aspetto che del resto riguarda moltissime delle figure digital, oggi sempre più ricercate dalle aziende, e per le quali non sempre esiste un percorso universitario ad hoc capace di preparare al meglio i futuri professionisti alle sfide del mercato”.

Il mercato online è in espansione

In un mercato, quello dell’online, in continua espansione, non c’è da meravigliarsi se la figura dell’eCommerce manager sia tanto richiesta.

Secondo una delle ultime indagini dell’Osservatorio eCommerce B2C – Netcomm School of Management del Politecnico di Milano, nel 2020 in Italia gli acquisti online sono aumentati del 3,4% e hanno raggiunto i 32,4 miliardi di euro. In particolar modo da sottolineare la crescita del 45% dei comparti di prodotto, per un valore pari a 25,9 miliardi di euro. 

Inoltre le prime stime dell’Osservatorio per il 2021 prevedono una crescita complessiva del 19% del settore eCommerce B2C, confermato a sua volta dal recente report di Idealo che ha evidenziato come in Italia, solo nei primi sei mesi del 2021, 5 italiani su 6 concludono in media almeno un acquisto online una volta al mese. Un dato in crescita del 5% rispetto a quello registrato nel 2020.

Su LinkedIn, solo a luglio, si sono registrate oltre 1.000 offerte di lavoro in Italia per eCommerce Manager

Le soft skill dell’eCommerce manager

Tra le caratteristiche richieste per un eCommerce manager, ci sono certamente quelle che vengono definite come soft skills, come ad esempio un’ottima comunicazione verbale e scritta e la capacità di lavorare in squadra, riuscendo ad interfacciarsi facilmente con i diversi settori dell’azienda o con le società esterne.

Tra le più importanti c’è sicuramente l’adattabilità in quanto le dinamiche del mondo digitale cambiano ogni giorno.

“L’eCommerce è ormai letteralmente esploso e con esso stanno cambiando le strategie e le priorità delle aziende, la richiesta di figure digital sempre più specializzate in questo settore non può quindi che aumentare nei mesi a venire”, conclude Marco D’Oria. “Si tratta di un ambito in cui giovani professionisti, se ben preparati e formati, possono sicuramente ambire a costruirsi una carriera rapida e solida, esplorando al contempo le infinite opportunità presenti all’interno del mondo digital”.

Economia sotto l’Ombrellone: torna l’appuntamento fisso di Lignano Sabbiadoro

Torna con la sua undicesima edizione “Economia sotto l’Ombrellone”, evento promosso dall’agenzia Eo Ipso, che a Lignano Sabbiadoro (UD) dal 18 agosto al 1 settembre aprirà riflessioni su importanti temi di attualità per dare vita a un confronto con i protagonisti dell’economia locale e nazionale.

I temi degli incontri

“L’intento è quello di porre al centro di ciascun incontro un tema e affrontarlo da diversi punti di vista, stimolando il dibattito per arrivare, dove possibile, a indicare anche delle soluzioni”, ha dichiarato Carlo Tomaso Parmegiani, responsabile editoriale Nordest di Eo Ipso e ideatore della rassegna. “Economia sotto l’Ombrellone” si apre mercoledì 18 agosto con la filiera alimentare. “Un settore in grande espansione che deve costantemente raffrontarsi con i temi della qualità, della sostenibilità e della distribuzione”, osserva Parmegiani. Nel secondo appuntamento, in programma mercoledì 25 agosto, il tema centrale sarà quello degli investimenti: quali le nuove tendenze e quali i rischi da conoscere. Chiude la rassegna, l’appuntamento del primo settembre dedicato al settore turistico che, prendendo spunto dalle esperienze di Lignano Sabbiadoro e Bibione, vuole affrontare la necessità di fare rete affinché il bello che c’è in Italia possa essere valorizzato al meglio. 

Dove si svolgono gli incontri?

Il Chiosco numero 5 (Bandiera Svizzera), sul Lungomare Alberto Kechler 16, in località Lignano Pineta a Lignano Sabbiadoro (UD) sarà il punto d’incontro. Le discussioni inizierannoalle 18.30 e sono a partecipazione libera. Al termine di ogni incontro, il pubblico può incontrare informalmente i relatori. Gli incontri saranno trasmessi in diretta streaming da Scriptorium Web-Tv, sul canale Facebook dello Scriptorium Foroiuliense. 

Il progetto eClub: sport e divertimento per appassionati e un’opportunità per le aziende

Lo sport come elemento distensivo nella vita di tutti i giorni di ognuno di noi, ma anche come idea aggregativa per appassionati e… aziende! Nasce su queste basi il progetto eClub, una start up che vuole rappresentare il primo circolo sportivo virtuale al mondo riservato al settore dilettantistico.

Un’idea davvero interessate per gli appassionati di ogni sport che vogliono trascorrere il loro tempo libero sui campi, con la certezza di aver sempre la disponibilità a loro più consona di un campo e di un avversario.

La mission di eClub

La mission del Circolo Sportivo eClub è quella di sviluppare intorno al Socio, denominato“Funner”, un sistema via via più ricco e vario di eventi sportivi e tante altre attività e di iniziative di aggregazione sociale e sportiva, associati ad un sistema di convenzionamenti e partnership che gli consentano di ottenere privilegi e sconti.

Un’idea per le aziende e per i professionisti

L’idea progettuale prevede la creazione di un’offerta articolata e modulare di servizi di socializzazione sportiva “tailor made” per le persone e per le imprese, in grado di estendersi sul tutto il territorio nazionale.

In pratica, basta iscriversi ad eClub con una quota simbolica e ovunque ci si trovi, si avrà la possibilità di accedere a circoli e campi sportivi per divertirsi con il proprio sport preferito.

Ma è anche un’importante possibilità per le aziende che vogliono utilizzare lo sport come elemento aggregativo per i loro progetti di team building. Le Aziende/Enti ed i loro dipendenti, che hanno l’obiettivo di migliorare il sostegno alla cultura del benessere aziendale, aumentare la soddisfazione dei lavoratori e di conseguenza la produttività, diminuire il turn over, valorizzare l’Employer Branding, integrare programmi di welfare aziendale, possono tranquillamente utilizzare questo strumento in tutta Italia.

A guidare questa start up c’è il Presidente Giancarlo Tagliolini, accompagnato dai soci fondatori che vantano una significativa esperienza nell’organizzazione di eventi sportivi ed inoltre sono in grado di veicolare proposte a valore aggiunto verso tutto questo settore a livello nazionale.

Stress da pandemia: le aziende hanno supportato i collaboratori in difficoltà

Lavoratori in difficoltà e aziende che corrono loro in aiuto. Secondo lo studio dall’ADP Research Institute dal titolo “People at Work 2021: A Global Workforce View”, una ricerca che analizza gli atteggiamenti dei dipendenti nei confronti dell’attuale mondo del lavoro e le loro aspettative e speranze future, le aziende hanno sostenuto psicologicamente i lavoratori che hanno vissuto con difficoltà le problematiche dovute alla pandemia.

L’ADP Research Institute ha intervistato 32.471 lavoratori di 17 Paesi tra il 17 novembre e l’11 dicembre 2020, tra cui 2000 in Italia.

Poco meno di 1 su 2 è intervenuta

Dati dati dello studio, emerge che quasi la metà (42%) dei lavoratori italiani sostiene che i datori di lavoro hanno fornito loro un supporto per la tutela della salute mentale dei propri collaboratori durante la pandemia da COVID-19, mostrando come molte aziende siano realmente preoccupate del potenziale impatto psicologico sul personale. 

Non è stato facile per molti affrontare mesi di smart working, di riunioni da remoto, di assenza di contatti “umani” in presenza con i colleghi. Secondo il 20% dei lavoratori italiani la sfida più difficile è stata proprio la gestione dello stress, con la salute in cima alle preoccupazioni (il 21% ha dichiarato che la paura di ammalarsi ha inciso profondamente su vita lavorativa e privata).

Allo stesso modo, il controllo dei lavoratori da parte dei datori di lavoro è aumentato. Circa 1 lavoratore su 3 (38%) afferma come il monitoraggio della propria azienda sul proprio lavoro sia diventato più rigido, complice il lavoro da remoto.

La ricerca ha anche messo in evidenza come l’ammontare medio degli straordinari non pagati concessi dai lavoratori è aumentato significativamente dall’avvento della pandemia (da 4 ore a settimana siamo passati a 6 ore settimanali). Il 32% dei lavoratori intervistati riferisce di aver assunto nuove responsabilità dopo che i datori hanno aumentato i tagli del personale.

Marisa Campagnoli, HR Director di ADP Italia, ha dichiarato: “È bello vedere che così tante aziende riconoscano il costo psicologico ed emotivo che la pandemia sta richiedendo alla loro forza lavoro e che prendano misure costruttive per affrontarli. Tuttavia, gli sforzi per supportare il benessere mentale possono essere minati se i datori di lavoro esagerano quando si tratta di tenere sotto controllo le presenze e la gestione del tempo, rischiando di aumentare ulteriormente i sentimenti di stress e ansia dei lavoratori. È comprensibile che ora che così tanto personale lavora in remoto, i datori di lavoro sentano di dover tenere d’occhio le loro attività, ma la tradizionale giornata lavorativa dalle nove alle cinque ha bisogno di un ripensamento. Avere persone che timbrano l’entrata e l’uscita a orari specifici potrebbe non essere più il modo migliore per ottenere la massima produttività. A ogni modo, i risultati della nostra ricerca suggeriscono che molti lavoratori stanno effettivamente svolgendo più lavoro di quanto ne facessero prima e spesso senza esserne ripagati”.

Una strategia comunicativa è essenziale

È fondamentale, alla luce di tutte queste novità, che venga messa in atto un’efficace strategia di comunicazione e gestione delle risorse da parte dai manager e dal team HR, per motivare e migliorare la produttività dei propri dipendenti e rimanervi in contatto. Obiettivi da raggiungere, orari di lavoro infiniti, richieste continue da soddisfare: spesso il lavoro può creare dei veri e propri disagi psicologici, dettati da ansia e stress. Se poi a questi vengono aggiunti i problemi personali, derivanti da una emergenza senza precedenti come quella che abbiamo vissuto e che è ancora in atto, la situazione può solo peggiorare.

Emerge quindi come il sostegno psicologico sia un primo punto fondamentale. Può essere di aiuto organizzare per i propri dipendenti anche delle sessioni di webinar incentrati su benessere fisico ma soprattutto motivazionali, come i cosiddetti “mind fulness” o “mind fitness”, ovvero corsi che esercitano la mente ad affrontare momenti di stress particolari attraverso percorsi di riflessione e allenamento mentale.

Carte prepagate aziendali: perché sono utili e come scegliere quella giusta

Le moderne carte prepagate aziendali permettono ai grandi e piccoli imprenditori di gestire al meglio il proprio budget ed i propri dipendenti. 

A differenza delle carte di credito, non sono associate ad alcun conto corrente. Fanno riferimento esclusivamente al denaro che gli viene caricato, così da ridurre al minimo il rischio di perdere denaro o ricadere nell’apertura di una linea di debito. 

Nella maggior parte dei casi, i datori di lavoro le assegnano ai propri dipendenti, così che abbiano a disposizione un budget prestabilito per le necessità aziendali. 

In molti le hanno definite come una soluzione vantaggiosa e rapida alla noia del “rimborso spese”, oltre che un ottimo mezzo per la gestione della sicurezza. 

Perché scegliere una carta prepagata aziendale 

Come sottolineato da alcuni siti specializzati, ci sono diverse ragioni per cui scegliere una carta prepagata aziendale è l’opzione migliore di un’impresa. 

I vantaggi ricavati sono duplici; la carta offre una buona flessibilità sia per il dipendente che per il proprietario dell’azienda. In particolare, è giusto acquistare perché sono:

  • Dotate di codice IBAN
    La presenza del codice significa che la carta è abilitata a ricevere ed inviare bonifici bancari, senza l’aggiunta di una commissione.
  • Semplici da utilizzare
    La maggior parte delle carte prepagate è associata ad un’apposita App (disponibile sia per Ios che Android), che consente di gestire i pagamenti e tenere sempre tutto sotto controllo. 
  • Flessibili
    Nelle ultime versioni, i titolari della carta prepagata possono effettuare pagamenti anche attraverso il proprio smartphone, rendendo l’interno processo molto più rapido.
    Allo stesso modo, il direttore dell’azienda può ricaricare le prepagate direttamente online, risparmiando tempo e controllando l’andamento delle proprie finanze. 
  • Sicure
    In caso una delle carte andasse perduta, non si rischierebbe di perdere i soldi del proprio conto corrente. Al massimo, viene perso il denaro che era stato caricato. 

Come individuare quella giusta

Per individuare la carta prepagata aziendale più giusta per voi dovrete tenere conto di una serie di vantaggi e offerte aggiuntive. 

Valutate le aziende che vi permettono di richiedere carte nominative, così da sapere sempre quale dipendente ha speso cosa. 

Un altro segno positivo, che potrebbe spingervi a richiedere una determinata carta, è la possibilità di scaricare le singole ricevute. La tracciabilità vi permette di controllare i movimenti dei vostri dipendenti e le spese che hanno effettuato.  

(Pubbliredazionale)

I CEO su LinkedIn: i più attivi e seguiti. Ecco la lista

La presenza sul web aiuta certamente i professionisti a migliorare la propria notorietà, ma sopratutto è fondamentale per assicurare ai businessman quella che viene chiamata reputazione online.

I CEO devono essere online. Ma quali sono i più attivi e soprattutto i più seguiti? Pubblico Delirio, società di consulenza di reputazione digitale, ha realizzato una mappatura della presenza e l’analisi della comunicazione su LinkedIn dei CEO delle più grandi aziende italiane per vedere cosa è cambiato a distanza di un anno dalla prima edizione.

I CEO dell’automotive sono tra i più attivi su LinkedIn

La composizione della Top 30 aggiornata al 16 luglio 2021 diventa più variegata. “Il settore Finance resta tra i più rappresentati ma scende da undici a quattro manager”, rivela Stefano Chiarazzo, fondatore di Pubblico Delirio e autore per Franco Angeli del libro Social CEO. Reputazione digitale e brand advocacy per manager che lasciano il segno. “A pari merito con Energy & Utility, Automotive e Retail che aumentano il loro peso in classifica”. Poi Pharma e Tech stabili a quota due. 

Sale a 22.200 la media dei follower dei trenta CEO più seguiti, 7.600 in più rispetto a luglio 2020. Considerando solo i primi dieci la media è esattamente il doppio: 44.500. A guidare questa speciale classifica troviamo Stephan Winkelmann che, tornato alla guida di Automobili Lamborghini mantenendo anche la presidenza di Bugatti, con 79.600 follower entra in classifica direttamente al primo posto.

Segue Luca De Meo di Renault Group a 63.400, che registra la crescita maggiore: +35.000 follower.

Terzo posto per Marco Alverà di Snam con 56.000 follower, che con 25.100 follower in più in un anno quasi raddoppia il suo seguito.

Seguono Nerio Alessandri di Technogym, Francesco Starace di Enel Group e Corrado Passera di Illimity Bank.

La Top 10 è chiusa poi da Claudio Descalzi di Eni, Giampaolo Grossi di Starbucks Italia, Andrea Pontremoli di Dallara e Francesco Pugliese di Conad.

Anche quest’anno troviamo tre top manager donna in classifica: Cristina Scocchia di Kiko Milano new entry all’undicesimo posto, Silvia Candiani di Microsoft al sedicesimo, in salita di sei posizioni, e Fabiana Scavolini di Scavolini stabile al trentesimo.

Fare opinione sui social è importante

Sono già quattro i top manager che hanno attivato la modalità Creator di LinkedIn che invoglia gli utenti a seguire il profilo evidenziando meglio i contenuti e mostrando in alto il numero di follower, il tasto “segui” e un massimo di cinque hashtag identificativi degli argomenti trattati.

Dei Top 30 Silvia Candiani è stata la prima ambassador di questa nuova funzionalità del social media di proprietà proprio di Microsoft, seguita da Marco Alverà di Snam, Nerio Alessandri di Technogym e Giampaolo Grossi di Starbucks. “Sempre più aziende e agenzie stanno sviluppando e strutturando le loro Content Factory” – aggiunge Stefano Chiarazzo – “Considerare i top manager come dei Creator vuol dire proporli strategicamente come punti di contatto autorevoli e accessibili da parte degli stakeholder e posizionarli da potenziali social leader nel proprio mercato di riferimento”.

Per quanto riguarda la frequenza di pubblicazione, fermo restando i tanti impegni a cui i CEO devono far fronte, nel periodo di osservazione, metà marzo-metà luglio 2021, i leader aziendali hanno pubblicato in media 5,7 post al mese, rispetto ai 5 del periodo marzo-giugno 2020. Se Pugliese si conferma il più costante con una media di 16 pubblicazioni al mese tra post, condivisioni e articoli, i nuovi entrati in classifica Winkelmann e Pippo Cannillo di Despar Centro Sud si distinguono per aver postato entrambi 15 volte al mese. Non tutti i manager sembrano però essere così prolifici, considerando che “Un sesto dei trenta CEO italiani più seguiti posta meno di una volta al mese” – commenta Chiarazzo – “A dimostrazione di come l’opportunità dell’executive communication su LinkedIn non sia stata ancora colta in maniera proattiva e strategica da tutte le grandi aziende”.

CEO su Linkedin

Contenuti, la spontaneità conta molto

Secondo l’analisi dell’engagement si evidenzia che il numero di follower e la frequenza di pubblicazione sono importanti ma non sempre sufficienti. Scavolini, Scocchia ed Enrico Vita di Amplifon, con una media di diecimila follower e pur avendo pubblicato mediamente solo due post nell’intero quadrimestre, sorprendono con un tasso di engagement* tra il 6 e il 9%. Solo quarto Winkelmann (5,3%) che, però, è primo per media di interazioni a post: 4.200 tra reazioni e commenti (ben otto volte le 550 interazioni medie fatte registrare dai Top 30). Poi Bartolomeo Rongone di Bottega Veneta (4,9%), tredicesimo in classifica per follower e con una media di 940 interazioni sui dieci post pubblicati nel quadrimestre. 

Performance molto eterogenee per numero di follower, frequenza di pubblicazione e settore d’appartenenza. A questo punto la domanda sorge spontanea: cosa conta davvero per avere successo? La capacità di pensare e raccontare storie rilevanti per le proprie community interne ed esterne e per le peculiarità di una piattaforma professionale come LinkedIn. “Se la pandemia globale ha portato più CEO a comunicare in maniera disintermediata con i propri stakeholder interni ed esterni” – commenta Stefano Chiarazzo – “Tale consapevolezza e maggiore abitudine ai social media sta portando a comunicare di più e più serenamente su LinkedIn, con un tono di voce più informale, un aumento di immagini e video che ritraggono i top manager e soprattutto una maggiore ampiezza di temi”. 

Nuovi prodotti e iniziative, report economici, bilanci di sostenibilità e non solo. Il racconto delle proprie esperienze personali a contatto con produttori e fornitori, la partecipazione personale alle iniziative di welfare aziendale promosse, la valorizzazione dei premi e dei risultati ottenuti dalle proprie persone, l’entusiasmo e l’ambizione di cambiare il futuro con le proprie scelte aziendali. L’alternanza di contenuti “da piano editoriale” insieme ad altri più spontanei e real time costruisce un racconto completo e avvincente che valorizza il lavoro del manager e delle sue persone. Tutto questo contribuisce a rendere la figura del CEO più umana e accessibile e a valorizzare l’impegno dell’intera organizzazione per il benessere presente e futuro delle comunità in cui opera. 

* Tasso di engagement: numero medio di interazioni nel periodo di osservazione / numero di follower al 16 luglio 2021

,

Leader del futuro: le 10 soft skills che saranno più apprezzate

Leader del futuro, quali caratteristiche devono avere? Certamente alla base di deve essere una buona cultura generale e approfondita sul loro focus, ma sono, a quanto sembra, le soft skills che faranno la differenza.

Un’indagine svolta da Espresso Communication per Great Place to Work® Italia che ha coinvolto un panel di 20 professori universitari per indagare sulle dieci soft skill che andranno a caratterizzare la figura del leader in futuro.

L’ascolto attivo, il motivational speaking, le interpersonal skill, la leadership collettiva e il time management: queste risultano essere le cinque competenze trasversali più apprezzate che danno inizio all’elenco stilato dagli stessi esperti.

“Essere leader significa essere una fonte d’ispirazione e, soprattutto, un grande ascoltatore – afferma Alessandro Zollo, Amministratore Delegato di Great Place to Work® Italia, azienda di consulenza, leader nell’analisi del clima aziendale, nell’employer branding e nel change management – La pandemia ha velocizzato il processo di evoluzione dei capi d’impresa che hanno dovuto dare inizio ad un processo di trasformazione aziendale per adattarsi alle nuove esigenze dei propri collaboratori e non solo. A tal proposito emerge la figura del leader gentile, ovvero colui che motiva i propri collaboratoriinvitandoli a dare il meglio: il capo d’impresa in questione si dimostra un vero e proprio coach, un punto di riferimento per tutti coloro che fanno parte del workplace. Restando sulla stessa lunghezza d’onda, empatia e flessibilità sono e saranno sempre di più i tratti distintivi della categoria, poiché il successo di un’azienda dipenderà sempre dalla capacità dei leader di mettere le persone nella condizione più corretta e performante possibile per creare così un clima aziendale, e di conseguenza anche un employee experience, favorevole all’esecuzione delle mansioni professionali delegate e al raggiungimento dei risultati sperati”.

Le opinioni degli esperti

Il primo a offrire la sua opinione è Alessandro Sancino, esperto di Public Leadership e professore di Economia Aziendale presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca. “Il leader di oggi è una figura capace di motivare e mobilitare energie e risorsedando un senso a quello che si fa, quello che in lingua inglese viene definito il «purpose». Il vero leader moltiplica il potenziale di leadership, creando spazi grazie a cui i propri talenti possono sentirsi dei veri e propri punti di riferimento in base alle loro capacità e attitudini. Non bisogna avere paura di questa apertura alle leadership collettive perché non mette in discussione il ruolo e la posizione del singolo capo d’impresa. Disegnare e gestire spazi per la leadership collettiva non è cosa facile, ma diventerà il tratto distintivo dei responsabili d’azienda all’interno della società e delle singole organizzazioni e, in particolar modo, dei leader capaci di avere un successo duraturo”.

Alle prime cinque “leader skills” indicate in precedenza ne vengono aggiunte altrettante di assoluta importanza, ovvero la gestione dei conflitti interni, la costruzione di feedback accurati, la comunicazione efficace, l’empatia e la flessibilità. A tal proposito, l’indagine è stata rafforzata da ricerche internazionali che hanno coinvolto il magazine European Business Review e il Governo del Queensland: entrambe le fonti concentrano l’attenzione sul “mix unico di competenze” che contraddistingue la figura del leader, caratterizzato, in particolar modo, dall’attitudine alla crescita personale.

Il percorso di approfondimento sulla figura dei capi d’impresa del domani prosegue con l’opinione di Marco Lombardi, professore di Sociologia presso l’Università Cattolica di Milano: “La qualità del leader si misurerà con la sua capacità di mantenere relazioni efficaci. Questo a conferma di una tendenza che è stata accelerata dalla pandemia: il Covid ha mostrato come la relazione, esasperata dalla distanza, sia essenziale e determinante in ogni forma di successo. Le competenze relazionali, a differenza di quelle tecniche, si coltivano nel tempo all’interno di ecosistemi più o meno favorevoli. Possiamo facilmente ripetere alcune parole chiave quali ascoltodisponibilitàempatia e impegno”.

Un ulteriore spunto inerente al tema viene da Andrea MontefuscoLecturer in OrganizationHR & Leadership presso la Luiss Business School. “Stiamo passando dalla figura del leader come decisore che esercita influenza a personein grado di facilitare la costruzione della leadership. I leader del futuro dovranno avere capacità critiche e di pensiero complessoapprezzare il conflitto e, soprattutto, costruire dei feedback accurati. Garantire un «great place to work» per i dipendenti è possibile per ogni leader solo attraverso un ciclo virtuoso che parte dal briefing e si conclude con la costruzione di una realtà psicologicamente sicura, che coinvolge l’intero team operativo, in cui ogni collaboratore ha la possibilità di intervenire dal punto di vista dialogico”.

E ancora, Mariano Corso, professore di Leadership e Innovazione presso la School of Management del Politecnico di Milano, dice la sua in merito: “La figura del leader sta evolvendo per effetto del cambiamento dei modelli organizzativi e dell’effetto della crescente digitalizzazione dei processi e delle relazioni organizzative. Nei prossimi anni, faranno sempre più la differenza doti come la capacità di coinvolgere i collaboratori, infondendo entusiasmo e motivazione e comunicando visione e orientamentoall’innovazione e all’imprenditorialità. Creare un «great place to work» per i collaboratori al giorno d’oggi vuol dire supportare ciascuno di loro attraverso l’ascolto attivogenerare una spirale positiva di fiducia e infondere visione e senso d’identità”.

Come ulteriore contributo, ecco il pensiero di Franco Gnocchi, professore di Sviluppo Organizzativo e Leadership Development presso l’Università Europea di Roma, ambito psicologia del lavoro: “Le competenze del leader del futuro a mio parere si dovranno sempre più basare sulla capacità di facilitazione, ovvero sull’attitudine ad attivare competenze distintiveall’interno del team operativo da parte del leader – afferma Franco Gnocchi – Per questo motivo, skills come l’ascolto attivo, la comunicazione empaticacapacità di indagare in modo non pregiudiziale e decision making condiviso saranno sempre più importanti. Vedo, quindi, la necessità di avere leader preferibilmente con attitudine umanistico-tecnica che possano essere dei punti di riferimento in termini di mindset dinamico, cioè persone che sappiano utilizzare l’errore in modo generativo per se stessi e per il proprio team. Per quanto riguarda il rapporto con i dipendenti, centrale sarà la capacità di creare engagement basato sulla capacità di intercettare l’employee experience di ogni singolo collaboratore.

Le 10 soft skills dei leader del futuro

  • L’ascolto attivo, poiché il leader ha a cuore le opinioni delle persone che fanno parte della propria azienda.
  • Il motivational speaking: il vero capo d’azienda è in grado di motivare i propri collaboratori e di ispirare fiducia e positività.
  • Le interpersonal skill, ovvero l’attitudine alla gentilezza e, quindi, a coltivare delle relazioni efficaci all’interno del proprio workplace.
  • La leadership collettiva: essere leader significa anche capire quando lasciare la parola ai propri collaboratori, facendoli sentire importanti e, a loro modo, anche dei punti di riferimento.
  • Il time management, cioè la capacità di organizzare il lavoro e rispettare anche le scadenze
  • L’apprezzamento e la gestione dei conflitti per favorire lo scambio di opinioni.
  • La costruzione di feedback accurati per aiutare le persone intorno a sè a migliorare sia dal punto di vista personale sia professionale.
  • La comunicazione efficace, poiché risulta fondamentale essere chiari sia di fronte ad eventuali clienti sia agli occhi dei suoi collaboratori.
  • L’empatia: competenza ideale per comprendere le necessità dei propri collaboratori.
  • La flessibilità, la quale consente di adattarsi alle diverse situazioni lavorative