Time Management: 3 principi per ottimizzare il tempo per il lavoro da casa

Time management, un tema che inevitabilmente è caro a tutti noi. Gestire il rapporto tra lavoro e tempo libero, ma soprattutto scandire i tempi della propria quotidianità professionale non è certo agevole. E da quando in molti hanno scelto (o hanno dovuto scegliere) la via dello smart working, inevitabilmente ci si è dovuti riorganizzare, resecando alcune nostre abitudini.

“Sono ormai diversi mesi – afferma Marta Arcoria, HR Business Partner di Hunters Group, società di ricerca e selezione di profili altamente qualificati – che in azienda abbiamo implementato degli importanti percorsi formativi, sia per le figure più junior, sia per i nostri manager. Tra i temi più urgenti che sono stati trattati c’è anche il time management: se per un lavoratore una buona gestione del tempo è necessaria per mantenere alti gli standard di produttività, questo è ancora più vero per la vita di un Consulente, che tutti i giorni si deve districare tra svariate attività e diversi interlocutori”.

Time management: come ottimizzare il tempo del lavoro da casa

Quali sono i principi che possono ottimizzare la propria gestione del tempo quando si lavora da casa? Hunter Group ne ha individuati 3.

Principio di Pareto, detto anche principio 80-20. Pareto si rese conto che l’80% della ricchezza del suo Paese era detenuto dal 20% della popolazione. Questa intuizione venne applicata negli anni anche in altri ambiti così che, ad esempio, IBM si rese conto che l’80% del tempo di caricamento dei suoi computer era speso a leggere solo il 20% del codice. Da qui la deduzione che le macchine fossero inefficienti, portando IBM a riscrivere il codice. Riuscirono così ad aumentare le performance delle loro macchine, affermandosi sul mercato di riferimento. Quello che si può imparare da questo principio è che, solitamente e in percentuali a volte differenti, l’80% dei nostri risultati deriva dal 20% delle nostre attività.

Consiglio operativo: si consiglia di “mappare” le proprie attività giornaliere, analizzare quali di queste sono effettivamente produttive e infine eliminare le attività che non portano o non contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi.

Legge di Illich, uno dei principi fondanti dello smart working. Il principio afferma che la quantità di tempo che impieghiamo per svolgere un’attività non è direttamente proporzionale al risultato che viene generato. Tradotto in termini pratici si riferisce al grado di concentrazione che ognuno di noi ha nello svolgere un’attività. La concentrazione solitamente tende a calare in maniera proporzionale rispetto al tempo dedicato nello svolgere l’attività stessa. Di conseguenza per aumentare l’efficienza, senza che la nostra concentrazione venga meno man mano che si svolge una medesima attività, secondo la legge di Illich basterebbe dedicare dei brevi slot temporali a un’attività e fissare per la stessa dei micro obiettivi. Una volta completata l’attività nell’arco di tempo prestabilito, cambiare attività e svolgere anch’essa entro un determinato arco di tempo. In questo modo la nostra concentrazione sarà sempre alta perché non subentrerà la fase di down tipica di attività lunghe e invariate.

Legge di Laborit, in riferimento alla fatica mentale e al fatto che le ore del giorno non sono uguali tra loro, perciò a seconda del momento in cui svolgiamo un’azione siamo più o meno produttivi. Secondo questo principio i task “pesanti” e che richiedono maggior impegno mentale vanno svolti al mattino quando la nostra mente non è sovraccaricata dallo stress, mentre i task ripetitivi e che non richiedono grande concentrazione andrebbero svolti il pomeriggio o dopo pranzo, quando le nostre energie non sono al massimo delle loro potenzialità.

4 consigli su come va impostata una newsletter

Come va impostata una newsletter? Si è discusso molto sull’effettiva utilità di questo strumento tecnologico. C’è chi sostiene di aver avuto buoni risultati dall’invio della mail periodica ad una mailing list e chi invece pensa che la propria comunicazione, sia assolutamente inutile.

Sulle esperienze passate, c’è chi comincia a domandarsi se le esigenze non siano mutate e che la newsletter debba diventare… 2.0. L’obiettivo deve essere quello stabilire un legame più personale e diretto con il proprio pubblico e subscribers, caratterizzato però da un ritmo più lento e rilassato.

In pratica la newsletter deve essere in grado di comunicare sì, ma anche di essere utile. Lo scopo potrà anche essere la vendita, ma oggi più che mai è la capacità di creare un vero storytelling e raccontarsi in modo diretto e onesto che contribuisca a creare un feeling con l’audience verso i contenuti che un brand crea e condivide. 

“La molteplicità dei canali di comunicazione adottati in questo momento storico ha fatto letteralmente alzare una barriera da parte degli utenti, un filtro che fa assorbire una minima percentuale dei messaggi a cui sono sottoposti” – spiega Simone Puliafito CEO e Founder di Taeda Communication, web agency con base a Verona che da tempo integra nelle strategie ideate per i propri clienti newsletter sia digital che cartacee, reputandole uno strumento efficace per gli obiettivi di brand awareness (ma non solo) che si intendono raggiungere. “Anche sui social, che rappresenterebbero dei canali di dialogo, stanno prendendo piede via via degli elementi di interruzione come le pubblicità durante i video (basti guardare Facebook e YouTube), le inserzioni all’interno di Messenger, le Storie sponsorizzate scorrendo le condivisioni delle persone che seguiamo”.

Parola chiave: interazione 

Chi riceve una comunicazione, a prescindere dal canale scelto, vuole avere possibilità di dire la propria, di istituire un dialogo con la controparte. L’iscrizione ad una newsletter è una scelta consapevole, che rappresenta anche una forma di “dialogo” più intima e personale, lontana spesso dalle logiche che guidano i social media. Rappresentano quindi un canale efficace a patto di non deludere chi ci ha concesso un suo dato sensibile (es. il nome e la mail) per restare sempre in contatto con la nostra realtà aziendale. 

4 consigli per una newsletter efficace

  1. Il peso specifico dell’oggetto

Spesso scegliamo di leggere un libro basandoci sul suo titolo, altrettanto frequentemente apriamo una mail perché il suo oggetto tocca le nostre corde emotive. Parole come “gratis” o “free” rischiano di far finire le nostre comunicazioni nello spam, per cui è preferibile inserire delle domande nell’oggetto stesso (es. “La sapevi questa?”), lasciare un alone di mistero (es. “Non potrai crederci…”) o addirittura utilizzare il “trucchetto” della risposta. In cosa consiste? Inserire la stringa “Re: “ prima del contenuto dell’oggetto, così da far sembrare il messaggio il prosieguo di una conversazione precedente.

2. Metterci la faccia? Conta moltissimo

Ricevere un messaggio di posta elettronica dalla casella info@nomeazienda o da simone@nomeazienda fa tutta la differenza del mondo, perché associamo il mittente ad una persona reale, concreta, che esiste davvero. Non dobbiamo dimenticare che i brand sono fatti di persone in carne ed ossa, per cui tendiamo a fidarci di più quando troviamo un interlocutore preciso e capace di dimostrare la propria competenza.

3. Rendere partecipe l’utente

Troppo spesso riceviamo messaggi nella casella di posta elettronica meramente commerciali, dove l’unico obiettivo è quello di mettere in evidenza prodotti e servizi, senza creare la minima empatia. Le comunicazioni che garantiscono maggiori benefici al business sono caratterizzate dal coinvolgimento del lettore in un racconto che stimoli la sua curiosità.

È possibile infatti esplicitare concetti che avvicinino l’utente al nostro brand narrando il dietro le quinte dell’azienda, mettendola sullo stesso piano dell’utente attraverso la condivisione di aneddoti, considerazioni, processi che hanno portato all’adozione di una scelta o alla creazione di un prodotto/servizio.

4. Utilizzare un tono di voce adeguato

Molto (troppo) spesso le aziende interagiscono col pubblico di riferimento utilizzando il plurale: “Gentili clienti…”, “In tanti ci avete chiesto…”, ma generalmente il lettore che presta attenzione alle nostre comunicazioni è da solo, davanti allo schermo dello smartphone o del computer, e sente il bisogno di una conversazione uno-ad-uno e non uno-a-molti. Dare del “tu” non è un peccato, anzi: l’adozione di un linguaggio informale rende più autentica la relazione. L’unica eccezione è rappresentata dal settore luxury, dove dare del Lei ad un cliente effettivo o potenziale mantiene quel senso di raffinatezza che certi contesti richiedono.

4+1. Differenziati dalla massa

Di volantini ne cestiniamo a volontà, ma le nostre comunicazioni possono avere sorte ben diversa. Ciò che produciamo per il web può essere raccolto in una sorta di rassegna stampa, messo a punto o maggiormente esplicitato in forma tangibile, dando vita ad una newsletter cartacea. Edizione dopo edizione si crea l’abitudine nella mente del lettore di acquisire i nostri spunti, abbassando la diffidenza a tal punto da diventare (nel corso del tempo) un grande sostenitore del brand. 

La newsletter cartacea è una sorta di mini-rivista (non necessariamente di 50 pagine) che porta la relazione ad un livello superiore perché i momenti per leggere quanto spedito sono diversi rispetto a quando siamo davanti al pc, col pericolo di trovare altre distrazioni in un baleno.

SDG Group con Alten Group per diventare leader mondiale nelle advanced business analytics

SDG Group – gruppo internazionale di management consulting, specializzato nelle attività di Business Analytics, Corporate Performance Management e Advanced Business Solutions – annuncia l’operazione industriale che la potrà portare a diventare tra le più grandi società di Advanced Analytics del mondo.

SDG Group entra infatti a far parte del Gruppo Alten – leader europeo nella consulenza tecnologica avanzata in ambito ingegneristico e ICT – e, grazie a questa operazione, aumenterà l’offerta all’interno del proprio portafoglio incrementando le proprie aree di attività sia dal punto di vista territoriale sia di competenze.

“Siamo onorati di aver concluso questa operazione che ha come obiettivo quello di portare valore aggiunto ai nostri partner, clienti e dipendenti. Insieme a SDG Group stiamo scrivendo un capitolo importante della nostra storia e siamo convinti che questo straordinario mix di competenze, valori e ambizioni confermerà la posizione di leadership di SDG Group nell’ambito delle advanced analytics” – ha dichiarato Simon Azoulay, CEO e Fondatore di Alten.

SDG Group manterrà il proprio brand e il proprio modello organizzativo e, operando in sinergia con Alten, sarà in grado di offrire servizi ancora più completi e integrati. 

I valori, le ambizioni e le strategie che accomunano SDG Group a Alten sono stati tra gli elementi principali che hanno portato alla conclusione di questa importante operazione, insieme sicuramente a una condivisione di obiettivi di crescita che entrambe le realtà perseguono fin dalla loro creazione.

“Questa operazione ci permette di accelerare ulteriormente le nostre strategie per diventare un “landmark” mondiale nei data & analytics e siamo orgogliosi che Alten ci abbia scelto per perseguire questa missione. Da oggi saremo in grado di mettere a disposizione le nostre competenze a un maggior numero di clienti e di offrire a quelli attuali una gamma ancora più ampia di servizi” – ha dichiarato Luca Quagini, CEO e fondatore di SDG Group.

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Vivere le reti tra tempo reale e tempo digitale

Il nostro viaggio nelle reti continua, anche nel tempo pandemico. Siamo di fronte ad una mutazione epocale in cui viviamo un tempo a due velocità. Da una parte, viviamo il presente che, per quanto veloce, comunque scorre accanto a noi ed insieme a noi, con processi e flussi che forse non possiamo governare del tutto ma che, per buona parte, possiamo quantomeno capire. Dall’altra, molti di noi vivono i loro flussi di Rete (sul lavoro, sui mercati, sui social network, eccetera) come una dimensione parallela che viaggia ad una velocità indescrivibile, e di cui è difficilissimo afferrare qualcosa se non, per i più attenti, piccole tracce di futuro sparse qua e là. Briciole di consapevolezza e poco più.

Ci dobbiamo stupire? In realtà, questa fase, nella sua struttura a due velocità, non è una novità nella Storia. Anche le persone che vissero nell’Umanesimo e nel Rinascimento avevano scarso sentore dei cambiamenti titanici che si stavano verificando attorno a loro. E anche loro venivano dal periodo della grande peste che sconvolse con ondate successive l’Europa tra il 1320 e il 1500. Oggi stiamo cercando di attraversare un abisso analogo. 

Per l’ennesima volta nella Storia, i poteri e gli equilibri sono messi in discussione, mano a mano che un maggior numero di persone provenienti da un molte zone del mondo entrano in contatto, collaborano e competono sul palcoscenico globale. Le rivoluzioni vere, quelle silenziose, quelle non cruente, vanno sempre in questo modo. Il vecchio viene marginalizzato più velocemente di quanto non ci impieghi il nuovo a rimpiazzarlo. Gli antichi patti sociali, una volta smantellati, non possono essere riparati né sostituiti in tempi rapidi, perché hanno bisogno di un tempo sufficiente per il loro progressivo consolidamento. 

Come cambieranno le cose intorno a noi?

Detto questo, la domanda successiva è: ok, ma qual è il problema? Il futuro non è una cosa che si prevede, è una cosa che si consegue. E oggi, anche se attraverso nebbie e tumulti, i contorni di nuove, inedite forme di organizzazione e rappresentanza stanno iniziando a profilarsi. Grazie alla Rete, al nuovo medium globale della competizione collaborativa e a livelli di connettività sociale mai raggiunti prima, tutti noi abbiamo a disposizione una serie di strumenti per reinventare processi, Istituzioni, convenzioni sociali.

Pensiamo alla crisi della politica. Ma il rischio vero è quello per cui le persone stanno maturando la sensazione che le Istituzioni siano remote e sganciate dall’esperienza, dai sentimenti e dalle aspirazioni reali della gente. Persino le organizzazioni no-profit vengono sottoposte ad un esame sempre più approfondito, e ricevono un numero crescente di appelli a comportarsi con maggior integrità nelle loro campagne o nella gestione dei fondi offerti dai donatori.

Il punto di svolta è questo: il sistema sociale connesso in Rete sarà sempre più attento nei confronti degli individui e delle organizzazioni. Nel business e nella società, quando i soggetti godono della fiducia del proprio network, dei propri stakeholder, i loro contatti di Rete rispondono attraverso comportamenti basati sulla cooperazione e sulla competizione collaborativa. Migliore è il rapporto di un’organizzazione con i suoi interlocutori, maggiore è l’accesso alle risorse di cui gode. La mancanza di fiducia dà luogo a conflitti, attriti e inefficienze. Consuma il tempo e le risorse di un sistema di gestione e management costretto a focalizzarsi sulle attività difensive.

Senza dimenticare che, nonostante la pandemia, la nascita di una nuova classe media planetario (centinaia di milioni di persone in Cina, India ed altri Paesi emergenti) sta probabilmente dando vita al maggiore sconvolgimento sociale che abbiamo mai visto a livello globale. Ne siamo già consapevoli: il ceto medio sfuma progressivamente nei Paesi industrializzati e cresce nelle nazioni che stanno emergendo a livello economico. 

Questa importantissima fascia di popolazione diventa ogni giorno più consapevole dei processi economici e culturali che influenzano il pianeta e, piuttosto che alle guerre, in qualunque parte del mondo si collochino queste persone sono interessate alla stabilità del pianeta ed al loro benessere. Mentre i loro antenati celebravano il giorno in cui i loro figli partivano per la guerra, oggi una delle preoccupazioni che si sta diffondendo è quella di garantire ai ragazzi l’iscrizione a una buona università. Che dire? Persone lungimiranti.

Questa centralità degli indicatori economici e di benessere ci deve far riflettere. L’economia si è sostituita agli armamenti come parametro di potere globale. A livello internazionale, è chiaro che in futuro una nazione potrà mantenere il suo status attraverso il potere economico che, a sua volta, nasce dallo sviluppo scientifico e tecnologico.

“Il tempo è l’unico capitale che tutti gli uomini possiedonoe che nessuno può permettersi di perdere”

Thomas Alva Edison

A cura di Angelo Deiana

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Mario Mantovani è il nuovo presidente di Manageritalia

Mario Mantovani è il nuovo presidente di Manageritalia. Il nuovo numero uno è stato eletto al termine della 95a Assemblea Manageritalia, che si è tenuta ieri pomeriggio collegando in diretta streaming 250 delegati in rappresentanza degli oltre 37mila manager associati.

Chi è Mario Mantovani

Il nuovo presidente di Manageritalia ha ricoperto la carica di vicepresidente negli ultimi 8 anni e riveste ruoli direttivi per varie organizzazioni.

Laureato in Economia e commercio, ha maturato oltre 30 anni di esperienza in primarie aziende nazionali e multinazionali, operando come direttore generale o amministratore delegato.

Alla vicepresidenza sono stati eletti Antonella Portalupi, attualmente advisor PwC e Roberto Beccari, amministratore delegato LVMH Watch & Jewelry Italy SpA.

Le prime parole del nuovo presidente di Manageritalia

Al termine dell’elezione e successivamente alla nomina, Mario Mantovani ha affermato: “Guidare Manageritalia in un momento così drammatico è una sfida che richiede la coscienza di chi siamo e cosa siamo chiamati a fare. Come manager innanzi tutto: impegnati a mantenere vive le nostre imprese, ma anche a progettare le fasi successive di ripartenza”. E inquadrando il momento: “Nei nostri settori la crisi dovuta alla pandemia ha portato a veri e propri crolli di fatturato – pensiamo al turismo – che in alcuni segmenti potrebbero comportare riduzioni permanenti. Ma in altri – servizi digitali, fintech, retail online – la crescita è rapida e accelera le trasformazioni del lavoro anche nei settori più tradizionali”.

Parlando del ruolo di Manageritalia ha detto: “Siamo un sindacato di tutela e di sviluppo. Difendiamo i nostri colleghi nelle situazioni di crisi e nei loro diritti, anche dopo la vita lavorativa attiva, ma siamo consapevoli che crescita e sviluppo – aziendali e professionali – sono la garanzia più efficace. Perciò non credo sia contraddittorio sviluppare i nostri contratti collettivi nazionali e lavorare insieme a Confcommercio per favorire nascita, sviluppo e consolidamento delle imprese”.

Un ruolo che non finisce qui, infatti ha chiuso Mantovani: “Insieme a CIDA – con tutta la dirigenza pubblica e privata del Paese quindi – cerchiamo ogni giorno un’interlocuzione attiva con Governo e Parlamento. Purtroppo mi pare che si facciano pochi passi avanti nella definizione della governance e dell’organizzazione operativa che dovranno guidare l’esecuzione delle centinaia di progetti da finanziare con le enormi risorse dei piani NextGenerationEU e degli altri piani europei. Non credo sembri ovvio solo a noi che serviranno molti manager”.

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La firma digitale è ora più “consapevole” con l’app Confirmo

La firma digitale è sempre più un prezioso strumento di lavoro, soprattutto ora che molti professionisti sono in smart working. Metterla su un documento è semplicissimo, per questo bisogna valutare ciò che si sta firmando. Per questo potrebbe risultare molto utile Confirmo, una app che digitalizza i processi relativi al consenso consapevole di un documento da firmare, favorendo maggiore comprensione, trasparenza e tutela legale.

La mission di Confirmo

Attraverso tecnologie multimediali e con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, l’app fornisce agli utenti che devono sottoscrivere, per esempio, un consenso informato, un contratto, un’informativa o una liberatoria, tutte le informazioni utili, certificandone la reale comprensione prima di apporre la firma digitale.

L’idea è di una start up di giovani professionisti nello sviluppo di software, strategie digitali e user experience. Marco Cappellini, esperto in digital transformation nel settore sanitario, ne è il fondatore e ha dato vita al progetto dopo avere constatato le difficoltà legate alla gestione dei consensi informati dei pazienti da parte degli operatori ospedalieri. 

“Abbiamo iniziato la nostra avventura affrontando il tema del consenso informato in ambito sanitario. Spesso quest’ultimo è un processo visto e considerato come un mero atto burocratico; nella maggior parte dei casi, il documento non viene firmato dal paziente in modo consapevole, generando un gap di comunicazione che può sfociare in reclami e cause – spiega Marco Cappellini – Ci siamo presto resi conto che queste problematiche sono presenti anche in altri settori come quello bancario e assicurativo. Complessivamente, si registrano oltre 100.000 cause all’anno nei diversi ambiti tra sanità, banche e assicurazioni. Basti infatti pensare ai prospetti informativi che normalmente bisogna firmare e che molto spesso non iniziamo neanche a leggere. In un tale scenario, l’obiettivo di Confirmo è quindi quello di aiutare a standardizzare i processi comunicativi verso l’utenza, preoccupandosi, soprattutto, di verificare la comprensione dei contenuti prima di generare e far firmare il documento. In questo modo, Confirmo intende agevolare il passaggio da un consenso informato a un consenso realmente consapevole”.

Come funziona Confirmo

Ma come funziona questa app? Semplicemente informa l’utente, interagisce con lui e lo assiste durante il processo di acquisizione delle competenze. Grazie al suo motore di valutazione della comprensione, certifica, attraverso le risposte dell’utente, che abbia effettivamente capito ciò che gli è stato comunicato. L’app genera la documentazione, procede alla firma digitale e archivia le informazioni in modo che siano facilmente consultabili.

Dopo avere fornito le credenziali per accedere al sistema, ha inizio il percorso multimediale che spiega in ogni dettaglio gli aspetti inerenti al documento che si andrà a firmare. 

L’app propone alcune schermate di controllo per verificare la correttezza dei dati dell’utente e la procedura che gli è stata assegnata. Le schermate comprendono testi e infografiche, filmati e animazioni. L’utente può interagire e ricevere informazioni sui contenuti del documento e chiedere ulteriori chiarimenti che gli saranno poi utili per rispondere correttamente al test di comprensione. Il percorso si conclude nel momento in cui tutte le risposte alle domande sono corrette. 

Al termine della procedura, Confirmo genera il file del documento firmato riportando anche i risultati del test di apprendimento. Il documento viene firmato con firma elettronica avanzata (FEA) o firma elettronica qualificata (FEQ), secondo i modi previsti dai regolamenti europei e italiani, e archiviato in una infrastruttura cloud per la conservazione sostitutiva a valor legale che garantisce la massima sicurezza dei dati. 

Ad oggi, Confirmo è l’unica soluzione che mette insieme tutti questi aspetti in un’unica app, favorendo i processi di trasformazione digitale. La utilizzano organizzazioni sia pubbliche che private come Fondazione Poliambulanza a Brescia, Novartis, IFO di Roma.

“Abbiamo ad oggi erogato oltre 60.000 documenti firmati con successo, nel 98% dei casi terminati dagli utenti con feedback positivo e di questi nessuno ha attivato reclami o cause – commenta Marco Cappellini – Il mercato a cui ci rivolgiamo è molto ampio: parliamo di tutte quelle organizzazioni che hanno necessità di far firmare consapevolmente ogni sorta di documentazione. Nel mondo vale oltre 50 miliardi di euro, in Europa 7 miliardi mentre in Italia siamo a 750 milioni di euro dei quali contiamo di conquistare il 2% nei prossimi tre anni. Confirmo è stata recentemente selezionata dal Texas Medical Center a Huston con il quale ha avviato un progetto di collaborazione che ha l’obiettivo di rendere la start up italiana un progetto internazionale. È stata, inoltre, scelta tra più di 100 start up per il programma di accelerazione di LUISS ENLABS”.

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Smart working: una necessità che per molti è un’opportunità. Eppure…

Lo smart working continua a far discutere, soprattutto in un momento di grande incertezza, non solo lavorativa. E continuano a circolare opinioni su come il lavoro a distanza sia utile e produttivo. Un recente sondaggio di ANRA, Associazione Nazionale dei Risk Manager, e Aon, ha indagato su come sia cambiato il rapporto con lo smart working rispetto al periodo di lockdown e fotografato il nuovo approccio del tessuto imprenditoriale italiano alle modalità di lavoro alternativo.

Chi è rientrato in ufficio e chi continua a lavorare da remoto

Secondo lo studio, è rientrato in modo prevalente in sede solo il 16% dei lavoratori. Gli italiani hanno dunque apprezzato i vantaggi di una maggiore flessibilità lavorativa: potendo scegliere, il 58% dei lavoratori bilancerebbe durante la settimana giornate in ufficio e lavoro da remoto, con una leggera prevalenza del secondo. Pianificazione, gestione e controllo delle attività a distanza sembrano non costituire più una grande difficoltà: se durante il lockdown erano al primo posto delle preoccupazioni dei rispondenti, con il 33%, ora il dato è dimezzato (17%).

Anche la produttività non ne ha risentito: infatti il campione maschile sostiene in misura doppia rispetto a quello femminile, che la propria azienda sia stata impattata in maniera importante dalle problematiche nei rapporti con clienti o terze parti: ne è convinta una percentuale di uomini quasi doppia rispetto alle donne (28% vs 17%). 

Qualche dubbio resta, ma sono in via di risoluzione. Vi sono alcune criticità individuate ad aprile: quelle organizzative e/o di comunicazione interna (27%), e quelle relative allo stato d’animo e ingaggio dei lavoratori (26,7%), entrambi risaliti in classifica rispetto alla prima indagine.

Proprio le fasce più giovani (under 35), insieme alle donne, sono risultate le più sensibili a questi aspetti, con una percentuale maggiore rispetto al campione generale. I dati indicano dunque come la modalità di lavoro da remoto, se da un lato ha superato con successo le iniziali difficoltà pratiche e organizzative, a lungo andare mostri invece criticità nelle modalità di comunicazione e negli aspetti più psicologici e relazionali. 

I dati cambiano profondamente in base alle fasce d’età e al genere. Poco più del 30% degli over 56 tra maggio e settembre ha continuato a lavorare da casa, contro il 60% degli under 35: questo è probabilmente dovuto al fatto che è stato preferito e facilitato il rientro in azienda delle figure chiave e/o apicali, che il più delle volte coincidono con professionisti più maturi. E se più di un giovane su dieci sceglierebbe di lavorare sempre e solo da remoto, la proporzione si inverte tra gli over 56, che invece preferirebbero dove possibile tornare alla scrivania.

Per quanto riguarda lo spaccato di genere, tra maggio e settembre più della metà del campione femminile (54%) ha lavorato a distanza, situazione in cui si è invece trovato poco più di un professionista uomo su tre (35%). È forse una conseguenza di questa disparità anche il fatto che sono proprio le donne (75%) ad affermare di poter svolgere in remoto una quantità maggiore del proprio lavoro, contro il 65% degli uomini. 

Smart working tra vantaggi e svantaggi

Lavorare da remoto e in presenza, alternando le due cose è piaciuto. Quali sono i motivi? Al primo posto la possibilità di costruire un migliore equilibrio tra vita privata e professionale (43%), beneficio principale evidenziato soprattutto dalle fasce più giovani e in particolare dagli under 35 (57%). Seguono l’ottimizzazione del tempo (40%) e la possibilità di gestire con più autonomia gli orari e i carichi di lavoro (34%), un aspetto sottolineato più dagli over 56 e dal campione maschile, e probabilmente frutto di una visione più pragmatica dell’attività lavorativa. Per gli under 35, inoltre, è stato poi molto rilevante il risparmio economico, al secondo posto con il 44%. Un aspetto la cui importanza è stata sottolineata anche dal genere femminile.

È interessante notare come, in generale, gli uomini abbiano dato risposte orientate primariamente agli aspetti professionali e pragmatici, della quotidianità, mentre le donne abbiano assegnato più rilevanza all’ambito organizzativo/gestionale e al bilanciamento tra vita familiare e lavorativa: per una rispondente su tre una delle conseguenze positive del remote working è stato il minore stress (tra gli uomini l’ha citato solo il 23%). Le donne hanno inoltre riscontrato maggiore facilità di concentrazione sul lavoro, in misura doppia rispetto ai colleghi (18% vs 10%).

Al primo posto dei risvolti negativi si trova la difficoltà nel limitare le ore trascorse al lavoro, tuttavia la percentuale di chi lo ha indicato come la problematica principale è diminuita sensibilmente, passando dal 58% al 39%. Verosimilmente, si trattava di un aspetto molto meno gestibile durante il lockdown, dove la possibilità di dedicare tempo ad altre attività era stata sostanzialmente annullata e dunque i tempi dedicati al lavoro prolungati ad oltranza. Al secondo e terzo posto si trovano le difficoltà di interazione e confronto con il team di lavoro e/o con i colleghi (33%) e il senso di solitudine (31%), entrambi risaliti di una posizione rispetto alla prima indagine.

Guardando alle fasce d’età e al genere, lo scenario si fa più variegato: la limitazione delle ore di lavoro è al primo posto delle difficoltà per i lavoratori tra i 36 e i 55 anni e per il campione femminile, mentre, per gli under 35 a pesare maggiormente sono la solitudine e il poco contatto con i colleghi (43%). Gli over 56 mettono invece al vertice le difficoltà di interazione con i colleghi (37%), un risultato molto simile a quello registrato nel campione maschile (35%).

Cosa dobbiamo aspettarci in futuro?

Cosa succederà da qui in avanti? In una fascia temporale tra i 6 e i 18 mesi, più della metà dei rispondenti (52%) prevede di continuare a lavorare in modalità mista, e solo uno su quattro (24%) ipotizza un completo rientro: queste previsioni tuttavia diventano meno probabili man mano che si intensifica la seconda ondata pandemica, dal momento che la scelta di mantenere una prevalenza di remote working dipenderà in larga parte, secondo i rispondenti, dalla volontà di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori (65%). Il graduale rientro in sede, invece, nel 48% dei casi viene attribuito alla generale ritrosia culturale del top management, una percentuale che sale al 65% negli under 35. 

“La tecnologia non aspira a spersonalizzare il lavoro, ma si potenzia con l’interpretazione della componente umana, ovvero di lavoratori competenti, motivati e flessibili” sottolinea Enrico Vanin, AD Aon “Credo si andrà via via verso una Leadership Collaborativa, che abolirà statici ruoli e gerarchie e sarà in grado di perseguire risultati ambiziosi per l’azienda e la comunità in cui opera. I leader di domani dovranno essere adattabili e proattivi al cambiamento, curiosi di sperimentare l’inedito e dotati di social intelligence. Quest’ultima skill permette di ascoltare empaticamente le persone con cui si lavora, di sostenerle e spingerle ad esprimere il loro pieno potenziale”. 

Nonostante il 72% sia convinto che questa evoluzione lavorativa avrà conseguenze prevalentemente positive, il 20% degli under 35 ritiene che da qui a sei mesi si tornerà alle modalità di lavoro tradizionali e ampliando l’orizzonte temporale ai 18 mesi la percentuale sale al 27%. Molto diversa è l’opinione degli over 56: solo il 10% di loro ritiene che la modalità in presenza tornerà ad essere quella principale, ed evidenzia che la scelta di riportare i dipendenti in azienda sarà dettata da concrete esigenze operative (45%). Sono inoltre più cauti nel valutare gli impatti del lavoro da remoto: solo il 47% è infatti sicuro che il suo impatto sarà solamente positivo.

Gli uomini sostengono come valida spinta al mantenimento del lavoro a distanza l’aumento della produttività (tra il 10% e il 12%) che invece sembra non aver alcun peso secondo le donne. Le rispondenti, invece, sottolineano come importanti il maggior benessere dei dipendenti (8%).

“Siamo particolarmente fieri del lavoro svolto nel realizzare questa ricerca unica nel suo genere, che ha come obiettivo quello di approfondire come stia reagendo la filiera del risk ed insurance management ad una trasformazione epocale delle modalità di lavoro ed interazione fino a poco tempo fa inimmaginabili”, conclude Alessandro De Felice, Presidente ANRA, “La nostra community, composta da Risk Manager, intermediari, Assicuratori, Periti ed imprenditori ha mostrato una capacità di adattamento molto rapida, seppur con i limiti e le problematiche che analizziamo, e vede un futuro in cui è in grado di selezionare gli aspetti positivi del ‘remote working’ – quali ad esempio l’accelerazione nell’utilizzo delle tecnologie di connessione remota e la gestione del proprio tempo e responsabilità in autonomia – per realizzare un vero ‘smart working’ nella dimensione della nuova normalità.

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Welfare: ecco i benefits per il Natale preferiti dagli italiani

La pandemia e la conseguente emergenza sanitaria, stanno spingendo le aziende verso una revisione di quelli che sono i programmi, anche quelli in termini di investimenti nel welfare, in particolare per il periodo natalizio.

I benefits preferiti: ecco quali sono

Ma quali sono i benefits maggiormente apprezzati dai dipendenti? Secondo un’indagine condotta da Harris Interactive per Sodexo, azienda leader nei servizi che migliorano la qualità della vita, il buono shopping è lo strumento di gratificazione preferito dall’84% degli italiani in un contesto di smart working.

Un premio che viene preferito a benefits di tipo medicale (82%), servizi di food delivery (74%) e di accesso a consultazioni mediche virtuali (72%). Trend condiviso anche a livello globale dall’86% degli spagnoli e australiani, ma con una percentuale nettamente superiore a tedeschi (75%) e francesi (74%).

E ancora, tra i benefit che secondo i dipendenti italiani andrebbero attivati dal proprio datore di lavoro in questo difficile periodo ci sono proprio i premi immediati con il 44%, il valore più alto a livello internazionale dove la media si ferma al 37%, seguiti da buoni pasto (30%), possibilità di lavorare da casa (25%), benefit finanziari (24%), premi a lungo termine (24%), benefit per la salute fisica (19%) e auto aziendale (14%).

Quella legata ai premi immediati è una percentuale in Italia decisamente superiore a paesi come Cina (34%), Australia (33%) Stati Uniti (31%) e Spagna (29%), mentre è più vicina al sentiment registrato in Gran Bretagna (39%), Francia (40%) e Germania (42%).

Sarà un Natale insolito

Come potrebbe essere altrimenti? Sarà un Natale molto… digitale. Secondo una recente ricerca americana di eMarketer, i consumatori arriveranno a spendere 190,47 miliardi di dollari in acquisti online, facendo registrare una crescita del 35,8% e di conseguenza un incremento di 50 miliardi di dollari nelle vendite rispetto alle festività del 2019.

Gli acquisti “in store”, invece, subiranno un calo del 4,7%, assestandosi a 822,79 milioni di dollari. Sulle basi di queste nuove esigenze Sodexo Benefits&Rewards Services ha pensato di erogare un Pass Shopping, buono acquisto defiscalizzato che garantisce una libertà ad ampio raggio negli acquisti.

Un prodotto fruibile anche su smartphone e tablet, spendibile sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme di e-commerce grazie agli accordi con importanti partner appartenenti a diverse categorie merceologiche.

“La versatilità dei buoni shopping risulta ancora più adatta in una situazione a dir poco complessa come quella che stiamo vivendo. Rappresentano uno strumento importante per le aziende che vogliono ottimizzare i costi del personale e per i collaboratori che possono scegliere tra benefit aziendali, assistenza medico-sanitaria integrativa, opere e servizi o rimborsi per le spese – spiega Sergio Satriano, Managing Director di Sodexo Benefits&Rewards Services – Sono sempre di più le aziende che decidono di prendersi cura dei propri dipendenti, soprattutto in vista del Natale, e i Pass Shopping sono perfetti per valorizzarli, aumentare la produttività e aiutarli a fare acquisti nella maniera più agevole e sicura possibile”.

Ecco, infine, la classifica dei 10 benefit preferiti dai dipendenti italiani in questo periodo:

  1.   Premi immediati Buoni shopping (44%)
  2.   Sovvenzione di buoni pasto (30%)
  3.   Possibilità di lavorare da casa (25%)
  4.   Benefit finanziari (24%)
  5.   Premi a lungo termine (24%)
  6.   Assicurazione medica privata (23%)
  7.   Sovvenzione per i trasporti pubblici (21%)
  8.   Distribuzione di cibo e bevande gratuite (21%)
  9.   Benefit per la salute fisica (19%)
  10.   Corsi di formazione (18%)

All’Hotel Massimo d’Azeglio a Roma arrivano le business room

Come abbiamo visto in precedenti articoli, gli hotel iniziano a guardare sempre con maggiore interesse al mondo del business. A Roma, nel cuore della Capitale, a pochi passi dalla Stazione Termini, vi è l’Hotel Massimo d’Azeglio – uno dei quattro Hotel Bettoja – che propone una nuova soluzione per il Business: la Business Room.

Cosa sono le business room?

Sono delle suite spaziose, luminose e funzionali, dotate di due ambienti separati: la camera da letto, il cui interior design offre eleganti tessuti, dettagli di stile e una innovativa tecnologia, materasso Simmons king-size, scrivania, accappatoio, mini-bar e kit di cortesia e “l’area lavoro”, in cui è possibile trovare un nuovo spazio dove è possibile dedicarsi allo smart working o finalizzare business meeting, grazie al tavolo riunioni che può ospitare fino a 4 persone con a disposizione tv a schermo piatto adatta per presentazioni, macchina caffè Nespresso, bollitore con selezione per thè e tisane, servizi privati per lavorare in tutta libertà e disponibile h24, 7 giorni su 7.
 
Presso l’Hotel Massimo D’Azeglio, è previsto anche lo sconto del 15% sui servizi Bar, al Ristorante Massimo d’Azeglio, sempre aperto per chi pernotta in hotel e nell’adiacente garage.

Una soluzione pratica ed utile per i businessman che cercano nella Capitale un’idea efficace per i propri incontri di lavoro in sicurezza, oltre che in piena efficienza.

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Farsi crescere la barba per esprimere la propria personalità

Sempre più uomini scelgono di farsi crescere la barba. Più o meno lunga, non è importante, ma viene da molti considerato un “accessorio di bellezza”. Ma la barba trasmette molto di più: serve per esprimere la propria personalità.

Attraverso lo stile della propria barba, gli uomini incerti ma ambiziosi possono riprendere il controllo, esprimendo la propria individualità senza alcuno sforzo.

Braun, tra le aziende leader mondiali per gli strumenti dedicati alla bellezza maschile ma non solo, ha lanciato una novità mondiale: il manifesto “Say It With A Shave”, approfondendo al suo interno i comportamenti che riguardano i 10 tratti maschili più desiderabili e aiutando così gli uomini a scoprire il look perfetto che fa per loro.

Analizzando le risposte di oltre 1.000 uomini italiani e degli insight del Behaviouralist e del Grooming Expert Jez Rose, Braun ha ideato nuovi rasoi per aiutare gli uomini a esprimere sé stessi attraverso il look della propria barba.  

Per far capire quale sia il look perfetto per ciascuno, Braun si è rivolta al Brand Ambassador e Barber Dan Gregory per mostrare come fare. Con la flessibilità e la versatilità dei rasoi Braun Series 5, 6 e 7, qualsiasi personalità può prendere vita, esprimendola al meglio tramite la propria barba.

Il Behaviouralist Jez Rose ha commentato: “La campagna ‘Say It With A Shave’ di Braun arriva in un momento importante in cui sempre più gli uomini cercano di rendere nota la loro personalità attraverso lo styling della propria barba. La libertà di espressione individuale, la creatività e la fiducia in sé stessi sono tutti fattori importanti per il benessere psico-fisico di ciascuna persona. Con i nuovi Series 5, 6 e 7 che rendono più facile che mai la creazione di un’ampia gamma di stili, gli uomini possono esprimere facilmente e prontamente la loro personalità e identità, attraverso lo stile della propria barba. La salute mentale e l’inclusione sociale sono aspetti importanti a livello globale e la campagna di Braun arriva in un momento in cui gli uomini non hanno mai avuto così tanto coraggio di esprimersi al meglio”.

I risultati del sondaggio Braun

Cosa ci ha detto il sondaggio effettuato da Braun? I risultati sono piuttosto indicativi…

  • Il 47% degli uomini ritiene che la barba sia un fattore importante per esprimere l’individualità.
  • Il 45% degli uomini crede che nel 2020 ci sia più libertà che mai di sperimentare con stile.
  • Il 30% degli uomini sente l’esigenza di cambiare lo stile della propria barba e la propria grooming routine una volta ogni due mesi. 
  • Secondo più di un terzo (42%) degli uomini intervistati la sperimentazione è il fattore trainante per motivare un cambiamento nello stile; per il 33%, invece, il reinventare sé stessi. 
  • Mentre la sperimentazione e il reinventare sé stessi sono il motore, l’unicità e la creatività sono l’obiettivo. Per il 51% degli uomini, l’aspetto creativo e unico è l’obiettivo principale per provare un nuovo stile di barba.
  • La sicurezza è di gran lunga considerata la caratteristica principale che rende l’uomo più desiderabile (25%), nonché una delle caratteristiche più importanti dell’uomo del 2020 (22%).

Contributi e white paper per far crescere le imprese: ecco la nuova rubrica “Punti di vista di GoDaddy”

Quello che stiamo attraversando è un periodo di profondi cambiamenti, con la pandemia legata al Coronavirus che ha rivoluzionato molte abitudini consolidate sia nella vita quotidiana che nelle tendenze di acquisto, con la crescita esponenziale dell’online. 

Per le aziende, dunque, è diventato fondamentale saper cogliere tutte le opportunità offerte dagli strumenti digitali: per questo motivo GoDaddy ha creato la nuova rubrica “Punti di vista” che raccoglie approfondimenti e white paper realizzati da professionisti del settore digital, così da affrontare i principali cambiamenti in corso e offrire spunti e consigli su tematiche legate al business digitale. 

E-commerce, advertising, digital marketing e social media sono solo alcuni degli argomenti che verranno affrontati per fornire un supporto concreto a PMI, microimprese e professionisti che si trovano a dover rispondere ai nuovi bisogni dei consumatori in un contesto completamente nuovo. 

Tra i vari contributi che saranno disponibili sul blog di GoDaddy in modo totalmente gratuito troviamo l’approfondimento su “Social Media Advertising Trends 2020” di Francesco Colicci, imprenditore e marketer che ha lavorato per Facebook e guida oggi il Marketing di Hootsuite, che parlerà degli ultimi trend riguardanti l’advertising sulle piattaforme social. Simone Cosimi, speaker e giornalista che collabora con testate nazionali come La Repubblica, Wired e StartupItalia, spiegherà i cambiamenti nelle modalità di acquisto degli italiani e la crescente integrazione tra online e offline nel white paper “Gli acquisti online in Italia: dal lockdown allo showdown”. 

“Il futuro dell’ecommerce non è omnichannel. Il futuro dell’ecommerce è online” è invece il titolo dell’articolo di Giovanni Cappellotto, consulente ed esperto di strategie di vendita online che spiegherà i principali trend presenti e futuri dell’e-commerce. Seguiranno poi il white paper di Miriam Bertoli (Piccoli business, grandi risultati: strategie di marketing digitale per competere con successo), docente e consulente di digital marketing che spiegherà come le piccole imprese possono sfruttare il marketing digitale per crescere e trovare nuovi clienti, mentre l’approfondimento di Ruben Santopietro, esperto di digital marketing e fondatore di Marketing Italia, dal titolo “Made in Italy e innovazione digitale”, tratterà dei modi in cui le eccellenze italiane possano trovare nel digitale un punto di svolta per affermarsi ed emergere anche all’estero. 

I white paper e i contributi non finiscono qui, per conoscere tutti gli approfondimenti basta seguire la rubrica “Punti di vista” sul blog di GoDaddy, così da non perdere le ultime novità e tendenze del settore digital, utili per far crescere il proprio business online e stare al passo con i tempi. 

Tassi di assunzione in crescita, ma il Covid-19… I dati di LinkedIn

Assunzioni in Italia: il dato torna a salire, ma c’è un ma…  Secondo gli ultimi dati raccolti da LinkedIn, social network professionale, è improbabile che la situazione possa migliorare a un ritmo tale da compensare la disoccupazione in aumento nel Paese. I dati suggeriscono che, con l’Italia alle prese con il contenimento di COVID-19, le assunzioni potrebbero aver raggiunto ora il tetto massimo. Infatti, l’indice del tasso di assunzioni di LinkedIn (LinkedIn hiring rate) ha toccato il punto massimo di crescita con un +8% rispetto all’anno scorso.

Ma cosa succederà adesso?

Esisterebbero delle vere e proprie nicchie di lavoro, nelle quali i tassi di assunzione continuano a crescere, con oltre 14 milioni di offerte di lavoro aperte su LinkedIn a livello globale. I datori di lavoro italiani stanno attualmente assumendo soprattutto Software Engineer, Software Developer e addetti alla vendita. Inoltre, il social network ha identificato 10 ruoli professionali che hanno registrato una crescita costante negli ultimi anni, e per i quali prevede che in futuro la domanda da parte dei datori di lavoro continuerà a crescere, tra i quali Digital Marketer, Graphic Designer e Data Analyst. Le competenze digitali, in particolare, sono molto richieste, e LinkedIn prevede che il settore tecnologico genererà 150 milioni di posti di lavoro a livello globale nei prossimi 5 anni.

“Con l’aumento dei casi di COVID-19 e la possibilità di un secondo lockdown, c’è una forte ansia in tutto il Paese riguardo a ciò che potrà accadere nel mondo del lavoro. Molte persone che lavorano nei settori più duramente colpiti dalla pandemia, come i Viaggi, lo Spettacolo e l’Ospitalità, quest’anno hanno visto la loro vita e i loro mezzi di sussistenza completamente distrutti, e si stanno interrogando su cosa fare dopo. Concentrarsi sulle competenze trasferibili può contribuire ad aprire le porte di una varietà di ruoli che le persone potrebbero non aver considerato in precedenza. Le competenze possono essere applicate a diverse tipologie di posizioni e settori, creando nuove opportunità di lavoro. Allo stesso modo, investire tempo nello sviluppo di nuove competenze, essere proattivi nella ricerca di un lavoro e coinvolgere la propria rete professionale è fondamentale per trovare rapidamente un nuovo posto.” afferma Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn per l’Italia

I consigli di LinkedIn per trovare lavoro

Non è impresa da poco, eppure il social dei professionisti, sulla base dei suoi dati fa emergere una serie di consigli che vi riportiamo:

Fare leva sul proprio network di contatti: la propria rete è un buon punto di partenza per aiutarci a trovare un nuovo lavoro e può essere un’ottima risorsa per consigli e supporto. Anche solo 50 connessioni possono fare una grande differenza. Si può iniziare aggiungendo le persone che conosciamo nel quotidiano, come la famiglia, gli amici e i colleghi. E’ possibile che un amico sia collegato a qualcuno che lavora per un’azienda che sta assumendo.

Richiedere una referenza: i candidati ad una posizione su LinkedIn hanno quasi fino a 4 volte in più la probabilità di ottenere un lavoro presso un’azienda nella quale hanno contatti. Quando ci si rivolge al proprio network di contatti, è utile ricordare loro perchè li si conosce e perché pensiamo di essere adatti per la posizione alla quale ci siamo candidati.

Impostare gli avvisi di lavoro (job alerts): le persone alla ricerca delle aziende che stanno attualmente assumendo, è utile sapere che il team di LinkedIn News tiene traccia delle aziende italiane che stanno assumendo per più di 50 ruoli a questo LINK. È utile esplorare la pagina Offerte di lavoro e fare ricerche in base a criteri specifici, come ad esempio titolo professionale, posizione, lavoro da remoto, settore o azienda. Si possono impostare anche avvisi per ricevere notifiche su nuove offerte di lavoro quando una nuova posizione disponibile corrisponde ai propri criteri di ricerca, in modo da poter essere i primi a candidarsi.