Ranstad: ecco le 10 ragioni principali per cui i lavoratori scelgono di lasciare un’azienda

Il concetto di lavoro in sé è molto cambiato negli ultimi anni. Una maggiore possibilità di ricorrere allo smartworking, il lavoro flessibile, il lavoro ibrido: gli italiani ne hanno sperimentate di situazioni rispetto alle classiche 8 ore di impegno quotidiano.

La valutazione dell’impiego, quindi, non può prescindere da un’attento studio delle possibilità che il mercato del lavoro offre.

Le relazioni professionali con i colleghi e superiori, la richiesta di un aumento di stipendio, la possibilità di richiedere di lavorare in smart working, dalle opportunità di carriera a quelle di specializzazione, dal clima aziendale al desiderio personale di cambiare: sono tutti fattori che oggi chi cerca un lavoro tiene fortemente in considerazione. Per capire meglio verso quale direzione si sta andando, Randstad ha stilato un decalogo delle 10 ragioni principali per cui i lavoratori scelgono di lasciare un’azienda.

Il decalogo dei motivi per le dimissioni

Ecco quali sono le motivazioni che spingono dipendenti, collaboratori e professionisti a dimettersi dal proprio posto di lavoro e cercare qualcosa di diverso.

  1. Relazioni professionali con i colleghi e i responsabili. La prima ragione per cui i lavoratori lasciano un’azienda è il rapporto con i colleghi di livello pari o superiore, anche se non conflittuale.
  1. Il contenuto del lavoro. Molte persone cambiano lavoro alla ricerca di un contenuto qualcosa di più interessante e stimolante, di quello attuale, più in linea con le aspettative del ruolo professionale che vogliono ricoprire.  
  1. I valori aziendali. Ma non c’è solo il tipo di lavoro. I compremessi oggi sono meno accettati rispetto al passato e si cerca sempre più un’azienda con gli stessi valori di chi ci lavora.
  1. Lo stipendio. Non c’è niente da fare, oggi ciascuno di noi si assegna un valore basato su competenze ed esperienza e pretende che tale valore sia rispettato. La leva economica oggi è particolarmente attrattiva per i lavoratori senior, meno per i giovani per cui sono altri i fattori cruciali.
  1. Il tempo. L’equilibrio tra vita privata e professionale è stato messo a dura prova durante il lockdown. Oggi i lavoratori sono meno propensi a sacrificare il tempo libero e possono scappare da condizioni “tossiche”, in cui l’attività professionale invade totalmente quella privata.
  1. Le opportunità di crescita. I più giovani cercano prospettive di crescita, step professionali rapidi, stimoli continui. L’offerta di percorsi di carriera strutturati e ambiziosi è uno degli elementi di attrazione dei candidati.
  1. La specializzazione. Crescere professionalmente è un’opportunità che è fortemente desiderato. Le aziende più apprezzate sono quelle che offrono possibilità di formazione.
  1. Il clima. L’ambiente è fondamentale e il clima in ufficio è determinante per il benessere di chi ci lavora. Se non è positivo, l’attrattiva per un’azienda è certamente minore.
  1. Il lavoro da remoto. È una novità arrivata con la pandemia: molti lavoratori cercano espressamente offerte di lavoro che consentano di svolgere l’attività a distanza, magari da luoghi diversi dagli uffici delle grandi aree urbane, con maggiore flessibilità sugli orari e improntati al raggiungimento di obiettivi
  1. Il desiderio di cambiare. Delle volte cambiare il posto di lavoro può significare dare un taglio alla quotidianità per aprirsi a nuove sfide, stravolgere completamente la propria vita per mettersi alla prova con un’avventura che dia un nuovo significato al proprio percorso.

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Il linguaggio del corpo: una buona prima impressione è importante!

Vi siete mai trovati in una situazione sul lavoro o in un colloquio, in cui vi sentivate osservati più del solito? Beh, probabilmente il vostro interlocutore stava osservando il vostro linguaggio del corpo.

È evidente che ci sono parole non dette che il corpo non riesce a trattenere e chi conosce tali gesti (a volte involontari) possono raccontare molto di noi e del nostro stato d’animo.

Gesti come mangiarsi le unghie, non mantenere un contatto visivo o avere una postura scorretta, potrebbero dare un’impressione sbagliata, oltre a far perdere interesse a selezionatori, colleghi e superiori.

Lenstore ha realizzato un sondaggio, intervistando diversi lavoratori italiani, per scoprire quali sono gli atteggiamenti che trovano più fastidiosi durante i colloqui e le situazioni che fanno vacillare l’autostima sul posto di lavoro. 

Fare una buona prima impressione al lavoro

Il sondaggio ha coinvolto 1.000 impiegati in tutta Italia per scoprire quali sono le tecniche di linguaggio del corpo più intimidatorie adottate dai selezionatori.

Il testa alla classifica con oltre il 60% degli intervistati, la tecnica che più distrae è guardare il cellulare o controllare i messaggi. Al secondo posto troviamo i selezionatori distratti che, ad esempio, guardano fuori dalla finestra o sbirciano lo schermo del computer. Si classificano al terzo posto quelli che assumono un’espressione assente o aggressiva. Quasi metà degli intervistati afferma infatti che questo è l’atteggiamento che più li avrebbe scoraggiati. A quanto emerge dallo studio sarebbero le donne a risentire maggiormente di quest’ultimo atteggiamento.

La ricerca ha messo in evidenza che sono sufficienti sette secondi per farci un’idea di qualcuno quando lo incontriamo per la prima volta. Ciò significa che i primi minuti di un colloquio di lavoro sono cruciali per fare l’impressione giusta.

Kirsty Hulse, fondatrice di Roar! Training sostiene che dobbiamo capire cosa ci dà una sferzata di autostima. “Pensa a come ti senti quando trasudi sicurezza. Come saluti le persone? Con che atteggiamento entri in una stanza? Indipendentemente dal carattere, tutti possiamo proiettare un’immagine vincente”.

La sicurezza in sé è fondamentale: ecco qualche consiglio per fidarsi di sé stessi.

  1. Inclinati in avanti

Liz Sebag-Montefiore, career coach, dice che è importante inclinarsi in avanti quando rispondi a una domanda in un colloquio di lavoro. In questo modo, il selezionatore capisce che sei presente nella conversazione e stai prestando attenzione. E se il colloquio avviene tramite videochiamata? In questo caso, non è semplice adottare molte delle tecniche che vedremo. Tuttavia, assicurati che la tua sedia sia alla giusta distanza dalla scrivania per mostrare che ti stai avvicinando allo schermo quando parli.

  1. Stabilisci un buon contatto visivo 

Stabilire un buon contatto visivo comunica al selezionatore che ti interessa la conversazione. Inbaal Honigman, esperta di linguaggio del corpo e misticismo, sostiene che i candidati dovrebbero guardare il selezionatore negli occhi quando parlano. Tuttavia, suggerisce di distogliere lo sguardo quando finiscono di parlare per dare al selezionatore il tempo di pensare.

  1. Mantieni le espressioni facciali rilassate

Mentre pensi alle risposte da dare o ascolti il selezionatore, ti potrebbe capitare di contrarre i muscoli facciali, strizzare gli occhi o dimenticarti di sorridere. Ricordati di fare un bel respiro, rilassa i muscoli e sorridi quando sembra il momento giusto. Metterà sia te che il selezionatore più a vostro agio. 

  1. Fai gesti spontanei ma consapevoli

Liz Sebag-Montefiore sostiene che tenere la mano sulla guancia e gesticolare con i palmi aperti sono gesti utili per far sapere al selezionatore che stai pensando attentamente alle tue risposte. Al contrario, inclinare la testa quando il selezionatore sta parlando mostra che ti stai impegnando per mantenere viva la conversazione.

  1. Vestiti adeguatamente

Nell’era dell’immagine, vestirsi in modo adeguato è fondamentale. Inbaal Honigman suggerisce di optare per colori neutri come blu marino, marrone, kaki e grigio. Sono infatti queste le sfumature che esprimono sicurezza senza risultare impegnative. 

E se il colloquio è online? Anche in questo caso è bene seguire questi consigli:

  • Guarda la webcam: mantieni la concentrazione sulla videocamera mentre parli. Non fissare le altre persone sullo schermo: per chi ti guarda è come se stessi sbirciando in basso o di lato.
  • Siediti in modo composto: appoggiarsi allo schienale oppure ondeggiare sulla sedia possono essere abitudini difficili da estirpare, soprattutto quando si lavora comodamente da casa. Durante la presentazione, ricorda di tenere la schiena dritta e di tirare indietro le spalle.
  • Gesticola: le ricerche indicano che gesticolando il valore delle parole aumenta del 60%. Se normalmente muovi molto le mani e le braccia quando parli, puoi farlo anche in videochiamata.

Cosa evitare quando si fa un colloquio? Ecco 4 consigli utili ricordando sempre che il 55% della comunicazione è di tipo non verbale. 

  1. Postura tesa

La postura può avere un grande impatto sul modo in cui le persone ti percepiscono, ma può essere difficile da correggere, specialmente quando sei in ansia. Liz Sebag-Montefiore consiglia di evitare di sedersi mantenendo una postura troppo rigida, con le braccia incrociate o sul bordo di una sedia. C’è infatti il rischio di sembrare tesi e intimiditi, o addirittura ostili, quindi tieni le spalle e la schiena il più dritte possibile.

  1. Irrequietezza

Non tormentare le unghie o dondolare la gamba accavallata. I gesti irrequieti possono dare l’impressione che la situazione ti abbia stancato o che non riesci a interagire bene con gli altri.

  1. Espressioni facciali tese

Le espressioni facciali tese, come fronte corrugata, mascella serrata e labbra increspate, tradiscono l’ansia provata. Se non sai quali espressioni adottare, prova a copiare quelle del selezionatore: se sorride, fallo anche tu per alleviare la tensione.

  1. Toccare gli oggetti circostanti

Inbaal Honigman sostiene che bisognerebbe evitare gesti come toccarsi gli occhiali. Questo perché può essere interpretato come un segno di disagio o un tentativo disperato di essere apprezzati.

Cosa mette a disagio un collaboratore o dipendente?

Secondo lo studio ci sono alcune situazioni che possono davvero mettere in difficoltà dal punto di vista psicologico collaboratori e dipendenti. Ecco quali sono:

1. Chiedere un aumento (31%)

2. Chiedere una promozione (30%)

3. Parlare in pubblico o tenere una presentazione di fronte a colleghi e superiori (28%)

4. Dovere affrontare situazioni conflittuali sul posto di lavoro (28%)

5. Essere sottoposti ad una valutazione delle proprie prestazioni (20%)

6. Parlare al proprio capo o manager (18%)

7. Chiedere le ferie (14%)

Dubai: novità fiscali per il 2023

Dubai è noto in tutto il mondo, tra le altre cose, per essere il Paese dalla fiscalità azzerata: offre, infatti, la possibilità di costituire società in una delle sue Free Zone, aree defiscalizzate che permettono di dar vita a una società, di varia tipologia, a imposta assente. 

Tuttavia, una novità è in arrivo: il Ministero delle Finanze degli Emirati Arabi Uniti ha annunciato, infatti, che il governo degli UAE introdurrà un’imposta federale sugli utili delle imprese, che sarà effettiva per gli esercizi finanziari a partire dal 1° giugno 2023.

Tale misura riservata alle sole società allocate nel Mainland, rappresenta una vera rivoluzione nel sistema della fiscalità emiratina, che, comunque, non perde il suo aspetto vantaggioso.

“Così come esistono i paradisi fiscali, esistono gli inferni fiscali”, afferma Daniele Pescara, che da oltre dieci anni, alla guida della sua Falcon Advice costituisce società negli UAE per i suoi clienti, fungendo da ponte per gli imprenditori e gli investitori italiani, e non solo, a Dubai. “I vantaggi delle free zone di Dubai ci sono e resteranno tali: le società costituite o che vengono trasferite in queste zone franche godranno del completo beneficio fiscale”.

Il primato emiratino, che elegge gli UAE a vero paradiso fiscale, continua a non temere confronto: va specificato che saranno tassati gli utili delle imprese oltre i 375.000 Dirham (90.800 euro circa) al 9%, con un’aliquota che è e rimane la più bassa al mondo nelle imposte sulle società.

Nel dettaglio: rimarrà lo 0% per il reddito imponibile fino a AED 375.000; verrà introdotto il 9% per il reddito imponibile oltre a AED 375.000, nonché un’aliquota fiscale differente per le grandi multinazionali che rispondono a specifici criteri stabiliti con riferimento al “Pillar TWO” del Progetto dell’OCSE.

L’obiettivo finale di questa riforma è quello di soddisfare gli standard internazionali per la trasparenza fiscale, così da incoraggiare le imprese a consolidare ed ampliare le proprie attività nei Paesi del Golfo Persico.

L’imposta si applicherà senza differenziazione a tutte le tipologie di imprese e attività commerciali, ad esclusione dell’estrazione delle risorse naturali. Coinvolgerà enti e persone fisiche straniere che svolgono attività commerciali in modo continuativo e regolare presso gli Emirati Arabi Uniti.

“L’adeguamento di tassazione sulle società sarà competitivo e il migliore della categoria” ha assicurato il sottosegretario al Ministero delle Finanze Younis Haji Al Koori, che spiega inoltre come questa manovra riuscirà a rafforzare la posizione degli Emirati Arabi come hub leader a livello mondiale per le imprese e per gli investimenti. Lo stesso sottosegretario ha affermato che le norme sono volte a tutelare privati e startup, agevolando gli investimenti e la crescita interna, e per questo molto “generose”. Le imprese, poi, saranno incoraggiate a stabilire i propri business nel Paese, tenendo conto del fatto che gli incentivi fiscali nelle zone franche degli UAE rimarranno in vigore.

La nuova imposta, che prende il nome di “imposta sul reddito delle società” o “imposta sugli utili delle imprese” in altre giurisdizioni, si calcola sulla base del reddito netto oppure sul profitto delle diverse imprese. 

Il sistema fiscale delle società degli Emirati Arabi Uniti si baserà, dunque, sulla residenza, prevedendo la tassazione dei profitti mondiali delle imprese dei residenti nel loro territorio: i non residenti saranno tassati sul reddito d’impresa proveniente dagli EAU.

Precisamente, tutte le imprese degli Emirati Arabi Uniti saranno soggette alla nuova imposta sulle società, eccezion fatta, come detto precedentemente, per le società che operano nel settore dell’estrazione di risorse naturali.

È bene ribadire che tutte le società allocate nelle Free Zone di Dubai sono e resteranno completamente esentasse.

Ciò non toglie che tutte le società nelle Free Zone dovranno comunque seguire la procedura di registrazione e presentazione della dichiarazione dei redditi: la differenza sta nel fatto che il loro sistema di tassazione continuerà a seguire le agevolazioni e gli incentivi, se si rispettano i requisiti normativi e non conducendo affari con le società nel Mainland.

A presidiare il rispetto della nuova normativa fiscale opererà la Federal Tax Authority, l’autorità governativa responsabile dell’amministrazione, della raccolta e dell’applicazione della tassa in oggetto. Tuttavia, il Ministero delle Finanze rimarrà l’autorità governativa di controllo ai fini degli accordi bilaterali o multilaterali e dello scambio internazionale di informazioni a fini fiscali.

Sebbene, dunque, i più oculati imprenditori si siano originariamente rivolti a Dubai proprio per il suo sistema fiscale di favore, si trovano oggi a doversi districare tra procedure nuove e cambi di rotta: per farlo in sicurezza e trasparenza occorre l’aiuto di un consulente specializzato.

Daniele Pescara si distingue dalla massa dei consulenti di Dubai, grazie a un supporto tecnico bancario, e soprattutto per l’opportunità di usufruire della garanzia “soddisfatto o rimborsato”.

“Alcuni imprenditori, col tempo, si sono convinti a spostare i loro interessi nel Mainland, poiché la sede societaria nelle Free Zone non garantiva la possibilità di aprire un conto corrente nelle banche emiratine, rendendo, così, di fatto, la società una mera scatola vuota. Oggi, alla luce della nuova tassazione, il trend è decisamente cambiato: la maggior parte degli utenti, nonché il 90% dei miei stessi clienti chiede di aprire una società nelle Free Zone, per evitare il nuovo sistema impositivo. Tutto ciò, anche perché la mia clientela è rasserenata dai servizi fiscali annessi all’apertura della società che il mio Team propone all’interno del pacchetto: grazie all’accreditamento della Falcon Advice, infatti, presso i più importanti Istituti di Credito di Dubai, il mio servizio presenta la garanzia soddisfatto o rimborsato”.

Il finanziere veneto, vivendo direttamente a Dubai e operando proprio dal suo ufficio sul territorio, garantisce l’ottima riuscita della procedura, assicurando il successo di tutto l’iter. 

(Informazione Pubblicitaria)

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Sicurezza informatica: ecco i professionisti del settore più ricercati dalle aziende

La sicurezza informatica in azienda è uno strumento essenziale per proteggere i dati e il proprio lavoro in generale. Secondo alcuni recenti studi, nel 2021 i cyber attacchi sono aumentati, in Europa, del 68%.

Un numero incredibile che, secondo le ultime stime dell’Agenzia Nazionale per la Cyber Sicurezza, starebbe portando – soltanto in Italia – alla richiesta di oltre 100mila esperti di cyber security, ovvero professionisti in grado aiutare le aziende a prevenire e ad affrontare eventuali attacchi.  

Chi sono gli esperti di cyber security?

Ce ne sono di diverso tipo. Proviamo a descriverli uno ad uno.

Il Cyber Security Specialist si occupa dell’implementazione e della gestione di tutti i sistemi in grado scongiurare gli attacchi. È responsabile, inoltre, della prevenzione di eventuali minacce verso le reti o i dati aziendali. Ha un background molto tecnico, solitamente ha una laurea in Informatica, in Ingegneria Informatica. Insieme alle competenze tecniche – sicuramente fondamentali per intraprendere un percorso professionale in questo ambito.

Per questo tipo di professionista è prevista una RAL superiore ai 40.000 Euro anche per profili con pochi anni d’esperienza (3-5), fino ad arrivare a cifre importanti, che toccano i 100.000€ per i super esperti.

Altri professionisti del settore sono i Cryptographer, che si occupano di proteggere, con algoritmi, crittografia e altri sistemi, codici e informazioni da ogni possibile violazione. Si tratta di una carriera molto dinamica, che trova spazio in aziende private o in realtà pubbliche, in Italia e all’estero. Anche la retribuzione è interessante: dai 50.000 Euro per un junior, fino ai 100.000 Euro per un senior.

Anche l’Informatico Forense, ruolo riconosciuto dall’AGID sotto la dicitura “Analista forense per incidenti ICT”, è molto richiesto. Con l’aumento degli attacchi informatici, infatti, crescono anche le citazioni in giudizio di fornitori e partner coinvolti in ambito ICT. Ed è proprio in questi casi che viene interpellato l’analista forense, un tecnico coinvolto nella raccolta di dati circa l’utilizzo di sistemi, reti e applicazioni e analisi degli stessi in relazione ad un incidente di tipo cybersecurity. Oltre alla raccolta e all’analisi dei dati, si occupa di redigere una documentazione idonea alla presentazione in sede processuale. 

Esistono alcune certificazioni, non necessarie, che permettono una maggiore riconoscibilità del ruolo: International Association of Computer Investigative Specialists (IACIS), The International Society of Forensic Computer Examiners (ISFCE) e Gruppo di certificazione Global Information Assurance (GIAC). 

Un’altra figura particolare e molto richiesta è quella del Penetration Testerl’hacker etico – che analizza il livello di pericolosità delle vulnerabilità aziendali, simulando dei veri e propri attacchi all’infrastruttura informatica (web o software) dell’azienda. È in grado di fornire utili riscontri circa i processi e la strategia di security implementati. Un consulente junior percepisce circa 40.000 euro lordi all’anno, i senior possono arrivare anche a 100.000.

A un livello gerarchico più alto si colloca, infine, la figura del Chief Information Security Officer (CISO), un manager che supervisiona ogni iniziativa legata alla sicurezza informatica delle aziende. Data la complessità del ruolo, sono indispensabili spiccate doti di leadership, capacità di comunicare con tutti i dipartimenti aziendali e di coordinare i diversi team che si occupano, a vario titolo, della cyber security.  La RAL è importante: dai 70.000 per le aziende di media grandezza, fino ad oltre 100.000 per aziende molto strutturate.

“Con la smaterializzazione degli uffici, la sicurezza informatica – Luca Balbo, Executive Manager della divisione ICT & Digital di Hunters, brand di Hunters Group dedicato alla ricerca e selezione di profili qualificati – è diventata ancora più cruciale per tutte le aziende, di qualunque tipologia e dimensione. La connettività e il fatto di poter lavorare da ovunque rappresentano rischi molto seri che non possono essere sottovalutati. Ed è per questo che le aziende stanno investendo risorse nella cyber security, per scongiurare attacchi che possono rivelarsi fatali per il business. Questo, dunque, si traduce in una richiesta di professionisti che siano in grado di proteggere le aziende dalle insidie del web. Secondo i nostri dati, la crescita è stata molto significativa: parliamo di 60% soltanto nel biennio 2020-2022 rispetto a quello precedente. Non dimentichiamo, tra l’altro, che il divario tra domanda e offerta diventa sempre più ampio e, in qualche modo, dovrà essere colmato”. 

In Italia arriverà il Digital Marketing low cost, cosi Tublat.com sfiderà le web agency tradizionali

Lo stravolgimento che un po’ tutti abbiamo vissuto a causa dei problemi derivanti dalla pandemia da Covid-19, hanno portato come naturale conseguenza un cambiamento in tutti gli ambiti della nostra vita. Il mondo del lavoro ed in particolare quello delle PMI si è dovuto riorganizzare in seguito alle gravi perdite dovute ai lockdown e alle restrizioni derivanti. In molti non ce l’hanno fatta e hanno dovuto chiudere, altri hanno stretto la cinghia al massimo per andare avanti. Ma nel frattempo il mondo è cambiato molto ed il problema è ora capire che direzione ha preso. Il marketing, ed in particolare modo il digital marketing, rappresenta per le aziende uno strumento essenziale per la ripartenza e per provare a delineare obiettivi e progetti.

L’allentamento delle restrizioni, non comporta un ritorno alla normalità così come eravamo abituati. Ogni Paese vivrà una “nuova normalità”: regioni diverse e settori di attività diversi che si apriranno in modi e velocità differenti l’una dall’altra.

Come possono le aziende navigare in questo contesto? Cosa possono fare le PMI per ripartire? Quali sono le soluzioni migliori per riprendere un percorso bruscamente interrotto? 

“Affidarsi agli strumenti messi a disposizione dal Digital Marketing è senza dubbio la soluzione perfetta per dare una sterzata netta e per riprendere nel modo giusto. Dati e analisi invitano a dichiarare la propria presenza nel mondo del web, e ad approfittare di questo periodo storico unico per ripartire e rilanciare. È ciò che vogliono gli utenti, come dimostrato da numerosi sondaggi, ed è ciò che viene richiesto per tornare alla normalità. Proprio per questo, per le PMI investire nel Digital Marketing può consentire di raggiungere risultati davvero sorprendenti e soddisfacenti”, afferma Gianluca Iannotta, founder di Tublat.com.

Il sito web e i social: sono fondamentali

La diffusione, purtroppo, del Coronavirus ci ha fatto comprendere quanto oggi siano importanti i siti Web, e-commerce e blog. L’impossibilità di uscire di casa o le limitazioni in genere hanno portato le persone/gli utenti a studiare e utilizzare l’online molto di più rispetto al passato. E ora tornare indietro non è semplice. Ed è da qui che molte PMI potrebbero ripartire: avere un sito web funzionale è oggi fondamentale molto più che in passato. Così come avere dei canali social aggiornati e “attraenti”. Dare a questi strumenti la giusta importanza può permettere di ottenere informazioni sul proprio pubblico, di costruire una vera community, ma soprattutto trasformare i followers in clienti da portare sul sito, giorno dopo giorno. Inoltre, promuovere la propria attività utilizzano anche la pubblicità online può aiutare moltissimo. Il mondo del marketing è cambiato radicalmente negli ultimi anni, e Google e Facebook sono due delle piattaforme più efficaci per migliaia di attività piccole e medie dimensioni.

Tublat.com lancia il digital marketing low cost

Sulla base di queste considerazioni, è chiaro come gli strumenti offerti dal Digital Marketing possano diventare essenziali per aumentare le possibilità di business.

“Proprio per questo con Tublat.com stiamo elaborando un piano a sostegno delle piccole e medio imprese, che presenteremo alla fine di quest’anno, proponendo soluzioni professionali e low cost alla portata di tutti come creazioni di siti web e/o e-commerce, gestione dei social media, pubblicità online pay per click su Facebook e Google).  Il mondo del digital marketing è costante crescita ed in continuo cambiamento e per questo con Tublat.com vogliamo essere un partner con soluzioni digitali a 360° grandi, sempre al fianco nei nostri clienti per crescere insieme online”, conclude Iannotta di tublat.com

(Pubbliredazionale)

Come scrivere una newsletter? Ecco 10 consigli pratici per avere successo

Come scrivere una newsletter? Sono molte le aziende che hanno bisogno di comunicare ai propri clienti le iniziative che vogliono intraprendere. Ma spesso non si sa da che parte cominciare: cosa scrivere nel titolo? Cosa bisogna mettere nel testo? Ci vanno inserite delle immagini?

A tutte queste domande e anche ad altre ha provato a rispondere GetResponse, piattaforma di software marketing con oltre 20 anni di esperienza nel settore della marketing automation e tra le più diffuse al mondo, che ha stilato una sorta di vademecum con 10 consigli pratici per impostare una newsletter.

L’email marketing, può essere certamente uno strumento di comunicazione efficace, ma il suo contenuto deve avere un valore per chi lo riceve: si stima che oltre il 68% dei brand che la utilizzano impieghi anche un’intera settimana a creare un’unica email. Ma non basta pensare solo al contenuto. 

10 consigli per una newsletter efficace

  1. Il test del campanello: la scelta del nome. È un po’ come quando suonano alla nostra porta di casa. Chiedendo chi è e attendendo una risposta decidiamo se aprire o meno. Pariteticamente, il nome indicato nel campo “Mittente” o “Da” in una email è cruciale per il tasso di apertura. Il mittente, infatti, qualifica chi ha inviato il messaggio e dichiara a chi appartiene la comunicazione. Per questo motivo, è necessario che sia riconoscibile e non generico, curato nella forma e senza errori ortografici. Deve inoltre avere un’identità chiara, magari utilizzando un nome di persona, collegato all’azienda. 

“È importante sapere che gli ISP, ovvero Internet Service Providers, verificano immediatamente il dominio del mittente. Pertanto, consigliamo vivamente di utilizzare sempre un dominio aziendale, invece degli indirizzi di freemailer, come Gmail. È inoltre buona norma utilizzare un dominio riconoscibile nei mittenti, i cosiddetti “from field”, come tuo_nome@dominioazienda.it o qualcosa di generico, come community@dominioazienda.it. Ti consigliamo inoltre di non cambiare il tuo indirizzo troppo spesso e di utilizzarne sempre uno affidabile e adatto alle finalità della tua newsletter. Qualcosa che molte aziende tendono a dimenticare è l’utilizzo di un indirizzo e-mail “rispondi a” (reply-to). Utilizzare un indirizzo di non-reply è una cattiva pratica che potrebbe costare a un’azienda seria la sua reputazione” spiega Peter Gzela, Regional Marketing Lead EMEA di GetResponse.

  1. Anche l’oggetto ha bisogno di celebrità. L’oggetto delle email ne anticipa il contenuto. Un buon oggetto deve saper anticipare il contenuto dell’email e trasferire il “profumo dell’informazione” senza rimanere generico e quindi poco rilevante, incuriosendo invece ad aprire la busta. Il segreto è quello di cercare di trovare le parole adatte per anticipare quello che si vuole comunicare nell’email, giocando con la creatività.
  1. Il preheader, questo sconosciuto. Il preheader, assieme al nome del mittente e all’oggetto, è una delle prime cose che salta all’occhio del lettore. È vero, alcuni di loro apriranno le email solo per l’oggetto, mentre altri solo per il nome del mittente. Ma il preheader non gioca per niente in panchina, anzi: nelle campagne in cui l’oggetto è breve, è proprio il preheader l’elemento che si fa notare di più. Infatti, può chiarire l’oggetto e aggiungere quel non-so-che in più che fa aprire le email. Secondo la ricerca di GetResponse, in Italia i messaggi con preheader hanno tassi di apertura media attorno al 26,2%, mentre quelli che rinunciano al preheader registrano tassi attorno al 21,76%. Eppure, solo l’11% delle email inviate ha un preheader.

“Anche il design e la lunghezza dell’e-mail sono aspetti importanti, che fanno sicuramente la differenza. Tieni presente che diversi provider di servizi di posta elettronica consentono un limite di caratteri diverso, che potrebbe causare effetti spiacevoli, se lo ignori. L’uso di una CTA nel preheader è una buona pratica, soprattutto quando la usi per completare quanto hai riportato nell’oggetto dell’email e per dare una priorità più alta al tuo messaggio. Evita pratiche di spamming, come troppi emoji o troppe lettere maiuscole. Ricorda che il tuo obiettivo è far sì che i tuoi destinatari desiderino aprire la tua newsletter e semplicemente riempire uno spazio vuoto che trovi nell’editor della newsletter” continua Gzela.

  1. Anche il colpo d’occhio vuole la sua parte. Le email efficaci, devono comunicare in modo immediato: strutturare il contenuto in modo da renderlo facile sia da leggere, che da capire, mettere al primo posto il messaggio principale e stringere un patto con i punti elenco. E poi esercitarsi nei titoli accattivanti, stilare delle liste, dividere i paragrafi, ma includendo i grassetti. Insomma, formattare nel migliore dei modi il testo per incoraggiarne la lettura.
  1. È solo una questione di click. Cosa c’è di speciale nelle email degne di click? Sicuramente il testo, che deve seguire alcune importanti raccomandazioni, tra cui: la cura per i titoli, le anteprime e le immagini: sembra che le immagini funzionino meglio, in termini di tassi di apertura e di CTR medi, del 2,68% rispetto all’1,56% di una email senza immagini presenti; il tono coerente con il resto della comunicazione; evitare sarcasmo o forme che diventano comprensibili solo in un determinato contesto e prestare molta attenzione agli errori di ortografia e all’uso di parole tipiche dei messaggi spazzatura come “free”, “gratis”, “offerta”, “urgente” o “vincitore”. Questi elementi, in particolare, allertano i sistemi anti-spam e portano le email nella posta non desiderata.
  1. Il test prima dell’invio. Prima dell’invio, è sempre meglio eseguire un test con una lista di prova. Gli errori possono essere tranquillamente evitati con un test, così da verificare che la visualizzazione sia corretta nei principali editor di posta, che non ci siano errori di ortografia e che i link contenuti dell’email siano funzionanti e traccianti. Successivamente, è molto utile fare un A/B test, cioè sottoporre due o più differenti versioni della stessa email a un campione di destinatari e verificare quale variante risulta più efficace in termini di aperture, click, conversioni e coinvolgimento.
  1. Usa uno strumento di email marketing. Questi permettono di costruire e gestire un funnel coerente con una strategia che parte da un obiettivo chiaro e parla a una audience selezionata, appunto, attraverso una mailing list mirata che convoglia il traffico su una pagina dedicata. Poi occorrerà curare un lead magnet,  un incentivo che attira l’attenzione del pubblico e lo convince, insieme ad altri elementi persuasivi, ad andare avanti, così da tenere vivo il rapporto con gli utenti iscritti anche dopo la loro iscrizione.

“La scelta di strumenti di email marketing come GetResponse aiuta i marketer o i manager della comunicazione in tanti aspetti. In primo luogo, ti aiutano a rendere le tue e-mail professionali su tutti i dispositivi (anche mobile). Inoltre, ti consentono di tenere traccia delle performance delle campagne e avere accesso alle statistiche necessarie in un unico posto, così che tu possa capire quale contenuto è più interessante per il tuo pubblico. Questi strumenti ti supportano in un altro modo: puoi utilizzare i dati raccolti per svolgere ulteriori attività di marketing, come la segmentazione dei clienti attivi o più alto spendenti, la creazione di una campagna di riattivazione per i lead dormienti o l’invio automatico di messaggi di benvenuto ai nuovi iscritti alla tua mailing list. Il vantaggio probabilmente più importante di un software di email marketing è quello che non puoi vedere ovvero la reputazione del mittente. Strumenti come GetResponse ti offrono indirizzi IP condivisi o addirittura dedicati che garantiscono un tasso di consegna superiore alla media, il che significa che le tue email finiscono nella cartella della posta in arrivo, e non in quella dello spam”, continua Peter Gzela, Regional Marketing Lead EMEA di GetResponse.

  1. Dimmi quando, quando, quando. A concorrere al successo di una campagna esistono una molteplicità di fattori, tra cui il momento dell’invio. È importante però prendere coscienza del fatto che non è possibile stabilire un orario o un giorno migliore per l’invio: ci si può affidare ai grandi numeri, alle medie, a studi o ad analisi che restituiscono tendenze e panoramiche sulle abitudini dei destinatari, ma è necessario anche dotarsi di cautele e relatività. Secondo l’ultimo studio di GetResponse, nei Paesi dell’Europa Centrale i tassi di apertura toccano il loro picco, di circa il 26.13%, tra le 10 e le 12 del mattino, mentre il giorno migliore per inviare le email sembra sia il lunedì. In realtà il momento migliore per inviare newsletter varia molto a seconda dei settori e del pubblico: visto che la differenza tra un giorno della settimana e l’altro non è molta, si deve scegliere quello che funziona meglio per la propria azienda e per la propria audience. La pratica migliore è quella di inviare i messaggi di posta utilizzando un algoritmo di ottimizzazione del tempo di invio. Questi strumenti regolano automaticamente il tempo di invio per ogni singolo abbonato, in base al loro comportamento precedente. Per quanto riguarda la frequenza, invece, lo studio di GetResponse riporta che inviare solo una newsletter a settimana può far ottenere i più alti tassi medi di apertura e click-through, rispetto a chi ne invia due, che porta a un tasso di apertura del 19.5% e a chi ne invia tre, 9.26%, mentre solo il 5.39% e il 3.93% invia rispettivamente quattro e cinque email. In sostanza, per capire qual è la frequenza giusta per inviare delle newsletter è importante valutare l’azione svolta dall’utente: qualche abbandono non fa la differenza, mentre la situazione diventa preoccupante se tante persone iniziano a lasciare il database all’ennesimo invio: in questo caso, forse il numero di email inviate è sicuramente troppo. 
  1. Email di benvenuto e thank you page: la prima impressione conta. Secondo gli ultimi dati analizzati da GetResponse, i tassi medi di apertura in Italia superano il 30%, mentre quelli di click-through sono intorno al 3.3%. Come primo consiglio è importante ricordare sempre che quando viene inviata una email di benvenuto a nuovi iscritti e nuovi clienti, è sempre la persona stessa (o il suo brand) a presentarsi e parlare. Per questo se la prima impressione non risulta essere positiva, tanti cari saluti: l’utente potrebbe cliccare direttamente sul pulsante di annullamento dell’iscrizione. Un consiglio molto utile è quello di ringraziare il nuovo subscriber o la tua nuova subscriber per aver aderito alla mailing list e di offrire un incentivo promesso nel modulo di iscrizione, che sia un white paper, un coupon sconto o un prodotto in omaggio. Questi “trucchetti” non solo aggiungono qualità umana alla comunicazione, ma creano anche i presupposti per una futura fedeltà. E così come  la mail di benvenuto, anche la thank you page sostiene attivamente la strategia di email marketing.
  1. Conoscere le metriche e saperle leggere. Tre consigli per misurare al meglio una campagna? Conoscere le sigle di tutte le metriche chiave, sapere per cosa si distinguono, ripeterle ad alta voce. Conoscere a menadito le specificità delle metriche vuol dire saperle leggere e interpretare, il che vuol dire scoprire se la campagna di email marketing che si è strutturato ha raggiunto o meno gli obiettivi iniziali, senza cadere nel cliché che il tasso di apertura sia l’unico parametro importante. È sicuramente un dato rilevante, poiché in Italia il tasso medio di email aperte sul totale di quelle inviate o effettivamente recapitate è pari al 31,3% (la media globale è pari al 22%). Ma l’open rate da solo non rileva se le campagne siano state realmente efficaci. Tra le metriche da tener conto quando si esegue l’analisi delle campagne email, si trovano sicuramente l’email open rate, il click through rate, il bounce rate, l’unsubscribe rate, lo spam complaint rate, il click-to-open-rate, il delivery rate, il revenue per subscriber, il deliverability rate e il vanity and actionable metrics. 

“Un’altra buona pratica, forse la più importante, è accogliere le metriche negative e usarle come curva di apprendimento per cercare di ottenere risultati migliori. Le percentuali di annullamento dell’iscrizione, le percentuali di apertura o di clic basse, la durata media delle sessioni dopo un clic sono tutte storie che possono aprirti gli occhi, se sei disposto a leggerle attentamente. E sapere come reagire a queste metriche significa utilizzare la funzione di A/B test come strumento di pratica quotidiana per capire cosa funziona e cosa è un NO-GO. Detto questo, non esiste una ricetta segreta per l’email marketing di successo, e se ci pensi, alla fine questo è una benedizione. Significa che ogni azienda, ogni pubblico di destinazione e ogni step di vendita segue le proprie regole ed è quindi tutto nelle tue mani! Sperimenta per trovare la giusta leva che funzioni per te e strumenti come GetResponse tornano utili proprio per scoprirlo”, conclude Gzela. 

Ecco Sicurappy, app pensata per gestire senza errori la sicurezza sul lavoro in azienda

Sicurezza sul lavoro, argomento di grande attualità e che interessa tutte le aziende, dalla più piccola alla più grande. Per venire incontro a tutte le necessità e aiutare  i prestatori d’opera e gli appaltatori a svolgere il proprio lavoro con una maggiore attenzione alla sicurezza, nasce Sicurappy, la prima ed unica app dedicata alla verifica, gestione e condivisione di documenti relativi alla sicurezza sul lavoro delle Ditte esterne.

Ma non solo. Realizzata da ECO Next, società di consulenza innovativa del Gruppo Fincasale che accompagna le aziende nell’adempimento degli obblighi normativi, e LATTANZIO Safety Quality Environment, azienda specializzata nel settore dei servizi per i Sistemi di Gestione, Salute, Sicurezza sul Lavoro e Ambiente, ha l’obiettivo di rendere più agevole di assolvere gli obblighi del Datore di Lavoro il quale, secondo il Decreto lgs. 81/08 (Art.26), che è responsabile della verifica documentale e che è chiamato a garantire che i documenti relativi ai fornitori che accedono in azienda siano costantemente aggiornati e, soprattutto, deve assicurarsi della loro effettiva correttezza e validità.

Cosa fa Sicurappy

II compito di questa appa è quello di fornire un supporto che renda facile ed efficace tale verifica documentale, a tutela del Datore di Lavoro nonché del Responsabile legale, di fronte ad eventuali non conformità commesse dai Fornitori d’opera, inclusi appaltatori, subfornitori, subappaltatori e nella gestione dei Cantieri. 

Utilizzando un sistema operativo molto semplice ed intuitivo, Sicurappy permette di caricare e condividere, una sola volta e in un unico repository, tutta la documentazione necessaria allo svolgimento dei lavori in sicurezza, effettuati da Ditte esterne, consentendo al personale autorizzato (per esempio DDL, RSPP, ASPP, CSE con l’aiuto di receptionist, preposti, RLS, Capi Cantiere) di monitorarne la completezza.

Inoltre, evita le irregolarità, grazie ad un sistema automatico di alert che avvisa le parti quando i documenti non sono completi o sono in scadenza.

Andrea Galdabino, Founder e General Manager di Sicurappy, afferma: “Oltre all’unicità del servizio, che permette una semplificazione della gestione legale, organizzativa e burocratica dei processi di verifica, la vera rivoluzione che Sicurappy porta sul mercato è una tutela concreta di tutti gli operatori del settore. Grazie alla facilitazione nella produzione documentale, resa possibile dalla digitalizzazione, si potrà verificare in tempo reale i parametri di sicurezza dei lavori di tutti i prestatori d’opera come mai accaduto prima, scongiurando i continui incidenti sul luogo di lavoro. Il tutto senza aggravare le complessità a carico dell’imprenditore, responsabile penalmente, o del fornitore, che altrimenti si trova a dover produrre decine di volte gli stessi documenti per tutti i suoi clienti”.

Marco Mauri, Presidente di ECO Next, ha aggiunto: “Abbiamo scelto Sicurappy perché crediamo fortemente nella cultura della sicurezza sul lavoro e vogliamo quindi favorirne la diffusione, visti i numerosi e drammatici incidenti che la cronaca porta in evidenza quasi ogni giorno. Sicurappy è la prima Web App che permette al datore di lavoro di avere, comodamente dal proprio smartphone e da qualunque altro device, il controllo di tutti i fornitori di servizi, grazie ad una gestione automatica della loro posizione. Semplicità, sicurezza e informatizzazione del processo sono i punti di forza che rendono Sicurappy unica e portatrice di un’attesa innovazione nel nostro settore”.

Jean François Brignone, Amministratore Unico di Lattanzio Safety Quality Environment commenta: “Gestire efficacemente salute e sicurezza in azienda al giorno d’oggi è un aspetto sempre più essenziale. Incrementare la cultura aziendale in materia lo è ancora di più, non tanto come mero adempimento burocratico, ma piuttosto come strumento versatile e moderno per agire nel rispetto della normativa cogente. Sicurappy in questo senso rappresenta una concreta possibilità per una gestione più rapida ed efficace della documentazione sulla sicurezza, in particolare nel rapporto con i fornitori. Non da ultimo l’effetto benefico sui lavoratori, maggiormente motivati e performanti nei processi produttivi”.

Come funziona Sicurappy

A seconda del browser o device utilizzato, basta cercarla sugli store digitali più comuni e scaricarla. Il software di Sicurappy crea un unico cloud, sicuro, dove i documenti sono organizzati per tipologia e possono essere condivisi solo con il benestare delle parti.

La caratteristica principale dell’app è quella di possedere un sistema di controllo dello stato dei documenti. Lo staff tecnico di Sicurappy controlla che tutti i documenti richiesti siano stati caricati correttamente, siano conformi e in corso di validità, fornendo all’utente indicazioni visive sul loro stato: semaforo rosso se il documento non è stato caricato o è scaduto, giallo se il documento è in scadenza, verde se approvato.

Well-being culture, ecco cosa cerca nel lavoro la Generazione Z

Per i manager delle risorse umane oggi lavorare non è semplice, anche perché rispetto al passato, i giovani sono molto più esigenti quando decidono di optare per l’una o l’altra azienda.

“È fondamentale il modo in cui i datori di lavoro affronteranno e gestiranno questo aspetto nei prossimi mesi perché avrà un impatto significativo sulla produttività e sulla loro fidelizzazione all’azienda – afferma Florent Lambert, CEO di Sodexo Benefits & Rewards Services Italia – Stiamo entrando in una nuova dimensione del welfare aziendale dove il benessere complessivo della persona rappresenta una parte sempre più preponderante nella scelta del nuovo impiego. Assistiamo ad un nuovo concetto di ‘well-being culture’ che, attraverso la creazione di programmi di assistenza dedicati e all’integrazione di benefit a supporto di tutti gli aspetti della vita della persona, spinge i datori di lavoro a scegliere servizi e partner sempre più innovativi e capaci di rispondere ad un ventaglio ampio di esigenze. È ormai evidente che la retribuzione non è più l’unico fattore decisivo nella scelta del posto di lavoro”. 

Il salario non è più dunque l’unico fattore di scelta, quando si tratta di un lavoro.

La situazione post pandemica nel lavoro

Se ne è parlato molto in questi ultimi giorni: i fenomeni di malessere sono in aumento e secondo una ricerca Mindwork BVA Doxa, gli uffici delle risorse umane stanno facendo di tutto per capire a come confrontarsi con questa nuova situazione, visto che il 92% dei lavoratori ritiene importante che l’azienda si occupi attivamente del benessere dei propri dipendenti e il 75% valuterebbe positivamente gli strumenti messi in campo dall’azienda per identificare un malessere psicologico.

Inoltre, secondo una recente ricerca Paychex Future Workplace, il 67% della Generazione Z pensa che questa tipologia di benefit possa essere addirittura prioritario quando si cerca un nuovo lavoro.

Ecco perché le aziende, ovviamente parliamo di quelle che hanno determinate risorse e possibilità, stanno investendo nei programmi di assistenza dedicati ai dipendenti con la promozione di una well-being culture.

I lavoratori delle aziende di cui sopra, potranno quindi avere la possibilità di scegliere piani personalizzati attraverso piattaforme welfare, messe a loro disposizione dall’azienda, all’interno delle quali scegliere servizi e prodotti che possono riguardare diversi ambiti del benessere psicofisico.

Well-being culture: oggi è richiestissima

Secondo una recente ricerca del Guardian intitolata “Mind, Body and Wallet”, la salute e il benessere emotivo dei dipendenti è al quarto posto tra le priorità degli uffici delle risorse umane. Fattore che è diventato nel tempo sempre più importante: nel 2016 solo il 15% dei datori di lavoro riteneva l’introduzione di strumenti di supporto psicologico all’interno del pacchetto benefit estremamente importante mentre questo dato è più che raddoppiato nel corso degli ultimi cinque anni toccando nel 2021 il 35%.

“La pandemia ha portato le persone a ricercare con maggior forza un posto di lavoro dove il proprio benessere abbia la priorità rispetto ad altri aspetti – conclude Florent Lambert – Come previsto stiamo assistendo ad un nuovo cambiamento del mondo del lavoro dove la digitalizzazione sta contribuendo a rivoluzionare i servizi dedicati ai dipendenti migliorando, allo stesso tempo, l’organizzazione aziendale. In questo scenario dove si stanno affacciando nuove esigenze da parte dei lavoratori, le imprese dovranno dare inizio alla creazione di una «well-being culture» dove il benessere dei dipendenti sarà sempre di più un punto di riferimento”. 

Il web marketing è oggi più che mai un’occasione per crescere

Il web marketing fino a poco tempo fa era un qualcosa di quasi incomprensibile per molte aziende. Oggi se non lo fai, se fuori dai giochi.

Il web marketing è importante perché serve a raccontare, in modo organico, cosa fa ogni azienda, sfruttando la fruibilità di internet.

In modo particolare, con il covid e i vari lockdown che hanno caratterizzato gli ultimi 2 anni della nostra vita anche professionale, facendo crescere la presenza online degli utenti, per svago e socializzazione ma, soprattutto, per lavoro, il web marketing ha rappresentato una soluzione valida per il business di ciascuno di noi.

Gli acquisti online sono cresciuti del 208% e 8 aziende su 10 si sono organizzate con un sito Internet ma non tutte con successo.

Come evidenzia Marketing01, società specializzata nel web marketing che assiste aziende e privati nel processo di digitalizzazione, per ottenere risultati è importante avere una strategia di web marketing che supporti la propria presenza online.

In Italia la situazione è ben diversa nelle varie zone, in particolare tra nord e sud.

La ricerca di Marketing01 sul web marketing

Secondo una rendente indagine condotta da Marketing01Google Premier Partner per il 2022, ha evidenziato il gap digitale tra Nord e Sud Italia. La regione più attiva e con una crescita maggiore è il Veneto, dove circa l’83% dei commercianti ha un piano di web marketing, seguita dalla Lombardia con un 78%. 

Bene anche le aziende diEmilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Liguria, Piemonte e province autonome di Treno e Bolzano. Ultima in classifica la Calabria, dove la percentuale crolla notevolmente, arrivando ad appena il 36%

La differenze sono certamente il frutto di differenze strutturali, ma il dato che pesa maggiormente è la differenza di cultura digitale. Ad esempio, secondo un recente studio a livello europeo, nella Provincia Autonoma di Trento, gli individui con competenze digitali (almeno di base), sono il 47%, mentre in Sicilia solo il 29%, contro una media europea del 58%

Ma la voglia di essere presenti sul web con un piano strategico è tanta, a prescindere da dove ci si trovi. Infatti, su un campione di 487 aziende di diverse dimensioni prese recentemente in esame, Marketing01 ha rilevato un incremento di vendite del 73% da parte di quelle che, in quest’ultimo anno, hanno deciso di investire sul web marketing, un dato che sale all’88% se prendiamo in esame solo quelle che si occupano di turismo. Un risultato importante ottenuto soprattutto da uno dei settori più in crisi: quello del turismo

“Durante i mesi del lockdown le ricerche dell’utente medio sono cresciute mensilmente del 130% circa, ma erano quasi tutte rivolte a piattaforme di streaming o e-commerce”, spiega Paolo Bomparola, Fondatore di Marketing01. “Recentemente, invece, dalla rete traspare un desiderio di tornare a viaggiare e, malgrado tutto, di non rinunciare alle vacanze. Il 65% delle ricerche online sono relative a destinazioni turistiche, luoghi da visitare e strutture ricettive”.

Il fattore investimento in questo settore è determinante. Come in tutte le cose, pensare di avere risultati tangibili senza budget è assolutamente impossibile.

L’investimento in questo settore ha portato per il 91% ad un miglior posizionamento sui motori di ricerca, e questo aumento di visibilità si è tradotto in un aumento di richieste di contatto del 70% circa e di fatturato medio mensile di circa il 41%.

In particolare, sempre secondo lo studio, cresce la presenza sui principali social network, in particolare su Facebook (per il 95%delle aziende), seguito da Instagram, Tik Tok, Twitter e YouTube. Sorprende il recente +20% delle presenze su Pinterest, un canale che suscita sempre più interesse per avviare attività di promozione da parte dei brand.

Una volta terminata l’emergenza pandemica, più di 2 italiani su 3 (il 68%), continuerà ad acquistare online. Un terzo degli italiani (il 32%), dopo aver sdoganato il canale dell’e-commerce, si dice addirittura propenso ad aumentare questa esperienza di shopping che prima consideravano una sorta di “seconda scelta”.

Dati che non possono certo lasciare indifferenti. Il web marketing è una strategia su cui puntare seriamente.

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La felicità in ufficio? Oggi conta molto di più. Ecco perché molte aziende…

Gente allegra, il ciel l’aiuta: così recita un antico adagio. Perché non dovrebbe valere anche per il mondo del lavoro? È ormai risaputo che la felicità in ufficio aumenta la produttività, aiuta le aziende a mantenere in casa i talenti e, in generale, innalza il concetto di senso di appartenenza.

Una buona retribuzione? È importante ma non è più sufficiente ad assicurare la fidelizzazione degli impiegati in azienda. 

Essere felici è un desiderio di tutti e aiuta a superare anche eventuali momenti di scontro e tensioni. Un fenomeno che, in America, viene chiamato di “Great Resignation”, ora raccontato dalle recenti ricerche, condotte in Italia, da 4 M.A.N. Consulting, società di consulenza specializzata in Performance Management, e l’Università Popolare degli Studi di Milano. 

Quanto conta il fattore felicità in ufficio?

Secondo lo studio, su un campione di 478 aziende di varie dimensioni 4 M.A.N. Consulting ha riscontrato che tra i dipendenti il 20% esprime la volontà di cambiare lavoro a causa della mancanza di relazione interna all’ambiente lavorativo. Il 32% sente che la gestione dei rapporti umani del proprio superiore incida negativamente sulle performance. L’87% pensa che i sistemi di incentivazione economica, in assenza di riconoscimento formale della relazione, siano nulli e non siano il fattore rilevante per le performance.

Il 57% degli intervistati dichiara che in presenza di gentilezza ed empatia si è maggiormente motivati a produttivi. Il 95% ritiene che alla base di una peak performance (i picchi di eccellenza) c’è il rapporto “comprensivo” con il proprio capo ed i colleghi.

Ciò chiaramente incide anche sullo stato di salute di chi lavora in un’azienda: se c’è un ambiente sereno i livelli di stress sono più bassi.

A conferma di ciò l’Università Popolare degli Studi di Milano ha evidenziato (basandosi su un campione rappresentativo di 348 aziende italiane di diverse dimensioni e operanti in vari settori) una produttività superiore del 68% nelle realtà in cui i rapporti interpersonali sono basati su gentilezza ed empatia rispetto a chi, invece, continua a mantenere un approccio più formale e distaccato tra colleghi, capi, sottoposti, clienti o fornitori.

Ci sono da evidenziare anche i dati relativi alla fiducia (che cresce del 75%) e della soddisfazione di chi lavora o collabora con quella specifica azienda (che segna un +93%).

Manager e imprenditori, quindi, devono (se non lo hanno già fatto) cercare di essere più sereni e disponibili sul lavoro, perché questo porterà per loro e le loro aziende innumerevoli benefici.

“Sono anni che il sistema di welfare aziendale si interroga su come si possano aumentare i livelli di benessere percepito, andando ad impattare positivamente su riduzioni drastiche di assenteismo, malattia e scarsa produttività. – fa presente Roberto Castaldo,Presidente e fondatore di 4 M.A.N. Consulting – Eppure, ancora oggi, nonostante le evidenze, il concetto di felicità in azienda viene visto con diffidenza, anche se finalmente qualcosa sta cambiando”.

Sempre più aziende stanno puntando all’istituzione (o all’ingaggio) della figura del Chief Happiness Officer o manager della felicità, ovvero un professionista dello staff HR con competenza in coaching che si occupa dello stato di benessere dei dipendenti e del loro livello di soddisfazione.

“La ricerca condotta dal nostro Ateneo – aggiunge il Professor Marco Grappeggia, Presidente Università Popolare degli Studi di Milano – è fondamentale soprattutto se tiene conto dell’attuale scenario storico, sociale ed economico. È facilmente comprensibile che la crisi portata dal covid-19 renda ora necessaria una buona dose di fiducia, nel datore di lavoro o nel fornitore. È indispensabile credere, ad esempio, che il proprio ‘capo’ faccia il possibile per mantenere il lavoro di tutti i suoi dipendenti, tutelandone la salute e facendo quadrare i conti”. Al contrario, quando manca questa fiducia, si può scivolare in uno stato depressivo che porta a lavorare meno e peggio, o a decidere di licenziarsi per cercare un nuovo impiego”.  

10 trend del mondo del lavoro per il 2022: ecco cosa cambia in chiave ufficio

Lavoro ibrido, smart working, turni: i grandi cambiamenti degli ultimi tempi hanno visti sostanzialmente cambiare non solo il modo di lavorare, ma anche il concetto di ufficio. Sulla base di queste considerazioni IWG – presente in Italia con più di 80 business center e coworking a marchio Regus, Signature, Spaces e Copernico – ha realizzato un elenco di trend del mondo del lavoro per il 2022 e, probabilmente, per quelli futuri.

È in atto in molte realtà aziendali una nuova organizzazione del lavoro che può prescindere dalla presenza continuativa in ufficio (pensate un po’), dando il via ad una vera e propria rivoluzione che porta con sé cambiamenti per il mondo del business e la vita delle persone.

I trend nel mondo del lavoro per il 2022

  1. Centralità delle relazioni umane

Il benessere dei dipendenti è oggi un aspetto sul quale si investe. Secondo l’American Institute of stress, ogni anno le aziende statunitensi perdono 300 miliardi di dollari per assenze dovute allo stress. Con l’avvento del lavoro da remoto e il fenomeno delle Grandi Dimissioni, le imprese sembrano essersi rese conto che la felicità è uno dei migliori stimoli per la produttività.

  1. Iper flessibilità

Quella che viene definita “iper flessibilità” nell’organizzazione del lavoro è oggi più che mai fondamentale. Le aziende che non vogliono garantirla rischiano di perdere i propri talenti.

  1. Delocalizzazione del personale

Con l’affermarsi del lavoro da remoto, non sarà più necessario reclutare forza lavoro che risiede in prossimità o nell’area di riferimento dell’azienda. Si apre la possibilità di ampliare i processi di recruitment al perimetro nazionale o addirittura internazionale.

  1. Riduzione degli spostamenti e nuove realtà periferiche

Il lavoro ibrido sta contribuendo a vivacizzare le aree suburbane e periferiche. Non dovendosi recare in ufficio giornalmente, le persone passano più tempo anche nelle aree di residenza fuori dal centro città, sostenendo i consumi e incentivando la nascita di nuovi servizi.

  1. Pendolari part time

Andare in ufficio tutti i giorni è ormai un ricordo per molti. Secondo i dati IWG, in Italia, la tendenza è di concentrare i giorni di presenza in ufficio nel cuore della settimana, in particolare, il martedì è il giorno in assoluto più gettonato per la frequentazione dell’ufficio. Ci sono sempre più pendolari parti time, tanto che il gigante dell’hospitality ACCOR, già lo scorso novembre, ha lanciato dei pacchetti “Commute and stay” per fornire una base per la notte ai pendolari del lavoro ibrido.

  1. Design dell’esperienza

Per carità, l’ufficio fisico continuerà ad essere un luogo molto importante per il lavoro, ma quelli del futuro integreranno aree ristoro e relax, ospiteranno ampi tavoli per il lavoro in comune e spazi simili ai salotti residenziali. Oltre alla creazione di aree verdi.

  1. Collaborazione virtuale

Non solo aumenteranno le piattaforme di collaborazione virtuale a disposizione, ma si svilupperanno nuovi sistemi che faranno leva su realtà virtuale a realtà aumentata.

  1. Allineamento agli SDGs 

La nuova organizzazione del lavoro fornirà alle aziende un ulteriore sprone al raggiungimento degli obiettivi ESG, oltre a contribuire al raggiungimento degli SDGs. L’adozione del lavoro da remoto e/o del lavoro ibrido gioca un ruolo in termini di riduzione delle emissioni.

  1. Riduzione dei costi per gli spazi a uso ufficio

Con la scelta del lavoro ibrido e la tendenza alla riduzione degli spostamenti, le aziende tenderanno a ridimensionare gli uffici di rappresentanza in centro città, magari abbinandoli a sedi distribuite sul territorio, con una conseguente riduzione dei costi. Si calcola che per ogni dipendente che lavora da remoto per metà della settimana, il datore di lavoro risparmi 11mila dollari l’anno.

  1. Introduzione di nuove metriche di produttività

Con dipendenti lontani per la maggior parte del tempo dall’headquarter aziendale, verranno introdotti nuovi strumenti di gestione dei flussi di lavoro basati su cloud, utili a monitorare l’avanzamento lavori e i tempi di completamento.

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Il processo di digitalizzazione delle aziende continua e non si fermerà

Il processo di digitalizzazione delle aziende è in piena evoluzione e sono molte le realtà che hanno deciso di investire nel cambiamento, ritenuto evidentemente indispensabile per la crescita e la produttività.

In particolare nell’ultimo periodo, tale processo di investimento negli strumenti digitali ha subito inevitabilmente una grande accelerazione: secondo uno studio della società di analisi Markets and Markets il mercato raggiungerà quota 1.250 miliardi di dollari nel 2026 con un tasso di crescita composto annuo del 19% e una crescita complessiva che sfiora il 140%.

Malgrado una situazione generale in evoluzione costante e che presenta svariate situazioni critiche le imprese hanno investito in modo deciso sulle tecnologie digitali: secondo un recente report di McKinsey intitolato “The new digital edge: Rethinking strategy for the postpandemic era”, il 65% delle aziende ha dichiarato di aver aumentato i fondi dedicati alla digitalizzazione, mentre solo il 7% li ha diminuiti, e in alcuni casi le organizzazioni sono andate a ricercare il budget tagliando le risorse in altri comparti.

La digitalizzazione è diventata a tutti gli effetti una priorità che viene reputata indispensabile per restare competitivi sul mercato e distinguersi rispetto alla concorrenza: il 64% delle aziende, è convinto che entro la fine del 2023 sarà costretto a rivedere il concetto stesso di business digitale per stere economicamente profittevole mentre, al contrario, solo l’11% non cambierà il proprio modo di operare sul mercato

La tecnologia digitale, continuerà a vedere numerosi investimenti che serviranno per far fronte alle nuove esigenze.

“Dobbiamo entrare nell’ottica che la trasformazione digitale non si fermerà al termine della pandemia: si tratta di un percorso in continua evoluzione che andrà a modificare in modo strutturale i modelli organizzativi e di business esistenti e futuri – spiega Anna Maria Mazzini, CGO di Sodexo Benefits & Rewards Services Italia– Le aziende dovranno essere in grado di costruire dei modelli adattabili al cambiamento ma con alcuni punti fermi: customer experience, fruizione di app multiservizi e piattaforme digitali, gestioni dei dati e business intelligence sono i driver dove noi di Sodexo BRS Italia stiamo investendo risorse per offrire alle aziende soluzioni digitali evolute che andranno a soddisfare le nuove esigenze dei lavoratori, anche ad esempio nell’ambito dell’evoluzione degli strumenti legati all’utilizzo e all’erogazione dei benefit aziendali”. 

I processi di digitalizzazione in Europa e in Italia

In Europa l’adozione delle tecnologie digitali da parte delle aziende è in ritardo rispetto agli Stati Uniti: secondo un recente studio della European Investment Bank la media europea si attesta al 65%, 6 punti percentuali in meno rispetto alle imprese a stelle e strisce che superano quota 71%.

La situazione nel nostro Continente presenta alcune particolarità: se non sorprende che la rivoluzione digitale veda in prima fila i paesi nordici come Danimarca, Olanda e Finlandia tutte sopra la quota dell’80%, stupisce invece, che le grandi potenze economiche fatichino più del previsto. L’Italia è solamente al 19° posto su 28 nazioni presenti nello studio con il 62,6% di tasso di digitalizzazione delle aziende: il nostro Paese è al di sotto della media europea ma di poco avanti alla Francia (62,5%) e sopra il Regno Unito (61,3%). Non corre nemmeno la Germania, che si attesta al 15° posto, mentre Portogallo e Spagna sono nella top 10 rispettivamente in 8° e 9° posizione.

Sono due i fattori che penalizzano l’Italia: infatti, per quasi 2 aziende su 3 (63%) l’infrastruttura digitale rimane un problema effettivo e il tasso di digitalizzazione delle PMI resta al di sotto della media europea di ben 15 punti percentuali.

Un’occasione da sfruttare

Ora abbiamo tuttavia l’occasione di fare un bel balzo in avanti, in quanto nei prossimi anni tra PNRR e Fondo Complementare ci sono a disposizione quasi 50 miliardi di euro da investire sulla infrastruttura digitale con l’obiettivo di aiutare le aziende tricolori a intraprendere un percorso di evoluzione tecnologica in modo che possano essere più competitive sul mercato.

Alla guida della digital transformation italiana ci sono le grandi aziende e il settore dei servizi la fa da padrone con oltre il 60% delle aziende che adotta l’uso di tecnologie digitali (dato superiore alla media europea). 

In questo processo, i servizi mobile avranno un ruolo importantissimo: secondo un recente studio divulgato da Ericsson il traffico dei dati globale raggiungerà i 288 exabyte al mese con un tasso di crescita medio del 4,4%. Tale aumento verrà reso possibile dalla diffusione globale del 5G che sempre entro il 2027 rappresenterà il 62% del traffico dati mobile mondiale.

“Le tecnologie digitali dovranno essere in grado di progettare piattaforme e applicazioni multiservizi dove la priorità è l’ottimizzazione della user experience proprio da mobile. Dalle chatbot in grado di fornire un’interazione avanzata con gli utenti fino ai servizi per semplificare i pagamenti digitali: la sfida del futuro sarà di raggruppare una serie di servizi in un’unica soluzione semplice, veloce e full digital”, conclude Anna Maria Mazzini