Manager

Una categoria particolare, quella dedicata al top management del nostro tempo. Interviste e curiosità raccontate dai protagonisti del mondo del business, che ci svelano i propri segreti di successo e ci raccontano come si sono realizzati nel mondo degli affari. Sono manager di primo livello, preparati, acuti e sempre attenti, dai quali poter prendere spunto per migliorare la propria carriera professionale. Sono professionisti che guardano e fotografano il mondo in modo particolare, offrendoci una panoramica non solo del presente che stiamo vivendo, ma anche del futuro che è dietro l’angolo. Uomini, manager o più semplicemente businessman che sanno come essere protagonisti della scena nazionale ed internazionale, con le loro idee e con le skills più richieste del momento.

Nims lancia la figura del Personal Shopper del Caffè: ecco cosa fa!

Il caffè in Italia rappresenta una sorta di istituzione tra le bevande. Pizza, pasta e… caffè: all’estero, pensando all’alimentazione tipica del nostro Paese, non si può prescindere da queste tre parole.

Il caffè è una scusa. Una scusa per un incontro tra amici, per una riunione di lavoro, per l’inizio di una relazione d’amore. Il caffè permette di fare una pausa dalla propria giornata lavorativa o semplicemente il modo per allontanarsi dallo stress. Ma il caffè regala anche quell’energia indispensabile per affrontare gli impegni più duri.

Ma che mercato è quello del caffè? Che momento sta vivendo e cosa rappresenta oggi? Ne abbiamo parlato con Flavio Ferretti Presidente e Amministratore Delegato di Nims, parte del Gruppo Lavazza dal 2017, il quale ci ha raccontato anche quelli che sono stati gli sviluppi della sua azienda negli ultimi anni e l’introduzione della figura del Personal Shopper del Caffè.

Intervista a Flavio Ferretti Presidente e Amministratore Delegato di Nims

Cosa rappresenta oggi il caffè in Italia?

I consumatori all’interno di uno stesso nucleo familiare oggi possono avere ed esprimere differenti gusti e abitudini: ciò che si propone di fare Nims in Italia, attraverso la figura del Personal Shopper del Caffè, è offrire una consulenza a 360 gradi sul mondo del caffè che permetta in primis di degustarlo, facendo assaggiare diverse miscele, ma anche di presentare la macchina e le differenti modalità di preparazione.

Si tratta di un’importante quota di servizio, apprezzata dai consumatori, in un periodo in cui il tempo libero è sempre più limitato e in cui, grazie al consumo fuori casa, siamo venuti a conoscenza di differenti tipologie di caffè e differenti metodologie di preparazione. Con una macchina a capsule la preparazione è semplice, facile, veloce e in pochi secondi posso bere un Deca piuttosto che un 100% Arabica o un Robusta; con un Personal Shopper del Caffè a mia completa disposizione, posso scoprire il prodotto prima di comprarlo, conoscerne i trucchi e scegliere consapevolmente.

Se però le abitudini di consumo sono cambiate negli anni, e ce ne accorgiamo proprio grazie a un contatto così stretto con il consumatore finale che ci permette di registrare quelle che sono le eventuali variazioni nei gusti e nelle consuetudini, non è cambiata la cultura del caffè (che in Italia rimane comunque abbastanza alta) e l’intendere la pausa caffè come momento di socialità.

Che momento vive il mercato del caffè in questo periodo?

Negli ultimi due anni il consumo del caffè in Italia è rimasto pressoché stabile, complice l’alta penetrazione di cui gode questo prodotto nel nostro paese. Il fenomeno che, però, si è più evidenziato è il passaggio di quote tra differenti canali di vendita/consumi. Il lockdown e le conseguenti chiusure degli esercizi, oltre alle diminuite possibilità di circolazione per effetto delle misure adottate al contrasto del Covid-19, hanno fatto dirottare i consumi dal fuori casa al consumo domestico. 

Cosa contraddistingue NIMS dalle altre aziende del settore?

La parola chiave è formazione: un aspetto in cui l’azienda crede e sta dedicando investimenti sempre crescenti.

La nostra è una squadra di oltre 3.000 Personal Shopper del Caffè che, grazie a un percorso di formazione e crescita meritocratica continua, si presenta ai potenziali clienti con competenza sulla materia e professionalità garantendo importanti prerogative quali rapporto umano, attenzione, ascolto, affidabilità, non una tantum ma in maniera continuativa e prolungata nel tempo.

Qual è il vostro target di riferimento?

Il nostro business è prevalentemente concentrato nel mercato famiglia, che per noi vale circa il 70%, il restante 30% è rappresentato da professionisti, piccoli uffici o attività di modeste dimensioni. Il nostro target quindi è legato alle piccole comunità. In questo tipo di dimensione riusciamo a gestire al meglio il connubio prodotto/servizio che ci ha dato tanto successo.

Quali sono le strategie che stanno delineando il vostro successo?

La strategia che da parecchi anni stiamo perseguendo è quella di professionalizzare al meglio i nostri Personal Shopper del Caffè. Attraverso la formazione, sia in sede che in periferia, cerchiamo di incrementare ancora il livello di servizio che eroghiamo al mercato. La numerica dei nostri Personal Shopper del Caffè è molto alta (parliamo di circa 3900 persone), questo ci consente di avere un’altissima capillarità sul territorio nazionale e, in questo modo, gestire al meglio i nostri servizi. 

Su questi assi basiamo lo sviluppo del nostro business, la qualità eccelsa del prodotto e il livello maniacale di servizio erogato.

Come avete reagito alla pandemia e come state affrontando il ritorno alla (quasi) normalità?

Gli ultimi due anni sono stati molto difficili, abbiamo dovuto, come tutte le aziende, fare i conti con l’impossibilità di muoverci a nostro piacimento, di incontrarci, di mantenere inalterato il legame con la nostra rete vendita. Ma come spesso accade, nei momenti di difficoltà emergono anche opportunità. Quando si può contare su persone preparate e professionali si raggiungono traguardi insperati: abbiamo lavorato molto sulla digitalizzazione che ci ha consentito di abbattere quelle barriere rappresentate dall’impossibilità di incontrarci o di poterci muovere come nel periodo pre-Covid. In questo modo, con seminari e riunioni da remoto e con l’ausilio di strumenti di digitalizzazione spinta, siamo riusciti a passare indenni questo periodo.

Oggi che stiamo tornando alla normalità, riprendiamo a incontrarci, incontrare i nostri clienti e i nostri futuri Personal Shopper del Caffè, sì, dico futuri perché siamo sempre in cerca di nuove persone da inserire all’interno della nostra organizzazione e la fase di selezione e formazione del personale è sempre attiva e per noi strategica.

Quali sono le richieste del mercato nel mondo del caffè?

Il mercato del caffè rimane sempre un mercato dinamico, l’innovazione è continua. Nuovi gusti, nuove metodologie di preparazione, nuove ricette caffè, nuove modalità di consumo in differenti momenti della giornata. Riteniamo di avere una visuale privilegiata, avendo infatti la possibilità di incontrare direttamente il consumatore finale, abbiamo la possibilità di intercettare le nuove tendenze, i nuovi trend di consumo che si evidenziano, magari anche solo come indicazioni embrionali. Questo ci permette di muoverci in anticipo sulla ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti/servizi.

Quali sono i suoi progetti per il prossimo futuro?

Dal 2017, anno in cui è avvenuta l’acquisizione di Lavazza, siamo sempre cresciuti, anche in questi due anni di pandemia. I progetti per il nostro futuro si concentrano sullo sviluppo di nuovi prodotti, nuove possibilità di soddisfare ulteriormente i needs di mercato. Ma la nostra vuole essere una crescita sostenibile, consolidando le posizioni guadagnate e, progressivamente, incrementarle ulteriormente. Innovazione di prodotto, arricchimento dell’offerta di servizi e digitalizzazione sono i tre pilastri su cui basiamo la nostra strategia per lo sviluppo futuro.

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Maison Cilento & F.llo dichiarata marchio storico dal Ministero dello Sviluppo Economico

Arriva un riconoscimento importante per la Maison Cilento & F.llo che è stata dichiarata marchio storici italiani di interesse nazionale dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Nei 250 anni di storia che la caratterizzano, l’azienda guidata oggi da Ugo Cilento, ha puntato tutto su tradizione, qualità, stile, senza dimenticare il fattore innovazione: caratteristiche che le permettono ancora oggi di essere una sartoria di livello elevatissimo.con le sue note cravatte, i foulard preziosi e molto altro.

Durante una visita nella sede di palazzo Ludolf da Ugo Cilento, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva sottolineato che la “Maison Cilento rappresenta una di quelle rarissime aziende storiche italiane che hanno ancora un gran successo dopo tanti anni di lavoro e che rappresentano il made in Italy nel mondo”, sottolineando che per l’importanza delle conoscenze delle aziende storiche bisognerebbe renderla patrimonio UNESCO.

“È un riconoscimento prestigioso quello ottenuto dal Ministero dello Sviluppo economico anche  assegnato insieme a nomi prestigiosi come Pininfarina, lo spumante Ferrari e Sperlari, che rende onore al lavoro fatto dalle tante generazioni che ancor prima di me hanno portato nel mondo e nella storia il nostro marchio per la qualità della nostra sartoria e la capacità imprenditoriale che oggi ci consente di essere una impresa forte e solida con lo sguardo rivolto al futuro”, ha commentato Ugo Cilento, ottava generazione della Maison napoletana.

cilento marchio storico

The Smiley Company: nel 2022 compie 50 anni di sorrisi e non solo…

The Smiley Company nota azienda del brand internazionale che ha reso iconica la famosa faccina gialla, compie 50 anni nel 2022 e si appresta a portare avanti una serie di iniziative nei primi mesi del prossimo anno. 

Nicolas Loufrani è la mente creativa dietro The Smiley Company, una delle principali società di licensing al mondo. 

Convinto dal padre Franklin Loufrani nel 1996 ad unirsi alla sua azienda, Smiley, e a contribuire alla rivoluzione che ne ha poi decretato il successo mondiale, Nicolas che ha subito provveduto a registrare il marchio con la sua ascesa nel business, è stato l’ideatore delle emoticon diverse, arricchite dalle emozioni e da categorie nuove. Un vero e proprio menu, un linguaggio che per tutti noi oggi è comune e ci permette di rendere più vivo e simile alla nostra comunicazione verbale il testo di un messaggio: prima delle faccine, del tutto asettico e poco naturale. Una comunicazione digitale resa felice insomma!

La storia dell’azienda

Con un passato da designer d’avanguardia, nella moda prima e nel mondo tecnologico dopo, Nicolas Loufrani è stato di fatto il fautore della rivoluzione Smiley: nel 1997 si è reso responsabile di uno dei suoi successi di carriera più significativi, riconoscendo la crescita delle nuove comunicazioni tecnologiche e l’uso continuato delle emoticon ASCII, è stato ispirato a rivoluzionare questo mondo creando i primi Smiley digitali 3D. Evolvendo il Smiley originale creato da suo padre nel 1972, è nato il concetto Smiley World. Un nuovo brand, quello dello Smiley, capace di incarnare lo spirito della generazione digitale, dedicato alla tecnologia, all’intelligenza emotiva e allo stile di vita digitale sempre più odierno.

Smiley World è diventato il primo marchio multimediale al mondo realmente interattivo e si è affermato come linguaggio digitale universale, una parte fondamentale del nostro vocabolario quotidiano con miliardi di emoticon condivise ogni giorno.

Nicolas si è anche concentrato sulla creazione di una consapevolezza globale di Smiley come marchio a sé stante allontanandosi da un’immagine con licenza eccessiva e in un marchio di lifestyle di moda guidato strategicamente.

Coesistenza in tutti i segmenti di mercato e presente in una boutique specializzata indipendente come in una catena di mercato di massa.

Come parte di questa visione, Nicolas ha poi deciso che era imperativo spingere Smiley verso la passerella con collaborazioni con alcuni dei principali stilisti di moda del mondo per assicurarsi che fosse sempre negli occhi dei giornalisti di moda e del settore. Questo concetto unico ha permesso a Smiley collaborare negli ultimi anni con nomi come Moschino, Loewe, Louis Vuitton, Fendi, Moncler e Armani. Nei suoi successivi 25 anni al timone, l’approccio strategico del marchio alla collaborazione ha trasformato Smiley nel marchio lifestyle di punta nel licensing. La faccina è adesso riconosciuta come una delle principali società di licenze globali al mondo con estensioni del marchio nella moda e negli articoli per la casa, fino ai giocattoli, all’editoria, al cibo e alle bevande e continua ad abbracciare la collaborazione con i marchi leader mondiali in ogni settore.

Lo Smiley Movement

Perseguendo l’obiettivo di Smiley di rendere il mondo un luogo più felice, gentile e consapevole, Loufrani ha creato Smiley Movement nel 2017: comunità senza scopo di lucro che mira a ispirare un cambiamento positivo e affrontare urgenti problemi sociali e ambientali. Smiley Movement fornisce una piattaforma crossmediale di notizie, video, eventi e premi che collega il settore no profit con un pubblico più ampio per illuminare le menti e consentire alle persone di intraprendere azioni positive.

Nel 2022, The Smiley Company festeggerà il suo 50° anniversario con una campagna globale tornando al suo messaggio originale del 1972: “Prenditi il ​​tempo per sorridere”. 

Come è nata l’idea del sorriso?

Smiley nasce nel 1972 da mio padre Franklin Loufrani, giornalista del quotidiano nazionale francese France-Soir. Voleva diffondere buone notizie e positività sul giornale e diffuse una campagna di buone notizie. In seguito l’ha trasformata in una licensing company con l’intenzione di portare felicità attraverso campagne di marketing e prodotti. Sia la sua campagna di buone notizie che il suo licensing business hanno iniziato a diffondersi in Europa e poi nel mondo. Ho iniziato a reintrodurre l’idea della necessità di sentire buone notizie con il nostro movimento no profit, The Smiley Movement, alcuni anni fa. Il nostro motto è: le buone notizie riguardano le persone che fanno del bene. Ci concentriamo sui changemaker positivi, le persone che ci ispirano per il loro grande lavoro nel settore della beneficenza, che ci mostrano che ogni giorno nelle nostre comunità accade qualcosa di positivo. Penso che rilanciare il nostro messaggio originale “Prenditi il ​​tempo per sorridere” sia molto importante per il mondo in questo momento, poiché abbiamo bisogno che le persone siano sicure che vedremo la luce alla fine del tunnel, che l’umanità progredisca e vinca sempre anche se la situazione è estremamente difficile. Dobbiamo continuare a sorridere alle nostre famiglie, ai nostri amici, ai nostri colleghi e alla società in generale per rimanere umani…

Intervista a Nicolas Loufrani

Nella collaborazione con i big della moda, chi è che adatta la creatività, direttamente lo stilista o chiedono comunque la tua supervisione e il tuo consenso nell’adattare la faccina sui capi di abbigliamento?

Siamo coinvolti in 14 settori, non solo nell’abbigliamento. Si tratta di una collaborazione in cui i team di progettazione e quelli di marketing discutono sulla direzione da prendere. Una direzione che mira a mantenere il DNA e i valori del marchio sia di Smiley che del partner. Alcuni marchi con cui lavoriamo hanno un’estetica molto specifica e designer favolosi e iconici alla loro guida, ma spesso li convinciamo a testare anche alcune delle nostre idee di design. In alcuni casi, capita che un marchio sia molto deciso a creare il proprio Smiley con noi e allora può provenire dal nostro studio o dal loro.

Le faccine Smile animate potrebbero essere un possibile competitor dei Minions. Hai mai pensato di renderle un cartoon?

Mi piacerebbe molto! Signori Spielberg e Katzenberg, se leggete quest’intervista, non esitate a contattarmi.

Uno Smile per firmare una nota positiva, una sigla che ufficializza una cosa buona, uno stemma che ufficializza qualcosa di unico. È così che lo Smiley Movement immagina di supportare il sociale e i possibili suggerimenti di chi si unirà e seguirà il movimento? Ci spiega meglio cosa intende per illuminare le menti e far intraprendere azioni positive?

Ho creato lo Smiley Movement perché mi sono reso conto che c’era un interesse sempre crescente del pubblico a sostenere cause di beneficenza, ma c’era un problema nell’identificare e nel connettersi con le organizzazioni di beneficenza. La nostra organizzazione no profit è nata nel 2018 per rispondere a questa esigenza, fornendo la tecnologia e gli ecosistemi che consentono alle comunità di tutto il mondo di agire su questioni importanti per loro. The Smiley Movement mira a ispirare un cambiamento positivo nella società creando un mondo più felice, equo e sostenibile, in cui tutti lavorano fianco a fianco per affrontare urgenti questioni sociali e ambientali. Fornisce una piattaforma crossmediale di notizie, video, eventi e premi che collegano il settore no profit a un pubblico più ampio, per illuminare le menti e consentire alle persone di intraprendere azioni positive. Abbiamo uno strumento chiamato Smiley News che è una fonte quotidiana di notizie edificanti che sono positive, propositive, stimolanti e che guidano l’azione. Smiley News è uno sbocco per storie positive su iniziative sociali e climatiche. Dai semplici atti di gentilezza alle scoperte di grandi organizzazioni, mette in luce i risultati di coloro che affrontano i grandi problemi della società odierna. I contenuti di Smiley News si allineano con gli obiettivi più ampi degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e promuovono gli appelli per un cambiamento positivo. Nel 2020 abbiamo lanciato gli Smiley Talks, una serie di conversazioni stimolanti su temi sociali e ambientali (ad esempio, come porre fine ai problemi dei senzatetto, come percorrere la strada per le emissioni zero e come cambiare il mondo attraverso l’empatia). Smiley Movement gestisce anche gli annuali Charity Film Awards, la principale celebrazione mondiale del cinema legato alla causa. I premi, che sono stati riconosciuti da IMDb e dal BFI, consentono al pubblico di fare del bene votando i loro film di beneficenza preferiti e condividendoli per raggiungere un pubblico più ampio.

Roberto Pasi, CEO di Beeing: “Ecco il nostro programma per tutelare le api e promuovere l’apicoltura responsabile”

Dall’idea di Roberto Pasi, 34 anni, founder e CEO, e Gabriele Garavini, CTO e co-founder, oggi 37 anni, nasce nel 2017 a Faenza Beeing, start up innovativa che attraverso il suo lavoro vuole mettersi servizio delle api e degli apicoltori.

Il progetto parte con lo sviluppo di sensoristica relativamente semplice: prima GPS antifurto per le arnie, poi sensori in grado di rilevare temperatura e umidità, due parametri chiave per la salute dello sciame. 

A seguito dell’ingegnerizzazione e il lancio sul mercato di un’arnia innovativa urbana, chiamata B-BOX, che permettesse di avvicinarsi all’apicoltura in modo più sicuro, semplice e interattivo e contribuendo così alla diffusione dell’apicoltura urbana e allo sviluppo di comunità a misura di ape, il team di Beeing ha voluto offrire il suo background per lo sviluppo di un settore che in Italia sta sempre più attirando giovani e non solo. Attività di formazione, in presenza e online, avvicinamento al mondo delle api e molte altre iniziative portate avanti con grande impegno e dedizione. Noi ne abbiamo voluto sapere di più intervistando Roberto Pasi, CEO di Beeing.

Intervista a Roberto Pasi, CEO di Beeing

Cosa ha spinto la vostra start up a lanciare un programma come “Bee The Change – Adotta un alveare”? 

L’idea nasce proprio dal cuore dalla nostra mission aziendale: dal 2017 ci impegniamo ogni giorno nel tutelare le api e promuovere l’apicoltura responsabile. A due anni dal lancio di B-BOX, la prima arnia urbana, abbiamo infatti avuto la conferma che tutti i nostri clienti o chi ci segue, ha a cuore, prima del miele, la tutela delle api. Abbiamo quindi voluto spingerci oltre e venire incontro al desiderio di tutti quelli che vogliono fare un gesto concreto per la salvaguardia delle api e, quindi della biodiversità e che non si sentono ancora pronti per tenere un proprio sciame in giardino o in terrazzo. La nostra arnia innovativa rende l’apicoltura più semplice, sicura e interattiva ma ovviamente non è per tutti; bisogna avere tempo e passione per prendersi cura di uno sciame. Con Bee The Change volevamo dare a tutti, indistintamente, la possibilità di fare un gesto concreto per la salvaguardia delle api, con un programma serio e concreto, che mettesse davvero al centro le api e la natura.

Cosa prevedono i vostri programmi?

Bee The Change, rispetto ad altri programmi di adozione, permette a tutti di andare a trovare le proprie api e chi se ne prende cura. Permette inoltre di ricevere, oltre a mezzo chilo di miele, un mix di semi biologici di piante amiche delle api, da piantare per rendere il proprio balcone o giardino un’oasi ideale per gli insetti impollinatori. Non da ultimo, i nostri apicoltori, sono solo apicoltori biologici o apicoltore che – se non ancora in possesso della certificazione biologica- hanno dimostrato di seguire gli standard di apicoltura responsabile. Vogliamo promuovere solo le realtà che davvero mettono le api e la natura al centro.

In che modo intendete coinvolgere chi aderirà?

Con i pacchetti “AdozionExperience”, chi ha adottato uno sciame può fare un’esperienza immersiva in apiario, vedere come si fa il miele e partecipare a una piccola sessione educativa sulle api. Lo sciame e in generale le api hanno delle peculiarità uniche ed emozionanti. Ci insegnano anche molto a noi, come società. Un’esperienza adatta a tutti, anche ai più piccoli. 

Qual è il contributo che volete offrire attraverso questa iniziativa?

Ci aspettiamo che questo programma possa diffondere la consapevolezza sul ruolo delle api e, perché no, sia di ispirazione per iniziare l’avventura da apicoltore urbano. La nostra vision è quella di creare città a misura d’ape, dove uomo e natura possano convivere in armonia.

Che tipo di risposta vi aspettate?

 In questi primi giorni stiamo avendo un’ottima risposta. Quello che è stato particolarmente apprezzato è stata la selezione degli apicoltori in base a criteri sostenibili, e il fatto di poter piantare i fiori amici delle api per contribuire a creare habitat bee-friendly. Siamo una piccola start-up, quindi il nostro budget di comunicazione è piuttosto limitato. Ma come sempre al centro ci sono i nostri clienti – oltre alle api – e la nostra priorità è fornire un’esperienza eccellente a chi ci ha scelto e garantire guadagni equi ai nostri apicoltori, attentamente selezionati.

Roberto Filipelli è il nuovo Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia

Roberto Filipelli è il nuovo Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia. Il suo predecessori, Sergio Romoli, assume l’incarico internazionale nell’area Western Europe di Microsoft. Avrà la responsabilità di guidare la Divisione Cloud & Entreprise e di far crescere il business Cloud nel mercato italiano, aiutando le realtà del Paese a cogliere i vantaggi di una tecnologia che sta rivelando un potenziale senza precedenti.

Chi è Roberto Filipelli

Classe 1969, in Ingegneria Elettronica all’Università di Genova, Filipelli assume il nuovo incarico dopo aver ricoperto il ruolo di Partner Development Lead for Azure in Microsoft Western Europe ed aver quindi acquisito una grande esperienza con la piattaforma cloud Azure. Da oltre 20 anni in Microsoft, ha ricoperto ruoli via via più importanti in ambito tecnico, manageriale e di leadership in Italia ed Europa e questo lo ha reso un vero e proprio punto di riferimento sul mercato e in particolare un esperto in materia di Internet of Things, Industry 4.0 e tecnologie edge intelligenti.

Nella sua carriera ha collaborato con numerosi clienti e partner contribuendo al successo di progetti innovativi, tra cui un caso emblematico è quello di Solair, la prima startup italiana specializzata in IoT acquisita da Microsoft.

“Dopo l’esperienza internazionale, sono entusiasta di rientrare in Italia e di poter contribuire alla crescita digitale del Paese, soprattutto in un momento come questo, che non è mai stato così propizio per adottare Cloud e tecnologie intelligenti in linea con gli obiettivi del PNRR”, commenta Roberto Filipelli. “Insieme al mio team, punto a promuovere ulteriore consapevolezza del valore dell’Intelligent Cloud tra le aziende italiane e siamo pronti a sviluppare nuovi progetti con le realtà che intendono ripensare i propri modelli di business in ottica cloud. Grazie alla scalabilità e all’affidabilità della piattaforma Azure, intendiamo sostenere sempre più le organizzazioni italiane pubbliche e private in un percorso di crescita flessibile, contribuendo all’innovazione e alla competitività di interi settori”.

Roberto Necci: “Nel settore turistico-alberghiero manca un modello organizzativo adeguato ai tempi”

Manager esperto in ristrutturazioni e riorganizzazioni delle imprese alberghiere, Roberto Necci lavora da oltre 25 nel settore turistico alberghiero. Nel corso della sua lunga carriera, ha ricoperto cariche di vertice nell’associazionismo di categoria: caso piuttosto singolare in Italia, è stato sia Presidente dell’associazione dei direttori d’albergo del Lazio che, carica attualmente ricoperta, Presidente del Centro Studi della Federalberghi Roma e Vice Presidente della stessa associazione.

Intervista a Roberto Necci

Dott. Necci, come è cambiato il turismo alberghiero nel tempo?

Sicuramente siamo passati da un turismo di tipo capitalistico famigliare in prevalenza legato all città ad un turismo che vede la prevalenza di investitori internazionali.

Questa trasformazione, già in atto prima del Covid, cambia radicalmente anche la cultura di impresa, che dovrà essere sempre di più legata all’analisi dei risultati, il monitoraggio della gestione e l’introduzione di tecniche manageriali prima adottate in prevalenza dalle grandi realtà ed oggi indispensabili per tutti a prescindere dal livello dimensionale.

Occupandosi di consulenza alle aziende alberghiere quali sono i problemi che più frequentemente ha affrontato?

L’attività di consulenza permette un quadro piuttosto ampio delle problematiche delle aziende. Sul mio blog le ho anche racchiuse in un articolo che risulta essere fra i più letti

Oggi tuttavia il problema principale è la mancanza di un efficace modello organizzativo sopratutto adeguato ai tempi. Oggi le aziende che vogliono competere debbono adeguare i loro processi interni e spesso cambiare la filosofia per dare nuova linfa alla motivazione dei collaboratori. Spesso vi è anche la necessità di rinegoziare le posizioni debitorie per renderle compatibili con il mutato scenario e la nuova realtà aziendale. L’approccio che ho sempre avuto nel ruolo consulenziale è quello di analista nel comprendere la realtà, la storia dell’azienda, il suo format e subito proporre un piano di azione coerente che preveda una analisi dei risultati. Nelle aziende alberghiere tuttavia non si può non comprendere la storia dell’imprenditore o del nucleo famigliare, senza tale comprensione infatti si arriva ad una visione parziale.

Come si è ripartiti dopo il lockdown, quali sono i dati riscontrati?

Purtroppo specialmente per le città d’arte la ripartenza non è semplice, mancano i flussi turistici internazionali e l’organigramma è ancora quello pre Covid. Presto verranno meno le forme di assistenza , cassa integrazione in primis, e le aziende dovranno scontrarsi con la realtà. Alcune strutture sono ancora chiuse ed altra sono ripartite ma con modelli gestionali che presto dovranno adeguarsi alla nuova realtà.

Un manager del suo settore che caratteristiche deve avere?

Passione innanzitutto,  poi ovviamente una preparazione che permetta di analizzare in maniera multidisciplinare ogni problematica,  spesso nella mia attività la risoluzione di un singolo problema ha necessità di valutazioni in ambito legale, fiscale, amministrativo e gestionale, pertanto la capacità di approfondire problemi complessi è un punto cardine.

Quale deve essere il rapporto con i suoi collaboratori?

Scelgo innanzitutto collaboratori che condividano i valori e che sappiano gestire situazioni complesse con l’approccio multidisciplinare che dicevo prima. In ogni caso i collaboratori rappresentano il vero valore aggiunto.

Cosa oggi induce un turista a scegliere una struttura rispetto ad un’altra, a parità di livello?

La sua identità e le sensazioni che l,’offerta può suscitare. Ovviamente oggi contano i servizi aggiuntivi che la struttura può offrire.

Quanto conta ancora oggi il “far sentire a casa propria” gli ospiti?

Rimane l’aspetto fondamentale.

Oltre ad occuparsi di consulenza alberghiera lei ha fondato anche Investhotel Capital Partners che è al servizio degli investitori alberghieri. Ce ne vuole parlare?

Investhotel Capital Partners nasce con l’obiettivo di fornire un servizio su misura agli investitori alberghieri e grazie al rapporto con questi ultimi creare un link di collegamento fra loro e le aziende alberghiere per le operazioni straordinarie ( apertura del capitale, cessione del credito, rinegoziazioni bancarie etc ). Un modello di business che sarà sempre più importante per il futuro.

(Pubbliredazionale)

Il lavoro ibrido: l’efficacia nelle presentazioni a distanza secondo Maurizio La Cava

Con il ritorno al lavoro, il mese di settembre torna a proporci come un anno fa un “parziale” ritorno in ufficio.

La pandemia ha cambiato il nostro modo di lavorare, non più così fisico, o almeno solo in parte, permettendoci di lavorare da casa in quello che ci siamo abituati a chiamare “smart working”.

E se da una parte siamo facilitati, dall’altra si perde il contatto con la realtà, la fisicità e lo scambio di emozioni e intese che caratterizzavano riunioni e scambi di chiacchiere davanti alla consueta macchinetta del caffè.

È l’incontro dal vivo che viene penalizzato, non solo per chi lavora, ma anche per chi oramai siede davanti al PC per estenuanti “call” attraverso piattaforme di virtual meeting le cui più note portano i nomi di Teams, Zoom, Meet e altre ancora.

Le presentazioni virtuali hanno di fatto visto crescere il loro utilizzo in modo esponenziale negli ultimi 18 mesi, e se facilitano dislocazioni geografiche, non bisogna trascurare alcuni accorgimenti fondamentali per far sì che gli spettatori da remoto restino attenti e interessati in ciò che condividiamo a schermo, con la stessa analoga efficacia delle presentazioni dal vivo.

Maurizio La Cava, imprenditore, professore aggiunto al Politecnico di Milano e all’Istituto Marangoni, Startup Pitch Strategist al Polihub e CEO e co-founder di MLC Presentation Design, fornisce alcuni spunti davvero molto utili per realizzare una presentazione ibrida di successo in PowerPoint, oltre a una particolare funzionalità legata a Teams, che non tutti conoscono. 

Uno degli esempi più significativi di funzionalità ancora poco note, ma capaci di incrementare il coinvolgimento dell’audience è stato introdotto da Microsoft Teams e consente al presentatore di aggiungere il proprio volto sulla presentazione.

Intervista a Maurizio La Cava

Prof. La Cava, ci spiega meglio nel dettaglio di cosa si tratta?

Una delle più grandi perdite delle presentazioni online è la presenza del relatore, limitato ad apparire in un piccolo riquadro in basso allo schermo. Sappiamo quanto sia importante la comunicazione non verbale di una persona e la sua presenza durante una presentazione ma con l’online tutto questo viene sacrificato. Per questa ragione, i più tecnici sono corsi ai ripari sfruttando tecniche e software avanzati di streaming per dare nuovamente dignità al relatore facendolo apparire più in grande e di fianco alle slide. Recentemente Teams ha rilasciato diverse modalità che permettono di fare tutto questo alla portata di un click. Infatti, grazie alle modalità handout, side by side o reporter è finalmente possibile dare al relatore una posizione di maggior importanza rispetto a quella a cui siamo abituati.

Quali sono i “must have” del presentatore virtuale d’eccellenza?

Io credo che una buona presentazione prenda in considerazione, prima di tutto, l’esperienza che si desidera per la propria audience. La sfida delle presentazioni ibride è legata al dover rivolgersi a due audience distinte, una in presenza e l’altra remoto contemporaneamente. In pratica, dobbiamo passare lo stesso messaggio, con la stessa presentazione, nello stesso momento a due audience che vivono un’esperienza di fruizione completamente diversa. Un presentatore ibrido efficacia ha la sensibilità di tenere sempre a mente chi vede e chi non vede facendo sentire ogni persona che ascolta il protagonista della performance. 

Il modo di presentare da remoto cambia impostazione a seconda dell’audience e del target che ci segue? Si usano gli stessi accorgimenti?

Io credo che ogni presentazione abbia la sua audience ed ogni audience debba avere la sua presentazione. Ogni presentazione è un momento di interazione e condivisione delle nostre idee con un pubblico per cui non si può prescindere dal personalizzare ogni singolo dettaglio in funzione di chi ci sta di fronte. Un bravo presentatore ha la capacità di spostare le luci da se stesso alla sua audience rendendo le persone davvero protagoniste del momento. Una presentazione da remoto richiede capacità ed accorgimenti tecnici ben più avanzati di una presentazione dal vivo e certamente la cura dei piccoli dettagli fa la differenza. Ad esempio, dal vivo bisogna saper dispensare l’attenzione tramite lo sguardo sulle diverse parti della sala, in remoto bisogna fissare l’obiettivo della camera. In remoto bisogna essere in grado di gestire contemporaneamente le interazioni in chat, il software di meeting, la presentazione ed eventualmente un software di regia, dal vivo è tutto molto più semplice. Insomma, la presentazione online richiede delle accortezze speciali legate alla necessità di realizzare un tipo di esperienza diversa ma sempre efficace per la nostra audience. 

Quanto del suo pregresso percorso l’ha aiutata nello studio di una metodologia davvero efficace per “catturare” i suoi interlocutori?

Il mio trascorso professionale è stato fondamentale per identificare la necessità di un approccio innovativo al presentation design che fosse accessibile a chi davvero ne ha bisogno. Molte metodologie per realizzare presentazioni efficaci sono riservate ai creativi tagliando fuori i professionisti nel mondo del business che quanto a creatività scarseggiano. Ho vissuto questa esperienza in prima persona in dei contesti organizzativamente strutturati in cui le presentazioni svolgono un ruolo fondamentale per un efficace funzionamento del business. Ho fondato il Lean Presentation Design per democratizzare la capacità di realizzare presentazioni efficaci in meno tempo aprendo le porte anche ai meno creativi. Si tratta di una metodologia nata nel mondo del business per chi con le presentazioni fa business. 

Ha oltre 10.000 follower su LinkedIn! Hanno a loro volta contribuito a suggerire un percorso di efficacia generale cui attenersi?

Credo piuttosto sia stato il contrario. Il Lean Presentation Design oggi è stato insegnato ad oltre un migliaio di persone in tre continenti nel mondo. Ha trovato risposta alle esigenze comunicative di culture e lingue diverse seppur accomunate da necessità di comunicare per fare business. Il follow su Linkedin è arrivato dopo e cresce costantemente man mano che il Lean Presentation Design viene scoperto e condiviso. 

A suo avviso, resteremo in una forma di presenza assenza virtuale nel nostro futuro?

Difficile potersi esprimere sul futuro in un contesto cosi incerto. Certamente questa pandemia ha trasformato il nostro modo di lavorare aprendoci a scenari prima considerati impossibili. Personalmente, credo che l’iniezione di flessibilità nel modo di lavorare ci poterà ad adottare alcuni cambiamenti in maniera duratura. Per questa ragione credo che se in una prima fase siamo passati da presentazioni dal vivo a presentazioni in remoto, la direzione più probabile è quella delle presentazioni ibride in cui non sarà necessario avere il 100% dell’audience in presenza.

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Cambio al volante di Jaguar Land Rover Italia: arriva Marco Santucci

Dopo anni alla guida della sede italiana della Casa inglese, Daniele Maver ha annunciato la sua decisione di concludere il suo percorso professionale in Jaguar Land Rover Italia. Al suo posto nel ruolo di Amministratore Delegato, gli subentra Marco Santucci, fino ad ora Direttore Generale della Filiale Italiana.

Daniele Maver, una vita in Jaguar Land Rover

Maver manterrà la carica di Presidente fino al 30 novembre 2021, ultimo giorno lavorativo prima di iniziare il periodo di pensionamento, che arriva al termine di una carriera davvero straordinaria in cui spiccano esperienze in Ford, Nissan, Ford Credit. Dal 1 aprile 2007 era in Jaguar Land Rover Italia, dove ha impostato una strategia certamente vincente e piena di innovazioni.

Daniele Maver, ha dichiarato: “Non è stato facile per me prendere questa decisione, ma, dopo valutazioni e riflessioni personali, credo sia arrivato il momento di lasciare la guida di questa Azienda, che mi ha regalato grandissime soddisfazioni professionali e personali, a chi potrà continuare a mantenerla solida, a farla crescere ancora”. Prosegue Daniele: Marco Santucci è sicuramente la persona più adatta per farlo e gli auguro di ottenere il successo che merita, insieme a tutta la fantastica squadra italiana che mi ha validamente supportato in questi entusiasmanti quattordici anni, e soprattutto, nel periodo difficile e senza precedenti della pandemia, in cui, tra le tante difficoltà, siamo riusciti a mantenere saldo il timone”.

Chi è Marco Santucci

Il nuovo Amministratore Delegato di Jaguar Land Rover Italia è arrivato nell’azienda di Roma nel 2010, dopo aver maturato esperienze  professionali in Ford Italia e Toyota Europa. Ha guidato il brand Jaguar e successivamente la Direzione Generale Sales Operations di entrambi i marchi. Ad inizio 2016, Santucci è stato scelto per assumere un incarico straordinario in Cina, come parte di una ristretta task force a supporto di un mercato in difficoltà, al termine della quale ha assunto, con base a Francoforte, la carica di Managing Director European Importer Region per Jaguar Land Rover, con responsabilità su tutti i mercati gestiti da Filiali indirette e portando questo gruppo di paesi a raggiungere il maggior volume di vendite europeo, per poi rientrare nel 2019.

Marco Santucci, ha dichiarato:“Sono orgoglioso per l’opportunità che mi è stata data e ringrazio Daniele per la fiducia dimostrata in questi anni di lavoro assieme”. Aggiunge Marco: “Sono convinto che questa Azienda crei prodotti e servizi di elettrificazione e mobilità di alta qualità: siamo pronti a capitalizzare sul cambiamento in corso nel settore automobilistico. So che in Jaguar Land Rover Italia possiamo contare su una squadra ed una rete di professionisti eccezionali: insieme porteremo in Italia il lusso moderno” 

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Andrea Gabrielli: “Chatbot? Siamo entrati ormai nella Conversational Era”

C’era una volta la segreteria telefonica, quella a cui un tempo potevi lasciare un messaggio in assenza della persona cercata. Ma quel messaggio restava lì, in attesa che qualcuno lo ascoltasse. E questo accadeva anche nelle aziende dove, in orario di chiusura, veniva inserito il canonico e antipatico messaggio. Ma nell’era di internet e della connessione H24, ciò non è più tollerabile. Ed ecco rapidamente diffondersi le chatbot. Cosa sono? Beh, sono degli assistenti virtuali, creati utilizzando l’intelligenza artificiale, che rispondono alle domande più comuni di chi cerca di mettersi in contatto con un’azienda attraverso la chat del sito ufficiale. Ma l’evoluzione è proseguita…

Ed è proprio cavalcando questo fenomeno, che nel 2017 nasce Heres, startup innovativa per lo sviluppo di Agenti Conversazionali multicanale e multilingua pensati per automatizzare i Processi Aziendali e migliorare la Customer Experience, che più alto numero di bot attivi, circa 25, per rispondere alle esigenze di clienti come Gruppo Prénatal, Motoabbigliamento, Admenta Italia, Easycoop, Shimano, Ianiri Informatica, Istituto Italiano di Tecnologia, SEW Eurodrive, Gottardo, Dompé, Yeppon, DPV, Università e-Campus, Consorzio del Parmigiano Reggiano, Service Trade, Mondadori Education e Rizzoli Education. A guidarla, un giovane CEO molto preparato, Andrea Gabrielli, da sempre appassionato di digitale e di interfacce conversazionali.

Intervista ad Andrea Gabrielli CEO di Heres

Che cos’è un chatbot?

Il termine chatbot è entrato nel linguaggio comune delle persone e anche noi spesso lo usiamo per facilitare la comprensione dei nostri servizi. Un chatbot è un software progettato per simulare una conversazione con un essere umano. Tuttavia il termine che preferiamo è agente conversazionale.

Una delle principali differenze è la qualità della conversazione con l’utente finale: gli agenti conversazionali hanno un flusso di interazione molto vicino a quello di un essere umano mentre i chatbot sono maggiormente vincolati da un flusso di conversazione rigido e predeterminato.

Mentre gli umani cercano di adattarsi ai chatbot, l’agente conversazionale cerca piuttosto di adattarsi alle persone, analizzando la complessità del linguaggio naturale per comprendere l’intento dell’utente e arricchire la comunicazione.

Come funzionano i chatbot?

Grazie all’intelligenza artificiale i chatbot comprendono il linguaggio umano e quindi il significato di una frase semplice o più articolata integrandosi con i sistemi dei clienti per portare a termine task anche complessi. Grazie ai sistemi di NLU (Natural Language Understanding) riconoscono gli elementi che servono ad individuare l’intento dell’utente e costruire l’azione corrispondente. Un esempio pratico: il chatbot può compiere un’azione semplice come impostare la sveglia alle 7, ma può anche compiere azioni più complesse come prenotare una vacanza, dal trasporto all’alloggio. L’AI è in grado di comprendere informazioni basilari di contesto come il giorno, l’orario ma anche d’inserire un prodotto al carrello ed eseguire il pagamento tramite carta di credito dell’utente. 

Perché è importante avere un chatbot per un’azienda?

Ordinare uno smartphone, controllare le previsioni del tempo, prenotare una visita medica: fino a poco tempo fa avremmo detto “c’è un’app per questo”. Oggi, e soprattutto domani, diremo “c’è un bot per questo”. La vera rivoluzione a cui stiamo assistendo è l’entrata nella Conversational Era. 

In linea generale è il comportamento dell’utente a essere profondamente cambiato, spinto dalle nuove tecnologie e dall’omnicanalità. Oggi non si telefona più, non si mandano mail e si consultano meno i siti. Oltre alle nostre dinamiche personali ad essere radicalmente cambiati sono i modi in cui interagiamo con i brand: lo facciamo sui social messaggiando privatamente, conversando con la community, seguendo gli influencer dell’azienda.
La conversazione ha un ruolo preminente, chiunque abbia un business, una domanda, un mercato si deve attrezzare. E lo deve fare in modo veloce, efficiente e innovativo.

I chatbot sono la risposta migliore a questo cambiamento di comportamento e aspettative degli utenti, perché consentono ai brand di interagire con i propri utenti e clienti in ogni canale: sul proprio sito, su Facebook Messenger, Whatsapp e persino le schede di Google, per arrivare agli home device come Alexa o Siri che sono in grande crescita.

In che modo i chatbot aiutano lo sviluppo delle aziende?

I chatbot sono in grado di dialogare in maniera istantanea con clienti e i consumatori, sette giorni su sette h24. Inoltre, riuscendo a sostenere una conversazione, possono offrire assistenza su molti aspetti operativi mantenendo il volto umano all’azienda. Un chatbot fa risparmiare tempo all’azienda, migliora la reputazione del brand e permette di mantenere un rapporto stretto e diretto con i clienti. 

Chi è il Conversation Designer?

Il Conversation Designer è colui che consente ad un chatbot di comprendere la nostra lingua e rispondere come farebbe un essere umano. Potremmo definirlo un vero e proprio architetto delle conversazioni virtualiche che cerca di fornire, appunto, una voce il più umana possibile all’agente conversazionale.

Si tratta di una figura nata solo da qualche anno, per cui l’unica vera regola per diventare un professionista delle conversazioni virtuali è provare e riprovare, imparando dall’esperienza e dai feedback degli utenti, al fine di individuare la user experience più soddisfacente.

In che modo può aiutare ad ottenere un’esperienza piacevole per il navigatore?

I Conversation Designer sono proprio quelle figure specializzate nella costruzione di flussi conversazionali che devono essere naturali e fluidi. In qualità di linguisti computazionali, si occupano del training degli algoritmi, alimentati con set di possibili domande, chiamate tecnicamente “User Says”, che la macchina utilizza come esempi da seguire per fornire le risposte corrette all’utente. Ai Conversation Designer è affidata la gestione della componente NLU di un chatbot, ovvero l’elaborazione degli input che arrivano al sistema per permettere al chatbot di comprendere le richieste degli utenti, e la progettazione dei flussi conversazionali, ovvero la mappatura delle domande, delle risposte e delle informazioni che compongono il perimetro di argomenti che ogni utente potrà trovare nella chat di conversazione ogni volta che chiederà di parlare con il chatbot. 

In che modo voi di Heres vi interfacciate con le aziende e cosa proponete?

Heres è una start up che ha nella sua caratteristica principale la capacità di progettare assistenti virtuali multicanale e multilingua che automatizzano processi di business e migliorano la Customer Experience in contesti di alta complessità, quindi tipicamente il mercato Enterprise B2C e B2B. Quello che proponiamo è proprio un framework metodologico strutturato unito a un prodotto proprietario integrato con l’AI di Google altamente performante che consente di costruire degli agenti conversazionali fortemente integrati con i sistemi e i processi delle nostre aziende clienti e con il tone of voice del brand. Il risultato sono dei veri e propri colleghi virtuali che svolgono diverse attività, dal customer service, alla lead generation, al booking, che rispecchiano in tutto e per tutto le caratteristiche e il posizionamento dei nostri Clienti. Fondamentale è la capacità di dotare il chatbot di una personalità vicina a quella del brand: il chatbot è infatti in prima linea nella relazione con i clienti presentandosi come assistente di primo livello sui touch point dedicati del Cliente.

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Daniele Pescara: “Ecco perché Dubai è una buona meta per gli affari”

In un mercato sempre più internazionale e aperto alle idee oltre che all’innovazione, guardare ai Paesi esteri per aprire una propria azienda oltre confine può rappresentare una soluzione interessante. Il problema, molto spesso è che non conoscendo le regole e leggi dei vari Stati, ci si può trovare in difficoltà. Ecco perché affidarsi a professionisti qualificati e ben integrati laddove si decida di aprire una propria società estera è fondamentale. Tra questi, per quanto riguarda Dubai, troviamo Daniele Pescara che con la sua Falcon Advice aiuta le aziende a ottimizzare la propria idea aziendale in una località ormai diventata di forte attrattiva.

Intervista a Daniele Pescara

Chi è Daniele Pescara?

Sono un imprenditore: mi occupo di costituire società a Dubai e dell’ottenimento dei visti di residenza per gli italiani interessati a trasferirsi o ad investire a Dubai.

Costituire una società nelle Free Zone di Dubai (aree fiscalmente non tassate) dà l’opportunità di diventare residente negli Emirati Arabi Uniti, avere dei conti correnti bancari, ma soprattutto di risiedere a tempo indeterminato al di fuori dell’Italia.

Perché fare business a Dubai?

I vantaggi sono innumerevoli e si fa fatica ad elencarli tutti, ma posso condividere la mia personale esperienza e i punti che oggettivamente ritengo più importanti.

Primo tra tutti, Dubai ha il vantaggio di essere un hub internazionale: vivendo a Dubai oppure stabilendo qui un ufficio di rappresentanza tutto il mondo gravita attorno a te; tutti i giorni incontri persone nuove, benestanti e con tanta voglia di fare business; si ha la percezione che le proprie ambizioni si possano concretizzare molto più velocemente rispetto a qualsiasi altra parte del mondo, ed è effettivamente vero.

Lo stile di vita e il benessere sono ai massimi livelli e accontentano tutti: sia chi ama la vita “metropolitana” in down town con i suoi grattacieli scintillanti, sia chi preferisce vivere a pochi passi dalla spiaggia con le varie strutture residenziali affacciate sulla costa in Marina e in jumeirah palm.

Se prendiamo in considerazione l’aspetto economico, ovviamente, per i titolari di attività a Dubai che hanno scelto di aprire una società in free zone non sono previste né tasse personali né tasse societarie, ma vi è una semplice licenza che va rinnovata annualmente (una specie di flat tax fissa).

Ne risulta avvantaggiata sicuramente l’economia, che essendo quasi del tutto priva di burocrazia ha dato vita, di fatto, ad un mercato liquido e veloce, dove la valuta fluisce in maniera rapida a beneficio di tutto il sistema socio-economico.

Infine, un altro considerevole aspetto che merita di essere menzionato è l’approccio al business dei residenti a Dubai. Il mercato è molto competitivo, nel senso buono del termine, gli operatori di tutti i settori sono persone decise e con degli obiettivi ben formati: non esistono distrazioni, quindi, si diventa molto più produttivi e questa è la differenza più sostanziale con l’Italia.

Che tipo di aziende chiedono la Sua consulenza per investire a Dubai?

Ci sono due tipologie di clienti che ci contattano: da una parte sono aziende strutturate che da almeno un decennio sono leader di una nicchia di mercato e quindi si rendono conto che al giorno d’oggi l’area asiatica e del middle east sono uno sbocco economicamente straordinario, soprattutto dopo i recenti cambiamenti che hanno coinvolto tutte le economie mondiali.

Dubai ha rafforzato ancora di più la sua leadership logistica per tutte quelle aziende che ne beneficiano vendendo nel mercato interno, ma anche per affacciarsi, come ho detto prima, verso l’Asia e il resto del middle east.

La seconda tipologia è costituita da imprenditori e freelancer giovani e snelli, che sanno utilizzare i giusti strumenti che l’era moderna ci offre: quindi, consulenti e formatori online, ma anche nuovi imprenditori che si affacciano al mondo del commercio attraverso l’e-commerce, il dropshipping o tramite amazon FBA.

Queste figure “veloci” hanno trovato in Dubai e le sue freezone un vero e proprio el dorado: zero tasse, una vita lussuosa, un clima molto caldo per la maggiore parte dell’anno e tante opportunità di business.

Quali servizi offre?

La cosa più importante è che il cliente deciso a iniziare questo tipo di percorso dispone fin da subito di informazioni e di costi chiari.

La maggior parte dei nostri clienti si affidano a Falcon Advice dopo che hanno avuto brutte esperienze a Dubai: essere scelti dopo un percorso andato male ci lusinga molto, perché necessita di una doppia fiducia.

I servizi che proponiamo variano dalla costituzione della società, all’apertura dei conti correnti bancari, ma è un vero e proprio abito sartoriale che va adattato su misura rispetto alle esigenze del cliente: per politica aziendale, preferiamo la qualità alla quantità quindi tutte le nostre pratiche sono di tipo tailor-made.

In sintesi, l’affiancamento è di tipo spalla a spalla e il rapporto inizia nel momento in cui consegniamo la documentazione piuttosto che terminarlo, come se il cliente fosse un numero: ed è proprio questa la nostra caratteristica precipua che ci differenzia.

Cosa bisogna tenere in considerazione quando si intende fare un investimento a Dubai?

Le idee non bastano. Purtroppo in Italia si sente spesso parlare di start-up che dal nulla riescono ad ottenere risultati ragguardevoli, questo è vero, ma sono una eccezione.

C’è un immaginario sbagliato di Dubai: ci si aspetta dei ricchi Sceicchi disposti ad investire su qualunque cosa, purché sia made in Italy, ma purtroppo non è cosi.

La prima cosa che serve a Dubai, come in tutte le parti del mondo, ma soprattutto in questa zona, sono i soldi.

Quindi, sia le aziende sia i privati che vogliono valutare questo cambio di vita in meglio devono saper quantificare anticipatamente i loro investimenti, perché effettivamente proprio di “investimento” si parla.

Far credere alle persone che si può arrivare a Dubai solo con una buona idea, sarebbe mentire e dare delle informazioni fuorvianti: ebbene serve molta disponibilità economica per potersi permettere quel tipo di stile di vita e gli sbocchi lavorativi che gli italiani cercano.

Lei si occupa anche di formazione: quali sono i consigli che più spesso si trova a dare?

Lavorando a stretto contatto con aziende internazionali e liberi professionisti, ho avuto il privilegio di iniziare anche questo straordinario percorso nel campo della formazione professionale e coaching, specificatamente:
– Time Management Coach
– Self-Esteem Coach
– Emotional Coach

Beh che dire, ho fatto della mia passione una professione riconosciuta e posizionata e con i miei percorsi di affiancamento supporto allo stesso modo i miei clienti a fare lo stesso.

Viviamo in un periodo molto particolare dove tutte le certezze che avevamo si sono sciolte come neve al sole.

Anche quelle che possono sembrare delle ovvietà come la definizione di uno scopo e di un obbiettivo ben formato, possono fare la differenza nella sfera lavorativa e nella vita privata.

Sapere dove andare, come farlo, e con chi farlo, risparmiando tempo, energie e denaro, non ha prezzo.

In che modo si svolgono le Sue formazioni?

Come per la consulenza aziendale, anche i programmi di formazione professionale e coaching, sono studiati insieme al mio team su misura rispetto alle esigenze del cliente.

Essi sono volti ad un miglioramento immediato del cliente e hanno differenti step in base allo stato di partenza di quest’ultimo e a quello che vuole ottenere.

Si spazia da percorsi in video conferenza, visto il periodo storico che stiamo vivendo, agli incontri personalizzati nel nostro ufficio di Padova, fino ad arrivare ai periodi di totale affiancamento spalla a spalla della durata di una settimana direttamente a Dubai: un viaggio unico e straordinario che ha già cambiato la vita di tante persone. 

(Pubbliredazionale)

Antonello De Medici: “Il bello è non avere limiti ma muovere un passo alla volta verso obiettivi da raggiungere”

Dirigere un hotel ai tempi della pandemia non è certamente il più semplice dei compiti. Quando si tratta di una delle più lussuose ed imponenti strutture alberghiere italiane, il grado di difficoltà aumenta. Se la struttura in questione si trova a Venezia, una delle città turistiche per eccellenza del nostro Paese, l’asticella si alza ancora di più. L’Hilton Molino Stucky Venice, è un esempio di eleganza e stile che dall’isola della Giudecca guarda la Serenissima con stile unico. Lo stesso che si trova all’interno della struttura dove a guidare lo staff troviamo il Dott. Antonello De Medici, direttore del Molino Stucky Venice.

La carriera di Antonello De Medici

Nato nel 1960 a Roma, inizia la sua carriera nel 1986 in ambito Risorse Umane presso aziende multinazionali, farmaceutiche e di largo consumo.

Dieci anni dopo approda nel mondo dell’ospitalità internazionale presso il Gruppo Ciga Starwood, dove rimane impiegato per quasi 25 anni ricoprendo dal principio cariche HR a livello corporate ed assumendo poi il ruolo di Direttore Generale a livello Hotel a Firenze ed a Venezia in veste di General Manager al Danieli ed Area Manager Venezia fino all’apertura del St. Regis Venice. Dal giugno 2020 è Direttore Generale dell’Hotel Hilton Molino Stucky, gioiello dell’architettura industriale nel cuore della Giudecca a Venezia.

Esperto di food & beverage, marketing e relazioni industriali, De Medici collabora assiduamente con svariate università e master tra cui Bocconi, Ciset e Ca’ Foscari oltre a ricoprire il ruolo di membro del Consiglio di Presidenza di Federturismo Italia, di delegato di Confindustria Turismo Veneto e di Presidente di EBIT Veneto.

Intervista ad Antonello De Medici

Direttore, Lei è alla guida di una delle strutture alberghiere più belle d’Italia: in che modo un manager deve offrire nel Suo ambito un valore aggiunto?

Il ruolo del GM è in evoluzione ed oggi deve creare una rete di relazioni con la destinazione in base al posizionamento dell’Hotel sia per quanto attiene la Cultura, l’Enogastronomia, l’Arte ma anche il tessuto produttivo artigianale e industriale per generare scambi fra mondi connnessi necessari per costruire le esperieze dei clienti. Deve sempre però essere Coach e Mentore del suo team valorizzando il capitale umano e orientandolo al raggiungimento degli obliettivi sia economici che di qualità del servizio.

Di cosa va particolarmente fiero nel Suo operato?

Il mio approccio è volto all’innovazione di prodotto e di processo e quindi sono sempre alla ricerca di idee per contribuire al valore dell’Hotel o degli Hotel che ho gestito.

Quali sono i segni distintivi del Suo lavoro all’interno dell’Hilton Molino Stucky Venice?

La prima domanda posta all’inizio del mio incarico al Team è stata: cosa vorreste fare che non è mai stato fatto?

Che tipo di rapporto ci deve essere oggi tra un Direttore moderno e i suoi collaboratori?

Fiducia e trasparenza, ascolto attivo e supporto nel superare la “zona di conforto” in cui alcuni si rifugiano per aiutare ciascuno a crescere.

Come si gestisce nella quotidianità una struttura così grande?

Delegando e controllando ma senza essere pressanti nel day by day piuttosto facendo verifiche sulle decisioni chiave e correggendo il tiro ove necessario in base alla Voce del Cliente.

Gestire un hotel di lusso a Venezia, non è come farlo altrove: quali sono i pro e i contro?

Le logiche sono le stesse: “God is in the details”, sono i dettagli che fanno la differenza unitamente all’amore per quello che facciamo. Vale sempre il principio della catena del valore: dipendenti felici fanno felici i clienti, clienti felici fanno felici le proprietà. In ogni caso Venezia è unica per concentrazione di eventi culturali e life style quindi occorre essere sempre coinvolti per stimolare gli ospiti siano essi individuali o clienti del segmento MICE. E’ una destinazione unica ma fragile e bisogna avere attenzione in ogni scelta nella direzione di preservare una Città meravigliosa .

Il mercato del turismo in Italia è stato forse il più colpito dalla pandemia: come avete reagito e come vi state “rialzando”?

Con tanto lavoro di progettazione, di sviluppo dei prodotti, di flessibilità nel rinegoziare i contratti, nel riposizionamento dei servizi fra cui spicca la Ristorazione oramai elemento essenziale delle esperieze dei clienti e nuova“ reason to stay” in un Hotel.

L’Italia è un Paese in cui il turismo ha un ruolo fondamentale nell’economia generale, cosa bisognerebbe fare per esaltarne ulteriormente il valore?

Dare valore alle destinazioni ma con un approccio manageriale e non improvvisando; valorizzando i Brand, cosa nella quale siamo indietro rispetto a molti Paesi nostri competitor che hanno meno da offrire ma più identità e distribuzione.

Da professionista del mondo dell’hotellerie, come fotografa la percezione dei turisti verso le strutture italiane?

Aspettative elevate, perchè per alcuni è il viaggio sognato da sempre, ma anche molti luoghi comuni sulla abilità italiana di improvvisare, sulla simpatia ma sulla carenza di metodo ed affidabilità nel tempo, definita brand loyalty anche per la frammentazione dell’offerta in micro strutture con un modello di business familiare in un contesto globalizzato e soggetto alla web reputation. 

Quali sono i piani che si è prefissato di realizzare nel ruolo che ricopre?

Il bello è non avere limiti ma muovere un passo alla volta verso obiettivi da raggiungere.

La situazione pandemica ha penalizzato fortemente il settore MICE. Ci sono segnali di ripresa, quali strategie avete adottato?

Lo scenario che abbiamo avuto di fronte per mesi nell’Hospitality ha penalizzato in misura maggiore il settore degli Eventi, Meeting e Congressi per i vincoli al travel, l’assenza di collegamenti Aerei, le regole di prevenzione e l’assenza di vaccini.

Le nuove regole del Green Pass, la ripresa dei voli e la cultura della prevenzione oggi rendono possibile in modo diverso la ripresa di questo strategico segmento di mercato. All’Hilton Molino Stucky grazie ai protocolli Hilton Events Ready ed alla lungimiranza della nostra Proprietà, Gruppo Marseglia, siamo intervenuti per tempo con investimenti su offerta con potenziamento ad 1giga del WIFI,una piattaforma multimediale per Hybrid e streaming events già attiva e in grado di consentire meetings sia in presenza che in remoto in tempo reale ed acora con una tecnologia di sanificazione con fotocatalisi in continuo del nostro Centro Congressi.

Dimitri Corti, CEO Lionard Luxury Real Estate: “Consolideremo la nostra leadership nel settore”

Si chiama Dimitri Corti ed è l’amministratore delegato e il fondatore di Lionard Luxury Real Estate S.p.A., presente sul mercato italiano dal 2008 quando viene fondata a Firenze dall’imprenditore fiorentino con esperienza pluriennale nel settore immobiliare e informatico. Connubio interessante che gli ha permesso lo sviluppo del dato, ma soprattutto del servizio, a supporto della clientela degli immobili di lusso.

Corti, classe 1977, ha una consolidata esperienza professionale come manager di società immobiliari e un’attenzione particolare ai mercati esteri, contatti a Mosca, Londra e New York con attori del mondo finanziario e imprenditoriale oltreché immobiliare

Già da diversi anni l’interesse degli inglesi, come dei russi e anche degli americani, e di molti altri stranieri prima mai immaginati, ferma lo sguardo sul nostro Belpaese, in Toscana soprattutto, ma anche in Liguria, nelle costiere e nelle isole. Così, forte del connubio pregresso, Dimitri fonda Lionard, società Made in Italy, che si occupa della vendita di proprietà di prestigio italiane alla clientela internazionale, non esclusivamente è ovvio, ma principalmente.

Un sito che ne è la firma, vetrina internazionale in 20 lingue, oltre 3.000 proprietà di lusso in portfolio per un valore di 14 miliardi, con un valore medio di 5 milioni di euro.

Il dato, l’informazione che ne scaturisce, la trasparenza dei numeri, dei valori, del venduto, sono certamente fondamentali, ma ritengo che è soprattutto il servizio che li presenta e li supporta, dandogli forma oltre che sostanza, a rassicurare una clientela così particolare. È corretto?

Non sbaglia. In Lionard siamo molti attenti a tutti i dettagli. Dai numeri, alla privacy, alla presentazioni degli immobili. Abbiamo imparato che i nostri clienti ricercano la perfezione e l’attenzione a 360 gradi. Gli errori non sono ammessi. 

Da dove nasce il brand, il nome Lionard?

L’ho scelto perché suggerisce l’italianità, il fascino, l’eccellenza e l’unicità attraverso una fonetica internazionale. È  l’unione di due parole: Leonardo e Lion. La prima richiama la grandezza del celebre artista nato a Vinci; l’altra  invoca la forza e il fascino del re della savana. Inoltre, ho scelto il grifone come logo perché traduce visivamente questi concetti.

Perché proprio l’extralusso con la specifica ricerca dell’unicità esclusiva, non era presidiato sulla clientela estera?

È partito tutto da una riflessione dopo un incontro con l’assistente di un cliente molto importante. Mi fece notare che non riusciva a trovare una società capace di trattare e fornire un servizio all’altezza di un determinato tipo di investitori. Ho sondato il mercato e ho fatto diverse ricerche specifiche. Il risultato è stato che mi sono reso conto che poteva nascere un business vincente. E così è stato.

È in fieri un importante ampliamento di presidio territoriale di Lionard. Perché?

Riceviamo centinaia richieste di acquisto e informazioni da tutto il mondo. Per fornire un servizio sempre migliore e di extralusso c’è la necessita di essere presenti in tutte le più importanti città di Italia. Apriremo altri 15 sedi: un passo molto importante che consoliderà la nostra leadership del mercato del luxury. 

Come sceglie i suoi Advisor, provengono tutti dal settore immobiliare?

I nostri Advisor vengono scelti con criteri molto rigidi. Ricerchiamo talenti con competenze giuridiche e economiche. Per noi, inoltre, è fondamentale che i nostri collaboratori conoscano alla perfezione almeno una lingua straniera. Nei nostri uffici si parla costantemente inglese, francese, spagnolo, russo e tedesco. Il percorso in Lionard non si ferma con la selezione. Una volta entrato nello staff si viene formati sul settore immobiliari dai nostri esperti che hanno anni e anni di esperienze. Inoltre, monitoriamo per ogni advisor 43 diverse Kpi per valutarne le performance. 

Ha pensato di replicare l’idea di business anche in altri paesi europei o extra-continentali?

Abbiamo varato un importante piano di espansione aziendale che ci porterà nei prossimi anni ad essere presenti a Parigi, Londra, Barcelona e Berlino. Replicare il business è possibile, e infatti stiamo lavorando per arrivare in tutta Europa.