Manager

Una categoria particolare, quella dedicata al top management del nostro tempo. Interviste e curiosità raccontate dai protagonisti del mondo del business, che ci svelano i propri segreti di successo e ci raccontano come si sono realizzati nel mondo degli affari. Sono manager di primo livello, preparati, acuti e sempre attenti, dai quali poter prendere spunto per migliorare la propria carriera professionale. Sono professionisti che guardano e fotografano il mondo in modo particolare, offrendoci una panoramica non solo del presente che stiamo vivendo, ma anche del futuro che è dietro l’angolo. Uomini, manager o più semplicemente businessman che sanno come essere protagonisti della scena nazionale ed internazionale, con le loro idee e con le skills più richieste del momento.

Il lavoro ibrido: l’efficacia nelle presentazioni a distanza secondo Maurizio La Cava

Con il ritorno al lavoro, il mese di settembre torna a proporci come un anno fa un “parziale” ritorno in ufficio.

La pandemia ha cambiato il nostro modo di lavorare, non più così fisico, o almeno solo in parte, permettendoci di lavorare da casa in quello che ci siamo abituati a chiamare “smart working”.

E se da una parte siamo facilitati, dall’altra si perde il contatto con la realtà, la fisicità e lo scambio di emozioni e intese che caratterizzavano riunioni e scambi di chiacchiere davanti alla consueta macchinetta del caffè.

È l’incontro dal vivo che viene penalizzato, non solo per chi lavora, ma anche per chi oramai siede davanti al PC per estenuanti “call” attraverso piattaforme di virtual meeting le cui più note portano i nomi di Teams, Zoom, Meet e altre ancora.

Le presentazioni virtuali hanno di fatto visto crescere il loro utilizzo in modo esponenziale negli ultimi 18 mesi, e se facilitano dislocazioni geografiche, non bisogna trascurare alcuni accorgimenti fondamentali per far sì che gli spettatori da remoto restino attenti e interessati in ciò che condividiamo a schermo, con la stessa analoga efficacia delle presentazioni dal vivo.

Maurizio La Cava, imprenditore, professore aggiunto al Politecnico di Milano e all’Istituto Marangoni, Startup Pitch Strategist al Polihub e CEO e co-founder di MLC Presentation Design, fornisce alcuni spunti davvero molto utili per realizzare una presentazione ibrida di successo in PowerPoint, oltre a una particolare funzionalità legata a Teams, che non tutti conoscono. 

Uno degli esempi più significativi di funzionalità ancora poco note, ma capaci di incrementare il coinvolgimento dell’audience è stato introdotto da Microsoft Teams e consente al presentatore di aggiungere il proprio volto sulla presentazione.

Intervista a Maurizio La Cava

Prof. La Cava, ci spiega meglio nel dettaglio di cosa si tratta?

Una delle più grandi perdite delle presentazioni online è la presenza del relatore, limitato ad apparire in un piccolo riquadro in basso allo schermo. Sappiamo quanto sia importante la comunicazione non verbale di una persona e la sua presenza durante una presentazione ma con l’online tutto questo viene sacrificato. Per questa ragione, i più tecnici sono corsi ai ripari sfruttando tecniche e software avanzati di streaming per dare nuovamente dignità al relatore facendolo apparire più in grande e di fianco alle slide. Recentemente Teams ha rilasciato diverse modalità che permettono di fare tutto questo alla portata di un click. Infatti, grazie alle modalità handout, side by side o reporter è finalmente possibile dare al relatore una posizione di maggior importanza rispetto a quella a cui siamo abituati.

Quali sono i “must have” del presentatore virtuale d’eccellenza?

Io credo che una buona presentazione prenda in considerazione, prima di tutto, l’esperienza che si desidera per la propria audience. La sfida delle presentazioni ibride è legata al dover rivolgersi a due audience distinte, una in presenza e l’altra remoto contemporaneamente. In pratica, dobbiamo passare lo stesso messaggio, con la stessa presentazione, nello stesso momento a due audience che vivono un’esperienza di fruizione completamente diversa. Un presentatore ibrido efficacia ha la sensibilità di tenere sempre a mente chi vede e chi non vede facendo sentire ogni persona che ascolta il protagonista della performance. 

Il modo di presentare da remoto cambia impostazione a seconda dell’audience e del target che ci segue? Si usano gli stessi accorgimenti?

Io credo che ogni presentazione abbia la sua audience ed ogni audience debba avere la sua presentazione. Ogni presentazione è un momento di interazione e condivisione delle nostre idee con un pubblico per cui non si può prescindere dal personalizzare ogni singolo dettaglio in funzione di chi ci sta di fronte. Un bravo presentatore ha la capacità di spostare le luci da se stesso alla sua audience rendendo le persone davvero protagoniste del momento. Una presentazione da remoto richiede capacità ed accorgimenti tecnici ben più avanzati di una presentazione dal vivo e certamente la cura dei piccoli dettagli fa la differenza. Ad esempio, dal vivo bisogna saper dispensare l’attenzione tramite lo sguardo sulle diverse parti della sala, in remoto bisogna fissare l’obiettivo della camera. In remoto bisogna essere in grado di gestire contemporaneamente le interazioni in chat, il software di meeting, la presentazione ed eventualmente un software di regia, dal vivo è tutto molto più semplice. Insomma, la presentazione online richiede delle accortezze speciali legate alla necessità di realizzare un tipo di esperienza diversa ma sempre efficace per la nostra audience. 

Quanto del suo pregresso percorso l’ha aiutata nello studio di una metodologia davvero efficace per “catturare” i suoi interlocutori?

Il mio trascorso professionale è stato fondamentale per identificare la necessità di un approccio innovativo al presentation design che fosse accessibile a chi davvero ne ha bisogno. Molte metodologie per realizzare presentazioni efficaci sono riservate ai creativi tagliando fuori i professionisti nel mondo del business che quanto a creatività scarseggiano. Ho vissuto questa esperienza in prima persona in dei contesti organizzativamente strutturati in cui le presentazioni svolgono un ruolo fondamentale per un efficace funzionamento del business. Ho fondato il Lean Presentation Design per democratizzare la capacità di realizzare presentazioni efficaci in meno tempo aprendo le porte anche ai meno creativi. Si tratta di una metodologia nata nel mondo del business per chi con le presentazioni fa business. 

Ha oltre 10.000 follower su LinkedIn! Hanno a loro volta contribuito a suggerire un percorso di efficacia generale cui attenersi?

Credo piuttosto sia stato il contrario. Il Lean Presentation Design oggi è stato insegnato ad oltre un migliaio di persone in tre continenti nel mondo. Ha trovato risposta alle esigenze comunicative di culture e lingue diverse seppur accomunate da necessità di comunicare per fare business. Il follow su Linkedin è arrivato dopo e cresce costantemente man mano che il Lean Presentation Design viene scoperto e condiviso. 

A suo avviso, resteremo in una forma di presenza assenza virtuale nel nostro futuro?

Difficile potersi esprimere sul futuro in un contesto cosi incerto. Certamente questa pandemia ha trasformato il nostro modo di lavorare aprendoci a scenari prima considerati impossibili. Personalmente, credo che l’iniezione di flessibilità nel modo di lavorare ci poterà ad adottare alcuni cambiamenti in maniera duratura. Per questa ragione credo che se in una prima fase siamo passati da presentazioni dal vivo a presentazioni in remoto, la direzione più probabile è quella delle presentazioni ibride in cui non sarà necessario avere il 100% dell’audience in presenza.

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Cambio al volante di Jaguar Land Rover Italia: arriva Marco Santucci

Dopo anni alla guida della sede italiana della Casa inglese, Daniele Maver ha annunciato la sua decisione di concludere il suo percorso professionale in Jaguar Land Rover Italia. Al suo posto nel ruolo di Amministratore Delegato, gli subentra Marco Santucci, fino ad ora Direttore Generale della Filiale Italiana.

Daniele Maver, una vita in Jaguar Land Rover

Maver manterrà la carica di Presidente fino al 30 novembre 2021, ultimo giorno lavorativo prima di iniziare il periodo di pensionamento, che arriva al termine di una carriera davvero straordinaria in cui spiccano esperienze in Ford, Nissan, Ford Credit. Dal 1 aprile 2007 era in Jaguar Land Rover Italia, dove ha impostato una strategia certamente vincente e piena di innovazioni.

Daniele Maver, ha dichiarato: “Non è stato facile per me prendere questa decisione, ma, dopo valutazioni e riflessioni personali, credo sia arrivato il momento di lasciare la guida di questa Azienda, che mi ha regalato grandissime soddisfazioni professionali e personali, a chi potrà continuare a mantenerla solida, a farla crescere ancora”. Prosegue Daniele: Marco Santucci è sicuramente la persona più adatta per farlo e gli auguro di ottenere il successo che merita, insieme a tutta la fantastica squadra italiana che mi ha validamente supportato in questi entusiasmanti quattordici anni, e soprattutto, nel periodo difficile e senza precedenti della pandemia, in cui, tra le tante difficoltà, siamo riusciti a mantenere saldo il timone”.

Chi è Marco Santucci

Il nuovo Amministratore Delegato di Jaguar Land Rover Italia è arrivato nell’azienda di Roma nel 2010, dopo aver maturato esperienze  professionali in Ford Italia e Toyota Europa. Ha guidato il brand Jaguar e successivamente la Direzione Generale Sales Operations di entrambi i marchi. Ad inizio 2016, Santucci è stato scelto per assumere un incarico straordinario in Cina, come parte di una ristretta task force a supporto di un mercato in difficoltà, al termine della quale ha assunto, con base a Francoforte, la carica di Managing Director European Importer Region per Jaguar Land Rover, con responsabilità su tutti i mercati gestiti da Filiali indirette e portando questo gruppo di paesi a raggiungere il maggior volume di vendite europeo, per poi rientrare nel 2019.

Marco Santucci, ha dichiarato:“Sono orgoglioso per l’opportunità che mi è stata data e ringrazio Daniele per la fiducia dimostrata in questi anni di lavoro assieme”. Aggiunge Marco: “Sono convinto che questa Azienda crei prodotti e servizi di elettrificazione e mobilità di alta qualità: siamo pronti a capitalizzare sul cambiamento in corso nel settore automobilistico. So che in Jaguar Land Rover Italia possiamo contare su una squadra ed una rete di professionisti eccezionali: insieme porteremo in Italia il lusso moderno” 

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Andrea Gabrielli: “Chatbot? Siamo entrati ormai nella Conversational Era”

C’era una volta la segreteria telefonica, quella a cui un tempo potevi lasciare un messaggio in assenza della persona cercata. Ma quel messaggio restava lì, in attesa che qualcuno lo ascoltasse. E questo accadeva anche nelle aziende dove, in orario di chiusura, veniva inserito il canonico e antipatico messaggio. Ma nell’era di internet e della connessione H24, ciò non è più tollerabile. Ed ecco rapidamente diffondersi le chatbot. Cosa sono? Beh, sono degli assistenti virtuali, creati utilizzando l’intelligenza artificiale, che rispondono alle domande più comuni di chi cerca di mettersi in contatto con un’azienda attraverso la chat del sito ufficiale. Ma l’evoluzione è proseguita…

Ed è proprio cavalcando questo fenomeno, che nel 2017 nasce Heres, startup innovativa per lo sviluppo di Agenti Conversazionali multicanale e multilingua pensati per automatizzare i Processi Aziendali e migliorare la Customer Experience, che più alto numero di bot attivi, circa 25, per rispondere alle esigenze di clienti come Gruppo Prénatal, Motoabbigliamento, Admenta Italia, Easycoop, Shimano, Ianiri Informatica, Istituto Italiano di Tecnologia, SEW Eurodrive, Gottardo, Dompé, Yeppon, DPV, Università e-Campus, Consorzio del Parmigiano Reggiano, Service Trade, Mondadori Education e Rizzoli Education. A guidarla, un giovane CEO molto preparato, Andrea Gabrielli, da sempre appassionato di digitale e di interfacce conversazionali.

Intervista ad Andrea Gabrielli CEO di Heres

Che cos’è un chatbot?

Il termine chatbot è entrato nel linguaggio comune delle persone e anche noi spesso lo usiamo per facilitare la comprensione dei nostri servizi. Un chatbot è un software progettato per simulare una conversazione con un essere umano. Tuttavia il termine che preferiamo è agente conversazionale.

Una delle principali differenze è la qualità della conversazione con l’utente finale: gli agenti conversazionali hanno un flusso di interazione molto vicino a quello di un essere umano mentre i chatbot sono maggiormente vincolati da un flusso di conversazione rigido e predeterminato.

Mentre gli umani cercano di adattarsi ai chatbot, l’agente conversazionale cerca piuttosto di adattarsi alle persone, analizzando la complessità del linguaggio naturale per comprendere l’intento dell’utente e arricchire la comunicazione.

Come funzionano i chatbot?

Grazie all’intelligenza artificiale i chatbot comprendono il linguaggio umano e quindi il significato di una frase semplice o più articolata integrandosi con i sistemi dei clienti per portare a termine task anche complessi. Grazie ai sistemi di NLU (Natural Language Understanding) riconoscono gli elementi che servono ad individuare l’intento dell’utente e costruire l’azione corrispondente. Un esempio pratico: il chatbot può compiere un’azione semplice come impostare la sveglia alle 7, ma può anche compiere azioni più complesse come prenotare una vacanza, dal trasporto all’alloggio. L’AI è in grado di comprendere informazioni basilari di contesto come il giorno, l’orario ma anche d’inserire un prodotto al carrello ed eseguire il pagamento tramite carta di credito dell’utente. 

Perché è importante avere un chatbot per un’azienda?

Ordinare uno smartphone, controllare le previsioni del tempo, prenotare una visita medica: fino a poco tempo fa avremmo detto “c’è un’app per questo”. Oggi, e soprattutto domani, diremo “c’è un bot per questo”. La vera rivoluzione a cui stiamo assistendo è l’entrata nella Conversational Era. 

In linea generale è il comportamento dell’utente a essere profondamente cambiato, spinto dalle nuove tecnologie e dall’omnicanalità. Oggi non si telefona più, non si mandano mail e si consultano meno i siti. Oltre alle nostre dinamiche personali ad essere radicalmente cambiati sono i modi in cui interagiamo con i brand: lo facciamo sui social messaggiando privatamente, conversando con la community, seguendo gli influencer dell’azienda.
La conversazione ha un ruolo preminente, chiunque abbia un business, una domanda, un mercato si deve attrezzare. E lo deve fare in modo veloce, efficiente e innovativo.

I chatbot sono la risposta migliore a questo cambiamento di comportamento e aspettative degli utenti, perché consentono ai brand di interagire con i propri utenti e clienti in ogni canale: sul proprio sito, su Facebook Messenger, Whatsapp e persino le schede di Google, per arrivare agli home device come Alexa o Siri che sono in grande crescita.

In che modo i chatbot aiutano lo sviluppo delle aziende?

I chatbot sono in grado di dialogare in maniera istantanea con clienti e i consumatori, sette giorni su sette h24. Inoltre, riuscendo a sostenere una conversazione, possono offrire assistenza su molti aspetti operativi mantenendo il volto umano all’azienda. Un chatbot fa risparmiare tempo all’azienda, migliora la reputazione del brand e permette di mantenere un rapporto stretto e diretto con i clienti. 

Chi è il Conversation Designer?

Il Conversation Designer è colui che consente ad un chatbot di comprendere la nostra lingua e rispondere come farebbe un essere umano. Potremmo definirlo un vero e proprio architetto delle conversazioni virtualiche che cerca di fornire, appunto, una voce il più umana possibile all’agente conversazionale.

Si tratta di una figura nata solo da qualche anno, per cui l’unica vera regola per diventare un professionista delle conversazioni virtuali è provare e riprovare, imparando dall’esperienza e dai feedback degli utenti, al fine di individuare la user experience più soddisfacente.

In che modo può aiutare ad ottenere un’esperienza piacevole per il navigatore?

I Conversation Designer sono proprio quelle figure specializzate nella costruzione di flussi conversazionali che devono essere naturali e fluidi. In qualità di linguisti computazionali, si occupano del training degli algoritmi, alimentati con set di possibili domande, chiamate tecnicamente “User Says”, che la macchina utilizza come esempi da seguire per fornire le risposte corrette all’utente. Ai Conversation Designer è affidata la gestione della componente NLU di un chatbot, ovvero l’elaborazione degli input che arrivano al sistema per permettere al chatbot di comprendere le richieste degli utenti, e la progettazione dei flussi conversazionali, ovvero la mappatura delle domande, delle risposte e delle informazioni che compongono il perimetro di argomenti che ogni utente potrà trovare nella chat di conversazione ogni volta che chiederà di parlare con il chatbot. 

In che modo voi di Heres vi interfacciate con le aziende e cosa proponete?

Heres è una start up che ha nella sua caratteristica principale la capacità di progettare assistenti virtuali multicanale e multilingua che automatizzano processi di business e migliorano la Customer Experience in contesti di alta complessità, quindi tipicamente il mercato Enterprise B2C e B2B. Quello che proponiamo è proprio un framework metodologico strutturato unito a un prodotto proprietario integrato con l’AI di Google altamente performante che consente di costruire degli agenti conversazionali fortemente integrati con i sistemi e i processi delle nostre aziende clienti e con il tone of voice del brand. Il risultato sono dei veri e propri colleghi virtuali che svolgono diverse attività, dal customer service, alla lead generation, al booking, che rispecchiano in tutto e per tutto le caratteristiche e il posizionamento dei nostri Clienti. Fondamentale è la capacità di dotare il chatbot di una personalità vicina a quella del brand: il chatbot è infatti in prima linea nella relazione con i clienti presentandosi come assistente di primo livello sui touch point dedicati del Cliente.

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Daniele Pescara: “Ecco perché Dubai è una buona meta per gli affari”

In un mercato sempre più internazionale e aperto alle idee oltre che all’innovazione, guardare ai Paesi esteri per aprire una propria azienda oltre confine può rappresentare una soluzione interessante. Il problema, molto spesso è che non conoscendo le regole e leggi dei vari Stati, ci si può trovare in difficoltà. Ecco perché affidarsi a professionisti qualificati e ben integrati laddove si decida di aprire una propria società estera è fondamentale. Tra questi, per quanto riguarda Dubai, troviamo Daniele Pescara che con la sua Falcon Advice aiuta le aziende a ottimizzare la propria idea aziendale in una località ormai diventata di forte attrattiva.

Intervista a Daniele Pescara

Chi è Daniele Pescara?

Sono un imprenditore: mi occupo di costituire società a Dubai e dell’ottenimento dei visti di residenza per gli italiani interessati a trasferirsi o ad investire a Dubai.

Costituire una società nelle Free Zone di Dubai (aree fiscalmente non tassate) dà l’opportunità di diventare residente negli Emirati Arabi Uniti, avere dei conti correnti bancari, ma soprattutto di risiedere a tempo indeterminato al di fuori dell’Italia.

Perché fare business a Dubai?

I vantaggi sono innumerevoli e si fa fatica ad elencarli tutti, ma posso condividere la mia personale esperienza e i punti che oggettivamente ritengo più importanti.

Primo tra tutti, Dubai ha il vantaggio di essere un hub internazionale: vivendo a Dubai oppure stabilendo qui un ufficio di rappresentanza tutto il mondo gravita attorno a te; tutti i giorni incontri persone nuove, benestanti e con tanta voglia di fare business; si ha la percezione che le proprie ambizioni si possano concretizzare molto più velocemente rispetto a qualsiasi altra parte del mondo, ed è effettivamente vero.

Lo stile di vita e il benessere sono ai massimi livelli e accontentano tutti: sia chi ama la vita “metropolitana” in down town con i suoi grattacieli scintillanti, sia chi preferisce vivere a pochi passi dalla spiaggia con le varie strutture residenziali affacciate sulla costa in Marina e in jumeirah palm.

Se prendiamo in considerazione l’aspetto economico, ovviamente, per i titolari di attività a Dubai che hanno scelto di aprire una società in free zone non sono previste né tasse personali né tasse societarie, ma vi è una semplice licenza che va rinnovata annualmente (una specie di flat tax fissa).

Ne risulta avvantaggiata sicuramente l’economia, che essendo quasi del tutto priva di burocrazia ha dato vita, di fatto, ad un mercato liquido e veloce, dove la valuta fluisce in maniera rapida a beneficio di tutto il sistema socio-economico.

Infine, un altro considerevole aspetto che merita di essere menzionato è l’approccio al business dei residenti a Dubai. Il mercato è molto competitivo, nel senso buono del termine, gli operatori di tutti i settori sono persone decise e con degli obiettivi ben formati: non esistono distrazioni, quindi, si diventa molto più produttivi e questa è la differenza più sostanziale con l’Italia.

Che tipo di aziende chiedono la Sua consulenza per investire a Dubai?

Ci sono due tipologie di clienti che ci contattano: da una parte sono aziende strutturate che da almeno un decennio sono leader di una nicchia di mercato e quindi si rendono conto che al giorno d’oggi l’area asiatica e del middle east sono uno sbocco economicamente straordinario, soprattutto dopo i recenti cambiamenti che hanno coinvolto tutte le economie mondiali.

Dubai ha rafforzato ancora di più la sua leadership logistica per tutte quelle aziende che ne beneficiano vendendo nel mercato interno, ma anche per affacciarsi, come ho detto prima, verso l’Asia e il resto del middle east.

La seconda tipologia è costituita da imprenditori e freelancer giovani e snelli, che sanno utilizzare i giusti strumenti che l’era moderna ci offre: quindi, consulenti e formatori online, ma anche nuovi imprenditori che si affacciano al mondo del commercio attraverso l’e-commerce, il dropshipping o tramite amazon FBA.

Queste figure “veloci” hanno trovato in Dubai e le sue freezone un vero e proprio el dorado: zero tasse, una vita lussuosa, un clima molto caldo per la maggiore parte dell’anno e tante opportunità di business.

Quali servizi offre?

La cosa più importante è che il cliente deciso a iniziare questo tipo di percorso dispone fin da subito di informazioni e di costi chiari.

La maggior parte dei nostri clienti si affidano a Falcon Advice dopo che hanno avuto brutte esperienze a Dubai: essere scelti dopo un percorso andato male ci lusinga molto, perché necessita di una doppia fiducia.

I servizi che proponiamo variano dalla costituzione della società, all’apertura dei conti correnti bancari, ma è un vero e proprio abito sartoriale che va adattato su misura rispetto alle esigenze del cliente: per politica aziendale, preferiamo la qualità alla quantità quindi tutte le nostre pratiche sono di tipo tailor-made.

In sintesi, l’affiancamento è di tipo spalla a spalla e il rapporto inizia nel momento in cui consegniamo la documentazione piuttosto che terminarlo, come se il cliente fosse un numero: ed è proprio questa la nostra caratteristica precipua che ci differenzia.

Cosa bisogna tenere in considerazione quando si intende fare un investimento a Dubai?

Le idee non bastano. Purtroppo in Italia si sente spesso parlare di start-up che dal nulla riescono ad ottenere risultati ragguardevoli, questo è vero, ma sono una eccezione.

C’è un immaginario sbagliato di Dubai: ci si aspetta dei ricchi Sceicchi disposti ad investire su qualunque cosa, purché sia made in Italy, ma purtroppo non è cosi.

La prima cosa che serve a Dubai, come in tutte le parti del mondo, ma soprattutto in questa zona, sono i soldi.

Quindi, sia le aziende sia i privati che vogliono valutare questo cambio di vita in meglio devono saper quantificare anticipatamente i loro investimenti, perché effettivamente proprio di “investimento” si parla.

Far credere alle persone che si può arrivare a Dubai solo con una buona idea, sarebbe mentire e dare delle informazioni fuorvianti: ebbene serve molta disponibilità economica per potersi permettere quel tipo di stile di vita e gli sbocchi lavorativi che gli italiani cercano.

Lei si occupa anche di formazione: quali sono i consigli che più spesso si trova a dare?

Lavorando a stretto contatto con aziende internazionali e liberi professionisti, ho avuto il privilegio di iniziare anche questo straordinario percorso nel campo della formazione professionale e coaching, specificatamente:
– Time Management Coach
– Self-Esteem Coach
– Emotional Coach

Beh che dire, ho fatto della mia passione una professione riconosciuta e posizionata e con i miei percorsi di affiancamento supporto allo stesso modo i miei clienti a fare lo stesso.

Viviamo in un periodo molto particolare dove tutte le certezze che avevamo si sono sciolte come neve al sole.

Anche quelle che possono sembrare delle ovvietà come la definizione di uno scopo e di un obbiettivo ben formato, possono fare la differenza nella sfera lavorativa e nella vita privata.

Sapere dove andare, come farlo, e con chi farlo, risparmiando tempo, energie e denaro, non ha prezzo.

In che modo si svolgono le Sue formazioni?

Come per la consulenza aziendale, anche i programmi di formazione professionale e coaching, sono studiati insieme al mio team su misura rispetto alle esigenze del cliente.

Essi sono volti ad un miglioramento immediato del cliente e hanno differenti step in base allo stato di partenza di quest’ultimo e a quello che vuole ottenere.

Si spazia da percorsi in video conferenza, visto il periodo storico che stiamo vivendo, agli incontri personalizzati nel nostro ufficio di Padova, fino ad arrivare ai periodi di totale affiancamento spalla a spalla della durata di una settimana direttamente a Dubai: un viaggio unico e straordinario che ha già cambiato la vita di tante persone. 

(Pubbliredazionale)

Antonello De Medici: “Il bello è non avere limiti ma muovere un passo alla volta verso obiettivi da raggiungere”

Dirigere un hotel ai tempi della pandemia non è certamente il più semplice dei compiti. Quando si tratta di una delle più lussuose ed imponenti strutture alberghiere italiane, il grado di difficoltà aumenta. Se la struttura in questione si trova a Venezia, una delle città turistiche per eccellenza del nostro Paese, l’asticella si alza ancora di più. L’Hilton Molino Stucky Venice, è un esempio di eleganza e stile che dall’isola della Giudecca guarda la Serenissima con stile unico. Lo stesso che si trova all’interno della struttura dove a guidare lo staff troviamo il Dott. Antonello De Medici, direttore del Molino Stucky Venice.

La carriera di Antonello De Medici

Nato nel 1960 a Roma, inizia la sua carriera nel 1986 in ambito Risorse Umane presso aziende multinazionali, farmaceutiche e di largo consumo.

Dieci anni dopo approda nel mondo dell’ospitalità internazionale presso il Gruppo Ciga Starwood, dove rimane impiegato per quasi 25 anni ricoprendo dal principio cariche HR a livello corporate ed assumendo poi il ruolo di Direttore Generale a livello Hotel a Firenze ed a Venezia in veste di General Manager al Danieli ed Area Manager Venezia fino all’apertura del St. Regis Venice. Dal giugno 2020 è Direttore Generale dell’Hotel Hilton Molino Stucky, gioiello dell’architettura industriale nel cuore della Giudecca a Venezia.

Esperto di food & beverage, marketing e relazioni industriali, De Medici collabora assiduamente con svariate università e master tra cui Bocconi, Ciset e Ca’ Foscari oltre a ricoprire il ruolo di membro del Consiglio di Presidenza di Federturismo Italia, di delegato di Confindustria Turismo Veneto e di Presidente di EBIT Veneto.

Intervista ad Antonello De Medici

Direttore, Lei è alla guida di una delle strutture alberghiere più belle d’Italia: in che modo un manager deve offrire nel Suo ambito un valore aggiunto?

Il ruolo del GM è in evoluzione ed oggi deve creare una rete di relazioni con la destinazione in base al posizionamento dell’Hotel sia per quanto attiene la Cultura, l’Enogastronomia, l’Arte ma anche il tessuto produttivo artigianale e industriale per generare scambi fra mondi connnessi necessari per costruire le esperieze dei clienti. Deve sempre però essere Coach e Mentore del suo team valorizzando il capitale umano e orientandolo al raggiungimento degli obliettivi sia economici che di qualità del servizio.

Di cosa va particolarmente fiero nel Suo operato?

Il mio approccio è volto all’innovazione di prodotto e di processo e quindi sono sempre alla ricerca di idee per contribuire al valore dell’Hotel o degli Hotel che ho gestito.

Quali sono i segni distintivi del Suo lavoro all’interno dell’Hilton Molino Stucky Venice?

La prima domanda posta all’inizio del mio incarico al Team è stata: cosa vorreste fare che non è mai stato fatto?

Che tipo di rapporto ci deve essere oggi tra un Direttore moderno e i suoi collaboratori?

Fiducia e trasparenza, ascolto attivo e supporto nel superare la “zona di conforto” in cui alcuni si rifugiano per aiutare ciascuno a crescere.

Come si gestisce nella quotidianità una struttura così grande?

Delegando e controllando ma senza essere pressanti nel day by day piuttosto facendo verifiche sulle decisioni chiave e correggendo il tiro ove necessario in base alla Voce del Cliente.

Gestire un hotel di lusso a Venezia, non è come farlo altrove: quali sono i pro e i contro?

Le logiche sono le stesse: “God is in the details”, sono i dettagli che fanno la differenza unitamente all’amore per quello che facciamo. Vale sempre il principio della catena del valore: dipendenti felici fanno felici i clienti, clienti felici fanno felici le proprietà. In ogni caso Venezia è unica per concentrazione di eventi culturali e life style quindi occorre essere sempre coinvolti per stimolare gli ospiti siano essi individuali o clienti del segmento MICE. E’ una destinazione unica ma fragile e bisogna avere attenzione in ogni scelta nella direzione di preservare una Città meravigliosa .

Il mercato del turismo in Italia è stato forse il più colpito dalla pandemia: come avete reagito e come vi state “rialzando”?

Con tanto lavoro di progettazione, di sviluppo dei prodotti, di flessibilità nel rinegoziare i contratti, nel riposizionamento dei servizi fra cui spicca la Ristorazione oramai elemento essenziale delle esperieze dei clienti e nuova“ reason to stay” in un Hotel.

L’Italia è un Paese in cui il turismo ha un ruolo fondamentale nell’economia generale, cosa bisognerebbe fare per esaltarne ulteriormente il valore?

Dare valore alle destinazioni ma con un approccio manageriale e non improvvisando; valorizzando i Brand, cosa nella quale siamo indietro rispetto a molti Paesi nostri competitor che hanno meno da offrire ma più identità e distribuzione.

Da professionista del mondo dell’hotellerie, come fotografa la percezione dei turisti verso le strutture italiane?

Aspettative elevate, perchè per alcuni è il viaggio sognato da sempre, ma anche molti luoghi comuni sulla abilità italiana di improvvisare, sulla simpatia ma sulla carenza di metodo ed affidabilità nel tempo, definita brand loyalty anche per la frammentazione dell’offerta in micro strutture con un modello di business familiare in un contesto globalizzato e soggetto alla web reputation. 

Quali sono i piani che si è prefissato di realizzare nel ruolo che ricopre?

Il bello è non avere limiti ma muovere un passo alla volta verso obiettivi da raggiungere.

La situazione pandemica ha penalizzato fortemente il settore MICE. Ci sono segnali di ripresa, quali strategie avete adottato?

Lo scenario che abbiamo avuto di fronte per mesi nell’Hospitality ha penalizzato in misura maggiore il settore degli Eventi, Meeting e Congressi per i vincoli al travel, l’assenza di collegamenti Aerei, le regole di prevenzione e l’assenza di vaccini.

Le nuove regole del Green Pass, la ripresa dei voli e la cultura della prevenzione oggi rendono possibile in modo diverso la ripresa di questo strategico segmento di mercato. All’Hilton Molino Stucky grazie ai protocolli Hilton Events Ready ed alla lungimiranza della nostra Proprietà, Gruppo Marseglia, siamo intervenuti per tempo con investimenti su offerta con potenziamento ad 1giga del WIFI,una piattaforma multimediale per Hybrid e streaming events già attiva e in grado di consentire meetings sia in presenza che in remoto in tempo reale ed acora con una tecnologia di sanificazione con fotocatalisi in continuo del nostro Centro Congressi.

Dimitri Corti, CEO Lionard Luxury Real Estate: “Consolideremo la nostra leadership nel settore”

Si chiama Dimitri Corti ed è l’amministratore delegato e il fondatore di Lionard Luxury Real Estate S.p.A., presente sul mercato italiano dal 2008 quando viene fondata a Firenze dall’imprenditore fiorentino con esperienza pluriennale nel settore immobiliare e informatico. Connubio interessante che gli ha permesso lo sviluppo del dato, ma soprattutto del servizio, a supporto della clientela degli immobili di lusso.

Corti, classe 1977, ha una consolidata esperienza professionale come manager di società immobiliari e un’attenzione particolare ai mercati esteri, contatti a Mosca, Londra e New York con attori del mondo finanziario e imprenditoriale oltreché immobiliare

Già da diversi anni l’interesse degli inglesi, come dei russi e anche degli americani, e di molti altri stranieri prima mai immaginati, ferma lo sguardo sul nostro Belpaese, in Toscana soprattutto, ma anche in Liguria, nelle costiere e nelle isole. Così, forte del connubio pregresso, Dimitri fonda Lionard, società Made in Italy, che si occupa della vendita di proprietà di prestigio italiane alla clientela internazionale, non esclusivamente è ovvio, ma principalmente.

Un sito che ne è la firma, vetrina internazionale in 20 lingue, oltre 3.000 proprietà di lusso in portfolio per un valore di 14 miliardi, con un valore medio di 5 milioni di euro.

Il dato, l’informazione che ne scaturisce, la trasparenza dei numeri, dei valori, del venduto, sono certamente fondamentali, ma ritengo che è soprattutto il servizio che li presenta e li supporta, dandogli forma oltre che sostanza, a rassicurare una clientela così particolare. È corretto?

Non sbaglia. In Lionard siamo molti attenti a tutti i dettagli. Dai numeri, alla privacy, alla presentazioni degli immobili. Abbiamo imparato che i nostri clienti ricercano la perfezione e l’attenzione a 360 gradi. Gli errori non sono ammessi. 

Da dove nasce il brand, il nome Lionard?

L’ho scelto perché suggerisce l’italianità, il fascino, l’eccellenza e l’unicità attraverso una fonetica internazionale. È  l’unione di due parole: Leonardo e Lion. La prima richiama la grandezza del celebre artista nato a Vinci; l’altra  invoca la forza e il fascino del re della savana. Inoltre, ho scelto il grifone come logo perché traduce visivamente questi concetti.

Perché proprio l’extralusso con la specifica ricerca dell’unicità esclusiva, non era presidiato sulla clientela estera?

È partito tutto da una riflessione dopo un incontro con l’assistente di un cliente molto importante. Mi fece notare che non riusciva a trovare una società capace di trattare e fornire un servizio all’altezza di un determinato tipo di investitori. Ho sondato il mercato e ho fatto diverse ricerche specifiche. Il risultato è stato che mi sono reso conto che poteva nascere un business vincente. E così è stato.

È in fieri un importante ampliamento di presidio territoriale di Lionard. Perché?

Riceviamo centinaia richieste di acquisto e informazioni da tutto il mondo. Per fornire un servizio sempre migliore e di extralusso c’è la necessita di essere presenti in tutte le più importanti città di Italia. Apriremo altri 15 sedi: un passo molto importante che consoliderà la nostra leadership del mercato del luxury. 

Come sceglie i suoi Advisor, provengono tutti dal settore immobiliare?

I nostri Advisor vengono scelti con criteri molto rigidi. Ricerchiamo talenti con competenze giuridiche e economiche. Per noi, inoltre, è fondamentale che i nostri collaboratori conoscano alla perfezione almeno una lingua straniera. Nei nostri uffici si parla costantemente inglese, francese, spagnolo, russo e tedesco. Il percorso in Lionard non si ferma con la selezione. Una volta entrato nello staff si viene formati sul settore immobiliari dai nostri esperti che hanno anni e anni di esperienze. Inoltre, monitoriamo per ogni advisor 43 diverse Kpi per valutarne le performance. 

Ha pensato di replicare l’idea di business anche in altri paesi europei o extra-continentali?

Abbiamo varato un importante piano di espansione aziendale che ci porterà nei prossimi anni ad essere presenti a Parigi, Londra, Barcelona e Berlino. Replicare il business è possibile, e infatti stiamo lavorando per arrivare in tutta Europa. 

Benedetto Delle Site: “Ecco cosa facciamo noi dell’UCID Giovani”

Manager e professionisti uniti dai valori e dagli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa: su queste basi si fonda l’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID), associazione nata del 1947 in Italia per favorire la ricostruzione post-bellica.

A guidare questa associazione nel suo movimento Giovani, c’è il Presidente Benedetto Delle Site: eletto per il prossimo triennio, Delle Site è un giovane imprenditore romano nel campo dei servizi finanziari, nonché da anni animatore di iniziative improntate alla formazione cristiana di manager, imprenditori e professionisti. Noi lo abbiamo intervistato.

Intervista a Benedetto delle Site

Presidente, cosa significa essere giovani imprenditori e dirigenti cristiani?

Significa testimoniare, ogni giorno con le nostre vite, che la responsabilità di chi opera in azienda o nello studio professionale esige una più elevata formazione morale e un impegno maggiore per il nostro prossimo, le cui fonti sono da ricercare in un senso più ampio della vita. Per un giovane, questo è ancora più importante perché si avvii e cresca nella propria attività e in ruoli di direzione senza dover scendere a compromessi con i valori di origine: l’etica rafforza, non indebolisce, il mondo degli affari. 

Quale oggi la mission dell’UCID?

L’UCID nasce nel 1947 per ricostruire il tessuto sfilacciato della società italiana, investita dalle macerie, materiali e morali, della guerra, attraverso l’impegno di imprenditori e dirigenti illuminati dalla fede e sensibili al bene comune. Oggi deve essere un riferimento per la rinascita proprio come ieri: la pandemia deve farci riscoprire il valore sacro e inviolabile di ogni vita umana e obbligarci a ripensare i modelli di sviluppo. Non esiste l’uomo economico ma l’uomo integrale con bisogni sia materiali che morali e spirituali.

Quali tipo di attività svolgete?

L’UCID lavora almeno su tre livelli: incoraggia imprenditori, professionisti e dirigenti d’azienda ad un cammino di crescita spirituale accompagnato da un sacerdote, chiama gli stessi alla conoscenza e alla diffusione degli insegnamenti della Chiesa in campo sociale ed economico e infine esorta alla pratica della virtù attraverso la testimonianza, che deve tradursi in risposte ai bisogni del prossimo e del Paese. Abbiamo intitolato la nostra Assemblea nazionale ‘il tempo di una coraggiosa testimonianza per l’Italia e per l’Europa’: è tempo di rinnovare l’impegno e l’alta vocazione di chi ci ha preceduto e ci ha lasciato in dote l’economia di libero mercato, la democrazia e diritti inviolabili della persona.

Nel corso della vostra Assemblea nazionale il Ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha sottolineato che la partecipazione dei giovani deve inverare il Pnrr…

Come ho insistito all’inizio del mio mandato, nella lettura del Piano nazionale di ripresa e di resilienza, oltre ai positivi obiettivi legati alla sostenibilità sociale ed ambientale, alla transizione digitale e tecnologica, alla modernizzazione dello Stato, abbiamo notato tuttavia che la parola sussidiarietà compare solo una volta. Sarebbe un grave errore se i decisori pubblici pensassero di affrontare la crisi che stiamo vivendo senza estendere il principio di sussidiarietà, attraverso il coinvolgimento del dinamismo della società civile e del mercato, specialmente delle nuove generazioni e del mondo delle imprese. Per questo continueremo a tallonare le istituzioni, crediamo di poter essere soprattutto come giovani un pungolo e di saper offrire soluzioni innovative, in termini anche normativi e di governance, partendo dalla nostra ispirazione e dall’esperienza tipica dei giovani imprenditori, dirigenti e professionisti che si cimentano ogni giorno con l’Italia reale. 

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Agevolando, la start up che aiuta le aziende a districarsi tra le opportunità da non perdere

Oggi ci sono tante opportunità per chi vuole crescere, ma ha bisogno di risorse per poterlo fare. Tuttavia, comprendere bene le opportunità di finanziamenti o aiuti che effettivamente, in questo momento ci sono, non sempre è semplice. Da questo concetto nasce la start up Agevolando piattaforma di finanza agevolata dotata di intelligenza artificiale che ha dato supporto per la ricerca e l’attivazione dei bandi a fondo perduto, regionali e nazionali, aiutando imprese e professionisti diversi settori.  Per conoscerla più da vicino abbiamo intervistato Matteo Carella, Responsabile del reparto finanza agevolata

Intervista a Matteo Carella

Cosa fa Agevolando?

Agevolando è una piattaforma intelligente, supportata da un algoritmo di intelligenza artificiale, che raccoglie al suo interno tutti i bandi, per la richiesta di fondi o contributi, promossi dagli enti pubblici del territorio italiano e dall’Unione Europea. La navigazione all’interno del portale è facilitata da appositi filtri che possono mostrare, ad esempio, solo le opportunità che riguardano una certa tipologia di investimento. L’utente viene informato tramite una newsletter sui bandi attivi, filtrati secondo i suoi interessi selezionati nell’area personale. La piattaforma traduce ogni opportunità di bando in una forma più semplice per l’utente, attraverso un breve riassunto in una forma italiana di più facile comprensione e, grazie all’inserimento di suggerimenti e bottoni, permette di scaricare il pdf dell’opportunità, visualizzare il testo ufficiale del bando, visitare la pagina dove è stato pubblicato il bando con i relativi allegati e arrivare al link da cui è possibile presentare la domanda. L’utente può inoltre richiedere un preventivo a R-Impresa, società dietro lo sviluppo di Agevolando, qualora la pratica fosse abbastanza complicata da presentare in autonomia. 

Da a cosa è nata l’idea?

Noi di R-Impresa abbiamo sempre avuto la necessità di avere un servizio di segnalazione puntuale dei bandi, con la possibilità di usare anche filtri più specifici. Abbiamo fatto un’analisi di mercato in cui ci siamo resi conte che, purtroppo, non c’era ancora nessuna piattaforma abbastanza valida sul mercato che andasse ad aiutare l’utente soprattutto nella lettura dei bandi, traducendo il burocratese delle migliaia di documenti allegati a questo genere di bandi. Uno scoglio enorme per chi non può ricevere supporto nella lettura e nella compilazione di tutta la documentazione necessaria. La creazione di Agevolando, inoltre, facilita tantissimo il servizio di informazione che diamo alle nostre società clienti. Prima della piattaforma, il rapporto era uno-a-uno, quindi poteva capitare di non fornire una specifica segnalazione di un bando, mentre con Agevolando riusciamo a raggiungere tutti e nel minor tempo possibile. 

Qual è il vostro target?

Il nostro target sono le aziende italiane di qualsiasi dimensione che effettuano investimenti negli ambiti in cui la finanza agevolata può intervenire, ad esempio nel marketing o per l’acquisto di macchinari, software, per nuove assunzioni, corsi e programmi di formazione, solo per citarne alcuni. 

Bisogna avere caratteristiche particolari per avere accesso ai fondi?

Per determinati bandi sono sufficienti requisiti come l’anzianità o, in generale, l’inserimento del codice ATECO. Per i bandi che hanno requisiti specifici, invece, all’interno del bando è possibile trovare degli alert con le discriminanti dell’agevolazione. 

Qual è il vostro modus operandi?

Tutte le mattine il nostro team monitora i vari bandi in apertura tramite un sistema di intelligenza artificiale che ci informa della pubblicazione di nuovi bandi dagli enti monitorati. Poi, alle ore 7, un sistema di email alert invia la segnalazione dei bandi caricati nelle 24 ore precedenti alla posta elettronica dell’utente, permettendogli di non interrompere il proprio lavoro: con un semplice click sul contenuto della mail si accede in tempo reale alla pagina di dettaglio del bando e alla relativa documentazione che può essere raccolta e compilata in autonomia e in pochi minuti. 

Quali sono le vostre prospettive future?

Tra i nostri progetti futuri c’è quello di inserire un filtro per codice ATECO nella piattaforma, al fine di rendere ancora più pertinenti le segnalazioni ricevute dall’azienda e diminuire il numero di alert all’interno dei bandi con le discriminanti. Ci auguriamo di aggiungere in futuro sempre più filtri al fine di inviare solo agevolazioni a cui un’azienda può partecipare al 100%. Stiamo anche studiando un metodo per permettere agli utenti di compilare automaticamente le agevolazioni evergreen, ovvero i bandi sempre aperti.

Il networking come stile di vita: Gianfranco Minutolo, Founder di Corporate Consulting, ci spiega perché

Tutti noi sappiamo bene quanto sia importante avere una buona rete di contatti, in ogni ambito. 

Vale per le amicizie quanto per il lavoro e le relazioni trasversali che in qualche modo fungono da ponte di connessione per opportunità che prima o poi possono necessitarci. 

Ma siamo davvero capaci di intessere e mantenere nel tempo queste relazioni, o più familiarmente, il networking di cui in USA – ci spiega Gianfranco Minutolo – si ha abitudine da sempre?

Fondatore della Corporate Consulting, società specializzata nel far emergere margini dall’efficientamento dei costi operativi secondo progetti di cost management a success fee con un team di professionisti qualificati che lo affiancano da anni, Gianfranco ci racconta che, nel marzo del 2019, Borsa Italiana li ha definiti “portatori sani di EBITDA“. Sono implementatori di risultati effettivi, capaci di far aumentare gli utili, senza abbassare la qualità esistente, garantendo la competitività dell’azienda cliente nel mercato di riferimento.  

Dove è nata la passione e la formazione per il networking

Minutolo si appassiona allo sviluppo del networking nei primi anni ’90 e ne fa una professione quando assume l’incarico di rilanciare il network degli Alumni Bocconi a livello internazionale in veste di Responsabile della Direzione Relazione con gli Alumni ed Executive Director dell’Associazione Alumni della prestigiosa scuola milanese. In pochi anni contribuisce a far sviluppare la rete storica di oltre 100.000 Alumni nel mondo in modo sistemico e strutturato, sviluppando progetti, aree territoriali, creando team locali in grado di supportare i progetti centrali. 

Consapevolezza, metodo e fiducia, una delle più importanti, sono solo alcune delle parole chiave che rendono l’arte del networking la base di una possibilità che dobbiamo offrirci, ogni giorno. 

Autore del libro “I robot non sanno fare networking (per adesso)”, consigliato da molti manager in rete, il testo si presenta come guida concreta e decisamente operativa, capace di motivare e spiegare bene quanto sia fondamentale oggi costruire un’efficace rete di relazioni sociali, alla cui base risiede l’indiscussa fiducia che le sottende.

“Non cresce quello che semini, cresce quello che innaffi”, lo ha infatti spiegato nella recente avventura “Oltre ogni limite”, fil rouge della terza edizione di TEDX Legnano, dedicata al tema del self-empowerment e dell’auto-superamento: Gianfranco Minutolo ha parlato del valore delle relazioni e di come, se ben coltivate, possono generare opportunità e offrire soluzioni inaspettate nella vita.

Intervista a Gianfranco Minutolo 

Gianfranco, se dovesse suggerire una tabella di priorità, quale sarebbero i primi 5 punti da seguire per essere efficaci nella costruzione della propria rete?

Innanzitutto, direi che senza la leva della volontà non ha senso iniziare alcunché. Volontà significa che se riconosco valore e senso alla gestione delle relazioni, dedicherò ogni giorno una porzione del mio tempo alla costruzione e alla manutenzione del mio network.

Secondo, restituire volti e voci al proprio database di contatti. Molte persone pensano che il difetto della propria rete sia la mancanza di contatti, quando solo negli smartphone ne hanno anche migliaia. Il problema è che li raccolgono senza un criterio, li abbandonano al silenzio e col tempo dimenticano anche di averli mai conosciuti. Agite con metodo. Se non ne avete uno, imparatelo.

Terzo, lo strumento prioritario è l’orecchio. L’ascolto attivo ci consente di restare al passo con il contesto e di raccogliere gli input delle persone che compongono la nostra rete, che sono portatrici di esigenze (domande) e opportunità (risposte).

Quarto, impariamo a riconoscere gli opportunisti ed escludiamoli dalle nostre reti, per evitare che ne compromettano il funzionamento, pregiudicando il rapporto con i soggetti virtuosi.

Il quinto punto dovrebbe essere il primo, o il punto zero. La rete si mantiene viva se circola la fiducia: mettete a disposizione del vostro network il meglio di voi, le vostre competenze e le vostre relazioni, dimostrandovi custodi meritevoli della fiducia che gli altri ripongono in voi e affidabili quando sarete voi a chiederne.

Portatore sano di EBITDA e di networking: come si sono combinate nella sua vita queste capacità?

Ognuno di noi gestisce relazioni interpersonali centinaia di volte al giorno e questo capita anche a me. L’aver fondato 22 anni fa una società di consulenza mi porta quotidianamente al confronto con imprenditori e manager con i quali la capacità di gestire le relazioni è essenziale. Come mi ha insegnato il mio primo mentore, l’essere un Professionista richiede 5 abilità: quella di saper acquisire un Cliente, quella di saper svolgere il lavoro in autonomia, quella di saperlo delegare, quella di sapersi fare pagare dal Cliente e, per ultima, di sapersi fare assegnare nuovi incarichi. Perché questo avvenga occorre saper possedere le competenze tecniche necessarie per svolgere il lavoro (le cd. hard skill) e le abilità personali per saper gestire nel tempo la relazione con chiunque (le cd. soft skill). Ho imparato nel tempo che le prime sono essenziali ma diventano sempre più delle commodity in un mondo che cambia alla velocità della luce, mentre la gestione efficace delle seconde, sulle quali ho dedicato tanta energia e pratica, è essenziale.

Ci racconta qualche curiosità che le è capitata, a lei o a qualche manager che ha formato, e che ha costituito un episodio di cui far tesoro e insegnamento nel percorso di come fare networking?

Un episodio mi è capitato proprio nell’ultimo anno. Una persona che ha letto il mio libro mi ha contattato via LinkedIn dimostrandomi grande apprezzamento per gli spunti pratici letti. Avrei potuto semplicemente ringraziare in modo veloce ma mi sono reso disponibile ad un colloquio di conoscenza. Dopo due gesti di cortesia reciproca (il suo messaggio e la mia richiesta di approfondimento, entrambi non dovuti), abbiamo iniziato ad apprezzarci a vicenda e, da quella telefonata si è consolidata, giorno dopo giorno e per oltre 6 mesi, una fiducia reciproca che ci ha portato a costruire, insieme, una nuova iniziativa imprenditoriale. Fantastico.

Quanto secondo lei siamo incapaci di natura, o semplicemente formati culturalmente, a non guardare con occhi positivi lo scambio reciproco?

Siamo animali sociali, la nostra natura in contesti pacifici è collaborativa e positiva. Il problema è che molto spesso la carenza di fiducia genera diffidenza e insicurezza, che ci portano a ridurre i rapporti, contraendo il potenziale espansivo della nostra rete. Riducendo di conseguenza il nostro paniere di opportunità, perché più relazioni attive ho, più opzioni mi sono accessibili. Quindi il problema è certamente culturale: vediamo le persone come veicoli, utili solo se sono in grado di portarci da A a B in un determinato momento. 

Questa visione oltre che immorale è miope, perché tiene l’occhio bloccato sulla situazione critica, le cui dinamiche non sono preventivabili.

E poi nessuno vuole essere usato come uno strumento, mentre tutti vogliamo, per natura, sentirci parte di qualcosa. Vogliamo poterci fidare.

Il ruolo del Fractional Manager, introdotto in Italia da Andrea Pietrini

A partire dal 2011, in Italia si è formata la prima società di advisory operativa di taglio executive che ha introdotto nel nostro Paese il concetto di Fractional Executive.

Per ogni area chiave dell’azienda cliente, YOURgroup offre supporto operativo on site attraverso un team di fractional manager con lunga esperienza aziendale in società leader. I manager di YOURgroup vengono selezionati attraverso un complesso processo interno e l’attenzione nella selezione dei partner ha dato vita a un vero e proprio hub di competenze, formato da otto team di verticali specialistici: YourCFO è dedicato allo sviluppo delle imprese e vanta partner CFO di provenienza da multinazionali o società quotate che guidano la visione strategico-finanziaria; YourHR propone professionisti nelle Human Resourse, YourDIGITAL supporta le aziende nel processo di digital transformation, YourCEO coinvolgeGeneral Manager o posizioni C-Level nel nelle Vendite o nelle Operations, YourNEXT sostiene l’imprenditore con una rete di relazioni funzionali e strategiche di comunicazione, YourCPO ha un focus specifico sul Procurement e dunque sul dipartimento degli Acquisti, come YourCMO sul Marketing e YouCLO in ambito Legal.

Il management e la formazione guidata on site

Tra le realtà italiane più importanti nel settore dei servizi professionali alle aziende, il gruppo ha lo scopo di promuovere lo sviluppo manageriale del sistema imprenditoriale italiano e di favorire l’incontro di tutte le parti interessate alla crescita del sistema produttivo italiano, sul territorio nazionale e internazionale. Si costruisce così l’expertise all’interno dell’organizzazione ed è ideale per aziende in fase di crescita o che devono ripensare a nuovi percorsi di business, ristrutturazione o turnaround. Il Senior Executive può supportare l’azienda in fasi delicate quali l’uscita di un manager e l’eventuale selezione di uno nuovo o in ristrutturazioni, pre-post merger o vendita/acquisizione, o anche solo per dare nuova linfa vitale al business in fase stagnante.
YOURgroup è presente oltre che sul territorio italiano, anche in Svizzera, in Francia e nel Regno Unito con oltre 200 Fractional Executive. È riconosciuta Partner di Elite e certificata dalla Borsa Italiana.

Intervista ad Andrea Pietrini

Ad Andrea Pietrini, bocconiano, autore del libro “Fractional Manager” edito da EGEA e fondatore di YOURgroup, abbiamo chiesto di raccontarci come nel processo di digital transformation, che permetterà a molte PMI, ma anche GI, di poter fruire di contributi, finanziamenti e fondi, risulterà ancora più significativo il ruolo temporaneo del Fractional Manager o Executive secondo le esigenze del mercato.

La digital transformation avrà auspicabilmente un’accelerazione rapida nel post Covid perché la situazione che stiamo vivendo ha avuto conseguenze significative sul mondo delle imprese, ne cito tre su tutte: ha dissolto il modello di business di alcuni settori e modificato quello di molti, ha introdotto la necessità, in alcuni l’obbligo di gestire processi da remoto, ha fatto percepire con forza la volatilità dell’ambiente economico in cui viviamo da anni.

Tutto ciò sta portando le aziende a ragionare su come introdurre nuove competenze che possano supportarle nel ripensare il proprio modello di business, spesso in ottica più digitale, sia per cogliere opportunità di mercato che, allo stesso tempo, per pensare ad un’organizzazione più lean e smart.

Senza andare troppo lontano, pensate a quante aziende tradizionali si sono avvicinate all’e-commerce. Un progetto di e-commerce non significa aprire un sito e fare marketing online, ma significa soprattutto ripensare tutti i processi aziendali, da quello delle vendite, a quello di approvvigionamento a quello finanziario, solo per fare alcuni esempi.

Queste sono quasi sempre situazioni nuove per le aziende, che per affrontarle efficacemente devono necessariamente coinvolgere figure esterne, esperte, che apportino competenze operative in maniera efficace, efficiente e cost- effective, come quelle che forniscono figure manageriali senior ingaggiate in maniera fractional o temporary per la durata e l’avvio del progetto di digital transformation.  

La figura può successivamente proporre un supporto più “light”, nel monitoraggio del progetto in fase attuativa, con evidente risparmio per l’azienda.

Per rispondere prontamente alle disponibilità finanziarie per la ripresa economica ha immaginato di implementare un team verticale specifico per supportare le imprese nelle richieste dei fondi?

Da sempre il vertical yourCFO si occupa del supporto alle aziende nella fase di definizione della strategia finanziaria e nell’implementazione della stessa.

Adesso il tema diventa ancor più strategico dato che processi di trasformazione strategica, di riposizionamento e di sviluppo, necessitano sempre di risorse, ora anche di più perché la crisi sta avendo pesanti conseguenze sulle disponibilità finanziarie aziendali.Per questo motivo abbiamo potenziato la nostra offerta coinvolgendo una serie di importanti player finanziari, dal fintech alla finanza agevolata, a fondi di investimento proprio con questo obiettivo strategico.

Lei ha portato per primo in Italia il concetto di Fractional e, anche in questa intervista, espone sempre prima i suoi team e i valori che contribuiscono a portare nell’azienda committente. Quanto è importante fare squadra/team in un contesto di consulenza all’interno della società e quanto i manager riesco a integrarsi in quella ove sono destinati?

Per me il team è tutto. Un team esprime spesso quell’intelligenza collettiva, che è sempre superiore alla somma delle singole individualità.

Il modello fractional essendo un modello più vicino alla modalità manageriala che a quello consulenziale, tende a coinvolgere un professionista alla volta in azienda, per lo meno nella fase inziale, tuttavia l’esperienza ci insegna che sono sempre di più in casi nei quali, apprezzato il modello, il cliente ci chiede di proporre professionalità diverse e complementari ed è il motivo per il quale dall’originaria yourCFO, il gruppo si è allargato praticamente a tutte le funzioni C-level.

In questo caso si crea il benefico “effetto team” anche tra figure fractional su funzioni diverse.

Per lo stesso motivo, che il fractional è più un manager che un consulente, anche se opera in azienda a tempo parziale, si integra sempre bene nella società in cui va a operare, perché ha in sé il “cromosoma” dell’uomo d’azienda. È un punto importante e ti ringrazio di avermi posto la domanda.

Fractional è un concetto riservato di fatto a un manager che è già esperto con skills e know-how acquisiti sul campo. Non ci sono dunque spazi per giovani manager che non siano del tutto autonomi o, come nelle società di consulenza, sono previsti e formati al fianco dei senior?

Mi scrivono tantissimi giovani, anche studenti, neolaureati o addirittura laureandi che vorrebbero avvicinarsi alla professione del fractional executive e io rispondo sempre: “prima di diventare fractional, devi diventare executive”! 

A parte gli scherzi, io sono onorato che questo accada ed è coerente con la mia visione di creare la nuova categoria del “professionista della managerialità” che potrebbe anche avviarsi in una fase iniziale della vita professionale. È un percorso lungo, ma possibile, soprattutto se si svilupperà la cultura del management “as a service”, legato al raggiungimento di obiettivi pianificati, più che al “ricoprire posizioni aziendali”, e in effetti, anche in YOURgroup cominciamo a introdurre con successo manager intorno ai 35 anni di età. Paradossalmente, l’attuale situazione, con questo forte stimolo allo smart working, ad esempio ha avvicinato l’obiettivo, che rimane tuttavia complesso da raggiungere perché l’azienda per conoscerla, per comprenderne le complessità sistemiche, interne ed esterna, va vissuta in prima persona, come dico spesso “alla macchinetta del caffè” dove solitamente si capiscono più cose che entrando nell’ERP aziendale!

Massimiliano Ventimiglia, Onde Alte e l’Open Innovation: ecco i progetti

L’Open Innovation è la capacità di innovare l’innovazione, non una contraddizione in termini, ma la volontà di reinventare nuovamente ciò che per noi era già innovativo e che la pandemia ci ha costretto a trasformare, guardare con occhi diversi, farci adattare reattivamente al cambiamento causa forza maggiore.

Le aziende sono chiamate a mantenere costantemente aggiornata la propria propensione ad innovare per restare competitive sul mercato. Come? Affidandosi a idee, risorse e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno, in particolare da startup, università, enti di ricerca, fornitori e consulenti: l’Open Innovation rappresenta quindi uno strumento per cercare percorsi alternativi e sviluppare nuove soluzioni per la collettività. Diversi i settori in cui viene ampiamente utilizzata dalle utilities al comparto bancario-assicurativo, automotive e trasporti, food e distribuzione, fino alle telco, tra i primi ad aver intuito i benefici di questo approccio.

È in questo contesto storico in pieno mutamento che si inserisce Onde Alte, società benefit di innovazione sociale, certificata B Corp, che offre servizi di consulenza, formazione e open innovation appunto, nata per aiutare aziende, organizzazioni umanitarie, fondazioni e pubblica amministrazione a creare progetti che uniscano sostenibilità economica e ritorno per la comunità, puntando al bene comune e ad un futuro migliore. 

Massimiliano Ventimiglia, classe 1976, già Co-fondatore di H-FARM, Fondatore di H-ART, Chief Digital Officer (Italy) di WPP, CEO di H-FARM Education e ora Fondatore di Onde Alte, ha costruito tutta la propria carriera sui temi dell’open innovation, della tecnologia e della comunicazione digitale. Con Onde Alte combina in modo olistico competenze di business strategy, service design, creatività, ricerca e analisi dei dati, knowledge & learning design, software engineering, per sviluppare progettualità innovative e d’impatto. In poco più di due anni di attività, ha già collaborato con importanti realtà come Banca Etica, Feltrinelli Education, Intesa Sanpaolo, Invitalia, Medtronic, NaturaSì, OxFam e molte altre.

Intervista a Massimiliano Ventimiglia

Quanto è difficile trovare la strada per un’economia davvero umana?

È una strada complessa e fatta di grandi rinunce nei confronti delle sicurezze e degli schemi che per tanto tempo ci hanno dato le coordinate e ci hanno rassicurato. È una strada fatta di salite, di grande voglia di guardare dentro di sé e allo stesso tempo molto lontano. Cosa tutt’altro che facile. È soprattutto una strada fatta dal coraggio di farsi molte domande: vecchie, sopite, dormienti e nuove, contemporanee, anticipatorie. Un’economia in cui tutti abbiano rispetto per sé stessi ma anche per gli altri e per il pianeta, che non sottragga, che non estragga ma che aggiunga, rigeneri, faccia rinascere. Una economia che sappia unire scopi di breve termine con alti principi, che preveda ritorni nei confronti delle comunità, che valorizzi saggezza tra righe e colonne, i cui indicatori di riferimento siano diversi da quelli che animano le aspettative delle borse, le call di andamento dei quarter, che misurino le performance dei manager. Forse si tratta di un vero e proprio nuovo atlante più che di una strada. 

Onde Alte è un laboratorio multidisciplinare di innovazione sociale, ci racconta come fattivamente un evento di open innovation?

Fare open innovation significa pensare a un ecosistema senza barriere, a un operatore di mercato che scambia valore con una comunità di stakeholders. Significa guardare all’innovazione della propria organizzazione cercando di costruirla mettendo assieme propri collaboratori e soggetti terzi, con un processo regolato e strutturato di condivisione dove vige la regola che tutti costruiscono sopra l’altro ma in cui viene garantito l’equilibrio con la propria funzione di valore. Le modalità operative di realizzazione di questi processi sono molte e hanno struttura e durata molto diversificate. Si va dai semplici eventi di open innovation di pochi giorni, di cui l’hackathon è l’immagine più diffusa e popolare in tutto il mondo, a programmi strutturati che possono durare mesi e coinvolgere call multiple, attori di varia natura, decine di eventi, fondi di investimento ecc.

Cos’è che finora non ha spinto l’umanità a guardare al profitto generato eticamente secondo lei? Il mancato rispetto per una mancata educazione? Un problema di cultura civica?

Credo si tratti di una naturale forma di egoismo congenita nell’essere umano, e della degenerazione di alcuni fenomeni come il consumismo e l’adozione di una scala di valori sociali totalmente orientata all’immagine dell’essere umano individualista, realizzato nella propria ricchezza e nel proprio avere. Senza comunità e senza benessere collettivo. Viviamo tutti in un sistema disegnato centinaia di anni fa, dove ci hanno insegnato a stare in un contesto economico di produzione e distribuzione di beni e servizi basato sul principio della divisione del lavoro, sulla proprietà privata e sullo scambio. E da qui al sistema della proprietà, alla formazione di soggetti giuridici economici, alla concorrenza, al mercato dei capitali, alla ricerca ossessionata dei ritorni il passo è presto fatto. Mi chiedo se si possa riavvolgere il nastro e se si possano rimettere in discussione alcuni dogmi. Mi chiedo, ad esempio, se nella valorizzazione di borsa di una azienda non vada computato il danno che quella stessa azienda fa all’ambiente o alle persone. Senza formule fantasiose di apparente compensation ma con regole più genuine, autentiche. Mi chiedo se esiste un altro modo di concepire oggetti e architetture, più ispirati dalla natura, dagli animali, senza ricorrere consapevolmente a sostanze e processi chiaramente estrattivi o distruttivi.

Quanto dell’approccio dell’open innovation è presente oggi nel concetto del green e nella sostenibilità ambientale?

Credo che oggi ci sia in comune un senso di urgenza di agire come collettività, come ecosistema di attori accomunati da un fine più alto, che vedo più o meno autenticamente permeare i vari contesti. Mi auguro che questa tensione sia vera, che si combatta – in senso figurato – per questo approccio. Che si diventi tutti un po’ più attivisti. Quando una giovane ragazza o un giovane ragazzo partecipano a uno dei nostri hackathon civici lo fanno con uno spirito aperto, curioso, volitivo, con una sana intenzione di fare bene e fare la differenza per sé e per la propria comunità. Li muove una emozione fragile, che tiene insieme la preoccupazione per un tempo che scorre inesorabile, la consapevolezza dell’urgenza di cambiamento, e la voglia di cooperare per proiettarsi avanti, senza perdersi ciò che ci può essere indietro. Mi piace pensare che la visione dell’equilibrio di Nash si stia un po’ più diffondendo e che i giocatori stiano cominciando a capire che le scelte ‘bene’ e ‘comune’ siano le più lungimiranti e soddisfacenti per tutti.

Real Estate Data Hub, analisi innovativa per gli stakeholder del mercato immobiliare

Strumento di analisi nato dalla collaborazione tra RE/MAX Italia e Avalon Real Estate, Real Estate DATA HUB permette di visionare una banca dati con le numeriche di transazioni del 2020, arricchite da analisi di know-how ed expertise proprie del mercato del real estate. Nel dettaglio offre anche previsioni sul mercato immobiliare italiano per il 2021, nei comparti relativi al residenziale, logistico, direzionale, commerciale e ricettivo.

L’annuncio di questa prima release del Report annuale sull’immobiliare italiano coincide con la panoramica dei trend dei comparti complessivi, cui seguiranno pubblicazioni periodiche trimestrali con specifici approfondimenti su ogni segmento esploso nel report annuale di previsione.

Il momento che stiamo vivendo ci lascia immaginare un futuro diverso per il comparto direzionale, indirizzato al ripensamento degli uffici verso soluzioni ‘smart’. Particolare attenzione ai temi dell’ecosostenibilità, con un significativo aumento della richiesta di immobili tecnologicamente avanzati. Di fatto gli spazi di co-working si stavano affermando già molto prima del periodo pandemico, ma l’incremento dei necessari metri quadri per singola postazione lavorativa introduce un quadro ampliato di desk sharing unito a spazi comuni per connettività e condivisione, sviluppati con l’intento di dare vita a ecosistemi lavorativi più stimolanti. Secondo quanto rilevato da Data Hub, gli investitori stanno riservando particolare attenzione al tema ESG (enviromental, social, governance) per privilegiare aspetti legati al no carbon footprint, certificati LEED, WELL o BREEAM o in linea con i benchmark GRESB.

Intervista a Dario Castiglia, CEO & Founder di Re/Max Italia

Abbiamo chiesto a Dario Castiglia, CEO & Founder di Re/Max Italia come i big data siano elemento predittivo, fotografia di un andamento del mercato immobiliare italiano.

L’analisi dei Big Data è funzionale allo sviluppo di strategie efficaci. RE/MAX Italia, attraverso il proprio Centro Studi, analizza costantemente i dati di transato provenienti in tempo reale dal nostro network. Ciò fornisce una puntuale fotografia del mercato immobiliare in tutto il territorio italiano, dove operano le nostre 500 agenzie e gli oltre 5.000 consulenti immobiliari affiliati al nostro network.

Attraverso l’analisi di dati reali, attendibili ed aggiornati, è possibile osservare le dinamiche del mercato, concentrarsi su uno specifico comparto o area geografica, oppure, avere una visione d’insieme dell’andamento del real estate in Italia, corredato dalla valutazione dei principali parametri quali canoni, prezzi, yield e valori del transato.

Com’è costituito il report e come avviene l’analisi dello scenario congiuntamente ad Avalon?

Real Estate DATA HUB è un progetto che nasce dalla collaborazione, dalla condivisione del know how, dei dati e dell’intelligence, di due realtà importanti del panorama immobiliare italiano che mettono a fattor comune competenze e conoscenze per offrire un’analisi esaustiva dei diversi comparti immobiliari. Il progetto DATA HUB rappresenta un nuovo asset del percorso di innovazione costante di RE/MAX Italia. Grazie al Report mettiamo a disposizione dei nostri agenti immobiliari un inedito strumento di analisi per supportarli nell’operatività quotidiana.

La prima edizione del Report annuale di DATA HUB si sviluppa in diversi capitoli, introdotti da considerazioni sullo scenario economico a livello mondiale. Seguono sezioni dedicate ai vari comparti del real estate, dal residenziale al ricettivo, passando per la logistica, il direzionale, il commerciale. Le analisi dello status quo e le previsioni sono supportate da tabelle, grafici e infografiche estremamente puntuali, elaborate congiuntamente dai Centri Studi di RE/MAX e Avalon. Il tutto è arricchito da testimonianze esclusive di opinion leader e player rappresentativi di tutta la filiera. 

Come ha reagito il settore creditizio nel real estate residenziale e non? 

Nonostante nel 2020 si sia registrato complessivamente un calo delle compravendite immobiliari, il mondo del credito ha mantenuto gli stessi volumi del 2019. Grazie all’attività di 24MAX, società di mediazione creditizia del Gruppo RE/MAX, abbiamo un osservatorio privilegiato sull’andamento dei mutui. Quello che rileviamo è che anche nei primi mesi del 2021 il settore creditizio continua a vivere un momento di liquidità e il mutuo ipotecario si conferma il prodotto preferito per nuovi impieghi. Questa situazione, unita ai tassi ai minimi storici, rappresenta un periodo ideale per chi vuole comprare casa accendendo un mutuo. Secondo i dati raccolti dai credit specialist di 24MAX, anche nel 2021 in ambito residenziale i prodotti più richiesti continueranno ad essere mutui a tasso fisso per un importo medio di 133.300 euro. 

Diverso è l’aspetto relativo ai settori non residenziali, in quanto vi è una maggiore attenzione delle banche nel finanziare acquisti da parte delle imprese. Qui risulta discriminante quanto il settore di appartenenza dell’azienda richiedente sia stato colpito dalla crisi derivata dalla pandemia.

Può anticiparci la previsione di una piena ripresa economica di supporto all’intero segmento del real estate?

Complessivamente, il mercato immobiliare residenziale ha dimostrato di essere molto resiliente e l’andamento crescente dell’ultimo trimestre del 2020 (+9% rispetto al 2019) ha rappresentato un’anticipazione della ripresa prevista per il 2021, con un incremento, seppur moderato, delle vendite residenziali. Una risalita graduale che andrà a rafforzarsi nel 2022, anno in cui si stima un ritorno ai livelli pre-pandemia.

Il settore immobiliare e quello creditizio storicamente sono sempre andati a braccetto e l’aspetto finanziario ha da sempre condizionato il real estate. Fare previsioni risulta sempre complesso in un momento di grande incertezza come quello attuale; tuttavia, per quanto riguarda il credito, ipotizziamo un perdurare del momento di liquidità e quindi la disponibilità a finanziare il settore immobiliare.

Inoltre, piano vaccinale, Recovery Plan, Superbonus e Ecobonus fanno prevedere una ripresa economica già dall’anno in corso, con una ripartenza dei consumi e degli investimenti. Si stima dunque che il mercato immobiliare italiano continuerà ad attrarre investitori, anche internazionali, nel corso del 2021, alla ricerca di immobili caratterizzati da qualità del costruito, elevati livelli di comfort ed efficienza energetica.

Una percentuale di previsione massima per comparto nel secondo semestre dell’anno in corso? 

Nel residenziale si prevede l’affermarsi di un boom suburbano, privilegiando abitazioni ubicate in provincia piuttosto che in città. Un effetto del ‘work from home’ che influenzerà le scelte immobiliari degli italiani con una sempre maggiore propensione a case più spaziose.

Nell’ultimo anno, infatti, la casa ha cambiato ruolo, è cambiata la percezione della stessa e sono cambiate di conseguenza le necessità degli acquirenti. I dati di cui disponiamo confermano una variazione della domanda. In particolare, le transazioni sono calate nei Capoluoghi e aumentate in provincia, registrando nel 2020 un incremento del 3% rispetto al 2019. In generale, soprattutto grazie all’utilizzo delle tecnologie, le compravendite in ambito residenziale hanno dimostrato forte dinamismo, in particolare nella seconda parte dell’anno. Rispetto al 2019, nel 2020 si è registrato un sensibile calo delle tempistiche di vendita e di locazione. La media mensile dei giorni di vendita per la categoria Appartamenti è passata da 162 a 152 giorni (-6,2 % rispetto al 2019); per Loft/Open Space, Duplex, Case Semi e Indipendenti, Ville da 190 a 177 giorni (-6,8 %). In ambito di locazione, per gli Appartamenti si registra un calo del 9,1 % (da 66 a 60 giorni). Come prevedibile, la categoria “Loft/Open Space, Duplex, Case Semi e Indipendenti, Ville” segna la contrazione più significativa, pari a -29,5 % (da 88 a 62 giorni).

Nello specifico, possiamo affermare che i risultati raggiunti durante il primo quarter del 2021, riflettono l’inizio di una ripresa del residenziale. Nel mese di marzo 2021 gli immobili acquisiti dal network RE/MAX sono aumentati del +121% rispetto all’anno precedente (mese in cui iniziò il lockdown nazionale) e i transati sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2020. Un andamento che ci auspichiamo continui anche nei mesi a venire.

Nel comparto direzionale si conferma l’interesse di grandi operatori internazionali per i mercati di Milano e Roma,con focus su immobili tecnologicamente avanzati o da riqualificare in un’ottica di rifunzionalizzazione degli spazi esistenti. Desk sharing con incremento di metri quadri per ciascuna postazione e spazi comuni per connettività e condivisione sono solo alcune delle caratteristiche ricercate per immobili direzionali che devono permettere la convivenza tra lavoro tradizionale e smart working. Il Q1 si è mostrato abbastanza dinamico in termini di transazioni, con una decina di transazioni importanti tra Roma e Milano e altre in pipeline come l’acquisto della Torre di via Turati a Milano da parte di Artisa Group con un progetto volto alla riqualificazione degli uffici alla luce delle nuove esigenze.

Grande effervescenza si registra in ambito logistico. La crescita esponenziale dell’e-commerce ha evidenziatol’esigenza di rafforzare il network della distribuzione locale in ottica di capillarizzazione con la ricerca di spazi limitrofi ai centri urbani. L’interesse degli investitori (soprattutto internazionali) verso immobili a destinazione logistica si conferma anche nei primi tre mesi del 2021, con un take up superiore ai 400.000 mq, in crescita rispetto al Q1 2020. Si ricercano non solo immobili già predisposti, ma anche light industrial da riconvertire e green field da sviluppare che abbiano come caratteristica comune la prossimità a città primarie e secondarie.  

Al contrario, il retail – insieme al ricettivo – rappresenta l’asset class con performance maggiormente negative dovute alla crisi pandemica. Le chiusure forzate hanno costretto i proprietari di centri commerciali e outlet a concedere rinegoziazioni dei canoni o dilazioni di pagamento. A soffrire maggiormente sono stati i centri medio-grandi penalizzati dalle limitazioni di spostamento. I centri commerciali di dimensioni inferiori e situati in zone periferiche hanno potuto beneficiare di una penetrazione maggiore del loro bacino d’utenza dovuto in parte anche al diffondersi del lavoro da casa. In termini di transazioni, l’andamento negativo del 2020 sembra continuare anche nel Q1 2021, con un numero molto limitato di compravendite registrate. 

In ultimo, come la tecnologia e la digitalizzazione ha apportato dei cambiamenti al settore immobiliare? 

La digitalizzazione sta contribuendo significativamente all’evoluzione dell’intermediazione immobiliare. nel corso del 2020 RE/MAX ha spinto sull’acceleratore dell’innovazione tecnologica, da sempre asset del Gruppo, dotando tutto il network di un bouquet di strumenti avanzati a servizio della clientela. L’utilizzo di tool tecnologici ci ha permesso di guadagnare quote di mercato anche nel corso del 2020. La nostra crescita, infatti, si è basata su due fattori: da un lato, la pandemia ha disincentivato il fai-da-te evidenziando i vantaggi dell’intermediazione immobiliare professionale; dall’altro, la digitalizzazione dei processi ha permesso di gestire le transazioni con più efficienza nel rispetto delle attuali dinamiche. 

Tra le novità di RE/MAX Italia per il 2021, anno in cui il network festeggia il 25esimo anniversario di attività nel nostro paese, c’è il lancio di MAX/Connect, l’innovativa App relazionale già disponibile per smartphone e tablet. L’applicazione, sviluppata per migliorare ulteriormente la customer experience, fonde tecnologia e rapporto umano proponendosi come inedito strumento di interazione in ottica di digitalizzazione dei processi. Bastano pochi click per mettersi direttamente in contatto con il proprio consulente di fiducia, iniziando a scambiare informazioni in tempo reale. Tramite MAX/Connect, infatti, è possibile fissare appuntamenti, condividere le agende e inviare feedback immediati sulle proposte degli immobili selezionati. Attraverso la App, i clienti RE/MAX possono, inoltre, consultare informazioni sintetiche in formato scheda, contenenti tutti i dati più rilevanti per seguire il processo di compravendita in modo fluido e immediato.

MAX/Connect è un tassello delle nostre iniziative focalizzate sull’utilizzo della tecnologia per rendere ancora più efficiente l’intermediazione immobiliare. Tra queste i formulari editabili online, la firma grafometrica, i virtual tour, i virtual open house e il fitto programma di training formativi e aggiornamenti professionali, erogati da RE/MAX University.

Tramite MAX/Connect, infatti, è possibile fissare appuntamenti, condividere le agende e inviare feedback immediati sulle proposte degli immobili selezionati. Attraverso la App, i clienti RE/MAX possono, inoltre, consultare informazioni sintetiche in formato scheda, contenenti tutti i dati più rilevanti per seguire il processo di compravendita in modo fluido e immediato. La volontà di innovare in RE/MAX non si ferma mai e anche MAX/Connect non si ferma qui. A breve verranno rese disponibili le funzionalità riservate a chi vuole “vendere” casa. Un’altra piccola rivoluzione firmata RE/MAX Italia.