Manager

Una categoria particolare, quella dedicata al top management del nostro tempo. Interviste e curiosità raccontate dai protagonisti del mondo del business, che ci svelano i propri segreti di successo e ci raccontano come si sono realizzati nel mondo degli affari. Sono manager di primo livello, preparati, acuti e sempre attenti, dai quali poter prendere spunto per migliorare la propria carriera professionale. Sono professionisti che guardano e fotografano il mondo in modo particolare, offrendoci una panoramica non solo del presente che stiamo vivendo, ma anche del futuro che è dietro l’angolo. Uomini, manager o più semplicemente businessman che sanno come essere protagonisti della scena nazionale ed internazionale, con le loro idee e con le skills più richieste del momento.

ANote Music, una startup che nasce dalla passione per la musica

La musica è passione, ci accompagna nelle nostre giornate, ci aiuta a rilassarci e ci procura emozioni. La musica però può essere anche, giustamente, un business per chi la realizza, ma anche per chi pur non avendo doti canore o abilità musicali ha un qualche ruolo nella produzione, nella distribuzione e via dicendo. Noi siamo andati alla scoperta di una startup che ha creato un marketplace di investimento in royalty musicali che mette in contatto i detentori di diritti musicali con appassionati di musica e investitori. L’idea dei fondatori, Marzio F. Schena e Matteo Cernuschi, nasce proprio dalla passione per la musica: si chiama ANote Music e noi abbiamo intervistato il CEO per scoprirne le caratteristiche.

Intervista a Marzio F. Schena, CEO e co-fondatore ANote Music

ANote Music: che cos’è e che cosa fa?

ANote Music è il principale marketplace di royalty musicali, uno strumento che, mettendo in comunicazione detentori di diritti musicali e professionisti del settore con gli investitori e gli appassionati, permette a chiunque lo desideri di investire in musica in modo trasparente e semplice. La nostra startup offre infatti a editori, etichette discografiche e artisti la possibilità di mettere a disposizione degli utenti una parte delle proprie royalty future. Da un lato, chi investe può prendere parte al percorso di chi crea musica, diventando partner passivo e ricevendo un flusso di royalty continuo. Nel contempo, i detentori dei diritti mettono all’asta una parte dei propri cataloghi musicali, mantenendo in toto il controllo sulla gestione e sulle proprie decisioni artistiche ma avendo accesso diretto a fondi che altrimenti riceverebbero nell’arco di diversi anni e che possono essere reinvestiti anche per finanziare nuovi progetti creativi.  

Come funziona ANote Music?

In sostanza, i detentori di diritti musicali, tramite ANote Music, possono mettere all’asta una parte dei loro futuri flussi di royalty. Come ho anticipato prima, i proprietari dei diritti mantengono al 100% il controllo gestionale e artistico dei propri cataloghi, mentre gli investitori diventano partner passivi. A seconda di come viene impostata l’operazione (ad esempio, dalla percentuale del catalogo presa in considerazione o da come il catalogo in questione ha performato nel corso degli anni), i venditori possono ottenere un multiplo che, secondo gli standard di mercato, è generalmente compreso tra 6 e 16 volte la media dei flussi di royalty degli anni passati. Gli appassionati di musica e gli investitori, dopo aver creato un account gratuito sulla piattaforma, possono esplorare tutti i cataloghi presenti. Gli investimenti possono essere contenuti: ogni catalogo musicale viene suddiviso in frazioni di quote, ognuna delle quali rappresenta una porzione della percentuale del catalogo all’asta sulla nostra piattaforma. A seconda del catalogo, è possibile acquistare una quota a partire da soli 6 euro, anche se naturalmente ci sono anche molti investitori che acquistano molte quote in una sola volta per migliaia di euro. Poi, ogni volta che la musica viene ascoltata – attraverso radio, lo streaming online, durante i concerti dal vivo o quando viene utilizzata in TV o nei film – genera royalties che vengono raccolte e distribuite pro-quota agli investitori sulla nostra piattaforma mensilmente, oppure ogni tre o sei mesi. Il modello di business di ANote Music si basa su una commissione “listing fee” sul valore del catalogo al termine della fase di asta, e su commissioni di distribuzione quando le royalty vengono periodicamente distribuite agli investitori in piattaforma, cosa che avviene ogni mese oppure ogni 3 o 6 mesi, a seconda del catalogo. Questo sistema consente di mantenere un profilo di commissioni estremamente flessibile e allineato sia per i proprietari dei diritti  che per gli investitori, in quanto ANote riceve commissioni solo in funzione del risultato – per il resto, la piattaforma è commission free. Inoltre, si basa sulla blockchain, che registra ogni transazione, assicurando la tracciabilità e sicurezza di ogni operazione. 

Com’è nata l’idea?

L’idea l’abbiamo avuta nel 2017 io e il mio amico Matteo Cernuschi, classe 1992 come me e attuale COO di ANote Music, nel 2017. Stavamo guardando il Festival di Sanremo e, ascoltando uno dei brani in gara, ne abbiamo capito subito il potenziale, al punto da esserci detti che, se avessimo avuto l’opportunità, ci sarebbe piaciuto investire proprio in quella canzone, acquistandone anche i diritti. Ci siamo però scontrati con la realtà: in mancanza di budget considerevoli o di contatti nel settore, investire in musica non era un’operazione facile per gli estranei all’industria musicale, nemmeno per chi, come noi, aveva un background finanziario. Ci siamo chiesti: come fare, allora, per rendere le royalty musicali – che, oggi come allora, rappresentano una asset class in forte crescita e, per di più, generalmente al riparo dalle tradizionali oscillazioni causate dagli eventi geopolitici – accessibili? La risposta ha preso una forma precisa quando abbiamo incontrato Grégoire Mathonet, il terzo co-fondatore della startup, che grazie alla sua esperienza in campo informatico, ci ha aiutato a “dare il la” alla piattaforma che oggi permette di investire in modo semplice per ottenere una parte (“una nota” di una canzone, da qui ANote) delle royalty generate dai cataloghi musicali. 

Matteo Cernuschi_COO e co-fondatore ANote Music

Come stanno rispondendo artisti ed etichette discografiche?

All’inizio, quando abbiamo concepito questo progetto e iniziato le nostre ricerche, alcuni operatori più conservatori erano più riluttanti all’idea, inutile negarlo. Tuttavia, fin dall’inizio alcuni player importanti, come IRMA Records Publishing, si sono dimostrati molto aperti ad accogliere l’innovazione che proponevamo e che, insieme ad altri operatori del settore, di fatto stavano aspettando. L’ampliamento costante della nostra offerta in termini di cataloghi a disposizione degli investitori è sintomo di una costante crescita di interesse e fiducia da parte dei professionisti del settore musicale; che siano etichette discografiche, artisti o editori, sono sempre di più i player che credono nel nostro progetto, comprendendone le potenzialità sul fronte artistico e in termini di accesso alla liquidità. Per fare solo un paio di esempi, di recente abbiamo annunciato l’arrivo sulla piattaforma del catalogo dell’etichetta discografica e holding di diritti Sundance Music, che ha generato grande interesse per la sua offerta jazz e blues, mentre tra gli artisti che proprio in queste ultime settimane si sono affidati ad ANote Music ci sono il compositore Sterling Fox, che ha messo all’asta un vasto catalogo che comprende hit come Stereo Hearts e Take Me Home, e la leggenda dell’heavy metal Logan Mader, tra i fondatori dei Machine Head, che condividono la nostra visione di un mercato musicale più trasparente, guidato da una mentalità imprenditoriale, calato in un ecosistema che offre loro nuove opportunità di monetizzazione e li mette in stretta connessione con i loro fan. Oltre ai vantaggi finanziari derivanti dall’accesso immediato e diretto a fondi che altrimenti verrebbero ottenuti nell’arco di molti anni, gioca sicuramente un ruolo importante anche la possibilità di coinvolgere i propri fan in un modo completamente nuovo, consentendo loro di guadagnare passivamente, tramite l’ascolto dei propri brani preferiti e inaugurando un rapporto ancora più solido e stretto. Tutto ciò pur senza dover rinunciare al controllo totale delle decisioni gestionali e artistiche del catalogo, situazione che non sempre si verifica per i detentori dei diritti musicali che si avvalgono di altri metodi di monetizzazione. Gli artisti che lo desiderano possono così  rimanere indipendenti, mentre etichette ed editori possono in primis ricevere un riscontro da parte del pubblico sul lavoro che stanno portando avanti. Una cosa importante che ci tengo a sottolineare è che fin dal primo giorno ANote Music ha lavorato in un’ottica di innovazione ed empowerment dell’ecosistema. La nostra soluzione offre un reciproco vantaggio a chi opera nel mercato finanziario e a chi crea musica. Nessuna perdita di posti di lavoro per l’industria musicale, nessun player che debba sentirsi in qualche modo minacciato. 

Quali sono i vostri obiettivi e progetti per il futuro? 

Abbiamo chiuso il 2021 con più di 110.000 titoli in catalogo eseguiti da più di 100 artisti diversi, oltre 12.000 portafogli di investitori registrati e i nostri ricavi sono aumentati del 550% rispetto all’anno precedente. Il nostro obiettivo quest’anno è migliorare ulteriormente questi già eccellenti risultati, spingendo la crescita su tutti i fronti, dal numero di cataloghi a disposizione al bacino di investitori, e diventare presto scale-up. Tra gli obiettivi a brevissimo termine, cito sicuramente il miglioramento della user experience sia per i detentori di diritti musicali, che per gli investitori: in quest’ottica, stiamo lavorando alla nuova app, che rilasceremo a breve e che ci permetterà di offrire un’esperienza mobile ancora più snella ai nostri utenti. In questi primi anni ci siamo concentrati principalmente sul mercato europeo ma, visto l’interesse crescente da parte di detentori di diritti e investitori, puntiamo a espandere il nostro business in ottica globale e prossimamente inizieremo a promuovere i nostri servizi anche nel mercato statunitense e asiatico. Inoltre, se finora ci siamo concentrati soprattutto sul mercato primario, investiremo energie e risorse anche nello stimolare il mercato secondario, rendendo più fluide e immediate le operazioni ad asta chiusa. 

Umberto Petri: “Ecco come Ingenn aiuta le aziende che cercano profili tecnici”

In un mondo del lavoro in costante evoluzione, quello che non cambia mai è la necessità, da parte delle aziende, di reperire collaboratori e dipendenti di assoluto valore. E questo non è sempre facile, soprattutto quando si tratta di esigenze specifiche, in settori tecnici. Ecco perché in questo momento può risultare utile rivolgersi, per la ricerca di profili tecnici e specializzati ad aziende in grado di percepirne realmente il talento ed indirizzarli verso la giusta soluzione. Domanda ed offerta che si incontrano armoniosamente: è questo l’obiettivo di Ingenn, realtà importante nel mondo del recruiting di tecnici e ingegneri. In che modo lo fa? Abbiamo raggiunto Umberto Petri, manager di Ingenn con il quale abbiamo parlato del mercato del lavoro nel settore e di quali sono i servizi che l’azienda offre.

Intervista a Umberto Petri

Perché creare una realtà specializzata in un settore così tecnico?

L’industria italiana è in costante crescita. Nonostante ciò, risulta molto complesso reperire lavoratori specializzati a causa di un elevato mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Ingenn, la società di Head Hunting unicamente focalizzata nella ricerca e selezione di profili tecnici e ingegneri, nasce con l’obiettivo di rispondere in modo puntuale alle esigenze di personale qualificato delle imprese del comparto manifatturiero e della produzione industriale, supportandole nell’acquisizione di vantaggi competitivi a livello globale.

Quali sono i servizi che proponete?

Un servizio di consulenza, ricerca e selezione mirato, ovvero ideato e progettato per il settore manifatturiero e della produzione industriale. L’expertise verticale dei nostri Technical Recruiters, unita a una profonda conoscenza delle logiche che governano il mondo Engineering & Manufacturing, garantisce ai nostri clienti un servizio di recruitment impeccabile, rapido e risolutivo. L’utilizzo di un database ad hoc, il quale al momento conta più di 250.000 candidati, ci permette inoltre di ridurre drasticamente le tempistiche di delivery.

Qual è la effettiva realtà italiana nel mondo dei professionisti tecnici?

L’Italia figura tra i maggiori player del settore manifatturiero a livello globale. Questa occupa la settima posizione a livello mondiale e la seconda posizione a livello europeo. Grazie alla vasta preparazione tecnico-scientifica e all’elevata flessibilità, i nostri ingegneri sono tra i più richiesti al mondo.

Che tipo di aziende si rivolgono a voi e cosa vi chiedono?

Siamo partner consolidato di industrie operanti in più di trenta settori, perché siamo in grado di predisporre processi di recruitment tailor-made, ovvero che si adattano a ogni tipo di esigenza. Tra i nostri partner figurano grandi multinazionali del settore Industrial Equipment, chimico-farmaceutico e dell’Energy, così come PMI ed enti pubblici.

Quali sono le skills e le figure più richieste nel mondo del lavoro tecnico?

Il bollettino di settembre 2022 del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, evidenzia come tra le figure più richieste in campo ingegneristico e manifatturiero vi sia una forte domanda di tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (il 59,9% delle imprese riscontra difficoltà nel loro reperimento), di artigiani e operai specializzati nelle costruzioni e nel mantenimento di strutture edili, oltre che di fonditori, fabbri e conduttori di impianti e operai di macchinari fissi e mobili (richiesti rispettivamente dal 48% e dal 47% delle imprese). Anche i nostri dati confermano questo fabbisogno.

Quali sono i settori in cui c’è più richiesta di personale?

La richiesta di figure specializzate proviene per la maggior parte da industrie metalmeccaniche ed elettroniche, da imprese operanti nel settore della metallurgia, dell’energia, dell’edilizia e dalle industrie alimentari.

Quali sono i Vostri piani per il futuro?

L’obiettivo per il futuro è continuare a supportare la crescita competitiva delle imprese nel mercato globale, consolidando ancora di più la nostra presenza come Head Hunter di punta per il comparto manifatturiero e della produzione industriale.

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Davide Caiazzo: “Il personal branding è fondamentale in ogni step della carriera”

Imprenditore nel mondo digitale, ha alle spalle 7 Start-Up (e 3 exit). Tra le sue passioni c’è sempre stata la formazione: Davide Caiazzo è un professionista nel mondo del personal branding e recentemente ha pubblicato un libro dal titolo “I segreti del Personal Brand”. Nel mondo del lavoro, presentarsi nel modo più corretto e crearsi una buona reputazione online è diventato fondamentale. Ma qual è il modo migliore per farlo? Davide Caiazzo è seguitissimo sui social, in particolare su LinkedIn, proprio perché offre consigli utilissimi in tal senso. Inoltre è amministratore delegato di My Governance, una società che ha lo scopo di digitalizzare i processi dei dipartimenti HR, Legal e Compliance di diverse multinazionali, oltre ad essere presidente della DC Academy. Noi lo abbiamo raggiunto e lo abbiamo intervistato.

Intervista a Davide Caiazzo

Cosa è per lei il personal branding?

Il personal branding sono le attività (dall’inglese, fare Personal Brand) che mettiamo in campo per costruire e comunicare la nostra reputazione. In altre parole, cosa verrà in mente alle persone, partner, clienti, attivi e potenziali, quando penseranno a noi o ci consiglieranno per una posizione lavorativa o un progetto. Il personal branding include tutte le attività che permettono ad un professionista di comunicare le sue caratteristiche specifiche che lo rendono unico e come crea valore per l’azienda o altri professionisti. È proprio grazie ad un’attenta analisi e una scelta consapevole degli strumenti di comunicazione che è possibile raccontare la nostra specificità e fornire gli elementi per cui vogliamo essere scelti. Il personal brand – e le attività di personal branding – è un elemento fondamentale per qualsiasi step della carriera di un professionista o di un imprenditore. Esattamente come le aziende puntano alla creazione di un Brand riconoscibile e forte.

Perché un’azienda o un professionista dovrebbero puntare sul personal branding per il proprio business?

Cercare lavoro oggi, dare una svolta alla propria carriera o comunicare il proprio ruolo è un processo che ha risentito molto dei cambiamenti dirompenti a cui assistiamo ormai da qualche anno. Basti notare l’esposizione mediatica online pazzesca a cui siamo sottoposti. Mi piace vedere questo cambiamento in positivo: finalmente, chiunque può, anche grazie ad internet, far vedere la propria unicità, far emergere le sue passioni, comunicare la sua idea e fare networking con persone affini o potenziali clienti. Il mercato oggi dà a molte più persone e aziende, l’opportunità di farsi vedere e sentire. Ma come distinguersi e farsi scegliere in un mercato così vasto, dove ormai la concorrenza è globale? La soluzione è investire sul Personal Brand e sulle attività di personal branding: per creare, rafforzare e migliorare la propria reputazione e creare valore reale per il mercato di riferimento. In altre parole: differenziarsi per attirare il lavoro, il business, i partner in linea con i nostri interessi, le nostre competenze, i nostri valori. 

Da quando è stato messo a fuoco il concetto di personal branding è diventato chiaro come sia fondamentale raccontarsi nel modo giusto a tutti gli interlocutori di riferimento per attirare business e lavoro. Come si diventa esperti in questo settore? È necessaria una formazione specifica?

Lavorare sul personal brand implica avere competenze trasversali: faccio riferimento a competenze nell’ambito del marketing, della comunicazione, del design e dello stile. Personalmente, parto come avvocato, divento imprenditore e quindi docente e formatore avendo acquisito negli anni con l’esperienza una competenza specifica sul personal brand e la comunicazione su LinkedIn. Quest’ultima è la piattaforma principale dove comunicare il proprio personal brand proprio per la sua specifica vocazione: è un social nato per i professionisti, che possono entrare in contatto con altri professionisti e business in linea con i propri interessi, settore, ruolo. Lavorare sul personal brand richiede attitudine, metodo e costanza ed un aggiornamento costante sia per la parte strategica che per gli aspetti tecnici degli strumenti di cui ci possiamo avvalere per raccontare il nostro personal brand. Per questo ho deciso di fondare la DC Academy, per offrire formazione e aggiornamento costante ai professionisti che vogliono ottenere la visibilità che meritano per emergere sul mercato di riferimento e cominciare a fare la differenza, a qualsiasi step siano della loro vita professionale. 

In che modo i social possono aiutare?

I social network sono una grande opportunità di visibilità per il nostro personal brand perché ci permettono di far vedere come lavoriamo, dare concretezza ai nostri valori, argomentare prodotti e servizi, offrendo milioni di opportunità per creare Brand awareness nel nostro mercato di riferimento. È importante scegliere il social più adatto al tipo di messaggio che vogliamo comunicare. Ed è necessario imparare come organizzare i contenuti a seconda del social utilizzato, per adeguarsi alla specificità che presenta ogni piattaforma. Per quanto mi riguarda, se parliamo di acquisire clienti B2B e incrementare il business, LinkedIn è lo spazio ideale. Soprattutto in Italia dove una percentuale ancora relativamente bassa di utenti è effettivamente attiva. Per utenza attiva intendo persone, o meglio user, che postano contenuti, fanno commenti, distribuiscono valore con continuità. L’algoritmo di LinkedIn premia chi è attivo, proponendo i loro contenuti ad altri utenti; così facendo, questo social offre gratuitamente un boost spontaneo su un pubblico qualificato: è decisamente il momento giusto per investire su questa piattaforma, sia in termini di formazione che di investimento di tempo.

Ci sono dei settori specifici in cui è maggiormente efficace?

Esistono ambiti professionali in cui non sia importante che clienti e partner abbiano una buona opinione di noi? In un mercato dove la concorrenza è esasperata, avere un Personal Brand efficace e ben definito significa distinguersi dalla massa, attirando ed entrando in contatto, per poi collaborare, con soggetti in linea con quelli che sono i nostri interessi, i nostri obiettivi. Grazie ad una scelta consapevole della comunicazione per la nostra professione potremo creare così un network che ci permetterà di raggiungere i nostri obiettivi di business. 

Lei su LinkedIn ha moltissimi followers, quali sono i consigli che le chiedono maggiormente?

La richiesta più frequente riguarda l’utilizzo di LinkedIn per raggiungere nuovi clienti, che è uno degli obiettivi delle sessioni di coaching che fornisco con il mio team alla DC Academy. È stata la mia risposta per rispondere a questa esigenza emersa spontaneamente fra i tanti professionisti e imprenditori che mi seguono su LinkedIn. Parlando di richieste più pratiche, per molti è difficile superare lo scoglio della ‘pagina bianca’, iniziare, darsi un metodo. C’è una forma di pudore, il timore di non essere presi sul serio. Ecco, io ci tengo a eliminare ogni dubbio su questo: fare comunicazione bene, definire in modo professionale e preciso il proprio personal brand è un’azione utile e fondamentale. Certi pregiudizi rispetto alla piattaforma (e in generale verso i social) sono un retaggio del passato e sono ormai inutili. Come sempre il come è decisivo: il mio consiglio è dare contenuti di valore, non aver paura di condividere, non temere il giudizio. Con sincerità e dimostrandosi competenti rispetto agli argomenti trattati, si possono ottenere feedback utili e ottimi risultati.

Recentemente ha pubblicato il libro ‘I Segreti del Personal Brand’, cosa l’ha spinta e cosa ha voluto comunicare?

Pubblicare il mio primo libro è stata una grande opportunità per la quale ringrazio Gribaudo (Gruppo Feltrinelli) il mio editore. Quello che volevo era condividere anche off line tutto quello che ho imparato sia sulle dinamiche legate al personal branding sia al legame tra quest’ultimo e LinkedIn. Il libro è un vero e proprio manuale, pratico e chiaro, pensato per professionisti, imprenditori ma anche dipendenti che vogliano investire su sé stessi e cerchino indicazioni chiare. Ogni argomento è esplorato in modo chiaro, diretto e pratico. Penso che sia molto importante l’ampia appendice su come comunicare il personal brand su LinkedIn, dove ho condensato le strategie che mi hanno portato ad essere il più letto in Italia, strategie che, grazie al libro, sono alla portata di tutti. So per esperienza quanto sia importante dare contenuti di valore e credo che il libro ne contenga molti per destreggiarsi nella costruzione e nella comunicazione del proprio personal brand.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Voglio dedicarmi sempre più all’attività di docenza e coaching con il mio team alla DC Academy, dove abbiamo creato – ed implementiamo costantemente, percorsi professionali per imparare a comunicare il Personal Brand su LinkedIn. Abbiamo creato un evento gratuito on line lo scorso 20 giugno che ha visto la partecipazione di più di 6.000 persone alle quali ho raccontato, per oltre un’ora, quella che io chiamo la ‘Rivoluzione Linkediana’: come LinkedIn può cambiare la vita professionale di ciascuno e quanto sia importante approfittarne ora per i motivi che ho spiegato sopra. Il mio obiettivo è aiutare più persone possibile nel comunicare il proprio Personal Brand, anche e soprattutto attraverso LinkedIn, per collaborare alla creazione di un mercato del lavoro migliore. Il consiglio che posso dare è seguirmi e restare in contatto proprio su LinkedIn, dove aggiorno puntualmente sulle novità che mi vedono protagonista. Aggiungo solo che l’autunno porterà novità da non perdere!

Ferdinando Meo: “Con Younit forniamo alle aziende soluzioni per lo smartworking”

Il mondo del lavoro è cambiato e sempre più realtà aziendali stanno iniziando a comprendere i vantaggi dello smartworking in termini di produttività, che nasce spesso da un maggior livello di benessere dei dipendenti. Gli anni di pandemia, di lockdown, ci hanno fatto capire molte cose e aperto gli occhi su nuove opportunità, proprio sulla possibilità di continuare a lavorare e produrre con nuovi criteri come lo smartworking e il lavoro ibrido. E proprio nel bel mezzo del periodo più buio che abbiamo attraversato, nel 2020, nasce un’azienda che si è specializzata proprio nel facilitare le aziende nel fornire ai dipendenti i mezzi e gli strumenti per lavorare con risultati positivi anche fuori dall’ufficio. Si chiama Younit e fornisce soluzioni integrate per il lavoro a distanza, personalizzate e sostenibili, attraverso un catalogo online di oltre 1000 prodotti di altissima qualità. A guidarla Ferdinando Meo, Presidente e co-fondatore dell’azienda insieme a Gianluca Schiavi. Con lui, abbiamo voluto scoprire questa bella realtà che guarda al futuro.

Intervista a Ferdinando Meo

Cos’è Younit? 

Younit è la soluzione completa per le aziende in smartworking, che vogliono fornire ai loro dipendenti che lavorano parzialmente da casa, ergonomicità e comodità a casa come in ufficio, con prodotti quali sedie, tavoli, lampade, footrest, sit&stand ed altre 1000 categorie differenti di prodotti. Younit da flessibilità all’azienda nella modalità di pagamento, con 3 opzioni differenti: acquisto del prodotto, renting leasing. Il processo completo di Younit è molto semplice: 

  1. L’azienda definisce un budget per dipendente 
  2. Sceglie il catalogo prodotti 
  3. Younit offre una piattaforma ecommerce personalizzata per i dipendenti dell’azienda 
  4. I dipendenti effettuano l’acquisto 
  5. Younit consegna a casa dei dipendenti ed offre una reportistica completa all’azienda. 

Se l’azienda ha intenzione di offrire ai propri dipendenti i prodotti necessari per lavorare da casa, non è comodo avere un business partner che si incarica di tutto il processo, ed evita la gestione all’azienda della scelta dei prodotti e della consegna a domicilio di centinaia o migliaia di dipendenti?    

Qual è il vostro core business? 

La gestione completa del processo di fornitura a casa dei dipendenti di un “home office”, ovvero una “Younit”.

Siete nati in piena pandemia: come avete fatto?

Nei momenti di crisi nascono sempre molte opportunità come Airbnb, Groupon ed Uber nel 2008, nel 2020 sono nate molte realtà innovative. Il progetto è nato tra Spagna ed Italia, con idee e con concretezza nell’identificazione dei prodotti e servizi che volevamo offrire, trovando i fornitori e sviluppando la piattaforma ecommerce base, per essere poi personalizzata per ciascuna azienda. Tutto è avvenuto da remoto. Ora sul progetto lavorano tra Italia e Spagna oltre 50 persone. Il mondo cambia rapidamente e nascono nuove idee ed aziende che seguono e supportano il cambiamento, certe volte sono proprio la causa del cambiamento.   

Smart working in Italia: come è recepito dalle aziende e come dai lavoratori?

In Italia lo smart working è molto diffuso tra le aziende di servizi. Diverse Survey evidenziano che le persone preferiscono lavorare qualche giorno da casa, risparmiando tempi e costi; tempi su trasporti casa-ufficio e costi del trasporto, pranzo fuori, e soprattutto le persone desiderano avere più tempo da trascorrere con la propria famiglia. Immaginate 1 ora al giorno medio di trasporto di risparmio, per 2 giorni di lavoro da casa sono 8 ore/mese, 96 ore/anno ovvero in 30 anni sono 120 giorni che possiamo dedicare in più alla nostra famiglia, senza considerare le pause pranzo a casa. Da un lato le aziende possono risparmiare 2000-4000 Euro per dipendente all’anno per i costi di ufficio, ovvero su 5 anni 10.000-20.000 Euro, possono attrarre più talenti, anche stranieri e aumentare l’engagement/retention dell’attuale organico. Dall’altro i dipendenti possono essere più felici, risparmiare tempi e costi (stimati 1600 Euro/anno di risparmio per famiglia). In USA, UK, Germania e Spagna lo smartworking è molto più diffuso, perché hanno capito che è un gran benefit per le persone ed un potenziale risparmio di costi di ufficio per le aziende. I latini dicevamo “La virtù è nel medio”, e vale anche per i modelli ibridi di lavoro. Nessun estremo. 2/3 giorni di lavoro da casa sarebbe il modello perfetto. L’Italia è un po’ indietro, rispetto ai paesi più competitivi, c’è un po’ di timore nel passare ad uno stadio ufficiale di lavoro ibrido.   

Le infrastrutture ci sono?

Le infrastrutture ci sono assolutamente, anche perché non sono necessarie grandi infrastrutture per lo smart working. In questo caso “volere è potere”.

Quali sono le difficoltà che si incontrano nello smart working?

Le difficoltà sono sicuramente un minor contatto tra le persone, che con un modello ibrido si eliminano, percezione di una riduzione di produttività da parte dell’azienda, ma i dati dimostrano il contrario ovvero, un aumento della produttività. La difficoltà più grande è sempre la paura del cambiamento. Siamo un Paese che innova poco, rischia poco, siamo fermi da tanti anni con poca cultura al cambiamento ed al rischio. “Il più grande rischio che hanno le aziende è non correre alcun rischio”.

Chi si rivolge a voi?

Le aziende medie e grandi in modello di lavoro ibrido (almeno 2 giorni di lavoro da casa) che sono tra i “migliori posti di lavoro”, o che vogliono esserlo, e che danno grande importanza al benessere dei propri dipendenti.  

Quali sono i vostri progetti futuri?

I nostri progetti futuri sono la crescita ed il consolidamento nel mercato Italiano e Spagnolo, e l’apertura di nuovi mercati, quali UK, Germania e Francia. Il nostro obiettivo più grande è quello di riuscire a fare lavorare milioni di persone in maniera ergonomica da casa, contribuendo al loro benessere ed aumentare la produttività delle aziende. 

Nims lancia la figura del Personal Shopper del Caffè: ecco cosa fa!

Il caffè in Italia rappresenta una sorta di istituzione tra le bevande. Pizza, pasta e… caffè: all’estero, pensando all’alimentazione tipica del nostro Paese, non si può prescindere da queste tre parole.

Il caffè è una scusa. Una scusa per un incontro tra amici, per una riunione di lavoro, per l’inizio di una relazione d’amore. Il caffè permette di fare una pausa dalla propria giornata lavorativa o semplicemente il modo per allontanarsi dallo stress. Ma il caffè regala anche quell’energia indispensabile per affrontare gli impegni più duri.

Ma che mercato è quello del caffè? Che momento sta vivendo e cosa rappresenta oggi? Ne abbiamo parlato con Flavio Ferretti Presidente e Amministratore Delegato di Nims, parte del Gruppo Lavazza dal 2017, il quale ci ha raccontato anche quelli che sono stati gli sviluppi della sua azienda negli ultimi anni e l’introduzione della figura del Personal Shopper del Caffè.

Intervista a Flavio Ferretti Presidente e Amministratore Delegato di Nims

Cosa rappresenta oggi il caffè in Italia?

I consumatori all’interno di uno stesso nucleo familiare oggi possono avere ed esprimere differenti gusti e abitudini: ciò che si propone di fare Nims in Italia, attraverso la figura del Personal Shopper del Caffè, è offrire una consulenza a 360 gradi sul mondo del caffè che permetta in primis di degustarlo, facendo assaggiare diverse miscele, ma anche di presentare la macchina e le differenti modalità di preparazione.

Si tratta di un’importante quota di servizio, apprezzata dai consumatori, in un periodo in cui il tempo libero è sempre più limitato e in cui, grazie al consumo fuori casa, siamo venuti a conoscenza di differenti tipologie di caffè e differenti metodologie di preparazione. Con una macchina a capsule la preparazione è semplice, facile, veloce e in pochi secondi posso bere un Deca piuttosto che un 100% Arabica o un Robusta; con un Personal Shopper del Caffè a mia completa disposizione, posso scoprire il prodotto prima di comprarlo, conoscerne i trucchi e scegliere consapevolmente.

Se però le abitudini di consumo sono cambiate negli anni, e ce ne accorgiamo proprio grazie a un contatto così stretto con il consumatore finale che ci permette di registrare quelle che sono le eventuali variazioni nei gusti e nelle consuetudini, non è cambiata la cultura del caffè (che in Italia rimane comunque abbastanza alta) e l’intendere la pausa caffè come momento di socialità.

Che momento vive il mercato del caffè in questo periodo?

Negli ultimi due anni il consumo del caffè in Italia è rimasto pressoché stabile, complice l’alta penetrazione di cui gode questo prodotto nel nostro paese. Il fenomeno che, però, si è più evidenziato è il passaggio di quote tra differenti canali di vendita/consumi. Il lockdown e le conseguenti chiusure degli esercizi, oltre alle diminuite possibilità di circolazione per effetto delle misure adottate al contrasto del Covid-19, hanno fatto dirottare i consumi dal fuori casa al consumo domestico. 

Cosa contraddistingue NIMS dalle altre aziende del settore?

La parola chiave è formazione: un aspetto in cui l’azienda crede e sta dedicando investimenti sempre crescenti.

La nostra è una squadra di oltre 3.000 Personal Shopper del Caffè che, grazie a un percorso di formazione e crescita meritocratica continua, si presenta ai potenziali clienti con competenza sulla materia e professionalità garantendo importanti prerogative quali rapporto umano, attenzione, ascolto, affidabilità, non una tantum ma in maniera continuativa e prolungata nel tempo.

Qual è il vostro target di riferimento?

Il nostro business è prevalentemente concentrato nel mercato famiglia, che per noi vale circa il 70%, il restante 30% è rappresentato da professionisti, piccoli uffici o attività di modeste dimensioni. Il nostro target quindi è legato alle piccole comunità. In questo tipo di dimensione riusciamo a gestire al meglio il connubio prodotto/servizio che ci ha dato tanto successo.

Quali sono le strategie che stanno delineando il vostro successo?

La strategia che da parecchi anni stiamo perseguendo è quella di professionalizzare al meglio i nostri Personal Shopper del Caffè. Attraverso la formazione, sia in sede che in periferia, cerchiamo di incrementare ancora il livello di servizio che eroghiamo al mercato. La numerica dei nostri Personal Shopper del Caffè è molto alta (parliamo di circa 3900 persone), questo ci consente di avere un’altissima capillarità sul territorio nazionale e, in questo modo, gestire al meglio i nostri servizi. 

Su questi assi basiamo lo sviluppo del nostro business, la qualità eccelsa del prodotto e il livello maniacale di servizio erogato.

Come avete reagito alla pandemia e come state affrontando il ritorno alla (quasi) normalità?

Gli ultimi due anni sono stati molto difficili, abbiamo dovuto, come tutte le aziende, fare i conti con l’impossibilità di muoverci a nostro piacimento, di incontrarci, di mantenere inalterato il legame con la nostra rete vendita. Ma come spesso accade, nei momenti di difficoltà emergono anche opportunità. Quando si può contare su persone preparate e professionali si raggiungono traguardi insperati: abbiamo lavorato molto sulla digitalizzazione che ci ha consentito di abbattere quelle barriere rappresentate dall’impossibilità di incontrarci o di poterci muovere come nel periodo pre-Covid. In questo modo, con seminari e riunioni da remoto e con l’ausilio di strumenti di digitalizzazione spinta, siamo riusciti a passare indenni questo periodo.

Oggi che stiamo tornando alla normalità, riprendiamo a incontrarci, incontrare i nostri clienti e i nostri futuri Personal Shopper del Caffè, sì, dico futuri perché siamo sempre in cerca di nuove persone da inserire all’interno della nostra organizzazione e la fase di selezione e formazione del personale è sempre attiva e per noi strategica.

Quali sono le richieste del mercato nel mondo del caffè?

Il mercato del caffè rimane sempre un mercato dinamico, l’innovazione è continua. Nuovi gusti, nuove metodologie di preparazione, nuove ricette caffè, nuove modalità di consumo in differenti momenti della giornata. Riteniamo di avere una visuale privilegiata, avendo infatti la possibilità di incontrare direttamente il consumatore finale, abbiamo la possibilità di intercettare le nuove tendenze, i nuovi trend di consumo che si evidenziano, magari anche solo come indicazioni embrionali. Questo ci permette di muoverci in anticipo sulla ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti/servizi.

Quali sono i suoi progetti per il prossimo futuro?

Dal 2017, anno in cui è avvenuta l’acquisizione di Lavazza, siamo sempre cresciuti, anche in questi due anni di pandemia. I progetti per il nostro futuro si concentrano sullo sviluppo di nuovi prodotti, nuove possibilità di soddisfare ulteriormente i needs di mercato. Ma la nostra vuole essere una crescita sostenibile, consolidando le posizioni guadagnate e, progressivamente, incrementarle ulteriormente. Innovazione di prodotto, arricchimento dell’offerta di servizi e digitalizzazione sono i tre pilastri su cui basiamo la nostra strategia per lo sviluppo futuro.

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Maison Cilento & F.llo dichiarata marchio storico dal Ministero dello Sviluppo Economico

Arriva un riconoscimento importante per la Maison Cilento & F.llo che è stata dichiarata marchio storici italiani di interesse nazionale dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Nei 250 anni di storia che la caratterizzano, l’azienda guidata oggi da Ugo Cilento, ha puntato tutto su tradizione, qualità, stile, senza dimenticare il fattore innovazione: caratteristiche che le permettono ancora oggi di essere una sartoria di livello elevatissimo.con le sue note cravatte, i foulard preziosi e molto altro.

Durante una visita nella sede di palazzo Ludolf da Ugo Cilento, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva sottolineato che la “Maison Cilento rappresenta una di quelle rarissime aziende storiche italiane che hanno ancora un gran successo dopo tanti anni di lavoro e che rappresentano il made in Italy nel mondo”, sottolineando che per l’importanza delle conoscenze delle aziende storiche bisognerebbe renderla patrimonio UNESCO.

“È un riconoscimento prestigioso quello ottenuto dal Ministero dello Sviluppo economico anche  assegnato insieme a nomi prestigiosi come Pininfarina, lo spumante Ferrari e Sperlari, che rende onore al lavoro fatto dalle tante generazioni che ancor prima di me hanno portato nel mondo e nella storia il nostro marchio per la qualità della nostra sartoria e la capacità imprenditoriale che oggi ci consente di essere una impresa forte e solida con lo sguardo rivolto al futuro”, ha commentato Ugo Cilento, ottava generazione della Maison napoletana.

cilento marchio storico

The Smiley Company: nel 2022 compie 50 anni di sorrisi e non solo…

The Smiley Company nota azienda del brand internazionale che ha reso iconica la famosa faccina gialla, compie 50 anni nel 2022 e si appresta a portare avanti una serie di iniziative nei primi mesi del prossimo anno. 

Nicolas Loufrani è la mente creativa dietro The Smiley Company, una delle principali società di licensing al mondo. 

Convinto dal padre Franklin Loufrani nel 1996 ad unirsi alla sua azienda, Smiley, e a contribuire alla rivoluzione che ne ha poi decretato il successo mondiale, Nicolas che ha subito provveduto a registrare il marchio con la sua ascesa nel business, è stato l’ideatore delle emoticon diverse, arricchite dalle emozioni e da categorie nuove. Un vero e proprio menu, un linguaggio che per tutti noi oggi è comune e ci permette di rendere più vivo e simile alla nostra comunicazione verbale il testo di un messaggio: prima delle faccine, del tutto asettico e poco naturale. Una comunicazione digitale resa felice insomma!

La storia dell’azienda

Con un passato da designer d’avanguardia, nella moda prima e nel mondo tecnologico dopo, Nicolas Loufrani è stato di fatto il fautore della rivoluzione Smiley: nel 1997 si è reso responsabile di uno dei suoi successi di carriera più significativi, riconoscendo la crescita delle nuove comunicazioni tecnologiche e l’uso continuato delle emoticon ASCII, è stato ispirato a rivoluzionare questo mondo creando i primi Smiley digitali 3D. Evolvendo il Smiley originale creato da suo padre nel 1972, è nato il concetto Smiley World. Un nuovo brand, quello dello Smiley, capace di incarnare lo spirito della generazione digitale, dedicato alla tecnologia, all’intelligenza emotiva e allo stile di vita digitale sempre più odierno.

Smiley World è diventato il primo marchio multimediale al mondo realmente interattivo e si è affermato come linguaggio digitale universale, una parte fondamentale del nostro vocabolario quotidiano con miliardi di emoticon condivise ogni giorno.

Nicolas si è anche concentrato sulla creazione di una consapevolezza globale di Smiley come marchio a sé stante allontanandosi da un’immagine con licenza eccessiva e in un marchio di lifestyle di moda guidato strategicamente.

Coesistenza in tutti i segmenti di mercato e presente in una boutique specializzata indipendente come in una catena di mercato di massa.

Come parte di questa visione, Nicolas ha poi deciso che era imperativo spingere Smiley verso la passerella con collaborazioni con alcuni dei principali stilisti di moda del mondo per assicurarsi che fosse sempre negli occhi dei giornalisti di moda e del settore. Questo concetto unico ha permesso a Smiley collaborare negli ultimi anni con nomi come Moschino, Loewe, Louis Vuitton, Fendi, Moncler e Armani. Nei suoi successivi 25 anni al timone, l’approccio strategico del marchio alla collaborazione ha trasformato Smiley nel marchio lifestyle di punta nel licensing. La faccina è adesso riconosciuta come una delle principali società di licenze globali al mondo con estensioni del marchio nella moda e negli articoli per la casa, fino ai giocattoli, all’editoria, al cibo e alle bevande e continua ad abbracciare la collaborazione con i marchi leader mondiali in ogni settore.

Lo Smiley Movement

Perseguendo l’obiettivo di Smiley di rendere il mondo un luogo più felice, gentile e consapevole, Loufrani ha creato Smiley Movement nel 2017: comunità senza scopo di lucro che mira a ispirare un cambiamento positivo e affrontare urgenti problemi sociali e ambientali. Smiley Movement fornisce una piattaforma crossmediale di notizie, video, eventi e premi che collega il settore no profit con un pubblico più ampio per illuminare le menti e consentire alle persone di intraprendere azioni positive.

Nel 2022, The Smiley Company festeggerà il suo 50° anniversario con una campagna globale tornando al suo messaggio originale del 1972: “Prenditi il ​​tempo per sorridere”. 

Come è nata l’idea del sorriso?

Smiley nasce nel 1972 da mio padre Franklin Loufrani, giornalista del quotidiano nazionale francese France-Soir. Voleva diffondere buone notizie e positività sul giornale e diffuse una campagna di buone notizie. In seguito l’ha trasformata in una licensing company con l’intenzione di portare felicità attraverso campagne di marketing e prodotti. Sia la sua campagna di buone notizie che il suo licensing business hanno iniziato a diffondersi in Europa e poi nel mondo. Ho iniziato a reintrodurre l’idea della necessità di sentire buone notizie con il nostro movimento no profit, The Smiley Movement, alcuni anni fa. Il nostro motto è: le buone notizie riguardano le persone che fanno del bene. Ci concentriamo sui changemaker positivi, le persone che ci ispirano per il loro grande lavoro nel settore della beneficenza, che ci mostrano che ogni giorno nelle nostre comunità accade qualcosa di positivo. Penso che rilanciare il nostro messaggio originale “Prenditi il ​​tempo per sorridere” sia molto importante per il mondo in questo momento, poiché abbiamo bisogno che le persone siano sicure che vedremo la luce alla fine del tunnel, che l’umanità progredisca e vinca sempre anche se la situazione è estremamente difficile. Dobbiamo continuare a sorridere alle nostre famiglie, ai nostri amici, ai nostri colleghi e alla società in generale per rimanere umani…

Intervista a Nicolas Loufrani

Nella collaborazione con i big della moda, chi è che adatta la creatività, direttamente lo stilista o chiedono comunque la tua supervisione e il tuo consenso nell’adattare la faccina sui capi di abbigliamento?

Siamo coinvolti in 14 settori, non solo nell’abbigliamento. Si tratta di una collaborazione in cui i team di progettazione e quelli di marketing discutono sulla direzione da prendere. Una direzione che mira a mantenere il DNA e i valori del marchio sia di Smiley che del partner. Alcuni marchi con cui lavoriamo hanno un’estetica molto specifica e designer favolosi e iconici alla loro guida, ma spesso li convinciamo a testare anche alcune delle nostre idee di design. In alcuni casi, capita che un marchio sia molto deciso a creare il proprio Smiley con noi e allora può provenire dal nostro studio o dal loro.

Le faccine Smile animate potrebbero essere un possibile competitor dei Minions. Hai mai pensato di renderle un cartoon?

Mi piacerebbe molto! Signori Spielberg e Katzenberg, se leggete quest’intervista, non esitate a contattarmi.

Uno Smile per firmare una nota positiva, una sigla che ufficializza una cosa buona, uno stemma che ufficializza qualcosa di unico. È così che lo Smiley Movement immagina di supportare il sociale e i possibili suggerimenti di chi si unirà e seguirà il movimento? Ci spiega meglio cosa intende per illuminare le menti e far intraprendere azioni positive?

Ho creato lo Smiley Movement perché mi sono reso conto che c’era un interesse sempre crescente del pubblico a sostenere cause di beneficenza, ma c’era un problema nell’identificare e nel connettersi con le organizzazioni di beneficenza. La nostra organizzazione no profit è nata nel 2018 per rispondere a questa esigenza, fornendo la tecnologia e gli ecosistemi che consentono alle comunità di tutto il mondo di agire su questioni importanti per loro. The Smiley Movement mira a ispirare un cambiamento positivo nella società creando un mondo più felice, equo e sostenibile, in cui tutti lavorano fianco a fianco per affrontare urgenti questioni sociali e ambientali. Fornisce una piattaforma crossmediale di notizie, video, eventi e premi che collegano il settore no profit a un pubblico più ampio, per illuminare le menti e consentire alle persone di intraprendere azioni positive. Abbiamo uno strumento chiamato Smiley News che è una fonte quotidiana di notizie edificanti che sono positive, propositive, stimolanti e che guidano l’azione. Smiley News è uno sbocco per storie positive su iniziative sociali e climatiche. Dai semplici atti di gentilezza alle scoperte di grandi organizzazioni, mette in luce i risultati di coloro che affrontano i grandi problemi della società odierna. I contenuti di Smiley News si allineano con gli obiettivi più ampi degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e promuovono gli appelli per un cambiamento positivo. Nel 2020 abbiamo lanciato gli Smiley Talks, una serie di conversazioni stimolanti su temi sociali e ambientali (ad esempio, come porre fine ai problemi dei senzatetto, come percorrere la strada per le emissioni zero e come cambiare il mondo attraverso l’empatia). Smiley Movement gestisce anche gli annuali Charity Film Awards, la principale celebrazione mondiale del cinema legato alla causa. I premi, che sono stati riconosciuti da IMDb e dal BFI, consentono al pubblico di fare del bene votando i loro film di beneficenza preferiti e condividendoli per raggiungere un pubblico più ampio.

Roberto Pasi, CEO di Beeing: “Ecco il nostro programma per tutelare le api e promuovere l’apicoltura responsabile”

Dall’idea di Roberto Pasi, 34 anni, founder e CEO, e Gabriele Garavini, CTO e co-founder, oggi 37 anni, nasce nel 2017 a Faenza Beeing, start up innovativa che attraverso il suo lavoro vuole mettersi servizio delle api e degli apicoltori.

Il progetto parte con lo sviluppo di sensoristica relativamente semplice: prima GPS antifurto per le arnie, poi sensori in grado di rilevare temperatura e umidità, due parametri chiave per la salute dello sciame. 

A seguito dell’ingegnerizzazione e il lancio sul mercato di un’arnia innovativa urbana, chiamata B-BOX, che permettesse di avvicinarsi all’apicoltura in modo più sicuro, semplice e interattivo e contribuendo così alla diffusione dell’apicoltura urbana e allo sviluppo di comunità a misura di ape, il team di Beeing ha voluto offrire il suo background per lo sviluppo di un settore che in Italia sta sempre più attirando giovani e non solo. Attività di formazione, in presenza e online, avvicinamento al mondo delle api e molte altre iniziative portate avanti con grande impegno e dedizione. Noi ne abbiamo voluto sapere di più intervistando Roberto Pasi, CEO di Beeing.

Intervista a Roberto Pasi, CEO di Beeing

Cosa ha spinto la vostra start up a lanciare un programma come “Bee The Change – Adotta un alveare”? 

L’idea nasce proprio dal cuore dalla nostra mission aziendale: dal 2017 ci impegniamo ogni giorno nel tutelare le api e promuovere l’apicoltura responsabile. A due anni dal lancio di B-BOX, la prima arnia urbana, abbiamo infatti avuto la conferma che tutti i nostri clienti o chi ci segue, ha a cuore, prima del miele, la tutela delle api. Abbiamo quindi voluto spingerci oltre e venire incontro al desiderio di tutti quelli che vogliono fare un gesto concreto per la salvaguardia delle api e, quindi della biodiversità e che non si sentono ancora pronti per tenere un proprio sciame in giardino o in terrazzo. La nostra arnia innovativa rende l’apicoltura più semplice, sicura e interattiva ma ovviamente non è per tutti; bisogna avere tempo e passione per prendersi cura di uno sciame. Con Bee The Change volevamo dare a tutti, indistintamente, la possibilità di fare un gesto concreto per la salvaguardia delle api, con un programma serio e concreto, che mettesse davvero al centro le api e la natura.

Cosa prevedono i vostri programmi?

Bee The Change, rispetto ad altri programmi di adozione, permette a tutti di andare a trovare le proprie api e chi se ne prende cura. Permette inoltre di ricevere, oltre a mezzo chilo di miele, un mix di semi biologici di piante amiche delle api, da piantare per rendere il proprio balcone o giardino un’oasi ideale per gli insetti impollinatori. Non da ultimo, i nostri apicoltori, sono solo apicoltori biologici o apicoltore che – se non ancora in possesso della certificazione biologica- hanno dimostrato di seguire gli standard di apicoltura responsabile. Vogliamo promuovere solo le realtà che davvero mettono le api e la natura al centro.

In che modo intendete coinvolgere chi aderirà?

Con i pacchetti “AdozionExperience”, chi ha adottato uno sciame può fare un’esperienza immersiva in apiario, vedere come si fa il miele e partecipare a una piccola sessione educativa sulle api. Lo sciame e in generale le api hanno delle peculiarità uniche ed emozionanti. Ci insegnano anche molto a noi, come società. Un’esperienza adatta a tutti, anche ai più piccoli. 

Qual è il contributo che volete offrire attraverso questa iniziativa?

Ci aspettiamo che questo programma possa diffondere la consapevolezza sul ruolo delle api e, perché no, sia di ispirazione per iniziare l’avventura da apicoltore urbano. La nostra vision è quella di creare città a misura d’ape, dove uomo e natura possano convivere in armonia.

Che tipo di risposta vi aspettate?

 In questi primi giorni stiamo avendo un’ottima risposta. Quello che è stato particolarmente apprezzato è stata la selezione degli apicoltori in base a criteri sostenibili, e il fatto di poter piantare i fiori amici delle api per contribuire a creare habitat bee-friendly. Siamo una piccola start-up, quindi il nostro budget di comunicazione è piuttosto limitato. Ma come sempre al centro ci sono i nostri clienti – oltre alle api – e la nostra priorità è fornire un’esperienza eccellente a chi ci ha scelto e garantire guadagni equi ai nostri apicoltori, attentamente selezionati.

Roberto Filipelli è il nuovo Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia

Roberto Filipelli è il nuovo Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia. Il suo predecessori, Sergio Romoli, assume l’incarico internazionale nell’area Western Europe di Microsoft. Avrà la responsabilità di guidare la Divisione Cloud & Entreprise e di far crescere il business Cloud nel mercato italiano, aiutando le realtà del Paese a cogliere i vantaggi di una tecnologia che sta rivelando un potenziale senza precedenti.

Chi è Roberto Filipelli

Classe 1969, in Ingegneria Elettronica all’Università di Genova, Filipelli assume il nuovo incarico dopo aver ricoperto il ruolo di Partner Development Lead for Azure in Microsoft Western Europe ed aver quindi acquisito una grande esperienza con la piattaforma cloud Azure. Da oltre 20 anni in Microsoft, ha ricoperto ruoli via via più importanti in ambito tecnico, manageriale e di leadership in Italia ed Europa e questo lo ha reso un vero e proprio punto di riferimento sul mercato e in particolare un esperto in materia di Internet of Things, Industry 4.0 e tecnologie edge intelligenti.

Nella sua carriera ha collaborato con numerosi clienti e partner contribuendo al successo di progetti innovativi, tra cui un caso emblematico è quello di Solair, la prima startup italiana specializzata in IoT acquisita da Microsoft.

“Dopo l’esperienza internazionale, sono entusiasta di rientrare in Italia e di poter contribuire alla crescita digitale del Paese, soprattutto in un momento come questo, che non è mai stato così propizio per adottare Cloud e tecnologie intelligenti in linea con gli obiettivi del PNRR”, commenta Roberto Filipelli. “Insieme al mio team, punto a promuovere ulteriore consapevolezza del valore dell’Intelligent Cloud tra le aziende italiane e siamo pronti a sviluppare nuovi progetti con le realtà che intendono ripensare i propri modelli di business in ottica cloud. Grazie alla scalabilità e all’affidabilità della piattaforma Azure, intendiamo sostenere sempre più le organizzazioni italiane pubbliche e private in un percorso di crescita flessibile, contribuendo all’innovazione e alla competitività di interi settori”.

Roberto Necci: “Nel settore turistico-alberghiero manca un modello organizzativo adeguato ai tempi”

Manager esperto in ristrutturazioni e riorganizzazioni delle imprese alberghiere, Roberto Necci lavora da oltre 25 nel settore turistico alberghiero. Nel corso della sua lunga carriera, ha ricoperto cariche di vertice nell’associazionismo di categoria: caso piuttosto singolare in Italia, è stato sia Presidente dell’associazione dei direttori d’albergo del Lazio che, carica attualmente ricoperta, Presidente del Centro Studi della Federalberghi Roma e Vice Presidente della stessa associazione.

Intervista a Roberto Necci

Dott. Necci, come è cambiato il turismo alberghiero nel tempo?

Sicuramente siamo passati da un turismo di tipo capitalistico famigliare in prevalenza legato all città ad un turismo che vede la prevalenza di investitori internazionali.

Questa trasformazione, già in atto prima del Covid, cambia radicalmente anche la cultura di impresa, che dovrà essere sempre di più legata all’analisi dei risultati, il monitoraggio della gestione e l’introduzione di tecniche manageriali prima adottate in prevalenza dalle grandi realtà ed oggi indispensabili per tutti a prescindere dal livello dimensionale.

Occupandosi di consulenza alle aziende alberghiere quali sono i problemi che più frequentemente ha affrontato?

L’attività di consulenza permette un quadro piuttosto ampio delle problematiche delle aziende. Sul mio blog le ho anche racchiuse in un articolo che risulta essere fra i più letti

Oggi tuttavia il problema principale è la mancanza di un efficace modello organizzativo sopratutto adeguato ai tempi. Oggi le aziende che vogliono competere debbono adeguare i loro processi interni e spesso cambiare la filosofia per dare nuova linfa alla motivazione dei collaboratori. Spesso vi è anche la necessità di rinegoziare le posizioni debitorie per renderle compatibili con il mutato scenario e la nuova realtà aziendale. L’approccio che ho sempre avuto nel ruolo consulenziale è quello di analista nel comprendere la realtà, la storia dell’azienda, il suo format e subito proporre un piano di azione coerente che preveda una analisi dei risultati. Nelle aziende alberghiere tuttavia non si può non comprendere la storia dell’imprenditore o del nucleo famigliare, senza tale comprensione infatti si arriva ad una visione parziale.

Come si è ripartiti dopo il lockdown, quali sono i dati riscontrati?

Purtroppo specialmente per le città d’arte la ripartenza non è semplice, mancano i flussi turistici internazionali e l’organigramma è ancora quello pre Covid. Presto verranno meno le forme di assistenza , cassa integrazione in primis, e le aziende dovranno scontrarsi con la realtà. Alcune strutture sono ancora chiuse ed altra sono ripartite ma con modelli gestionali che presto dovranno adeguarsi alla nuova realtà.

Un manager del suo settore che caratteristiche deve avere?

Passione innanzitutto,  poi ovviamente una preparazione che permetta di analizzare in maniera multidisciplinare ogni problematica,  spesso nella mia attività la risoluzione di un singolo problema ha necessità di valutazioni in ambito legale, fiscale, amministrativo e gestionale, pertanto la capacità di approfondire problemi complessi è un punto cardine.

Quale deve essere il rapporto con i suoi collaboratori?

Scelgo innanzitutto collaboratori che condividano i valori e che sappiano gestire situazioni complesse con l’approccio multidisciplinare che dicevo prima. In ogni caso i collaboratori rappresentano il vero valore aggiunto.

Cosa oggi induce un turista a scegliere una struttura rispetto ad un’altra, a parità di livello?

La sua identità e le sensazioni che l,’offerta può suscitare. Ovviamente oggi contano i servizi aggiuntivi che la struttura può offrire.

Quanto conta ancora oggi il “far sentire a casa propria” gli ospiti?

Rimane l’aspetto fondamentale.

Oltre ad occuparsi di consulenza alberghiera lei ha fondato anche Investhotel Capital Partners che è al servizio degli investitori alberghieri. Ce ne vuole parlare?

Investhotel Capital Partners nasce con l’obiettivo di fornire un servizio su misura agli investitori alberghieri e grazie al rapporto con questi ultimi creare un link di collegamento fra loro e le aziende alberghiere per le operazioni straordinarie ( apertura del capitale, cessione del credito, rinegoziazioni bancarie etc ). Un modello di business che sarà sempre più importante per il futuro.

(Pubbliredazionale)

Il lavoro ibrido: l’efficacia nelle presentazioni a distanza secondo Maurizio La Cava

Con il ritorno al lavoro, il mese di settembre torna a proporci come un anno fa un “parziale” ritorno in ufficio.

La pandemia ha cambiato il nostro modo di lavorare, non più così fisico, o almeno solo in parte, permettendoci di lavorare da casa in quello che ci siamo abituati a chiamare “smart working”.

E se da una parte siamo facilitati, dall’altra si perde il contatto con la realtà, la fisicità e lo scambio di emozioni e intese che caratterizzavano riunioni e scambi di chiacchiere davanti alla consueta macchinetta del caffè.

È l’incontro dal vivo che viene penalizzato, non solo per chi lavora, ma anche per chi oramai siede davanti al PC per estenuanti “call” attraverso piattaforme di virtual meeting le cui più note portano i nomi di Teams, Zoom, Meet e altre ancora.

Le presentazioni virtuali hanno di fatto visto crescere il loro utilizzo in modo esponenziale negli ultimi 18 mesi, e se facilitano dislocazioni geografiche, non bisogna trascurare alcuni accorgimenti fondamentali per far sì che gli spettatori da remoto restino attenti e interessati in ciò che condividiamo a schermo, con la stessa analoga efficacia delle presentazioni dal vivo.

Maurizio La Cava, imprenditore, professore aggiunto al Politecnico di Milano e all’Istituto Marangoni, Startup Pitch Strategist al Polihub e CEO e co-founder di MLC Presentation Design, fornisce alcuni spunti davvero molto utili per realizzare una presentazione ibrida di successo in PowerPoint, oltre a una particolare funzionalità legata a Teams, che non tutti conoscono. 

Uno degli esempi più significativi di funzionalità ancora poco note, ma capaci di incrementare il coinvolgimento dell’audience è stato introdotto da Microsoft Teams e consente al presentatore di aggiungere il proprio volto sulla presentazione.

Intervista a Maurizio La Cava

Prof. La Cava, ci spiega meglio nel dettaglio di cosa si tratta?

Una delle più grandi perdite delle presentazioni online è la presenza del relatore, limitato ad apparire in un piccolo riquadro in basso allo schermo. Sappiamo quanto sia importante la comunicazione non verbale di una persona e la sua presenza durante una presentazione ma con l’online tutto questo viene sacrificato. Per questa ragione, i più tecnici sono corsi ai ripari sfruttando tecniche e software avanzati di streaming per dare nuovamente dignità al relatore facendolo apparire più in grande e di fianco alle slide. Recentemente Teams ha rilasciato diverse modalità che permettono di fare tutto questo alla portata di un click. Infatti, grazie alle modalità handout, side by side o reporter è finalmente possibile dare al relatore una posizione di maggior importanza rispetto a quella a cui siamo abituati.

Quali sono i “must have” del presentatore virtuale d’eccellenza?

Io credo che una buona presentazione prenda in considerazione, prima di tutto, l’esperienza che si desidera per la propria audience. La sfida delle presentazioni ibride è legata al dover rivolgersi a due audience distinte, una in presenza e l’altra remoto contemporaneamente. In pratica, dobbiamo passare lo stesso messaggio, con la stessa presentazione, nello stesso momento a due audience che vivono un’esperienza di fruizione completamente diversa. Un presentatore ibrido efficacia ha la sensibilità di tenere sempre a mente chi vede e chi non vede facendo sentire ogni persona che ascolta il protagonista della performance. 

Il modo di presentare da remoto cambia impostazione a seconda dell’audience e del target che ci segue? Si usano gli stessi accorgimenti?

Io credo che ogni presentazione abbia la sua audience ed ogni audience debba avere la sua presentazione. Ogni presentazione è un momento di interazione e condivisione delle nostre idee con un pubblico per cui non si può prescindere dal personalizzare ogni singolo dettaglio in funzione di chi ci sta di fronte. Un bravo presentatore ha la capacità di spostare le luci da se stesso alla sua audience rendendo le persone davvero protagoniste del momento. Una presentazione da remoto richiede capacità ed accorgimenti tecnici ben più avanzati di una presentazione dal vivo e certamente la cura dei piccoli dettagli fa la differenza. Ad esempio, dal vivo bisogna saper dispensare l’attenzione tramite lo sguardo sulle diverse parti della sala, in remoto bisogna fissare l’obiettivo della camera. In remoto bisogna essere in grado di gestire contemporaneamente le interazioni in chat, il software di meeting, la presentazione ed eventualmente un software di regia, dal vivo è tutto molto più semplice. Insomma, la presentazione online richiede delle accortezze speciali legate alla necessità di realizzare un tipo di esperienza diversa ma sempre efficace per la nostra audience. 

Quanto del suo pregresso percorso l’ha aiutata nello studio di una metodologia davvero efficace per “catturare” i suoi interlocutori?

Il mio trascorso professionale è stato fondamentale per identificare la necessità di un approccio innovativo al presentation design che fosse accessibile a chi davvero ne ha bisogno. Molte metodologie per realizzare presentazioni efficaci sono riservate ai creativi tagliando fuori i professionisti nel mondo del business che quanto a creatività scarseggiano. Ho vissuto questa esperienza in prima persona in dei contesti organizzativamente strutturati in cui le presentazioni svolgono un ruolo fondamentale per un efficace funzionamento del business. Ho fondato il Lean Presentation Design per democratizzare la capacità di realizzare presentazioni efficaci in meno tempo aprendo le porte anche ai meno creativi. Si tratta di una metodologia nata nel mondo del business per chi con le presentazioni fa business. 

Ha oltre 10.000 follower su LinkedIn! Hanno a loro volta contribuito a suggerire un percorso di efficacia generale cui attenersi?

Credo piuttosto sia stato il contrario. Il Lean Presentation Design oggi è stato insegnato ad oltre un migliaio di persone in tre continenti nel mondo. Ha trovato risposta alle esigenze comunicative di culture e lingue diverse seppur accomunate da necessità di comunicare per fare business. Il follow su Linkedin è arrivato dopo e cresce costantemente man mano che il Lean Presentation Design viene scoperto e condiviso. 

A suo avviso, resteremo in una forma di presenza assenza virtuale nel nostro futuro?

Difficile potersi esprimere sul futuro in un contesto cosi incerto. Certamente questa pandemia ha trasformato il nostro modo di lavorare aprendoci a scenari prima considerati impossibili. Personalmente, credo che l’iniezione di flessibilità nel modo di lavorare ci poterà ad adottare alcuni cambiamenti in maniera duratura. Per questa ragione credo che se in una prima fase siamo passati da presentazioni dal vivo a presentazioni in remoto, la direzione più probabile è quella delle presentazioni ibride in cui non sarà necessario avere il 100% dell’audience in presenza.

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Cambio al volante di Jaguar Land Rover Italia: arriva Marco Santucci

Dopo anni alla guida della sede italiana della Casa inglese, Daniele Maver ha annunciato la sua decisione di concludere il suo percorso professionale in Jaguar Land Rover Italia. Al suo posto nel ruolo di Amministratore Delegato, gli subentra Marco Santucci, fino ad ora Direttore Generale della Filiale Italiana.

Daniele Maver, una vita in Jaguar Land Rover

Maver manterrà la carica di Presidente fino al 30 novembre 2021, ultimo giorno lavorativo prima di iniziare il periodo di pensionamento, che arriva al termine di una carriera davvero straordinaria in cui spiccano esperienze in Ford, Nissan, Ford Credit. Dal 1 aprile 2007 era in Jaguar Land Rover Italia, dove ha impostato una strategia certamente vincente e piena di innovazioni.

Daniele Maver, ha dichiarato: “Non è stato facile per me prendere questa decisione, ma, dopo valutazioni e riflessioni personali, credo sia arrivato il momento di lasciare la guida di questa Azienda, che mi ha regalato grandissime soddisfazioni professionali e personali, a chi potrà continuare a mantenerla solida, a farla crescere ancora”. Prosegue Daniele: Marco Santucci è sicuramente la persona più adatta per farlo e gli auguro di ottenere il successo che merita, insieme a tutta la fantastica squadra italiana che mi ha validamente supportato in questi entusiasmanti quattordici anni, e soprattutto, nel periodo difficile e senza precedenti della pandemia, in cui, tra le tante difficoltà, siamo riusciti a mantenere saldo il timone”.

Chi è Marco Santucci

Il nuovo Amministratore Delegato di Jaguar Land Rover Italia è arrivato nell’azienda di Roma nel 2010, dopo aver maturato esperienze  professionali in Ford Italia e Toyota Europa. Ha guidato il brand Jaguar e successivamente la Direzione Generale Sales Operations di entrambi i marchi. Ad inizio 2016, Santucci è stato scelto per assumere un incarico straordinario in Cina, come parte di una ristretta task force a supporto di un mercato in difficoltà, al termine della quale ha assunto, con base a Francoforte, la carica di Managing Director European Importer Region per Jaguar Land Rover, con responsabilità su tutti i mercati gestiti da Filiali indirette e portando questo gruppo di paesi a raggiungere il maggior volume di vendite europeo, per poi rientrare nel 2019.

Marco Santucci, ha dichiarato:“Sono orgoglioso per l’opportunità che mi è stata data e ringrazio Daniele per la fiducia dimostrata in questi anni di lavoro assieme”. Aggiunge Marco: “Sono convinto che questa Azienda crei prodotti e servizi di elettrificazione e mobilità di alta qualità: siamo pronti a capitalizzare sul cambiamento in corso nel settore automobilistico. So che in Jaguar Land Rover Italia possiamo contare su una squadra ed una rete di professionisti eccezionali: insieme porteremo in Italia il lusso moderno”