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Mobilize EZ-1 Prototype, pensata per la mobilità urbana condivisa

Mobilize, una delle quattro nuove Business Unit create nell’ambito del Gruppo Renault, ha svelato EZ-1 Prototype, un veicolo dedicato alla mobilità urbana condivisa. Il Marca vuole proporre nuove soluzioni di trasporto di passeggeri e beni da un punto A a un punto B, sia con l’automobile che senza. Le nuove offerte di mobilità rispondono alle attese dei consumatori, delle aziende, delle città e delle regioni.

“Siamo entusiasti all’idea di accompagnare la trasformazione del mondo automotive che passa dalla proprietà all’utilizzo, quando e dove se ne ha bisogno. Oltre al settore automotive, Mobilize proporrà un’ampia gamma di servizi innovativi nei settori della mobilità, dell’energia e dei dati. Grazie a tanti partner, cerchiamo sempre di massimizzare l’utilizzo dell’auto per percorsi semplificati, più sostenibili e accessibili per i passeggeri e i beni, riducendo, al tempo stesso, l’impatto ambientale”, ha dichiarato Clotilde Delbos, Direttore Generale di Mobilize.

I servizi di mobilità flessibili di Mobilize

Il brand vuole imporsi come fornitore di servizi di mobilità flessibili per le persone e i beni, che si adattano all’evoluzione delle attese dei clienti, delle aziende e delle città, favorendo un maggior utilizzo dei beni grazie all’economia circolare e alla condivisione, Mobilize vuole contribuire a creare un futuro più sostenibile. 

Inoltre, con un potenziale di oltre 6.000 punti vendita Renault in Europa, Mobilize sarà in grado di proporre soluzioni di mobilità per un utilizzo che potrà andare da un minuto a diversi anni, per tutte le città e tutti i territori.

Mobilize si avvarrà anche del suo portafoglio di start-up presenti nel settore della mobilità e dell’energia per progettare congiuntamente le migliori soluzioni per i clienti.

Mobilize EZ-1 Prototype: ecco le caratteristiche

Si tratta di un veicolo emblematico di Mobilize, che incarna la visione del brand in materia di design: il servizio al centro della progettazione dei veicoli. EZ-1 Prototype è una nuova soluzione di mobilità urbana progettata per un utilizzo condiviso. Anche la sua commercializzazione sarà innovativa: gli utenti pagheranno solo per l’utilizzo che ne faranno, in base a criteri di tempo o chilometraggio. Questo veicolo connesso propone un accesso senza chiavi e interagisce con gli utenti tramite il loro smartphone.

Mobilize EZ-1 Prototype è un veicolo elettrico compatto e agile per 2 persone. Lungo solo 2,3 metri, ha un ingombro minimo. Le porte tutte vetrate offrono agli utenti una vista mozzafiato sul paesaggio urbano circostante. Agile, dinamico ed accessibile, si integra perfettamente all’interno della città.

Mobilize EZ-1 Prototype è dotato di un innovativo sistema di cambio della batteria. Quest’alternativa alle infrastrutture di ricarica tradizionali consente l’utilizzo non stop del veicolo.

Mobilize EZ-1 Prototype è realizzato nel rispetto dei principi dell’economia circolare.  È prodotto al 50% con materiali riciclati e, a fine vita, sarà riciclabile al 95% grazie agli impianti di Re-Factory a Flins.

“Mobilize EZ-1 Prototype è un oggetto di mobilità che si integrerà nelle città. Agile, dinamico ed inclusivo, è emblematico della nuova Marca Mobilize. Questo veicolo accompagna gli utenti verso una mobilità più efficace e responsabile”, ha dichiarato Patrick Lecharpy, Direttore Design di Mobilize.

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È un mondo che viaggia a due velocità

La globalizzazione economica e tecnologica, lo sviluppo e la ceto-medizzazione dei Paesi emergenti generata dalla condivisione in Rete delle infinite connessioni del Web, sta producendo nuovi modelli culturali che tagliano trasversalmente il pianeta. 

Nonostante il rallentamento determinato (momentaneamente) dalla pandemia, grazie a social network e reti, si è generata e diffusa una cultura globale basata sulle mode giovanili (musica, video, cult planetari), su film, sui beni di lusso (dalla Ferrari ai grandi marchi della moda) e sul cibo (dal fast food di Mc Donald alle pizzerie e gelaterie italiane). Allo stesso modo, il calo dei prezzi dei voli aerei sta aumentando i contatti tra persone appartenenti a culture diverse. 

La velocità fisica e quella digitale

La velocità della mutazione è sconvolgente. Tutto bello, tutto meraviglioso? No, purtroppo. Il rischio del mondo a due velocità è che ridefinisca i meccanismi di partecipazione aumentando il digital divide, la differenza tra chi ha accesso alla Rete, alle competenze e agli strumenti e chi ne rimane escluso. 

È per questo che la sfida dell’istruzione è pressante. Internet è la cultura delle risposte, delle informazioni a portata di mano, delle enciclopedie online, dell’attenzione frazionata, e dà vita a un contesto intorno al tema dell’istruzione tutt’altro che banale. Servono nuove didattiche e nuovi percorsi anti fake news per sfruttare l’effetto benefico della Rete. 

In ogni caso, non dobbiamo dimenticare che l’innovazione sociale più importante è proprio quella delle due velocità del mondo: una velocità fisica ed una velocità digitale. E questo anche perché le domande generate dalle due velocità sono tante. Ad esempio, non è che le politiche concepite per garantire la nostra sicurezza e la nostra privacy rendano invece ancora più rischioso il mondo permettendo il controllo a pochi e non lasciandolo a molti? Oppure: non è che le decisioni prese per scongiurare una crisi finanziaria mondiale come, ad esempio, il QE (Quantitative Easing) rischiano di garantirne l’arrivo di altre? 

Un nuovo modo di pensare

La verità è che, in questo momento, sappiamo solo due cose: la prima è che non abbiamo tutte le risposte. La seconda è che tutto accadrà in fretta. È per questo che dobbiamo provare a ragionare per approssimazioni e per trend. Paradossalmente, qualsiasi strumento di analisi di breve periodo, per quanto più accurato e preciso, potrebbe rivelarsi assolutamente fallace perché la velocità del cambiamento è talmente alta che potrebbe diventare obsoleto ancora prima di essere sfruttato appieno. 

Ed è ancora per questo che sono solo gli strumenti di lettura dei trend di lungo periodo che, per quanto approssimati ed imperfetti, possono permetterci di guardare oltre il nostro orizzonte. D’altra parte, la vastità delle sfide che dobbiamo affrontare e l’incapacità di gestire i problemi in maniera efficace ci stanno già portando a mettere in discussione molti valori fondamentali della nostra società. 

È necessario un nuovo modo di pensare. Un modo che prenda in considerazione la complessità e l’imprevedibilità delle situazioni e generi una diversa visione del mondo. In un’era piena di sorprese e innovazioni come quella pandemica e post pandemica, bisogna imparare a pensare e ad agire in modo nuovo. Guardiamoci attorno: c’è dappertutto un incontenibile impulso a fuggire da modelli costruiti con il linguaggio del passato. 

La nostra vera possibilità, la nostra sola speranza di garantire il rispetto dei diritti umani e l’integrità morale che il mondo reclama, può avverarsi soltanto attraverso un linguaggio e un modo di pensare radicalmente innovativi. 

Stiamo costruendo un paio di occhiali nuovi con cui leggere più chiaramente, al di là del bene e del male, il passato. Occhiali che dovranno essere utili anche per progettare un futuro evolutivo in cui vivere e pensare in avanti verso il mondo nuovo che verrà. 

“Non penso mai al futuro: arriva così presto”
Albert Einstein

A cura di Angelo Deiana

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Remote working: una tendenza che può portare a nuove opportunità

Il Covid-19 ha cambiato le nostre vite ed il nostro modo di lavorare. Nulla è più come prima e si cerca in ogni modo di ricreare una nuova normalità, anche per quanto riguarda la sfera professionale. Oggi il remote working, o smart working è una consuetudine per molte aziende e per i professionisti che offrono i loro servizi.

“Quando parliamo di remote working – Davide Boati, Executive Director di Hunters, brand di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale altamente qualificato – non dobbiamo limitarci a pensare che basti chiudere gli uffici e far lavorare tutte le persone dalle proprie abitazioni. Remote working significa revisione delle politiche aziendali o delle attività per portare avanti i task quotidiani, ma anche potenziamento delle infrastrutture IT per poter lavorare in totale sicurezza e adozione di nuovi strumenti di comunicazione. Ma significa soprattutto richiedere ai propri collaboratori di acquisire nuove competenze o di adattarle al nuovo contesto per rimanere produttivi e raggiungere gli obiettivi prefissati. L’emergenza legata al Covid-19, che speriamo termini nel più breve tempo possibile, ha segnato profondamente il nostro modo di lavorare e dobbiamo necessariamente imparare a muoverci in questo nuovo equilibrio. Le aziende dovranno riadattarsi per accogliere il lavoro del futuro che si sta aprendo”. 

I dati dall’Osservatorio Smart Working della School Of Management del Politecnico di Milano

Secondo un recente studio portato avanti dall’Osservatorio Smart Working della School Of Management del Politecnico di Milano, durante la fase più acuta dell’emergenza coronavirus, lo Smart Working ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle PA e il 58% delle Pmi, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori agili (un dato oltre dieci volte più alto dei 570 mila censiti nel 2019). Si stima che, al termine dell’emergenza, i lavoratori agili che lavoreranno almeno in parte da remoto saranno complessivamente 5,35 milioni, di cui 1,72 milioni nelle grandi imprese, 920 mila nelle Pmi, 1,23 milioni nelle microimprese e 1,48 milioni nelle Pubbliche Amministrazioni. Numeri davvero importanti che devono far capire come il mondo del lavoro sia in una piena fase di trasformazione ed evoluzione. Appare dunque necessario adattarsi velocemente alle nuove necessità e acquisire le skills necessarie per essere al passo con i tempi.

Infatti, fino al 76% degli impiegati totali vorrebbe continuare a lavorare da casa (anche pochi giorni alla settimana) anche quando (speriamo presto) il mantenimento delle distanze sociali non sarà più obbligatorio. Indipendentemente dal fatto che queste stime vengano confermate, questo grande cambiamento che è in atto potrebbe avere un ruolo importante ed avrà notevoli impatti anche a livello sociale, ambientale ed aziendale. Pensiamo ad esempio, al numero di auto che non congestioneranno le nostre strade, alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ma anche alla diminuzione dei costi di gestione degli uffici (affitto, pulizia, manutenzione e così via). 

“Lavoro a distanza e lavoro da casa – aggiunge Davide Boati – sono spesso usati come sinonimi, ma in realtà non lo sono. Entrambi, però, portano allo stesso risultato: la possibilità di lavorare lontano dall’ufficio. Una condizione, però, che richiede un cambio di mentalità, sia da parte dei lavoratori sia da parte delle aziende. Ai primi sono richiesti un solido atteggiamento imprenditoriale, la capacità di organizzarsi e di gestire il tempo, ma anche una buona dose di competenze tecnologiche per usare efficacemente i nuovi strumenti di lavoro. Alle aziende, invece, sono richiesti una sempre maggiore flessibilità, una maggiore sicurezza informativa e una serie di soluzioni adeguate per portare avanti il lavoro virtuale e nuove soluzioni per lo scambio di informazioni/comunicazioni e per svolgere riunioni virtuali quando necessario”. 

Job Trends 2021: le nuove opportunità

In un contesto di questo tipo, sempre qualora venisse poi confermato dai fatti nei prossimi mesi/anni, è ipotizzabile un aumento di interesse per figure professionali affini a questo nuovo modello lavorativo. Hunter Group ne ha individuate alcune davvero interessanti.

  • Specialisti della sicurezza informatica: in un mondo del lavoro sempre più digitale, le aziende avranno sempre più necessità di essere sicure dal punto di vista informatico, per evitare attacchi cyber che possano compromettere l’operatività o portare alla perdita di dati sensibili. 
  • Specialisti di e-commerce: l’e-commerce ha avuto, negli ultimi mesi, uno sviluppo senza precedenti. Questo porta, naturalmente, alla necessità di professionisti che sappiano gestire i negozi online, gestire gli ordini, la sicurezza dei pagamenti e la relazione con i clienti. 
  • Analisti dei dati, scienziati dei dati, ingegneri dei dati: i dati, la loro analisi e la loro sicurezza rappresentano un patrimonio inestimabile per ciascuna azienda. Analisti ed esperti in grado di trasformare i dati in informazioni semplici e accessibili saranno molto richiesti per aiutare i manager a prendere le decisioni e a pianificare il futuro. 
  • Direttori commerciali e responsabili finanziari con spiccate capacità manageriali e in grado di gestire team, anche numerosi, a distanza e garantire il raggiungimento degli obiettivi aziendali, nei tempi stabiliti. 
  • Architetti e designer di interni: l’espressione “distanziamento sociale” è ormai entrata nel nostro vocabolario quotidiano, sia nella vita privata sia in quella lavorativa. Sarà indispensabile, quindi, che architetti e designer ripensino e ridisegnino tutti gli spazi all’interno delle aziende: scrivanie, sale relax, sale riunioni, reception e così via per permettere a chi frequenta gli uffici di muoversi in totale sicurezza. 
  • Coach e formatori online: l’e-learning è ormai (quasi) la norma. Le aziende dovranno iniziare ad immaginare percorsi di formazione online per tutti i propri dipendenti. Non mancheranno, dunque, opportunità per coach e formatori che siano in grado di padroneggiare strumenti tecnologici e creare sessioni di aggiornamento che ciascuno potrà seguire da remoto. 
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Isolamento sociale: il lavoro ne risente? Ecco come…

Che effetti sta avendo la pandemia da Covid-19 sul mondo del lavoro? Sicuramente sono diversi, ma tra tutti spicca certamente la difficoltà nell’intrattenere rapporti sociali che comporta una sorta di isolamento sociale. Niente riunioni in presenza, niente strette di mano… Insomma, manca quel contatto che prima ci permetteva di stabilire un’empatia. Tutto questo, soprattutto, se si siede su una poltrona dirigenziale. Secondo una ricerca condotta su 500 manager dal Centro Studi Performance di 4 MAN Consulting, società di consulenza aziendale specializzata in performance management fondata da Roberto Castaldo, chi siede ai vertici di un’azienda soffre la situazione in modo accentuato.

Infatti al senso di solitudine e isolamento sociale si aggiunge la consapevolezza che nelle proprie mani è anche il destino di tutti i propri collaboratori, con il timore che un passo falso in questo momento potrebbe compromettere anni e anni di lavoro.

I risultati dello studio

Lo studio mette in evidenza un aumento del 32% della difficoltà di concentrazione tra gli intervistati, del 17% di problemi organizzativi, come se non si fosse più in grado di gestire il lavoro, e del 15% di crisi da “paura da fatturato”, cioè il timore di chiudere l’anno con un deficit ingestibile e impossibile dal colmare, che talvolta sfocia in vera e propria demotivazione (+6%) e il desiderio di mollare tutto. Circa 1 intervistato su 2 lamenta disturbi del sonno, 2 su 3 si sentono stanchi e spossati.

“Si tratta di persone che sono sempre sotto pressione, che lavorano 12 ore al giorno (spesso anche di più) e che ora stanno vivendo uno stravolgimento della sfera sociale e personale, quella in cui cercavano rifugio dallo stress lavorativo e dalla paura del cosiddetto rischio di impresa. – Spiega Roberto Castaldo – Questa sorta di alterazione emotiva, però, è tutt’altro che sana, e se non si interviene in modo tempestivo può diventare qualcosa di più serio, compromettendo la salute del manager, ma anche la sopravvivenza dell’attività imprenditoriale stessa e, di conseguenza, il futuro di tutti i dipendenti. Fermo restando che nel caso di forti e frequenti disturbi del sonno o emotivi, il consiglio è sempre quello di consultare uno specialista, è possibile intervenire modificando le proprie abitudini in 10 semplici step per un tempo di almeno 21 giorni”.

Gli step per superare i momenti di difficoltà

Coltiva o inizia un hobby: è importante che tu senta di avere una vita stimolante extra lavoro. Fai qualcosa che ami o, se non hai mai avuto il tempo per un hobby (o meglio, pensi di non averne mai avuto) inizia ora.

Regola dei 21 minuti: so già che non ci crederai, eppure questo semplice metodo cambierà in meglio la tua giornata. Alterna 21 minuti di lavoro a 21 di pausa. Scoprirai che liberare la mente e rilassarsi ti renderà molto più concentrato e, quindi, produttivo.

Fai una videochiamata al giorno: anche se solo virtualmente, mantieni i rapporti sociali con le persone per te importanti. E non basta un rapido messaggio in chat, fai una video chiamata e ritrova la bellezza di guardarsi negli occhi e vedere le espressioni dell’altra persona, magari mentre sorseggiate insieme una tisana rilassante o un buon bicchiere di vino.

Leggi, aggiornati e trova ispirazione: se credi di non avere più idee o non sai come affrontare i problemi, lasciati ispirare da colleghi o esperti in altri campi.

Crea delle to-do list flessibili: scrivi su una lista le cose che vorresti fare durante i vari giorni della settimana. Usa dei colori diversi per indicare l’urgenza di ogni attività, dividendole tra prioritarie, da fare entro domani e rinviabili.

Cura la postazione di lavoro: scegli una seduta comoda ergonomica, con un cuscino che ti aiuti a mantenere la giusta postura, e una pedana per poggiare i piedi. Verifica anche che ci sia un’illuminazione adeguata e qualche elemento piacevole, come un bel quadro, una pianta o delle fotografie personali.

Fai degli esercizi di respirazione: queste tecniche garantiscono una migliore ossigenazione all’organismo, aiutano a calmare stati di agitazione e regalano una sensazione di benessere quasi istantanea.

Cambia il tuo look: taglia o tingi i capelli, compra capi di abbigliamento nuovi e diversi dal solito. Ti aiuterà a sentirti diverso ogni volta che ti guardi allo specchio.

Condividi i tuoi pensieri e paure con qualcuno: che si tratti di un amico, un estraneo con il quale si sta chiacchierando casualmente o, magari, uno specialista, dire ad alta voce come ti senti ti farà sentire meglio.

Concentrati su ciò che è sotto il tuo controllo: la motivazione si basa sul sentirsi utili. Sposta il focus su ciò che dipende solo da te completa i tuoi task e premiati. Bisogna creare metodo e routine per superare la paura dell’incognito. Prepararsi e sempre meglio che preoccuparsi!

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L’intelligenza emotiva è una skill sempre più apprezzata

L’intelligenza emotiva è una skill ormai determinante ai fini della scelta di un collaboratore o un dipendente. Come si fa a capire se la si possiede? Questionari comportamentali e di personalità, giochi di ruolo e interviste strutturate: sono questi i mezzi che i recruiter utilizzano più spesso. A confermarlo è una recente survey globale di Wyser, la società internazionale di Gi Group, che si occupa di ricerca e selezione di profili manageriali, che ha coinvolto manager e professionisti, dalla quale è emerso che il 51% ha dichiarato che la sua azienda ha applicato almeno una volta l’Assessment Center, la metodologia che raccoglie questi strumenti in ambito HR, e ben il 31% proprio in fase di recruiting.

Le risposte che ci si aspetta di ricevere

Secondo il 62% degli intervistati di Wyser, nel valutare un profilo manageriale, è fondamentale analizzare le soft skill e i tratti di personalità del candidato, per il 54% avere elementi per prevedere nel lungo periodo il match tra manager e posizione aperta, per il 33% avere a disposizione output ed elementi di valutazione oggettivamente confrontabili e per il 25% aumentare l’accuratezza del processo di selezione.

E a proposito di soft skill, il 42% dei partecipanti alla survey considera importante avere informazioni circa l’Intelligenza emotiva di un candidato per una posizione manageriale. L’intelligenza emotiva è infatti un’abilità sempre più considerata e fondamentale per le prestazioni complessive di una persona, in particolare nei ruoli gestionali e dirigenziali. Ma non solo: la leadership stessa (59%), la capacità decisionale (40%) e le competenze relazionali (36%) sono altri aspetti determinanti nella valutazione di un profilo manageriale.

“Un’attenzione e una sensibilità più diffusa da parte delle aziende e degli esperti HR rispetto alle attitudini personali di un manager – intesa come leadership, intelligenza emotiva, capacità decisionale, competenze relazionali – ha richiesto di poter contare su molteplici e differenti strumenti e quindi elementi/output per valutare e confrontare ogni professionista. A ciò si aggiunge la necessità di accuratezza (ovvero limitare i bias umani dell’head hunter) nel valutare un candidato e nel determinare la sua idoneità a uno specifico lavoro, soprattutto nelle posizioni dirigenziali, che ha portato alla crescente adozione dell’AC” commenta Carlo Caporale, AD di Wyser Italia.

intelligenza emotiva
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Nuovi modi di incubare una start up: nasce Next Heroes

Secondo il “Report sull’impatto degli Incubatori/acceleratori in Europa” di Social Innnovation Monitor,  tre start up su quattro falliscono entro il primo anno, e dopo tre anni ne resta viva solo una su dodici: numeri che devono far riflettere. Ecco perché si sente la necessità di un nuovo modo di incubare una start up.

I motivi di queste debacle non sono quasi mai collegati al prodotto: nel 56% dei casi la causa è la gestione errata del marketing, nel 18% mancano le persone con adeguate competenze, il 16% molla per motivi economici e a seguire il resto: questioni tecniche, legali o operative.

Nasce il progetto Next Heroes

Sulla base di queste considerazioni, Bassel Bakdounes, titolare dell’agenzia di marketing e vendita online Velvet Media, ha avviato circa un anno fa il progetto Next Heroes. Cos’è? Si tratta di nuovo Innovation Hub che rivoluziona il modo di avviare business ad alto contenuto innovativo e tecnologico. Dall’inizio di questa avventura sono passati dodici mesi, adesso viene resa pubblica.

“Lo Stato italiano non aiuta gli imprenditori, siamo stufi di vedere idee morire e per questo abbiamo risolto il problema alla radice creando un modello totalmente rivoluzionario”, dice Bassel Bakdounes, founder dell’hub e titolare dell’agenzia che ospita il progetto nel proprio stabile, Velvet Media. “Nell’ultimo anno abbiamo studiato oltre un centinaio di proposte, ne abbiamo scelte solo una dozzina. In tutto, stimiamo che queste realtà nel 2021 possano fatturare circa 16 milioni di euro. Non a caso, alcuni fondi hanno già chiesto di entrare nella proprietà dell’hub, stiamo portando avanti trattative interessanti. È la prova, anche economica, che le idee possono ancora vincere. L’Italia deve uscire dalla crisi economica causata dal Covid e saranno questi business a salvarla”.

Quali sono le caratteristiche di Next Heroes

I principini ispiratori di questo progetto sono forndamentalmente tre. Il primo è il think tank. Nell’innovation hub è stato creato un team di progetto costituito da professionisti con know-how ed expertise diversificati per offrire consulenze trasversali, supplendo così alle mancanze degli incubatori tradizionali. Saranno gli stessi professionisti a formare il comitato tecnico che sta filtrando le start up che si propongono. Tra di loro figurano, oltre a Bakdounes, Sebastiano Zanolli, manager, advisor, speaker e autore, Cristiano Ottavian, esperto in project management e nell’avvio di startup, Candi Chen, esperta di strategia e imprenditrice con ampia esperienza in international business management, e Riccardo Scandellari, divulgatore, formatore, autore e consulente in ambito branding e comunicazione.

In secondo luogo, è fondamentale l’ecosistema economico dove nasce l’hub, ossia all’interno dell’edificio che ospita la società ideatrice del progetto Velvet Media. L’azienda dal 2018 sviluppa progetti in ambito di marketing ad alto potenziale innovativo e ha già avviato con successo diverse startup. Tra queste ricordiamo l’azienda femminile che accelera la digitalizzazione delle PMI Vendere Online, la piattaforma benefica All Stars For Good; il primo ecommerce europeo interamente dedicato al B2B Sesamo Shop e il portale italiano dedicato ai nano e microinfluencer, The Brand Ambassador.

In terzo luogo, l’intelligenza collettiva dei team di lavoro e i servizi offerti. Oltre a poter contare su una struttura di oltre duemila metri quadri a Castelfranco Veneto (nel Trevigiano) con open space, sale riunioni, palestra, punti ristoro e aree dedicate al networking, le startup potranno trovare supporto e consulenza per quanto riguarda lo sviluppo tecnico del prodotto, l’attivazione di tutti i canali e le campagne di marketing necessari per supportare la fase di go-to-market, il reclutamento di risorse aggiuntive, l’accesso a percorsi di formazione per ampliare le skill manageriali del team e un accompagnamento all’acquisizione di capitali. Velvet media ha 150 dipendenti, tutti a disposizione dei migliori progetti.

“Il Covid sta lentamente uccidendo la nostra economia, per ripartire l’Italia ha bisogno di start up innovative che sappiano pensare un futuro diverso”, conclude Bakdounes. “Siamo certi che l’ecosistema di Next Heroes, amplificato dall’arrivo di fondi di investimento, giocherà un ruolo chiave nella rinascita del tessuto economico italiano già adesso, già durante la pandemia. L’innovazione tornerà di nuovo ad essere il motore dell’economia”.

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Vivere le reti tra tempo reale e tempo digitale

Il nostro viaggio nelle reti continua, anche nel tempo pandemico. Siamo di fronte ad una mutazione epocale in cui viviamo un tempo a due velocità. Da una parte, viviamo il presente che, per quanto veloce, comunque scorre accanto a noi ed insieme a noi, con processi e flussi che forse non possiamo governare del tutto ma che, per buona parte, possiamo quantomeno capire. Dall’altra, molti di noi vivono i loro flussi di Rete (sul lavoro, sui mercati, sui social network, eccetera) come una dimensione parallela che viaggia ad una velocità indescrivibile, e di cui è difficilissimo afferrare qualcosa se non, per i più attenti, piccole tracce di futuro sparse qua e là. Briciole di consapevolezza e poco più.

Ci dobbiamo stupire? In realtà, questa fase, nella sua struttura a due velocità, non è una novità nella Storia. Anche le persone che vissero nell’Umanesimo e nel Rinascimento avevano scarso sentore dei cambiamenti titanici che si stavano verificando attorno a loro. E anche loro venivano dal periodo della grande peste che sconvolse con ondate successive l’Europa tra il 1320 e il 1500. Oggi stiamo cercando di attraversare un abisso analogo. 

Per l’ennesima volta nella Storia, i poteri e gli equilibri sono messi in discussione, mano a mano che un maggior numero di persone provenienti da un molte zone del mondo entrano in contatto, collaborano e competono sul palcoscenico globale. Le rivoluzioni vere, quelle silenziose, quelle non cruente, vanno sempre in questo modo. Il vecchio viene marginalizzato più velocemente di quanto non ci impieghi il nuovo a rimpiazzarlo. Gli antichi patti sociali, una volta smantellati, non possono essere riparati né sostituiti in tempi rapidi, perché hanno bisogno di un tempo sufficiente per il loro progressivo consolidamento. 

Come cambieranno le cose intorno a noi?

Detto questo, la domanda successiva è: ok, ma qual è il problema? Il futuro non è una cosa che si prevede, è una cosa che si consegue. E oggi, anche se attraverso nebbie e tumulti, i contorni di nuove, inedite forme di organizzazione e rappresentanza stanno iniziando a profilarsi. Grazie alla Rete, al nuovo medium globale della competizione collaborativa e a livelli di connettività sociale mai raggiunti prima, tutti noi abbiamo a disposizione una serie di strumenti per reinventare processi, Istituzioni, convenzioni sociali.

Pensiamo alla crisi della politica. Ma il rischio vero è quello per cui le persone stanno maturando la sensazione che le Istituzioni siano remote e sganciate dall’esperienza, dai sentimenti e dalle aspirazioni reali della gente. Persino le organizzazioni no-profit vengono sottoposte ad un esame sempre più approfondito, e ricevono un numero crescente di appelli a comportarsi con maggior integrità nelle loro campagne o nella gestione dei fondi offerti dai donatori.

Il punto di svolta è questo: il sistema sociale connesso in Rete sarà sempre più attento nei confronti degli individui e delle organizzazioni. Nel business e nella società, quando i soggetti godono della fiducia del proprio network, dei propri stakeholder, i loro contatti di Rete rispondono attraverso comportamenti basati sulla cooperazione e sulla competizione collaborativa. Migliore è il rapporto di un’organizzazione con i suoi interlocutori, maggiore è l’accesso alle risorse di cui gode. La mancanza di fiducia dà luogo a conflitti, attriti e inefficienze. Consuma il tempo e le risorse di un sistema di gestione e management costretto a focalizzarsi sulle attività difensive.

Senza dimenticare che, nonostante la pandemia, la nascita di una nuova classe media planetario (centinaia di milioni di persone in Cina, India ed altri Paesi emergenti) sta probabilmente dando vita al maggiore sconvolgimento sociale che abbiamo mai visto a livello globale. Ne siamo già consapevoli: il ceto medio sfuma progressivamente nei Paesi industrializzati e cresce nelle nazioni che stanno emergendo a livello economico. 

Questa importantissima fascia di popolazione diventa ogni giorno più consapevole dei processi economici e culturali che influenzano il pianeta e, piuttosto che alle guerre, in qualunque parte del mondo si collochino queste persone sono interessate alla stabilità del pianeta ed al loro benessere. Mentre i loro antenati celebravano il giorno in cui i loro figli partivano per la guerra, oggi una delle preoccupazioni che si sta diffondendo è quella di garantire ai ragazzi l’iscrizione a una buona università. Che dire? Persone lungimiranti.

Questa centralità degli indicatori economici e di benessere ci deve far riflettere. L’economia si è sostituita agli armamenti come parametro di potere globale. A livello internazionale, è chiaro che in futuro una nazione potrà mantenere il suo status attraverso il potere economico che, a sua volta, nasce dallo sviluppo scientifico e tecnologico.

“Il tempo è l’unico capitale che tutti gli uomini possiedonoe che nessuno può permettersi di perdere”

Thomas Alva Edison

A cura di Angelo Deiana

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Smart working: una necessità che per molti è un’opportunità. Eppure…

Lo smart working continua a far discutere, soprattutto in un momento di grande incertezza, non solo lavorativa. E continuano a circolare opinioni su come il lavoro a distanza sia utile e produttivo. Un recente sondaggio di ANRA, Associazione Nazionale dei Risk Manager, e Aon, ha indagato su come sia cambiato il rapporto con lo smart working rispetto al periodo di lockdown e fotografato il nuovo approccio del tessuto imprenditoriale italiano alle modalità di lavoro alternativo.

Chi è rientrato in ufficio e chi continua a lavorare da remoto

Secondo lo studio, è rientrato in modo prevalente in sede solo il 16% dei lavoratori. Gli italiani hanno dunque apprezzato i vantaggi di una maggiore flessibilità lavorativa: potendo scegliere, il 58% dei lavoratori bilancerebbe durante la settimana giornate in ufficio e lavoro da remoto, con una leggera prevalenza del secondo. Pianificazione, gestione e controllo delle attività a distanza sembrano non costituire più una grande difficoltà: se durante il lockdown erano al primo posto delle preoccupazioni dei rispondenti, con il 33%, ora il dato è dimezzato (17%).

Anche la produttività non ne ha risentito: infatti il campione maschile sostiene in misura doppia rispetto a quello femminile, che la propria azienda sia stata impattata in maniera importante dalle problematiche nei rapporti con clienti o terze parti: ne è convinta una percentuale di uomini quasi doppia rispetto alle donne (28% vs 17%). 

Qualche dubbio resta, ma sono in via di risoluzione. Vi sono alcune criticità individuate ad aprile: quelle organizzative e/o di comunicazione interna (27%), e quelle relative allo stato d’animo e ingaggio dei lavoratori (26,7%), entrambi risaliti in classifica rispetto alla prima indagine.

Proprio le fasce più giovani (under 35), insieme alle donne, sono risultate le più sensibili a questi aspetti, con una percentuale maggiore rispetto al campione generale. I dati indicano dunque come la modalità di lavoro da remoto, se da un lato ha superato con successo le iniziali difficoltà pratiche e organizzative, a lungo andare mostri invece criticità nelle modalità di comunicazione e negli aspetti più psicologici e relazionali. 

I dati cambiano profondamente in base alle fasce d’età e al genere. Poco più del 30% degli over 56 tra maggio e settembre ha continuato a lavorare da casa, contro il 60% degli under 35: questo è probabilmente dovuto al fatto che è stato preferito e facilitato il rientro in azienda delle figure chiave e/o apicali, che il più delle volte coincidono con professionisti più maturi. E se più di un giovane su dieci sceglierebbe di lavorare sempre e solo da remoto, la proporzione si inverte tra gli over 56, che invece preferirebbero dove possibile tornare alla scrivania.

Per quanto riguarda lo spaccato di genere, tra maggio e settembre più della metà del campione femminile (54%) ha lavorato a distanza, situazione in cui si è invece trovato poco più di un professionista uomo su tre (35%). È forse una conseguenza di questa disparità anche il fatto che sono proprio le donne (75%) ad affermare di poter svolgere in remoto una quantità maggiore del proprio lavoro, contro il 65% degli uomini. 

Smart working tra vantaggi e svantaggi

Lavorare da remoto e in presenza, alternando le due cose è piaciuto. Quali sono i motivi? Al primo posto la possibilità di costruire un migliore equilibrio tra vita privata e professionale (43%), beneficio principale evidenziato soprattutto dalle fasce più giovani e in particolare dagli under 35 (57%). Seguono l’ottimizzazione del tempo (40%) e la possibilità di gestire con più autonomia gli orari e i carichi di lavoro (34%), un aspetto sottolineato più dagli over 56 e dal campione maschile, e probabilmente frutto di una visione più pragmatica dell’attività lavorativa. Per gli under 35, inoltre, è stato poi molto rilevante il risparmio economico, al secondo posto con il 44%. Un aspetto la cui importanza è stata sottolineata anche dal genere femminile.

È interessante notare come, in generale, gli uomini abbiano dato risposte orientate primariamente agli aspetti professionali e pragmatici, della quotidianità, mentre le donne abbiano assegnato più rilevanza all’ambito organizzativo/gestionale e al bilanciamento tra vita familiare e lavorativa: per una rispondente su tre una delle conseguenze positive del remote working è stato il minore stress (tra gli uomini l’ha citato solo il 23%). Le donne hanno inoltre riscontrato maggiore facilità di concentrazione sul lavoro, in misura doppia rispetto ai colleghi (18% vs 10%).

Al primo posto dei risvolti negativi si trova la difficoltà nel limitare le ore trascorse al lavoro, tuttavia la percentuale di chi lo ha indicato come la problematica principale è diminuita sensibilmente, passando dal 58% al 39%. Verosimilmente, si trattava di un aspetto molto meno gestibile durante il lockdown, dove la possibilità di dedicare tempo ad altre attività era stata sostanzialmente annullata e dunque i tempi dedicati al lavoro prolungati ad oltranza. Al secondo e terzo posto si trovano le difficoltà di interazione e confronto con il team di lavoro e/o con i colleghi (33%) e il senso di solitudine (31%), entrambi risaliti di una posizione rispetto alla prima indagine.

Guardando alle fasce d’età e al genere, lo scenario si fa più variegato: la limitazione delle ore di lavoro è al primo posto delle difficoltà per i lavoratori tra i 36 e i 55 anni e per il campione femminile, mentre, per gli under 35 a pesare maggiormente sono la solitudine e il poco contatto con i colleghi (43%). Gli over 56 mettono invece al vertice le difficoltà di interazione con i colleghi (37%), un risultato molto simile a quello registrato nel campione maschile (35%).

Cosa dobbiamo aspettarci in futuro?

Cosa succederà da qui in avanti? In una fascia temporale tra i 6 e i 18 mesi, più della metà dei rispondenti (52%) prevede di continuare a lavorare in modalità mista, e solo uno su quattro (24%) ipotizza un completo rientro: queste previsioni tuttavia diventano meno probabili man mano che si intensifica la seconda ondata pandemica, dal momento che la scelta di mantenere una prevalenza di remote working dipenderà in larga parte, secondo i rispondenti, dalla volontà di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori (65%). Il graduale rientro in sede, invece, nel 48% dei casi viene attribuito alla generale ritrosia culturale del top management, una percentuale che sale al 65% negli under 35. 

“La tecnologia non aspira a spersonalizzare il lavoro, ma si potenzia con l’interpretazione della componente umana, ovvero di lavoratori competenti, motivati e flessibili” sottolinea Enrico Vanin, AD Aon “Credo si andrà via via verso una Leadership Collaborativa, che abolirà statici ruoli e gerarchie e sarà in grado di perseguire risultati ambiziosi per l’azienda e la comunità in cui opera. I leader di domani dovranno essere adattabili e proattivi al cambiamento, curiosi di sperimentare l’inedito e dotati di social intelligence. Quest’ultima skill permette di ascoltare empaticamente le persone con cui si lavora, di sostenerle e spingerle ad esprimere il loro pieno potenziale”. 

Nonostante il 72% sia convinto che questa evoluzione lavorativa avrà conseguenze prevalentemente positive, il 20% degli under 35 ritiene che da qui a sei mesi si tornerà alle modalità di lavoro tradizionali e ampliando l’orizzonte temporale ai 18 mesi la percentuale sale al 27%. Molto diversa è l’opinione degli over 56: solo il 10% di loro ritiene che la modalità in presenza tornerà ad essere quella principale, ed evidenzia che la scelta di riportare i dipendenti in azienda sarà dettata da concrete esigenze operative (45%). Sono inoltre più cauti nel valutare gli impatti del lavoro da remoto: solo il 47% è infatti sicuro che il suo impatto sarà solamente positivo.

Gli uomini sostengono come valida spinta al mantenimento del lavoro a distanza l’aumento della produttività (tra il 10% e il 12%) che invece sembra non aver alcun peso secondo le donne. Le rispondenti, invece, sottolineano come importanti il maggior benessere dei dipendenti (8%).

“Siamo particolarmente fieri del lavoro svolto nel realizzare questa ricerca unica nel suo genere, che ha come obiettivo quello di approfondire come stia reagendo la filiera del risk ed insurance management ad una trasformazione epocale delle modalità di lavoro ed interazione fino a poco tempo fa inimmaginabili”, conclude Alessandro De Felice, Presidente ANRA, “La nostra community, composta da Risk Manager, intermediari, Assicuratori, Periti ed imprenditori ha mostrato una capacità di adattamento molto rapida, seppur con i limiti e le problematiche che analizziamo, e vede un futuro in cui è in grado di selezionare gli aspetti positivi del ‘remote working’ – quali ad esempio l’accelerazione nell’utilizzo delle tecnologie di connessione remota e la gestione del proprio tempo e responsabilità in autonomia – per realizzare un vero ‘smart working’ nella dimensione della nuova normalità.

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Welfare: ecco i benefits per il Natale preferiti dagli italiani

La pandemia e la conseguente emergenza sanitaria, stanno spingendo le aziende verso una revisione di quelli che sono i programmi, anche quelli in termini di investimenti nel welfare, in particolare per il periodo natalizio.

I benefits preferiti: ecco quali sono

Ma quali sono i benefits maggiormente apprezzati dai dipendenti? Secondo un’indagine condotta da Harris Interactive per Sodexo, azienda leader nei servizi che migliorano la qualità della vita, il buono shopping è lo strumento di gratificazione preferito dall’84% degli italiani in un contesto di smart working.

Un premio che viene preferito a benefits di tipo medicale (82%), servizi di food delivery (74%) e di accesso a consultazioni mediche virtuali (72%). Trend condiviso anche a livello globale dall’86% degli spagnoli e australiani, ma con una percentuale nettamente superiore a tedeschi (75%) e francesi (74%).

E ancora, tra i benefit che secondo i dipendenti italiani andrebbero attivati dal proprio datore di lavoro in questo difficile periodo ci sono proprio i premi immediati con il 44%, il valore più alto a livello internazionale dove la media si ferma al 37%, seguiti da buoni pasto (30%), possibilità di lavorare da casa (25%), benefit finanziari (24%), premi a lungo termine (24%), benefit per la salute fisica (19%) e auto aziendale (14%).

Quella legata ai premi immediati è una percentuale in Italia decisamente superiore a paesi come Cina (34%), Australia (33%) Stati Uniti (31%) e Spagna (29%), mentre è più vicina al sentiment registrato in Gran Bretagna (39%), Francia (40%) e Germania (42%).

Sarà un Natale insolito

Come potrebbe essere altrimenti? Sarà un Natale molto… digitale. Secondo una recente ricerca americana di eMarketer, i consumatori arriveranno a spendere 190,47 miliardi di dollari in acquisti online, facendo registrare una crescita del 35,8% e di conseguenza un incremento di 50 miliardi di dollari nelle vendite rispetto alle festività del 2019.

Gli acquisti “in store”, invece, subiranno un calo del 4,7%, assestandosi a 822,79 milioni di dollari. Sulle basi di queste nuove esigenze Sodexo Benefits&Rewards Services ha pensato di erogare un Pass Shopping, buono acquisto defiscalizzato che garantisce una libertà ad ampio raggio negli acquisti.

Un prodotto fruibile anche su smartphone e tablet, spendibile sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme di e-commerce grazie agli accordi con importanti partner appartenenti a diverse categorie merceologiche.

“La versatilità dei buoni shopping risulta ancora più adatta in una situazione a dir poco complessa come quella che stiamo vivendo. Rappresentano uno strumento importante per le aziende che vogliono ottimizzare i costi del personale e per i collaboratori che possono scegliere tra benefit aziendali, assistenza medico-sanitaria integrativa, opere e servizi o rimborsi per le spese – spiega Sergio Satriano, Managing Director di Sodexo Benefits&Rewards Services – Sono sempre di più le aziende che decidono di prendersi cura dei propri dipendenti, soprattutto in vista del Natale, e i Pass Shopping sono perfetti per valorizzarli, aumentare la produttività e aiutarli a fare acquisti nella maniera più agevole e sicura possibile”.

Ecco, infine, la classifica dei 10 benefit preferiti dai dipendenti italiani in questo periodo:

  1.   Premi immediati Buoni shopping (44%)
  2.   Sovvenzione di buoni pasto (30%)
  3.   Possibilità di lavorare da casa (25%)
  4.   Benefit finanziari (24%)
  5.   Premi a lungo termine (24%)
  6.   Assicurazione medica privata (23%)
  7.   Sovvenzione per i trasporti pubblici (21%)
  8.   Distribuzione di cibo e bevande gratuite (21%)
  9.   Benefit per la salute fisica (19%)
  10.   Corsi di formazione (18%)
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Farsi crescere la barba per esprimere la propria personalità

Sempre più uomini scelgono di farsi crescere la barba. Più o meno lunga, non è importante, ma viene da molti considerato un “accessorio di bellezza”. Ma la barba trasmette molto di più: serve per esprimere la propria personalità.

Attraverso lo stile della propria barba, gli uomini incerti ma ambiziosi possono riprendere il controllo, esprimendo la propria individualità senza alcuno sforzo.

Braun, tra le aziende leader mondiali per gli strumenti dedicati alla bellezza maschile ma non solo, ha lanciato una novità mondiale: il manifesto “Say It With A Shave”, approfondendo al suo interno i comportamenti che riguardano i 10 tratti maschili più desiderabili e aiutando così gli uomini a scoprire il look perfetto che fa per loro.

Analizzando le risposte di oltre 1.000 uomini italiani e degli insight del Behaviouralist e del Grooming Expert Jez Rose, Braun ha ideato nuovi rasoi per aiutare gli uomini a esprimere sé stessi attraverso il look della propria barba.  

Per far capire quale sia il look perfetto per ciascuno, Braun si è rivolta al Brand Ambassador e Barber Dan Gregory per mostrare come fare. Con la flessibilità e la versatilità dei rasoi Braun Series 5, 6 e 7, qualsiasi personalità può prendere vita, esprimendola al meglio tramite la propria barba.

Il Behaviouralist Jez Rose ha commentato: “La campagna ‘Say It With A Shave’ di Braun arriva in un momento importante in cui sempre più gli uomini cercano di rendere nota la loro personalità attraverso lo styling della propria barba. La libertà di espressione individuale, la creatività e la fiducia in sé stessi sono tutti fattori importanti per il benessere psico-fisico di ciascuna persona. Con i nuovi Series 5, 6 e 7 che rendono più facile che mai la creazione di un’ampia gamma di stili, gli uomini possono esprimere facilmente e prontamente la loro personalità e identità, attraverso lo stile della propria barba. La salute mentale e l’inclusione sociale sono aspetti importanti a livello globale e la campagna di Braun arriva in un momento in cui gli uomini non hanno mai avuto così tanto coraggio di esprimersi al meglio”.

I risultati del sondaggio Braun

Cosa ci ha detto il sondaggio effettuato da Braun? I risultati sono piuttosto indicativi…

  • Il 47% degli uomini ritiene che la barba sia un fattore importante per esprimere l’individualità.
  • Il 45% degli uomini crede che nel 2020 ci sia più libertà che mai di sperimentare con stile.
  • Il 30% degli uomini sente l’esigenza di cambiare lo stile della propria barba e la propria grooming routine una volta ogni due mesi. 
  • Secondo più di un terzo (42%) degli uomini intervistati la sperimentazione è il fattore trainante per motivare un cambiamento nello stile; per il 33%, invece, il reinventare sé stessi. 
  • Mentre la sperimentazione e il reinventare sé stessi sono il motore, l’unicità e la creatività sono l’obiettivo. Per il 51% degli uomini, l’aspetto creativo e unico è l’obiettivo principale per provare un nuovo stile di barba.
  • La sicurezza è di gran lunga considerata la caratteristica principale che rende l’uomo più desiderabile (25%), nonché una delle caratteristiche più importanti dell’uomo del 2020 (22%).

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Chi soffre di Burnout e come affrontarlo secondo Gympass

Del fenomeno del Burnout abbiamo più volte parlato, ma sono tante le ricerche che approfondiscono le dinamiche e le conseguenze di questo problema. In particolare Gympass, grande piattaforma di corporate wellness al mondo che integra non solo attività fisica ma anche terapia, meditazione e altre risorse per la salute mentale dei dipendenti, ha studiato il fenomeno del Burnout. In particolare, ha messo l’accento sul momento in cui si giunge al limite delle proprie forze mentali, emozionali e fisiche.

I risultati dello studio sul Burnout

Secondo lo studio il 96% dei dipendenti ha affermato di aver affrontato il Burnout: di questi il 48% qualche volta, il 21% molto spesso, il 7% sempre, mentre il 4% ha dichiarato di non averne mai sofferto e il 20% solo raramente. 

Tra gli intervistati che hanno vissuto direttamente questo problema, il 34% sono donne, il 27% sono uomini e come fascia d’età l’86% sono millennials, ovvero coloro che sono nati tra fra i primi anni ottanta e la metà degli anni novanta. Le persone che affrontano il Burnout provano effetti negativi, a breve e a lungo termine, che influenzano diversi aspetti della loro vita, sia nella sfera personale sia in quella professionale.

I sintomi per riconoscere il Burnout

Non è semplice riconoscere i sintomi del Burnout perché potrebbero essere confusi con situazioni simili. L’esaurimento fisico e mentale che prova la persona porta diverse conseguenze a livello aziendale:

  • calo nella qualità del lavoro e della creatività: seguire le attività e le responsabilità di ogni giorno sembra inutile e questa mancanza di motivazione impedisce di lavorare bene. L’espressione di questo può essere, ad esempio, mancare alle riunioni, dimenticare di dare una risposta importante oppure confondersi in una consegna.
  • problemi interni tra colleghi come conseguenza di cinismo e apatia: tutto e tutti intorno cominciano ad irritare e le persone si innervosiscono senza una ragione apparente. Se si lavora nello stesso spazio l’individuazione di questo “sintomo” può essere più evidente; lo smartworking rende le cose un po’ più complicate.
  • i compiti vengono rimandati e le consegne non rispettate: nella routine lavorativa spesso si da la precedenza ad attività che si ritengono più stimolanti e piacevoli. Chi sta affrontando il burnout non riesce però a trovare gioia ed entusiasmo in nessun tipo task che si traduce in lentezza nello svolgimento e conseguente non rispetto della deadline.

I consigli di Gympass per affrontare il Burnout

Stress lavorativo, mancanza di produttività e poco equilibrio fra vita privata e professionale. Come si può intervenire? Ecco 5 consigli di Gympass per supportare i leader nella gestione dei dipendenti:

  • stimolare l’equilibrio della vita professionale dei propri dipendenti stabilendopause, facendo capire che si è coscienti dell’eccesso di lavoro; Inviare messaggi durante la giornata favorendo intervalli, coffee-break o attività di gruppo.
  • stabilire aspettative chiare: se il ruolo del singolo nel team non è abbastanza chiaro, il senso di appartenenza del gruppo si indebolisce e fa salire i livelli di ansia.
  • aiutare i dipendenti a comprendere il valore che apportano  all’azienda: non sottovalutare l’effetto di un “complimenti!” oppure di un “grazie”.
  • incentivare la pratica di attività fisiche lungo la giornata e promuovere uno stile di vita sano: praticare esercizi porta benefici non soltanto per il benessere fisico, ma anche per quello mentale. Uno studio ha confermato che gli esercizi aerobici aumentano la sensazione di benessere e abbassano la fatica, lo stress e l’esaurimento emozionale. Inoltre, il burnout può essere anche evitato con scelte nutrizionali sane. Mangiare bene e garantire che il corpo riceva tutti i nutrienti necessari è un primo passo importante.
  • tenere sempre in considerazione i sentimenti e le preoccupazioni di ognuno: quando qualcuno del team sente gli effetti del burnout, frasi come “non è poi così grave”, “sono sicuro che la supererai in fretta” oppure “passerà”, possono essere avvertite come mancanza di interesse o di scarsa attenzione al problema. È importante che la persona si senta ascoltata, accolta e supportata anche con l’aiuto delle numerose alternative digitali per il supporto psicologico, come applicazioni e terapie online.

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Lavoro da remoto: ecco cosa svela una ricerca di Microsoft tra i manager

Il Covid-19 torna a far preoccupare e non poco. Molte sono le aziende che offrono, anche seguendo le indicazioni e i consigli del Governo, la possibilità di lavorare da remoto. Ma con quali conseguenze? Secondo una ricerca di Microsoft su Remote Working e Futuro del Lavoro che ha coinvolto oltre 600 manager e dipendenti di grandi imprese italiane, il lavoro flessibile rende sì più produttivi, ma può creare un senso di isolamento e riduzione del tasso di innovazione.

I numeri della ricerca di Microsoft

Il numero di aziende italiane che hanno scelto di offrire la possibilità di scegliere modelli flessibili di lavoro è aumentato in modo esponenziale, passando dal 15% dello scorso anno al 77% del 2020 (dato davvero straordinario), e i manager intervistati credono che il 66% dei dipendenti continuerà a lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana.

Ma quali sono i benefici di questa “nuova normalità”? Secondo i leader aziendali si sono registrati benefici sia in termini di produttività sia di efficienza: l’87% degli intervistati ha, infatti, riscontrato una produttività pari o superiore a prima del lockdown e il 71% è convinto che le nuove modalità “ibride” di lavoro comportino significativi risparmi in termini di costi. Inoltre, oltre 6 intervistati su 10 (64%) pensano che continuare a garantire la modalità di lavoro da remoto possa essere un modo efficace per trattenere i collaboratori migliori.

Tornare alle vecchie abitudini? Neanche per sogno. Infatti, l’88% dei manager si aspetta l’introduzione di modalità di lavoro più ibride nel lungo periodo e i dipendenti prevedono di trascorrere in media un terzo del proprio tempo (37%) al di fuori del tradizionale luogo di lavoro.

Tra i principali benefici si annoverano la possibilità di vestirsi in modo più casual (77%) e di personalizzare il proprio ambiente di lavoro (39%), avere più tempo per i propri hobby (49%), per i propri figli (36%) ma anche per gli animali domestici (22%).

Eppure i “contro” ci sono…

Bello lavorare da casa, ma non è tutto rose e fiori. Infatti, dalla ricerca emerge la sensazione di essere più isolati e meno in relazione con i colleghi, un fattore che potrebbe comportare anche un importante calo nel tasso di innovazione

Secondo la ricerca di Microsoft il lavoro da remoto può alterare in negativo la condivisione di idee tra le persone e ciò può portare i dipendenti a essere meno invogliati a chiedere aiuto o a delegare in modo appropriato. In particolare, è fondamentale supportare il middle management nel superare questi limiti per promuovere una cultura del lavoro che favorisca l’innovazione: il 61% dei manager intervistati riconosce di aver avuto problemi a delegare in modo efficace e a supportare i team virtuali e il 63% confessa di avere difficoltà nella promozione di una forte cultura di squadra in questo scenario di remote working.  

Essere lontani dai propri colleghi altera dunque la capacità di condividere nuove idee e innovare: rispetto allo scorso anno è stato registrato un calo sensibile nel numero di manager che dichiarano che la propria azienda possiede una cultura innovativa, passando dal 40% nel 2019 al 30% nel 2020. Allo stesso modo, è stato rilevato un calo anche nella percezione dell’innovazione di prodotti e servizi, che è passata dal 56% nel 2019 al 47% nel 2020.

“L’emergenza sanitaria ha rivoluzionato il nostro modo di vivere e lavorare, rendendo le nuove tecnologie ancora più essenziali per la nostra vita quotidiana. Grazie al supporto del nostro vasto ecosistema di partner, negli ultimi mesi abbiamo aiutato le organizzazioni italiane a lavorare, comunicare e collaborare da remoto, garantendo la loro sicurezza e quella degli asset aziendali”, ha dichiarato Luba Manolova, Direttore della Divisione Microsoft 365 di Microsoft Italia. “Ma il successo di un percorso di digitalizzazione non dipende solo dagli strumenti tecnologici implementati, quanto dalla capacità di far sentire i dipendenti uniti tra loro, apprezzati e liberi di esprimere le proprie idee. La nostra ricerca mette in luce l’importanza di un approccio umano all’innovazione: i team che avranno davvero successo saranno quelli caratterizzati da un maggiore spirito di gruppo, da empatia e fiducia negli altri. Fondamentale continuare a promuovere la cultura del digitale contestualmente alla cultura dell’innovazione e mettere a disposizione tecnologie in grado di favorire l’empowerment dei singoli ma anche la collaborazione dei team”.