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E-mail di comunicazione di chiusura dell’ufficio per ferie: cosa scrivere?

Per molti è arrivato il momento tanto atteso delle ferie: qualcuno si concederà qualche giorno lontano da casa e dalla quotidianità, altri le trascorreranno tra le mura domestiche. Fatto sta che in questi giorni, molte attività chiudono per ferie, anche quelle professionali. Ma cosa bisogna fare prima di chiudere l’ufficio? Tra le cose più importanti c’è la e-mail di comunicazione di chiusura dell’ufficio per ferie.

Non dimentichiamo che se noi chiudiamo per ferie, non è detto che altre aziende con cui lavoriamo, possono rimanere aperte per tutto il mese di agosto. Pertanto, la prima cosa da fare è preparare una e-mail in cui annunciamo il nostro periodo di chiusura per ferie. Ma come deve essere concepita la e-mail che comunica la chiusura dell’ufficio per ferie?

La e-mail di comunicazione di chiusura per ferie

Molto semplice: dopo aver salutato con un elegante “Gentilissimo/a..:” sarà sufficiente scrivere che “il nostro ufficio sarà chiuso per ferie dal… al…” inserendo le date scelte. Non dimenticate di inserire le date effettive, pertanto se, ad esempio, avete deciso di chiudere il vostro ufficio o la vostra attività dall’8 agosto al 24 agosto, ricordate che in realtà la chiusura reale sarà dal 10 agosto al 23 agosto, in quanto sia l’8 che il 24 sarete comunque operativi. Ricordate di inviarla il giorno in cui chiuderete effettivamente.

Altro aspetto da comunicare sarà la vostra reperibilità durante il periodo feriale: siete disponibili a rispondere al telefono? Leggerete le e-mail? Insomma, dovete informare i vostri clienti/partner se intendete comunque rendervi disponibili in caso di indifferibili necessità. Pertanto, se siete all’estero in un luogo lontano fuori dai confini, ad esempio, potreste scrivere che “potrete leggere le e-mail sporadicamente e che risponderete appena possibile”. Oppure, se magari siete in Italia, potreste scrivere che risponderete a e-mail e messaggi ad un orario prestabilito della giornata. In tal modo potrete dedicarvi con maggiore serenità al vostro relax.

Un augurio da non dimenticare

Le vacanze sono un’occasione lieta per salutare partner e clienti, pertanto, anche se non vedete l’ora di chiudere il computer e la porta del vostro ufficio, perdete qualche secondo per augurare a chi riceverà la vostra e-mail buone vacanze!

Fatto questo, riponete giacca e cravatta, e indossate una bella polo con bermuda e scarpe da barca! E pensate solo a rilassarvi.

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Viaggi d’affari sostenibili: ecco 4 consigli utili

Viaggi di lavoro? Sì, ma devono essere green. Le aziende italiane sembrano essere estremamente virtuose quando si parla di viaggi business ecosostenibili, eppure non hanno grande conoscenza di quale sia l’impatto ambientale dei viaggi d’affari e di cosa possono fare in concreto per renderli più sostenibili.

Questo è il risultato del sondaggio “Corporate travel sustainability index” condotto da SAP Concur, secondo il quale l’82% delle aziende italiane vorrebbe apportare un cambiamento nelle sue travel policy, ma il 39% dei travel manager non conosce i dati sul reale impatto e di conseguenza diventa difficile essere proattivi.

4 consigli per viaggi d’affari sostenibili

A quanto sembra sono i piccoli gesti a fare la differenza in molti casi. BizAway, la multipiattaforma digitale di business travel che dal 2015 con i suoi servizi cerca di snellire il lavoro del travel manager e di promuovere la digitalizzazione nel settore, ha stilato un piccolo prontuario di 4 consigli che possono rendere più sostenibili i viaggi di lavoro.

Adottare travel policy eco-friendly 

Un viaggio sostenibile inizia molto prima del check-in: dalle travel policy aziendali. Se possibile, dunque, è meglio scegliere il treno piuttosto che l’aereo per gli spostamenti; scegliere l’hotel più vicino al luogo dove si deve andare per lavoro.

Prenotare in anticipo il parcheggio 

Può sembrare un’ovvietà ma sono in pochi quelli che ci pensano prima di iniziare il proprio spostamento. La ricerca di un posto auto richiede in media 15 minuti per ogni automobilista (che possono arrivare a 30 nelle grandi metropoli europee) e questo comporta l’aumento delle emissioni di CO2 oltre che dello stress di chi magari deve recarsi a un importante appuntamento di lavoro e rischia di non farcela.

Prenotare una struttura sostenibile

A prescindere dal livello della struttura di hospitality prescelta, sono numerose quelle che dedicano un’attenzione particolare al tema della sostenibilità e adottano misure volte alla riduzione degli sprechi e dell’inquinamento. Dall’utilizzo di prodotti ecologici per la pulizia delle camere e dei locali alla raccolta differenziata dei rifiuti, fino all’impiego di pannelli fotovoltaici o alla scelta precisa di prodotti a km 0 per la preparazione dei pasti, sono molte le iniziative che magari non balzano subito all’occhio del viaggiatore ma che possono essere perfettamente in linea con le policy della loro azienda. 

Compensazione delle emissioni di CO2 con iniziative speciali 

BizAway ha creato uno strumento di calcolo immediato e compensazione automatica delle emissioni di anidride carbonica dei viaggi con la conseguente piantagione di mangrovie, a fronte di un contributo economico esiguo da parte del viaggiatore. In pratica, grazie alla collaborazione avviata con l’organizzazione no profit Eden Reforestation Projects – impegnata nella lotta alla povertà e all’inquinamento in ampie aree devastate dalla deforestazione in Etiopia, Madagascar, Nepal, Haiti, Indonesia, Mozambico e Kenya – chi prenota un viaggio può contribuire al benessere del Pianeta: con un contributo di 10 centesimi, Eden pianterà una mangrovia, un albero che nel corso della sua vita riesce ad assorbire emissioni di CO2 pari a circa tre voli di sola andata Venezia-Barcellona effettuati da un singolo passeggero. In un anno sono già stati piantati oltre 50.000 mangrovie, assorbendo piú di 16 i milioni di kg di CO2.

Insomma, come affermava una celebre canzone “si può dare di più” per il nostro pianeta, anche quando si viaggia per lavoro…

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Mancanza di lavoro? Arriva il sistema di revisione del cv di Infojobs. Ed è gratis

Il mercato del lavoro è tutt’altro che florido in questo momento storico. L’estate nel pieno, il Covid-19 che continua a minacciare con la sua scure: il senso di incertezza regna sovrano. E a confermare tutto questo, arrivano i dati dell’Osservatorio InfoJobs sul mercato del lavoro nel primo semestre 2020.

Dati che non lasciano ben sperare per il futuro. Da gennaio a giugno le offerte da parte delle aziende pubblicate su InfoJobs, piattaforma numero 1 in Italia per la ricerca di lavoro online, hanno registrato un -32,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un calo diffuso e piuttosto uniforme, sia rispetto alle regioni, sia rispetto ai settori e alle categorie professionali. La pandemia sembra infatti avere colpito in maniera abbastanza democratica, risparmiando solo la categoria professionale “Farmacia e medicina”, che registra un +48,5% rispetto al primo semestre 2019.

Top e flop del 2020. Fino ad ora…

La ricerca da parte delle aziende, sembra si sia concentrata sulle categorie professionali Operai e addetti alla produzione (20,9%), seguita da Amministrazione e contabilità (9,1%), GDO e retail (8,9%).

La flessione dell’offerta di lavoro ha riguardato in generale tutta la Penisola da nord a sud e ad emergere nella top 5 delle Regioni che hanno pubblicato più offerte si sono confermate, nonostante Covid-19, Lombardia (33,2%), Emilia Romagna (15,8%), Veneto (14%), Piemonte (8,9%), Lazio (6,5%). Per le province, la classifica vede nell’ordine Milano (14,1%), Roma (5,4%), Torino (4,9%), Bergamo (4,1%) e Bologna (4%).

Un calo davvero considerevole, di cui non si può non tener conto. “Stiamo vivendo un momento storico critico e dal nostro osservatorio non possiamo che prevedere un secondo semestre dominato dall’incertezza” commenta Filippo Saini, Head of Job di InfoJobs. “Ma è proprio in un momento del genere che i grandi player del mercato del lavoro possono fare la differenza. Come piattaforma di recruitment numero uno in Italia ci siamo chiesti come potevamo essere davvero accanto ai nostri utenti con un aiuto concreto e da questa domanda è nato un servizio nuovo, unico nel suo genere perché gratuito e personalizzato, di revisione del cv a cura dei nostri 14 esperti interni HR. I candidati saranno quindi in grado di presentarsi al meglio alle aziende, che a loro volta saranno facilitate nell’individuazione del candidato giusto. Un servizio pensato per supportare la collocazione dei candidati, ma di cui beneficeranno anche le aziende in una scelta che, in periodo di assunzioni limitate, diventa ancora più rilevante”.

Il servizio di revisione del cv di Infojobs

Il servizio di revisione del curriculum vitae, per il quale basta una semplice iscrizione sul sito di Infojobs e rispondere all’annuncio desiderato, è partito come progetto di test durante il lockdown, ed ha visto la partecipazione di 1000 candidati che hanno ricevuto una consulenza telefonica one-to-one per riscrivere il proprio cv. Buoni i risultati che hanno visto i profili aggiornati e rivisti dal team HR di InfoJobs ricevere il 15% di interesse in più da parte delle aziende

Il servizio di revisione del cv viene quindi messo a sistema e attivato per tutto il 2020 ed è indirizzato a tutti i candidati in cerca di lavoro, con un’attenzione particolare per i giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro e che sono la fascia potenzialmente più penalizzata. 

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L’acqua è il nuovo oro dell’età digitale

Prima di essere investiti dallo tsunami epidemico, quasi tutti erano fan di Greta Thunberg e della decarbonizzazione del sistema produttivo. Ora invece tanti buttano per terra guanti e mascherine. Ci siamo improvvisamente dimenticati temi strategici per il futuro come quello dell’economia circolare. Ma soprattutto ci stiamo dimenticando il vero convitato di pietra del futuro: clima ed energia sono importanti per la vita umana, ma l’acqua lo è di più. 

L’acqua è il nuovo petrolio

Anche se non abbiamo ancora piena consapevolezza di tutte le potenzialità di sviluppo (dall’idrogeno alla fusione fredda) dai prossimi decenni l’acqua sarà molto più importante del petrolio. Per essa si scateneranno battaglie politiche e tensioni fra Stati, mentre i Paesi più ricchi d’acqua dolce avranno una ricchezza privilegiata. 

C’è però una differenza fondamentale tra i combustibili fossili e l’acqua: i primi sono beni economici e, anche se molti li consumano, si può farne comunque a meno usando fonti alternative come dimostra quella parte dell’umanità che è fuori dal ciclo degli idrocarburi.

Per l’acqua è diverso: senza acqua non si vive. Fin dalla preistoria, le comunità umane hanno sempre attinto direttamente alle proprie fonti. L’acqua, insomma, è da sempre considerata un bene comune a disposizione vicino alla propria casa o al proprio insediamento. Se scarseggiava, qualsiasi comunità migrava o si estingueva. 

L’acqua come bene economico

Nel XXI secolo, però, anche l’acqua è diventata un bene economico perché si è progressivamente destrutturato il rapporto tra domanda e offerta. Per capire quanto l’acqua sarà protagonista delle strategie dei governi, basta solo pensare che, in questo momento, oltre un miliardo di persone non ha accesso a quella potabile. 

La battaglia sull’acqua, dunque, non è solo una battaglia politica sul possesso delle fonti come per il petrolio, ma un confronto spesso conflittuale tra due concezioni: l’acqua come bisogno da soddisfare secondo le regole dell’economia, e l’acqua come diritto che deve essere garantito a tutti. 

In questo contesto complesso, aggravato dalla crisi economica pandemica, è chiaro che la gestione dell’acqua non può essere totalmente privatizzata. Al tempo stesso, senza un meccanismo economico che garantisca i grandi investimenti necessari, l’acqua non arriverà mai nelle periferie assetate delle megalopoli dei Paesi emergenti e del Quarto mondo. 

Per questo, pur in una globalizzazione ferita dal virus, proprio a partire dall’acqua è importante ricordare quanto sia importante coordinare sia i grandi investimenti infrastrutturali, ma anche i microprogetti anti inquinamento gestiti dalle comunità locali per valorizzare la qualità delle acque disponibili. La musica di fondo è sempre la stessa: con l’avvento delle reti, dobbiamo provare sempre a conciliare il grande con il piccolo, la dimensione locale con quella globale. 

In ogni caso, quando la situazione è complessa la verità è semplice. Il mondo ha sempre più bisogno d’acqua. È l’oro blu, anche perché da una parte ci sono i problemi per le popolazioni che non hanno (e non ne avranno) abbastanza. Dall’altra, la corsa all’approvvigionamento, la gestione dei flussi e lo sviluppo di un business che ha ripercussioni sulla sicurezza degli Stati, considerando che più di 260 fiumi rappresentano i confini di Paesi presenti nell’attuale mappamondo. Senza dimenticare che oggi l’economia trasforma in merce tutto ciò che serve direttamene alla vita umana. 

E l’acqua è il bene primario di questo nuovo processo produttivo globale. La strada è segnata e non ha alternative: l’acqua non è più un bene solo collettivo, ma anche un bene di scambio politico, economico, strategico. Per questo, molti Paesi potrebbero cominciare ad affrontare il problema facendo pagare per l’uso dell’acqua. Ma la vera alternativa potrebbero essere gli impianti di desalinizzazione che rendono potabile l’acqua di mare. Anche perché l’evoluzione tecnologica ci porterà, così come sta succedendo con l’elettricità, ad una sistema di desalinizzazione o di riciclo diffusa che abbatterà i costi distribuendoli nella rete dei punti di contatto collettivi. 

Un paragone col mondo del web

Il ragionamento è sempre lo stesso: così come è successo per il web, quello su cui dobbiamo puntare sono le piattaforme a rete in cui l’intelligenza collettiva, tecnologicamente applicata, possa rendere convenienti processi distributivi altrimenti non attuabili in termini economici. Chi pensava di poter distribuire i propri prodotti locali a livello globale a costi praticamente irrisori?

Dobbiamo farlo anche per l’acqua che, in fondo, è pur sempre un grande sistema di rete delle reti. 

“L’acqua non è forma ma sostanza. È per questo che assume la forma del contenitore e lo domina andando là dove essa vuole, a prescindere da qualsiasi schema”
Anonimo Dottore featuring Confucio

A cura di Angelo Deiana

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Marketing automation: le aziende e i professionisti ne hanno compreso l’importanza

Marketing automation nel mondo del business: uno strumento oggi davvero molto importante, ma le aziende italiane lo hanno realmente capito?

Selligent Marketing Cloud, piattaforma in cloud per il marketing omnichannel, in collaborazione con DI.GI. International, ha presentato i risultati della ricerca “Marketing Automation: stato attuale e scenari futuri”, curata dall’Università IULM con la coordinazione della prof. Daniela Corsaro.

Lo studio, è stato realizzato attraverso un questionario posto a 200 professionisti e manager delle aree marketing, digital, comunicazione e vendite, attraverso il quale si è cercato di comprendere il ruolo della marketing automation nelle aziende italiane.

Il rapporto con i clienti è sempre più diretto

Dai risultati è emerso che i social media, e in particolare Facebook, il più utilizzato (77% del campione), rappresentano un canale sempre più importante per quanto riguarda le attività di marketing e vendite, a svantaggio del sito web aziendale (68%) e delle newsletter (63%). L’utilizzo dei social media è il risultato percepito dagli addetti ai lavori è di un miglioramento delle relazioni con i clienti: a conferma del sempre più stretto legame tra social e vendite, un venditore su 2 sviluppa contenuti per i social media insieme ai colleghi del marketing.

La ricerca evidenzia poi come la comunicazione stia diventando, in risposta alla propensione dei consumatori, sempre più real time: i professionisti dichiarano infatti che i clienti, per interagire con l’azienda, utilizzano frequentemente l’instant messaging (66%) e i messaggi vocali (47%).  In parallelo, cresce l’utilizzo da parte dei brand di AI (50%), analytics (53%) e chatbot (41%) ai fini di marketing, vendite e assistenza.

Analizzando il livello di automatizzazione delle attività di marketing da parte delle aziende italiane, emerge che una percentuale importante delle stesse ha intrapreso questa direzione: il 44% del campione coinvolto dichiara infatti di utilizzare un sistema di marketing automation. I benefit più apprezzati, tra quelli derivanti da questo tipo di tecnologia, risultano essere: miglioramento della customer experience, aumento dell’efficienza del business attraverso una riduzione dei tempi d’azione e personalizzazione delle comunicazioni veicolate.

Quasi la totalità del campione, il 40%, riporta in generale un’esperienza positiva con la piattaforma di marketing automation attualmente in uso, anche se non mancano margini di miglioramento, in particolare in relazione alla copertura di un numero più ampio di canali, alla maggior semplicità di utilizzo e all’integrazione con altri tool incluso il CRM.

Il futuro della marketing automation

In un’ottica di investimenti futuri, la maggioranza degli intervistati identifica la personalizzazione delle comunicazioni (55%) e l’utilizzo dei social media (46%) come pratiche che ogni azienda dovrebbe migliorare per ottenere maggiore successo. Le nuove priorità, infatti per le aziende, sono diventate quella di generare personalizzazione per il cliente e poter attuare un marketing contestuale: interagire quando il cliente vuole e dove vuole.

Questo elemento in un’era post covid ha subito un’ulteriore spinta sia in quanto il fattore tempo è percepito più prezioso rispetto a prima, sia in quanto i consumatori sono meno pazienti verso ciò che non gli interessa.

In generale, le realtà intervistate riportano un trend di crescita delle risorse dedicate a strumenti digital: in particolare, il 61% dichiara di programmare un aumento degli investimenti in tool focalizzati su personalizzazione e marketing 1:1, mentre il 58% investirà maggiormente in marketing automation. 

“I risultati di questa ricerca ci confermano che le aziende sono sempre più consapevoli dell’importanza di investire per creare un approccio relazionale nell’interazione brand-cliente. Un aspetto che era già centrale, ma che lo diviene ancora di più nel mercato post Covid-19, dove prevalgono incertezza e mancanza di fiducia” ha commentato Gian Musolino, Country Manager di Selligent Marketing Cloud. “In questo contesto, piattaforme di marketing automation, come la nostra giocano un ruolo fondamentale perchè non solo migliorano l’esperienza con i clienti ma creano efficienza interna”.

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Moda, arriva il Sartorialist, nuovo professionista del Fashion

Un mondo certamente stravolto dal Covid-19 è stato quello della moda. Ma in un settore strategico per la nostra economia, anche i professionisti del fashion indirettamente hanno dovuto modificare il loro modo di lavorare, di guardare le occasioni che si presentano e rimodellare il proprio stile.

È nata così una nuova figura professionale chiamata Sartorialist, un professionista indipendente, digitale e flessibile in grado di offrire un servizio di qualità dedicato al cliente.

Una opportunità di formazione e crescita professionale nella moda

Sono davvero molti i posti di lavoro che sono stati letteralmente cancellati con il Covid-19, non solo per chi lavorava nel settore luxury, ma anche nella grande distribuzione: una riorganizzazione era assolutamente necessaria.

Per chi si vuole reinventare o provare qualcosa di diverso, con bassi costi di investimento per l’avvio del proprio business, Eligo, startup innovativa, marketplace di eccellenza nel mondo del fashion, offre una nuova opportunità: Academy formative vengono infatti realizzate a Milano tutti i weekend presso lo showroom di Eligo; professionisti del settore, proprietari dei brand selezionati per la piattaforma, persone del team tengono momenti di formazione della durata di 45 minuti ciascuno, alternando lezioni a momenti di pratica. Ma non solo, infrasettimanalmente vengono inoltre proposti webinar specifici online, che costituiscono un ulteriore momento di aggregazione e di formazione per i Sartorialist.

La moda delle mascherine

Sono diverse le aziende nel mondo della moda che hanno riconvertito il proprio business al mercato delle mascherine lavabili, ed Eligo ha voluto contribuire,  creando un sito di e-commerce ad hoc. Questo a dimostrare come tutto cambiato velocemente e che se si vuole essere al passo con i tempi, adattarsi ai cambiamenti è essenziale: la flessibilità e la resilienza sono, infatti, due valori portanti dell’azienda e dei Sartorialist.

Il digitale e i consigli che non mancano

Comprare online non significa non avere assistenza. Infatti, è possibile avere a disposizione un personal stylist collegato digitalmente alla piattaforma di Eligo, che ci può raggiungere in tutta Italia e non solo, e aiutare a selezionare assieme a lui ciò di cui necessitiamo personalizzandolo assieme. 

Camicie, completi, abiti da cerimonia, cappelli, occhiali, cravatte, stole, calze, scarpe, cover, orologi e gemelli, oggetti di pelletteria e molto altro, tutto ciò che si necessita per creare il proprio outfit unico.

Tramite il suo marketplace, Eligo permette a brand italiani di qualità di espandersi in Italia e all’estero, creando sinergie ed economie di scala, utilizzando una forza vendita formata e capace di trasmettere i valori del brand.

“Il nostro obiettivo – specifica Naomi Kohashi, CEO dell’azienda – non è quello di competere con grossi siti di e-commerce, ma di creare un marketplace di specialisti, i Sartorialist, e brand selezionati, nel quale il cliente possa essere certo di stare acquistando qualcosa di unico, personalizzabile e pensato per lui”.

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OMEGA ha presentato i nuovi Constellation da uomo

Il brand d’orologeria OMEGA fa venire in mente agli uomini grandi imprese. È stato il primo orologio sulla luna, ma è anche il segnatempo ufficiale di James Bond. Ecco perché quando ne viene presentato uno nuovo c’è sempre grande curiosità. Oggi OMEGA ha presentato i nuovi Constellation da uomo.

Eleganza e tecnologia

Un vero capolavoro di stile ed eleganza. I nuovi orologi da 41mm riflettono uno spirito coraggioso e sofisticato, catturando meravigliosamente i tratti distintivi di uno dei modelli più iconici della griffe. Una delle caratteristiche è che molti dei modelli 2020 avranno il cinturino in pelle con interno in caucciù antibatterico. 

Inoltre OMEGA ha integrato alcuni dei suoi più raffinati e avanzati materiali nel design dei nuovi Constellation, anche nei modelli in acciaio inossidabile, in oro 18K o nella combinazione di entrambi. Inoltre, tutte le lunette sono realizzate in ceramica lucida, per avere lo stesso look del Constellation originale del 1982, caratterizzato da un vetro zaffiro lucido. 

Rispetto al passato, gli orologi di questa collezione hanno un immagine più sottile rispetto ai modelli del passato, e anche la corona è leggermente rimodellata. Anche le lancette sono diventate più esili e i nuovi indici prendono ispirazione dallo skyline di Manhattan, più precisamente dalle faccette triangolari della Freedom Tower. 

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Stress sul lavoro: ne soffre quasi un italiano su quattro

Stress e pressione lavorativa: problemi per molti lavorativi italiani. L’ossessione del raggiungimento degli obiettivi delle volte è peggio dell’assenza di averne.

Dalla survey “The Workforce View 2020 – Volume Uno” realizzata da ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, che ha intervistato circa 32.500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, esplorando le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano, sono emerse delle risultanze davvero preoccupanti.

Lo stress: un nemico per quasi un lavoratore su quattro

A quanto sembra sono il 23% i lavoratori che in Italia risentono mentalmente e fisicamente di ansia a stress da lavoro ogni giorno, praticamente un italiano su 4. Un altro 43% dice di vivere questa situazione non giornalmente, ma settimanalmente, spesso anche due o tre giorni a settimana. Circa il 18% prova malessere solo poche volte al mese, mentre un fortunato 12% dichiara di non sentirsi mai stressato.

La fascia d’età più colpita è quella tra i 35 e i 54 anni: si dichiara giornalmente sotto pressione il 26%. Anche dopo i 55 anni la percentuale rimane alta al 23%, mentre scende al 20% dai 25 ai 34 e al 13,5% dai 18 ai 24 anni. Non vi sono invece differenze significative tra i sessi: uomini e donne si sentono stressati in egual misura misura.

I lavori più stressanti

I settori in cui i lavoratori risentono maggiormente di stress sono quello della finanza (bancario, assicurativo, intermediazioni) con una percentuale del 93%, quello dei servizi professionali con il 90% (pubblicità, pubbliche relazioni, consulenza, servizi commerciali, legale, contabilità, architettura, ingegneria, progettazione di sistemi informatici) e chi lavora nel campo media / informazione (editoria, radio, televisione, cinema…) con l’87%.

Ma quali sono i motivi dello stress? Sono molteplici: ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata.

Attualmente, alle classiche cause, bisogna aggiungere lo stress da Covid-19: i problemi di autoisolamento e sicurezza sul lavoro incidono molto sui lavoratori, mentre il “superlavoro” rappresenta un rischio per chi lavora in smartworking, ovvero per chi si trova a dover imparare a gestire un tempo lavorativo che entra ormai prepotentemente in quello famigliare o privato.

Stress, una questione privata

Un altro dato interessante che emerge dalla ricerca è che il 27,5% degli italiani dichiara che non vorrebbe parlare a nessuno di un eventuale disagio di stress, ansia o depressione sul posto di lavoro, preferendo la riservatezza. È più alta però la percentuale di chi ne parla con il capo o il proprio responsabile (30%) mentre il 32% ne parla solo con quei colleghi che ritiene ormai essere amici.

“Lo stress eccessivo e cronico può portare il lavoratore ad avere problemi di salute psicologica. I datori di lavoro e i responsabili HR, dovrebbero prendere in considerazione l’importanza di alleviare l’onere per i lavoratori sotto pressione. Purtroppo, i lavoratori stessi sono restii a parlare del problema, temono li possa danneggiare nella carriera, ma i team delle risorse umane possono svolgere un ruolo importante in modo che il personale si senta supportato nel farsi avanti. Aumentare la consapevolezza del problema all’interno delle organizzazioni, mettere in atto politiche per affrontarlo e indicare come i dipendenti possono ottenere aiuto sono alcuni dei modi in cui i datori di lavoro possono dimostrare che stanno prendendo sul serio il problema della salute psicologica dei propri lavoratori”. commenta Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia.

“Per quanto riguarda il periodo storico che stiamo vivendo, quando i lavoratori percepiranno le conseguenze dell’isolamento sociale, della malattia o della mancanza di lavoro e delle preoccupazioni finanziarie, è probabile che si verifichino tensioni ancora più forti. I datori di lavoro non devono assolutamente trascurarli. Sarà una sfida, soprattutto per le grandi organizzazioni in cui il personale lavora in remoto. Tuttavia, è un problema che le risorse umane dovranno affrontare, sia ora sia quando i lavoratori torneranno sul posto di lavoro, il che creerà un altro sconvolgente stress a cui riabituarsi”, conclude Marisa Campagnoli.

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Indagine “Covid-19 Business Check Up”: ecco cosa pensano i manager

Come devono comportarsi i manager nel dopo Covid-19? Difficile dirlo, ma loro qualche idea ce l’hanno. E un’idea ci arriva dall’indagine “Covid-19 Business Check Up”, realizzata attraverso un questionario online di 80 domande al quale hanno risposto 500 manager rappresentanti aziende di ogni dimensione, da Lenovys, società di consulenza strategica che il Financial Times ha inserito nello special ranking “FT 1000” riguardante le 1000 aziende europee indipendenti con il maggior tasso di innovatività e crescita organica. Un dato importante che emerge immediatamente è che l’87% dei manager italiani considera le proprie capacità di leadership e manageriali non all’altezza nella gestione e motivazione dei collaboratori, l’82% è convinto che i dirigenti dovranno sviluppare le loro competenze per gestire complessità e variabilità nella fase dell’emergenza Covid-19.

Nuove convinzioni sono maturate

Il 67% prevede la necessità di adeguare velocemente la strategia e assicurare un’esecuzione rapida; il 65% sente come prioritario definire nuove modalità di interazioni con i clienti mentre il 78% afferma che le persone dovranno cambiare rapidamente e creare nuove abitudini. La crisi ha anche messo in discussione l’equilibrio tra vita privata e vita professionale dei manager italiani: il 59% del campione ritiene di dover dedicare più tempo alla vita privata.

Ma veniamo alle aspettative di guadagno. Più del 60% degli intervistati ha dichiarato di aspettarsi una riduzione del fatturato superiore al 10% nel 2020. Tale dato sale al 74% concentrando l’analisi sul primo semestre del 2020. Risulta invece un quadro più ottimistico per il 2021, dove il 75% dei rispondenti prevede infatti un ritorno ad una situazione paragonabile a quella antecedente il Covid-19.

Le sfide del post Covid-19

Tra le principali sfide c’è quella di ottimizzare i processi operativi, produttivi e non. Quasi metà del campione si ritiene fortemente impreparato ad affrontare questo tema e il 37% lo ritiene un aspetto che potrebbe diventare critico. In merito alla digitalizzazione, il 41% dei manager la ritiene una sfida prioritaria in quanto molto rilevante per il business e alla quale associa un livello di preparazione aziendale basso.

In merito ai futuri investimenti, 9 manager su 10 hanno dichiarato che non taglieranno gli investimenti ed in particolare circa il 70% li aumenterà su aree quali: politiche di sviluppo, lancio nuovi prodotti e servizi, miglioramento di processi, introduzione di soluzioni IT, ricerca di nuovi canali di vendita.

“Uno degli aspetti più significativi dell’indagine svolta si riferisce al fatto che i manager italiani ritengono le capacità sociali e relazionali prioritarie per raggiungere l’eccellenza rispetto a quelle più tecniche. Infatti se osserviamo i problemi che i manager soffrono di più, il primo posto spetta proprio a quelli connessi agli sprechi legati alle persone e ai processi «sociali» all’interno dell’azienda. – ha affermato Luciano Attolico, fondatore di Lenovys – Sempre di più manager e leader delle aziende dovranno essere capaci di costruire una formazione continua approfondendo e aggiornando costantemente le proprie  competenze in un contesto complesso ed in rapidissima evoluzione, anche dal punto di sociale, come quello attuale”

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Smartworking: una possibilità anche nel “new normal”

Smartworking? C’è chi è convinto sia una strada da percorrere con convinzione anche nel prossimo futuro. ANRAAssociazione Nazionale dei Risk Manager, e Aon, hanno analizzato come è cambiata la vita lavorativa degli italiani nella ricerca “Lo smart working in Italia, tra gestione dell’emergenza e scenari futuri”.

Gli scenari che si prospettano

Lo studio ha visto la partecipazione di dipendenti di aziende di ogni dimensione, ricevendo forte riscontro da grandi imprese (45%) e micro e piccole imprese (44%) e ha avuto un duplice obiettivo: fornire, da un lato, una panoramica su problematiche/vantaggi riscontrati dalle imprese italiane nell’affrontare la conversione al lavoro agile, tra fine febbraio e inizio marzo; dall’altro, comprendere in che modo questo possa rimanere come strumento nel futuro, e in quale misura modificherà l’organizzazione e la quotidianità lavorativa.

Secondo quanto emerso dall’indagine, prima della pandemia solo il 31% dei dipendenti poteva usufruire dello smartworking, e non su base quotidiana mentre, allo stato attuale, i lavoratori che proseguono completamente l’attività da remoto rappresentano quasi l’80%. Uno stravolgimento imposto dall’emergenza sanitaria in cui siamo ancora coinvolti e che ha fatto riflettere sui vantaggi ma anche sui limiti di questo strumento, e soprattutto ha permesso di “sfatare” qualche mito.

Le aziende che in precedenza non usufruivano di questa modalità infatti basavano la propria decisione sulle possibili problematiche relative a pianificazione, gestione e controllo delle attività (44%), sulla mancanza di una strumentazione idonea (29%) o sul timore di un calo della produttività (26%). Risposte che mettono in evidenza la poca fiducia nel raggiungimento degli obiettivi. Quando il virus ha reso necessario il distanziamento sociale anche i più scettici, per garantire l’operatività, hanno comunque dovuto ricorrere allo smartworking, e l’attuazione pratica ha smentito diverse delle problematiche ipotizzate. 

I lavoratori hanno riscontrato che oltre il 70% delle proprie attività può essere svolto da remoto, anche se rimane una certa difficoltà nella pianificazione e gestione delle attività (che però scende dell’11% rispetto alla percezione pre-Covid), probabilmente perché la repentinità imposta dall’emergenza non ha consentito una migliore organizzazione in tal senso.

I problemi dello smartworking

Tra i problemi effettivamente riscontrati quelli relativi a cali di produttività scendono al 6° posto con il 12,35% (perdendo oltre la metà). Al secondo posto il 31% segnala il rapporto con clienti e terze parti, probabilmente a causa della scarsa abitudine ai nuovi strumenti di comunicazione, che ha rappresentato un ostacolo al confronto, soprattutto per i professionisti più maturi. In terza posizione sorprendentemente emerge una componente più emotiva, ipotizzata solo al quinto posto: quasi il 30% sottolinea come problematica principale l’impatto sullo stato d’animo e sull’engagement dei lavoratori. L’abitudine al lavoro in presenza da una parte, e la mancanza di una cultura aziendale basata sulla condivisione di valori dall’altra, hanno probabilmente risentito del repentino e forzato isolamento, al quale tuttavia le aziende hanno cercato di fare fronte con una serie di iniziative.

Il 68% delle imprese è riuscito a programmare momenti di confronto periodici con i propri dipendenti, come coffee break digitali, aperitivi virtuali, videocall. Il 45% ha inoltre fornito servizi aggiuntivi come corsi di formazione, supporto psicologico o alla genitorialità e corsi sportivi.

La ricerca ha poi indagato vantaggi e svantaggi dello Smartworking. Ai primi posti, in entrambi i casi, si ritrovano elementi correlabili al fattore tempo e al bilanciamento tra vita lavorativa e non. Tra i pro, il 47% evidenzia infatti la possibilità di gestire con più autonomia i propri orari di lavoro e il 43% un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Tra i contro, pesano invece la mancanza di separazione tra ambiente lavorativo e domestico (48%) e soprattutto la grande difficoltà nel limitare le ore dedicate al lavoro (58%). Polarizzazioni che sembrerebbero contraddirsi ma sono in realtà dovute al fatto che i lavoratori si sono trovati a passare da un estremo all’altro, e dunque le loro percezioni sono risultate estremizzate. 

Un’ipotesi per il futuro

In molte aziende e lavoratori esiste la convinzione che lo smartworking rimarrà come modalità di lavoro principale anche nel “New Normal”: lo sostiene il 48% di chi ne ha effettivamente usufruito, ma addirittura il 64% di chi non ne ha avuto la possibilità. Una differenza che si spiega considerando che chi ha effettivamente sperimentato il lavoro agile ne ha una visione più lucida, disincantata, avendone sperimentati effettivi vantaggi e svantaggi.

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Recruitment: si fa strada il concetto di candidato telematico

Quasi tre mesi di lockdown e tante incertezze sul futuro. Il settore del recruitment ha riflettuto molto sul nuovo ruolo ed escono ora allo scoperto molte novità interessanti per il futuro. Quale sarà il modello di assunzione per le aziende? Ci si affiderà sempre più al mondo del web e al digitale? Il candidato telematico è sempre più presente nei processi di selezione.

“Il nostro osservatorio privilegiato – ci racconta Joelle Gallesi, General Manager di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale altamente qualificato – ci ha permesso di esaminare dinamiche innovative che pervadono l’intera filiera del settore Recruitment. Se per il settore dell’Head Hunting risulta molto semplice virtualizzare il percorso che porta dal primo contatto telefonico con il candidato, alla presentazione alla società cliente, non è stato lo stesso per le società che avrebbero dovuto inserire una figura nell’organigramma aziendale senza averla potuta neppure incontrare di persona una volta”.

Il recruitment in Italia

A quanto sembra, l’Italia è un Paese ancora molto legato alle dinamiche tipiche dell’ufficio: pensiamo che a fine 2019 oltre il 45% delle società dichiarava di essere contraria a politiche di flessibilità di ambiente lavorativo. Possiamo immaginare, quindi, quante di queste potessero essere pronte, a marzo 2020, per assumere una persona mai incontrata di persona.

Eppure, ora, qualcosa sembra essere cambiato. “Nella nostra esperienza – aggiunge Joelle Gallesi – sono stati assunti ben il 22% dei candidati senza alcun alcun incontro fisico in azienda né con HR, né con le linee gerarchiche funzionali. Un vero cambio di paradigma da parte delle società italiane. Ci hanno stupito non solo le numeriche, ma anche la tipologia: il 70% delle aziende che ha gestito assunzioni telematiche è una PMI. I settori, oltre ovviamente all’ICT già abituato a questa modalità di selezione, sono i più svariati: i macchinari industriali, l’ingegneria, il petrolchimico o la finanza. I più reticenti, invece, sono i settori dei servizi commerciali, il settore bancario o quello assicurativo”. 

Come si selezione un candidato telematico?

Secondo gli esperti di Hunters Group, il primo passo, in caso di selezione senza incontro di persona, è necessario analizzare, in maniera ancora più approfondita, le referenze sui singoli candidati. Permettere infatti ad un HR o ad un futuro responsabile di condividere – ovviamente in accordo con il candidato – la propria storia professionale con un passato datore di lavoro permette di dare ancora maggiore sicurezza nell’avanzamento dei processi di selezione.

Un altro elemento molto utile, in particolare alle figure di Direzione del personale, è la somministrazione di Assessment (test di tipo comportamentale) che possano facilitare una visione più completa della persona da inserire, eventualmente, in azienda. 

“Questa modalità di selezione – aggiunge Joelle Gallesi – è profondamente diversa da quella tradizionale, ma non è detto che sia meno efficace. Certo, al candidato potrebbero mancare alcuni elementi utili per fare una scelta (ad esempio, la possibilità di vedere di persona l’ambiente lavorativo dove sarà inserito o la possibilità di conoscere futuri colleghi già in fase di selezione), ma sono convinta che nei prossimi mesi i percorsi di ricerca e selezione saranno sempre più fortemente orientati alla digitalizzazione”. 

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Luci e ombre dell’orizzonte post pandemico: clima, energia e ambiente

Gli impatti della pandemia, per devastanti a livello sanitario ed economico, non ci devono fare dimenticare l’altro grande problema strategico che abbiamo di fronte: quello formato dal trittico clima, energia, ambiente.

Cosa potrà cambiare

Partiamo dal clima e diciamo con chiarezza una prima verità: la realtà che abbiamo di fronte non è tale da generare ottimismo. Paradossalmente, se volessimo vedere solo i lati positivi, le uniche note rosee dei processi di riscaldamento ipotizzabili in questo momento per i prossimi anni, sono la maggiore produttività agricola nelle aree più a nord del mondo, l’accesso più facile ai giacimenti sui fondali dell’Artico e l’aumentata convenienza degli spostamenti dall’Europa all’Asia Orientale, quando saranno percorribili le rotte settentrionali finora bloccate dai ghiacci. Andando al di là delle generalizzazioni, tutto questo vuol dire che ci saranno quindi enormi differenze regionali negli effetti del cambiamento climatico. 

In questo contesto evolutivo, molti affermano che è praticamente impossibile invertire gli effetti dei cambiamenti climatici in corso senza incrementare il ricorso all’energia nucleare. Non solo è una fonte energetica praticamente a emissioni zero ma, con appena una tonnellata di uranio, in questo momento si produce la stessa quantità di energia che si ottiene con circa 3.600 tonnellate di petrolio (più o meno 80mila barili). 

Il problema è che l’energia nucleare si porta dietro anche tanti rischi reali, così come molti percepiti. Se si guarda alla storia, i rischi di incidenti nelle centrali sono veramente minimi, ma incombono due problemi molto concreti: uno è come smaltire le scorie e l’altro è come garantire la sicurezza specialmente nei Paesi dove potrebbero essere operative organizzazioni terroristiche con ambizioni nucleari. A ogni nuovo stabilimento, le possibilità di una falla nella sicurezza aumentano. 

Puntare sulla green economy

A parte qualche timido risultato della scienza sulla fusione fredda, allo stato attuale delle conoscenze, il futuro non può che puntare sulla green economy, ma senza dimenticare che rendere più verde il pianeta sicuramente eliminerà alcuni dei rischi più gravi come quelli del nucleare, ma ne creerà anche di nuovi. Ad esempio, in Europa, in America, in Asia, tutti si entusiasmano giustamente per l’auto elettrica: le macchine elettriche consentiranno una maggiore indipendenza dal petrolio, e potrebbero contribuire enormemente a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Ma l’inconveniente più serio dell’auto elettrica è lo smaltimento delle batterie e il fatto che, se continuiamo a produrre energie con i combustibili fossili, il saldo finale di emissioni non cambierà comunque. 

Allo stesso tempo, le guerre (economiche e non) per il petrolio potrebbero giungere a termine quando l’era dei combustibili fossili pronuncerà il suo lungo addio, ma ci aspettano conflitti e controversie nuove anche se (speriamo) in misura minore. In sintesi, abbandonare i vecchi e inquinanti combustibili fossili è la sola strada per contenere alcune delle minacce più importanti per la sicurezza a livello planetario, ma dobbiamo muoverci con cautela e non lasciarci trascinare dall’ottimismo. 

L’energia diffusa

Ma c’è un altro scenario evolutivo che dobbiamo analizzare perché è quello che caratterizzerà il futuro. La creazione di una Rete elettrica intelligente, una Rete su cui far scorrere energia ed informazioni che permetterebbe a milioni di individui che producono l’energia da loro consumata di condividere, da pari a pari, l’eventuale surplus. Dopo il capitalismo diffuso, la Rete diffusa, ecco l’era dell’energia diffusa.

La Rete energetica intelligente dovrebbe essere la spina dorsale delle reti del futuro. Come ha dimostrato la pandemia, oggi disponiamo di reti che permettono alle imprese e a interi settori di connettere fra loro miliardi “device” in Rete. La nuova Rete energetica diffusa sarà basata sugli stessi meccanismi.

Ecco perché la creazione di una Rete energetica da fonti rinnovabili, alimentata da edifici e distribuita attraverso inter-reti intelligenti, apre la strada al futuro. Se attraverso il Web, la democratizzazione dell’informazione e della comunicazione ha modificato la natura degli scambi economici globali e delle relazioni, proviamo ad immaginare cosa potrebbe generare la democratizzazione dell’energia, gestita da tecnologie Internet. 

Senza poi dimenticare che le problematiche energetiche sono particolarmente importante per i Paesi in via di sviluppo più poveri. Una importante fetta dell’umanità non ha ancora accesso all’elettricità e, senza tale risorsa, le persone rimangono prive di energia, di conoscenza e di potere. Per sottrarre centinaia di milioni di individui alla povertà, la prima via è garantire loro un accesso affidabile e conveniente all’energia, possibilmente verde. 

Le energie rinnovabili distribuite si trovano ovunque e sono, per la maggior parte, gratuite: il sole, l’acqua, il vento, il calore geotermico, le biomasse, le onde e le maree oceaniche. Per il momento le tecnologie sono ancora costose ma, non appena i prezzi caleranno, come conseguenza della diffusione nei Paesi più industrializzati, anche i Paesi meno avanzati potranno usufruirne.

Queste energie disperse saranno sfruttate in milioni di siti locali, per essere poi accorpate e condivise con gli altri attraverso una Rete intelligente, con l’obiettivo di ottenere livelli ottimali di energia e mantenere un’economia sostenibile ma ad alte prestazioni. L’energia diffusa ovunque sarà la base per una distribuzione totale della conoscenza. 

Ma un’ulteriore rivoluzione potrebbe venire dal settore dei Portable Energy Harvesters.  Ognuno di noi produce e disperde, infatti, una energia di diversi watt/ora, mentre camminiamo, facciamo ginnastica o andiamo in bicicletta. Il metabolismo degli zuccheri produce continuamente energia, in un modo che dovremmo imparare ad imitare. Se tutta l’energia prodotta individualmente venisse moltiplicata per centinaia di milioni, se non per miliardi di individui, si potrebbe raccogliere abbastanza energia da fare a meno di parecchi megawatt installati. Un ulteriore salto evolutivo che aprirà la strada al futuro dell’ibridazione.

Con una serie di domande ancora aperte: come e dove scaricheremo (condivideremo) l’energia accumulata? Chi vincerà la sfida per lo sviluppo della nuova Rete? Quali poteri vorranno controllarla?

Domande facili, risposte difficili. Come sempre, dobbiamo farcene una ragione: ai bivi più importanti della vita non c’è mai segnaletica. 

“Ci libereremo dalla schiavitù dell’energia quando capiremo che la pila siamo noi…!

Anonimo Dottore

A cura di Angelo Deiana