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LinkedIn, ecco le migliori 10 startup italiane

Per il secondo anno consecutivo, LinkedIn ha pubblicato l’elenco delle migliori 10 startup italiane nella sua  Top Startups Italia 2022, realizzata tendendo conto caratteristiche ben precise.

I fattori principali presi in considerazione sono la crescita della forza lavoro di queste aziende, le interazioni degli utenti con le aziende e i loro dipendenti, l’interesse delle persone in cerca di impiego in queste startup e la loro capacità di attrarre talenti. Aspetti questi che dovrebbero essere caratterizzanti di ogni azienda, ma che per una startup assumono un valore nettamente più elevato, proprio in virtù dello status della stessa.

Adattamento alle nuove necessità e tendenze del mondo del lavoro, capacità di crescita, innovazione e potenza degli investimenti sono valori che al giorno d’oggi, se presenti, determinano spesso l’evoluzione e la crescita di una startup.

La classifica delle migliori 10 startup italiane

Al primo posto si posiziona Unobravo, il servizio di psicologia online fondato da Danila De Stefano nel 2019, nato per supportare le persone nel processo di raggiungimento del benessere psicologico e crescita personale.

Alle spalle di Unobravo, si piazzano tre startup del settore finanziario e fintech che hanno saputo proporre servizi e soluzioni innovative che babbo in qualche modo facilitato la vita di chi vi si è rivolto.

  • Banca AideXa la prima fintech in Europa dedicata a PMI e partite IVA con licenza bancaria, si avvale delle nuove tecnologie e opportunità offerte dal digitale per semplificare il lavoro degli imprenditori. 
  • Starting-Finance fondata nel 2018 oggi è la più grande community finanziaria dedicata ai Millennial in Italia.
  • Scalapay ha sviluppato una soluzione di pagamento per terze parti che consente ai clienti, online e offline, di acquistare subito e pagare successivamente attraverso il sistema BNPL (Buy Now Pay Later).

In quinta posizione troviamo Vedrai, azienda creata nel 2020, che con la creazione di agenti virtuali dotati di intelligenza artificiale, simulano l’impatto delle decisioni sui risultati aziendali, prima che esse vengano prese. 

Al sesto posto c’è Macai, startup di quick-commerce che permette attraverso la propria app di ordinare una vasta gamma di prodotti food/non-food e riceverli in pochi minuti. 

Tra i brand leader nel mondo del poke quest’anno al settimo posto della classifica c’è Poke House. Con un modello di business dalla forte componente digitale

Casavo, instant buyer immobiliare nata a Milano nel 2017, è in ottava posizione seguito, al nono posto da Mirta showroom digitale che propone brand contemporanei.

A chiudere la speciale classifica di LinkedIn c’è l’azienda EdTech WeSchool

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Best Workplaces in Europe 2022, l’Italia è al secondo posto dietro il Regno Unito

Lavorare in Italia? Non è poi tanto male! Almeno questo ci dice Great Place to Work, azienda leader nello studio e nell’analisi del clima aziendale, della trasformazione organizzativa e dell’employer branding, la quale ha stilato la classifica “Best Workplaces in Europe 2022”, elencando le 150 migliori aziende europee per cui i dipendenti sono più felici di lavorare, scelte da 800mila collaboratori in rappresentanza di 1,4 milioni di persone impiegate in oltre 3.000 imprese attive in 21 paesi in Europa.

Un motivo di orgoglio per l’Italia

Il Belpaese, secondo lo studio i cui valori essenziali erano credibilità, rispetto, equità, coesione e orgoglio, è al secondo posto in Europa, insieme alla Francia, per numero di aziende premiate (7%), dietro solo al Regno Unito (9%) e davanti a Germania e Spagna (5%) e ha un’impresa, Illimity, gruppo bancario ad alto tasso tecnologico, che figura al 13° posto tra le 50 Best Large Companies europee.

Importante è la presenza italiana anche nella categoria 50 Best Medium Companies grazie a Bending Spoons (Information Technology, Software, 6°posto), Sidea Group Srl (Information Technology, ConsulenzaIT, 15°) e Webranking (Media, Servizi Internet Online, 42°), mentre sono due le aziende tricolori (Fluentify e Nebulab Srl) premiate nella categoria delle 25 Best Small Companies. Menzione speciale per Chiesi Group, impresa attiva nel settore biotecnologie e prodotti farmaceutici, che è l’unica azienda italiana presente nella classifica delle multinazionali (12° posto), un ranking solitamente avaro di soddisfazioni per il Bel Paese, spesso appannaggio dei grandi gruppi statunitensi.   

Best Workplaces in Europe 2022

Benefit dei collaboratori

Altri aspetti importanti che sono emersi nella ricerca riguardano i benefit, speciali e unici, ottenuti dai collaboratori rispetto ai quali c’è una differenza di 19 punti percentuali (82% vs 63%) tra i Best Workplaces in Europe 2022 e le imprese premiate nei ranking nazionali, il benessere dei dipendenti (59% vs 42%, +17%), la sensazione di ricevere una parte equa dei profitti realizzati dall’organizzazione (74% vs 57%, +16%), il coinvolgimento dei collaboratori, da parte della direzione aziendale, nelle decisioni che riguardano le loro mansioni o il loro lavoro (83% vs 69%, +14%), la celebrazione delle persone che sperimentano modi nuovi e migliori di fare le cose (87%vs 73%)e l’offerta di avere opportunità di formazione professionale (85%nei Best Workplaces in Europe controil 71% delle aziende premiate nelle classifiche nazionali dei Best Workplaces).

“La classifica dei migliori ambienti di lavoro in Europa conferma quanto sia fondamentale, in questo momento storico, l’ascolto delle persone: meritocrazia, imparzialità, ma anche una paga equa e la possibilità di una partecipazione ai profitti delle organizzazioni sono oggi gli elementi che differenziano queste imprese rispetto a tutte le altre – afferma Alessandro Zollo, Amministratore Delegato di Great Place to Work Italia – Un collaboratore che vive un’esperienza positiva sul luogo di lavoro contribuisce direttamente al successo aziendale, permettendo all’impresa di sfidare e battere la concorrenza presente sul mercato. Livelli elevati di rispetto, equità e benessere contribuiscono a creare una cultura di lavoro ad elevata fiducia nella quale il 90% dei dipendenti dei Best Workplaces in Europe 2022 raccomanderebbe vivamente il proprio datore di lavoro ad amici e parenti e, nella stessa percentuale, ritengono che i colleghi con cui lavorano siano disposti a dare di più per portare a termine il proprio lavoro. Ecco, dunque, come dare priorità alle proprie persone in azienda, aiuta i Best Workplaces europei ad affrontare nuove sfide lungo il percorso di crescita aziendale in un momento nel quale il futuro del lavoro è in continua ridefinizione”, conclude Zollo.  

Le migliori aziende in Europa

Per quanto riguarda la classifica legata alla categoria Multinational Companies, che comprende le migliori 25 aziende europee operanti in tre o più paesi del mondo e con più di 1.000 dipendenti, vede al primo posto DHL Express, multinazionale attiva nel settore logistica e trasporti. Seguono AbbVie (2°), realtà attiva nel settore biotecnologie e prodotti farmaceutici e, in terza posizione, Hilton, catena globale attiva nell’ambito dell’ospitalità, hotel e resort. Il podio della categoria 50 Large Companies, imprese europee con un numero di collaboratori superiore a 500, è composto da Turkcell Global Bilgi, azienda turca operante nel settore delle telecomunicazioni, seguita dalla polacca Sii Polska (Information Technology) e dalla svizzera Vebego AG (servizi professionali). Tra le imprese europee costituite da un numero di persone compreso tra 50 e 499 e appartenenti alla categoria 50 Best Medium troviamo al primo posto la svizzera UMB AG (Information Technology) davanti all’azienda cipriota XM (servizi finanziari e assicurazioni) e alla belga Easi (Information Technology). Infine, tra le 25 migliori aziende europee della categoria Best Small, con un numero di collaboratori compreso tra 10 e 49, trionfa l’irlandese Global (media) davanti all’impresa turca Latro Kimya (manifatturiero e produzione) e alla greca NetSteps (servizi professionali). 

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Crisi energetica: 7 aziende su 10 non hanno contratti ottimizzati con i fornitori

La crisi energetica ed il conseguente aumento delle spese per le utenze di luce e gas è ormai un tema di grande attualità. Forti gridi d’allarme da più parti giungono alle Istituzioni, chiamate all’intervento per evitare che, soprattutto con l’arrivo dell’inverno, famiglie e aziende possano trovarsi ancor più in difficoltà. Ma in attesa che entrino in vigore gli interventi paventati, imprese e famiglie devono avere ben chiara la situazione.

In particolare per le aziende, si parla di 40 miliardi di extra-costi, per le spese dovute al caro energia di questi ultimi mesi: il caro bollette sta letteralmente mettendo in ginocchio soprattutto le piccole, ma anche le grandi imprese.

Ma per difendersi dall’aumento dei costi dovuti alla crisi energetica le aziende stanno facendo davvero di tutto? Ebbene, da uno studio di Switcho, app del risparmio personalizzato che aiuta i suoi utenti (pmi e professionisti compresi) a gestire le proprie spese e ottimizzare quelle ricorrenti come luce, gas, internet, telefonia e assicurazione – emerge che da una analisi di oltre 6.500 bollette di luce e gas provenienti da attività commerciali in ben 7 casi su 10 le condizioni dei contratti dell’energia non erano ottimizzate al prezzo migliore sul mercato. 

Diffidenza o distrazione?

Alle volte basta informarsi, ma non tutti riescono a farlo nel modo corretto. In molti casi ad influire su questo tema è la poca consapevolezza e la diffidenza, unita ai recenti cambi unilaterali che gli operatori hanno a loro volta dovuto applicare per affrontare i rincari sulla materia prima, nonché in alcuni casi la poca conoscenza di come leggere una bolletta correttamente.

“Sul mercato business abbiamo visto che ci sono due tipologie di approccio a livello di forniture energetiche – spiega Redi Vyshka, co-founder e COO di Switcho– Da una parte, nelle realtà più strutturate, viene data molta importanza al tema dell’ottimizzazione dei contratti con i fornitori, tanto che spesso c’è una persona interna o un consulente esterno dedicato solo a questo. Dall’altra parte ci sono invece le attività più piccole, parliamo di migliaia di PMI, in cui l’atteggiamento è simile a quello dei clienti privati, dove avviene una sottovalutazione delle reali opportunità di ottimizzazione, anche perché i consumi medi possono essere spesso più alti. La possibilità del cambio di fornitore online può risultare più complessa per i clienti business a causa della burocrazia, e per questo viene sempre trascurato a favore di altre attività considerate più urgenti. Ma con l’online, senza attese telefoniche e con pochi click, le opportunità di risparmio possono arrivare anche a superare i 7.500 euro annui, con una media di 3.000 e picchi che arrivano anche a 30/40.000 euro”.

Dati che devono far riflettere in un momento come questo. Alle volte, una telefonata o un giro sui siti web dei vari operatori del mondo dell’energia può davvero risultare utile.

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Davide Caiazzo: “Il personal branding è fondamentale in ogni step della carriera”

Imprenditore nel mondo digitale, ha alle spalle 7 Start-Up (e 3 exit). Tra le sue passioni c’è sempre stata la formazione: Davide Caiazzo è un professionista nel mondo del personal branding e recentemente ha pubblicato un libro dal titolo “I segreti del Personal Brand”. Nel mondo del lavoro, presentarsi nel modo più corretto e crearsi una buona reputazione online è diventato fondamentale. Ma qual è il modo migliore per farlo? Davide Caiazzo è seguitissimo sui social, in particolare su LinkedIn, proprio perché offre consigli utilissimi in tal senso. Inoltre è amministratore delegato di My Governance, una società che ha lo scopo di digitalizzare i processi dei dipartimenti HR, Legal e Compliance di diverse multinazionali, oltre ad essere presidente della DC Academy. Noi lo abbiamo raggiunto e lo abbiamo intervistato.

Intervista a Davide Caiazzo

Cosa è per lei il personal branding?

Il personal branding sono le attività (dall’inglese, fare Personal Brand) che mettiamo in campo per costruire e comunicare la nostra reputazione. In altre parole, cosa verrà in mente alle persone, partner, clienti, attivi e potenziali, quando penseranno a noi o ci consiglieranno per una posizione lavorativa o un progetto. Il personal branding include tutte le attività che permettono ad un professionista di comunicare le sue caratteristiche specifiche che lo rendono unico e come crea valore per l’azienda o altri professionisti. È proprio grazie ad un’attenta analisi e una scelta consapevole degli strumenti di comunicazione che è possibile raccontare la nostra specificità e fornire gli elementi per cui vogliamo essere scelti. Il personal brand – e le attività di personal branding – è un elemento fondamentale per qualsiasi step della carriera di un professionista o di un imprenditore. Esattamente come le aziende puntano alla creazione di un Brand riconoscibile e forte.

Perché un’azienda o un professionista dovrebbero puntare sul personal branding per il proprio business?

Cercare lavoro oggi, dare una svolta alla propria carriera o comunicare il proprio ruolo è un processo che ha risentito molto dei cambiamenti dirompenti a cui assistiamo ormai da qualche anno. Basti notare l’esposizione mediatica online pazzesca a cui siamo sottoposti. Mi piace vedere questo cambiamento in positivo: finalmente, chiunque può, anche grazie ad internet, far vedere la propria unicità, far emergere le sue passioni, comunicare la sua idea e fare networking con persone affini o potenziali clienti. Il mercato oggi dà a molte più persone e aziende, l’opportunità di farsi vedere e sentire. Ma come distinguersi e farsi scegliere in un mercato così vasto, dove ormai la concorrenza è globale? La soluzione è investire sul Personal Brand e sulle attività di personal branding: per creare, rafforzare e migliorare la propria reputazione e creare valore reale per il mercato di riferimento. In altre parole: differenziarsi per attirare il lavoro, il business, i partner in linea con i nostri interessi, le nostre competenze, i nostri valori. 

Da quando è stato messo a fuoco il concetto di personal branding è diventato chiaro come sia fondamentale raccontarsi nel modo giusto a tutti gli interlocutori di riferimento per attirare business e lavoro. Come si diventa esperti in questo settore? È necessaria una formazione specifica?

Lavorare sul personal brand implica avere competenze trasversali: faccio riferimento a competenze nell’ambito del marketing, della comunicazione, del design e dello stile. Personalmente, parto come avvocato, divento imprenditore e quindi docente e formatore avendo acquisito negli anni con l’esperienza una competenza specifica sul personal brand e la comunicazione su LinkedIn. Quest’ultima è la piattaforma principale dove comunicare il proprio personal brand proprio per la sua specifica vocazione: è un social nato per i professionisti, che possono entrare in contatto con altri professionisti e business in linea con i propri interessi, settore, ruolo. Lavorare sul personal brand richiede attitudine, metodo e costanza ed un aggiornamento costante sia per la parte strategica che per gli aspetti tecnici degli strumenti di cui ci possiamo avvalere per raccontare il nostro personal brand. Per questo ho deciso di fondare la DC Academy, per offrire formazione e aggiornamento costante ai professionisti che vogliono ottenere la visibilità che meritano per emergere sul mercato di riferimento e cominciare a fare la differenza, a qualsiasi step siano della loro vita professionale. 

In che modo i social possono aiutare?

I social network sono una grande opportunità di visibilità per il nostro personal brand perché ci permettono di far vedere come lavoriamo, dare concretezza ai nostri valori, argomentare prodotti e servizi, offrendo milioni di opportunità per creare Brand awareness nel nostro mercato di riferimento. È importante scegliere il social più adatto al tipo di messaggio che vogliamo comunicare. Ed è necessario imparare come organizzare i contenuti a seconda del social utilizzato, per adeguarsi alla specificità che presenta ogni piattaforma. Per quanto mi riguarda, se parliamo di acquisire clienti B2B e incrementare il business, LinkedIn è lo spazio ideale. Soprattutto in Italia dove una percentuale ancora relativamente bassa di utenti è effettivamente attiva. Per utenza attiva intendo persone, o meglio user, che postano contenuti, fanno commenti, distribuiscono valore con continuità. L’algoritmo di LinkedIn premia chi è attivo, proponendo i loro contenuti ad altri utenti; così facendo, questo social offre gratuitamente un boost spontaneo su un pubblico qualificato: è decisamente il momento giusto per investire su questa piattaforma, sia in termini di formazione che di investimento di tempo.

Ci sono dei settori specifici in cui è maggiormente efficace?

Esistono ambiti professionali in cui non sia importante che clienti e partner abbiano una buona opinione di noi? In un mercato dove la concorrenza è esasperata, avere un Personal Brand efficace e ben definito significa distinguersi dalla massa, attirando ed entrando in contatto, per poi collaborare, con soggetti in linea con quelli che sono i nostri interessi, i nostri obiettivi. Grazie ad una scelta consapevole della comunicazione per la nostra professione potremo creare così un network che ci permetterà di raggiungere i nostri obiettivi di business. 

Lei su LinkedIn ha moltissimi followers, quali sono i consigli che le chiedono maggiormente?

La richiesta più frequente riguarda l’utilizzo di LinkedIn per raggiungere nuovi clienti, che è uno degli obiettivi delle sessioni di coaching che fornisco con il mio team alla DC Academy. È stata la mia risposta per rispondere a questa esigenza emersa spontaneamente fra i tanti professionisti e imprenditori che mi seguono su LinkedIn. Parlando di richieste più pratiche, per molti è difficile superare lo scoglio della ‘pagina bianca’, iniziare, darsi un metodo. C’è una forma di pudore, il timore di non essere presi sul serio. Ecco, io ci tengo a eliminare ogni dubbio su questo: fare comunicazione bene, definire in modo professionale e preciso il proprio personal brand è un’azione utile e fondamentale. Certi pregiudizi rispetto alla piattaforma (e in generale verso i social) sono un retaggio del passato e sono ormai inutili. Come sempre il come è decisivo: il mio consiglio è dare contenuti di valore, non aver paura di condividere, non temere il giudizio. Con sincerità e dimostrandosi competenti rispetto agli argomenti trattati, si possono ottenere feedback utili e ottimi risultati.

Recentemente ha pubblicato il libro ‘I Segreti del Personal Brand’, cosa l’ha spinta e cosa ha voluto comunicare?

Pubblicare il mio primo libro è stata una grande opportunità per la quale ringrazio Gribaudo (Gruppo Feltrinelli) il mio editore. Quello che volevo era condividere anche off line tutto quello che ho imparato sia sulle dinamiche legate al personal branding sia al legame tra quest’ultimo e LinkedIn. Il libro è un vero e proprio manuale, pratico e chiaro, pensato per professionisti, imprenditori ma anche dipendenti che vogliano investire su sé stessi e cerchino indicazioni chiare. Ogni argomento è esplorato in modo chiaro, diretto e pratico. Penso che sia molto importante l’ampia appendice su come comunicare il personal brand su LinkedIn, dove ho condensato le strategie che mi hanno portato ad essere il più letto in Italia, strategie che, grazie al libro, sono alla portata di tutti. So per esperienza quanto sia importante dare contenuti di valore e credo che il libro ne contenga molti per destreggiarsi nella costruzione e nella comunicazione del proprio personal brand.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Voglio dedicarmi sempre più all’attività di docenza e coaching con il mio team alla DC Academy, dove abbiamo creato – ed implementiamo costantemente, percorsi professionali per imparare a comunicare il Personal Brand su LinkedIn. Abbiamo creato un evento gratuito on line lo scorso 20 giugno che ha visto la partecipazione di più di 6.000 persone alle quali ho raccontato, per oltre un’ora, quella che io chiamo la ‘Rivoluzione Linkediana’: come LinkedIn può cambiare la vita professionale di ciascuno e quanto sia importante approfittarne ora per i motivi che ho spiegato sopra. Il mio obiettivo è aiutare più persone possibile nel comunicare il proprio Personal Brand, anche e soprattutto attraverso LinkedIn, per collaborare alla creazione di un mercato del lavoro migliore. Il consiglio che posso dare è seguirmi e restare in contatto proprio su LinkedIn, dove aggiorno puntualmente sulle novità che mi vedono protagonista. Aggiungo solo che l’autunno porterà novità da non perdere!

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Crescita professionale dei manager: 5 consigli per dare un nuovo impulso alla carriera

Ce l’avete fatta, siete dei manager. Gestite un’azienda vostra, quella di qualcun altro, o magari siete responsabili di un reparto o un gruppo di collaboratori. Comunque, il vostro sogno lo avete realizzato. Ma ora? L’appetito vien mangiando, dice un famoso proverbio, ed ecco che la voglia di non interrompere il vostro processo di crescita professionale è grande.

E per fare questo la pianificazione dell’evoluzione deve includere aspetti da sviluppare nel tempo per arricchire il bagaglio professionale, esperienziale e di conoscenze. Ecco perché Wyser, brand globale di Gi Group Holding che si occupa di ricerca e selezione di profili di middle e senior management, ha stilato un vademecum di 5 consigli per dare un “boost” alla carriera.

“La costruzione di un futuro di successo richiede il giusto mix tra pianificazione razionale dei vari step e gestione dei propri desideri e ambizioni – commenta Carlo Caporale, AD di Wyser – La possibilità, per i manager di contare su una figura esperta che li guidi attraverso opportunità e cambiamenti che possono anche spaventare, può fare la differenza. Per questo in Wyser, consapevoli dell’impatto che il nostro lavoro ha sulla vita delle persone e delle organizzazioni, adottiamo una strategia di collaborazione orientata a relazioni di lunga durata, sia con i candidati, sia con le aziende. L’obiettivo finale è quello della creazione di valore per entrambi, oltre che per il mercato del lavoro.”

Come dare un nuovo impulso alla carriera manageriale

  1. Crescere senza invecchiare: la formazione continua è determinante

Nella vita non si smette mai di imparare e quanto è vero. Soprattutto in un’epoca di cambiamenti velocissimi come quelli che stiamo vivendo, senza un’opportuno aggiornamento professionale si rischia di restare fermi al palo. Transizione al digitale, l’applicazione in generale di nuove tecnologie trasversalmente a tutti i settori, modificano il modo di lavorare e le competenze richieste per moltissime figure o addirittura fanno emergere lavori e ruoli nuovi. Senza formazione come fareste a stare dietro a tutto?

  1. Competenze “soft” e trasferibili: un passepartout per opportunità in tutti i settori

In un mercato del lavoro caratterizzato da un forte skill-shortage, le aziende tendono ad attingere anche a settori differenti da quello del proprio business per trovare risorse. Sono considerate trasferibili e quindi sfruttabili in diversi ambiti, tutte quelle le competenze meno “hard” e più marcatamente manageriali, come il time management, la comunicazione efficace, la qualità di leadership e la gestione del team, saper lavorare per obiettivi, capacità di “far accadere le cose”.

  1. Fare un’esperienza in un contesto internazionale

L’importanza delle lingue oggi è ancor più determinante rispetto al passato e rende certamente più competitivi sul mercato del lavoro. Ma fare un’esperienza professionale all’estero offre soprattutto la possibilità di allargare i propri orizzonti entrando in contatto con culture del lavoro diverse dalla nostra e di ci mette alla prova per capacità di adattamento.

  1. Curare il network e farsi notare da HR e head hunter

Costruire una rete di relazioni professionali solide, basate sulla stima e il rispetto reciproco, permette di avere un grande vantaggio, ma questo non basta. Il networking non deve però limitarsi a colleghi e clienti, ma includere anche i professionisti che si occupano della ricerca e selezione. Essere nella rete di relazioni professionali di responsabili delle risorse umane e head hunter, aiuta ad essere sempre informati sulle opportunità emergenti e, talvolta, ad essere presi in considerazione per ruoli di responsabilità anche a prescindere da una candidatura specifica.

  1. Gestire la paura del cambiamento

Siete nel vostro ufficio con le vostre mansioni da svolgere. Sapete cosa fare e come farlo. Ma se vi capitasse una nuova opportunità? Una chance di crescita è uno stimolo positivo, l’altra faccia della medaglia è la paura dei cambiamenti che questa comporta: diventa indispensabile a gestire la parte emotiva per evitare che preoccupazioni e paure sovrastino le spinte positive necessarie ad abbracciare il cambiamento, ricordando sempre che questo è parte integrante della nostra vita, sia professionale sia personale.

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Il digital mindset? Ecco come è cambiato e quali sono le nuove tendenze

La pandemia ci ha cambiato moltissimo ed in particolare ha mutato il nostro modo di pensare. Anche nel mondo del lavoro, quello che prima era scontato ora non lo è più e cambiare atteggiamento, oltre che modo di lavorare, è diventato indispensabile.

A rendere ancor più “intrigante” il tutto, non dimentichiamo che ci troviamo nel bel mezzo della digital transformation

Per capire meglio il contesto in cui ci troviamo, Aruba Enterprise, in collaborazione con CIONET Italia ha realizzato una survey che ha coinvolto quasi 250 aziende, con un panel composto per il 96% da Decision Maker dell’area IT (CIO, ICT Manager e CTO) e per il restante 4% da Decision Maker dell’area Innovazione e HR. 

I risultati dello studio

L’indagine ha analizzato soprattutto l’aspetto del “digital mindset”, ovvero la mentalità tesa al cambiamento e all’apprendimento continuo in ambito digitale: il 72% dei manager intervistati ha dichiarato che la propria “mentalità digitale” si è modificata – del tutto o in parte – in seguito alla pandemia. Inoltre, sempre secondo l’analisi, “avere un Digital Mindset” per i CIO italiani significa approcciare il digitale rimanendo aperti alle novità (83%) e sapendo interpretare i cambiamenti (78%). 

In particolare, dallo studio emerge che quasi 9 dirigenti su 10 si ritengano pronti alle prossime sfide digitali; tuttavia, il 60% di loro non pensa lo stesso della propria azienda.

Tra le soft skill che concorrono al Digital Mindset, la più importante è l’approccio collaborativo, ovvero la necessità di stimolare la creatività e la cooperazione del team con diversità di pensieri, approcci e visioni (61%). Seguono la curiosità (56%), il coraggio di osare (50%) e la conoscenza di tecnologie e strumenti da approcciare con senso critico (45%).

Quali sono, quindi, le caratteristiche essenziali dei manager nel contesto di Digital Transformation? Proattività e flessibilità sono le doti principali per il 56% dei rispondenti, seguono ben distanziate le capacità comunicative (42%), l’attitudine ad una prospettiva olistica, dunque a possedere una visione d’insieme (39%) e l’essere visionari (36%). L’empatia si classifica solo quinta (33%). 

“Analizzando quanto emerso dalla survey, si evince come il modello che si sta diffondendo è quello di un settore IT non più percepito come un costo ma piuttosto come un investimento necessario, capace di generare valore. – ha commentato Vincenzo Maletta, Head of Sales di Aruba Enterprise – In questo contesto cambia anche il ruolo del CIO, che non assume più una posizione marginale ma entra progressivamente a far parte del board strategico dell’impresa, dialogando sempre più con stakeholder finanziari e direzionali. Un ruolo centrale, dunque, come il cambiamento che può assicurare”

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L’estate terribile per i manager: consigli pratici per affrontarla

L’estate è una stagione terribile per i manager e i professionisti a mio personalissimo modo di vedere. In particolare questa estate bollente, in cui alle volte si fa fatica davvero a respirare. Ma il lavoro chiama, come in qualsiasi altro periodo dell’anno e, anche se un pensiero alle prossime vacanze è inevitabile da fare, gli impegni non si fermano mai per un professionista.

In ufficio, in riunione, quando si va fuori per rappresentanza, è difficile trovare l’outfit giusto: il rischio di presentarsi sudati agli appuntamenti è alto e, benché ci dovrebbe essere sempre un certo tipo di tolleranza da parte di chi riceve, arrivare con una camicia bagnata e le goccioline di sudore sulla fronte non è bello. Di rimedi ne abbiamo parlato, andando un po’ a vedere cosa non deve mai mancare nel guardaroba di un manager d’estate, le difficoltà non mancano. Come rimediare?

Alternanza di outfit

Fa caldo per tutti, per voi così come per i vostri collaboratori e i clienti: alternare l’outfit durante la settimana, in questo periodo in cui le temperature arrivano a superare anche i 40 gradi, non è poi così sbagliato. E allora, come abbiamo capito che il lavoro ibrido o lo smart working possono aiutare ad essere più produttivi, forse, provare a istituire, per voi e i vostri collaboratori, la scelta di un dress code più casual può aiutare a combattere l’afa che, spesso, nonostante i condizionatori ci distrae e non ci fa concentrare. Per carità, mai bermuda, maglietta e infradito, ma un pantalone di lino e una polo non vi faranno certo apparire meno seri.

Ovviamente il discorso cambia nel caso in cui si ricevano clienti o si sia programmata una riunione: il quel caso, condizionatore al massimo, doppia dose di deodorante, ma giacca e cravatta sono d’obbligo.

Aiutatevi come potete

Se potete, cercate di alleggerire anche il peso della vostra giornata lavorativa: se le condizioni contrattuali e gli accordi ve lo permettono, iniziate a lavorare prima, quando le temperature sono un pochino più basse, in questo modo le ore iniziali della giornata saranno certamente più produttive.

Non dimenticate di bere molta acqua durante il giorno e il caffè, se ne sentite la necessità, provate a berlo freddo, magari con un po’ di ghiaccio dentro: vi costerà qualche centesimo in più, ma pazienza.

Insomma, in questa terribile estate per i manager, le giornate devono necessariamente cambiare un po’ il loro tono e la loro routine. Bisogna darsi una mano per riuscire ad affrontarla nel modo migliore per non compromettere la produttività.

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Il lavoro dei sogni? Ecco quali sono le nuove esigenze

Esiste davvero il lavoro dei sogni? Da bambini un po’ tutti avevamo ambizioni di vario tipo: chi voleva fare il medico, chi il pittore, chi l’architetto e via dicendo. Probabilmente nessuno si sarebbe potuto immaginare di doversi confrontare con un mondo del lavoro tanto complesso. E allora oggi la domanda va girata: qual è il lavoro dei sogni?

PageGroup, società di recruiting che opera in Italia con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel, ha provato a scoprirlo intervistando circa 5.000 persone, sia occupate che in cerca di impiego, in tutta Europa.

La stabilità è importante, ma…

Dopo la pandemia, molti lavoratori sono alla ricerca della stabilità. I lavoratori non hanno dubbi: l’80% degli intervistati sceglierebbe un posto fisso, un terzo (34%) desidera un contratto temporaneo e solo il 15% potrebbe accontentarsi di qualunque tipologia contrattuale. Che caratteristiche deve avere l’azienda per la quale lavorare? Sempre secondo lo studio, le medie imprese sono scelte come dimensione ideale dal 41% dei rispondenti. Seguono le grandi aziende (30%) e le piccole (25%). La motivazione di questa distribuzione di pareri arriva sempre dai dati emersi: infatti, gli intervistati hanno che dichiarato di preferire le aziende di medie dimensioni, più di un terzo (36%) mette in evidenza il rapido processo decisionale, le maggiori opportunità di formazione (30%) e la chiara vision strategica (27%). 

Chi ha scelto le grandi imprese apprezza la possibilità di accelerare il proprio avanzamento professionale e guadagnare uno stipendio più alto: quasi la metà (46%) è attirata dai programmi di formazione e avanzamento di carriera, il 39% dalle opportunità di promozione e il 27% dalla migliore retribuzione. 

E le piccole aziende? Non sono poi tanto bistrattate. Chi le sceglie lo fa per una serie di vantaggi come il processo decisionale accelerato (41%), la cultura organizzativa che solitamente si trova in una azienda a misura d’uomo (40%) e la maggiore autonomia nello svolgimento delle attività (36%). 

“Il mercato del lavoro – precisa Fabrizio Travaglini, Managing Director di PageGroup – è profondamente cambiato negli ultimi due anni. Ci stiamo spostando verso quella che potremmo definire economia della conoscenza, all’interno della quale acquisire competenze per avere successo è fondamentale. Non ci sorprende, dunque, che il 71% di chi ha risposto alla nostra indagine abbia inserito formazione e avanzamento di carriera tra i benefit più desiderabili. C’è, poi, un altro aspetto che le aziende non possono trascurare. Al giorno d’oggi i candidati non cercano soltanto un aumento di stipendio: il 75%, infatti, dichiara di voler lavorare per una realtà impegnata in materia di responsabilità sociale d’impresa o CSR, che si concretizza nel rispetto dei diritti umani (97%), dell’ambiente (96%) e nella responsabilità economica (94%)”. 

I benefit più richiesti

Come detto, le preferenze di lavoro oggi non dipendono solo da un buono stipendio: tra i benefit più richiesti ci sono l’assistenza sanitaria privata per i dipendenti e le rispettive famiglie che è considerata una delle maggiori priorità dal 51% dei rispondenti. Altri benefit importanti sono: vantaggi finanziari (scelti dal 35% dei partecipanti al sondaggio), un’auto (35%) e dispositivi forniti dall’azienda (34%). 

La flessibilità, come più volte ribadito nei nostri articoli, è un aspetto fondamentale secondo i risultati dell’indagine di PageGroup e lavorare da casa almeno in parte è una opportunità moto richiesta: oltre la metà dei rispondenti (59%), infatti, ha affermato di voler lavorare in parte o interamente da remoto. Le donne sembrano apprezzare le modalità di lavoro flessibili più degli uomini (65% contro il 53%). Il 36% sceglierebbe di lavorare per tre giorni in ufficio e due a casa; il 19%, invece, vorrebbe lavorare da remoto quattro giorni alla settimana e, infine, solo al 10% piacerebbe trascorrerne quattro giorni in ufficio. 

Per chi sceglie il lavoro d’ufficio, le motivazioni sono differenti e riguardano soprattutto la possibilità di socializzare: il 60% dei rispondenti sottolinea i vantaggi che derivano dagli incontri informali con colleghi, il 50% apprezza i legami sociali e i momenti di relax che non sono assolutamente possibili quando si lavora a distanza, il 41% la possibilità di fare riunioni in presenza e, infine, il 39% il maggiore livello di coinvolgimento quando si lavora in sede. 

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Lavorare in ufficio full time? Oggi si cerca altro. E lo stipendio…

Come è cambiato il modo di lavorare negli ultimi 2 anni e mezzo. Ma soprattutto è cambiato il modo di concepire il lavoro, soprattutto fra i giovani. L’idea di trascorrere 8 ore seduti ad una scrivania non esalta più nessuno. E nemmeno l’idea di avere la certezza di uno stipendio a fine mese, è un fattore così determinante per la scelta di un lavoro d’ufficio.

La parola chiave oggi è flessibilità. Un’azienda che non offre la possibilità di un lavoro, o meglio, di orari flessibili perde appeal. E a conferma di questa nuova tendenza, arriva lo studio People at Work 2022: A Global Workforce View”,’annuale survey redatta dall’ADP Research Institute. L’indagine si è svolta su circa 33.000 lavoratori in 17 paesi, di cui circa 2000 in Italia.

La retribuzione conta, ma…

Malgrado il fattore economico sia ancora importante per i lavoratori italiani (62%), la ricerca ha anche rilevato come circa un terzo di loro sia disposto ad accettare una riduzione della paga per ottenere maggiore flessibilità o controllo sulla propria vita lavorativa. Un dato non certo trascurabile.

Il 35% accetterebbe infatti una riduzione della retribuzione se ciò significasse migliorare il proprio equilibrio tra lavoro e vita privata, anche senza nessuna modifica delle ore lavorative, ma con la possibilità di decidere come e dove distribuire le ore lavorative durante la giornata.

Ma il dato forse più sorprendente è che alla domanda “Se dovessi dover ritornare in ufficio 5 giorni su 5, cercheresti di cambiare lavoro in favore di uno più flessibile?”, il 45% degli intervistati ha risposto “si”. Da notare che la percentuale sale al 58% tra i 25 e i 34 anni, mentre scende al 26% con gli over 55.

“Per i datori di lavoro che sono ancora alle prese con una decisione in merito al rientro dei dipendenti dopo il periodo di smart semplificato, è fondamentale garantire loro un ambiente di lavoro sereno, alla luce di tutte le pressioni che hanno subito e la dedizione dimostrata durante la pandemia, dando loro maggiore flessibilità e fiducia. Dallo studio emerge come un numero crescente di dipendenti consideri sicuro un lavoro che permetta loro di guadagnarsi da vivere alle proprie condizioni, senza intaccare aspetti essenziali quali la salute, il benessere, il tempo da dedicare alla famiglia o persino i loro valori e le convinzioni personali” ha dichiarato Marisa Campagnoli, HR Director ADP Italia.

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Barometro del primo impiego 2022: ecco cosa dice lo studio di LinkedIn

Il primo impiego è un po’ come il primo amore: è difficile trovarlo, ma poi non si scorda mai. Al giorno d’oggi, tuttavia, le cose sono un po’ complicate, complice anche la crisi economica, pandemica e molto altro. Ecco perché LinkedIn ha pubblicato i risultati del Barometro del primo impiego 2022.

Pubblicato dalla redazione di LinkedIn Notizie e realizzato in collaborazione con il team Economic Graph, lo studio, arrivato alla sua seconda edizione nel nostro Paese, analizza i settori e le aree in cui si è registrato il maggior numero di assunzioni di candidati entry level nel corso del 2021, con l’obiettivo di offrire una panoramica più chiara (e utile) della situazione.

I 10 settori più accessibili

Dallo studio emergono 10 categorie professionali dove per i più giovani è stato più agevole trovare posto. Ecco quali sono state nel 2021:

  1. Tech e Servizi IT: posizione che conferma l’accelerazione digitale in atto nel nostro Paese incrementata con il periodo pandemico 
  2. Produzione di macchinari 
  3. Servizi di consulenza aziendale 
  4. Fabbricazione di mezzi di trasporto
  5. Farmaceutica 
  6. Servizi per la ristorazione 
  7. Servizi pubblicitari 
  8. Media e Telecomunicazioni 
  9. Abbigliamento e moda 
  10. Contabilità 

Se scendiamo nello specifico, si può notare che tra le professioni più richieste c’è la figura dell’Addetto alle vendite, seguita dall’Ingegnere software e dall’Impiegato amministrativo. Si aggiudicano il quarto e quinto posto i ruoli di Designer grafico e Project manager, seguiti da Farmacista e Magazziniere. Chiudono la classifica le figure di Cameriere, Receptionist e Account manager. 

Le città in cui è stato più semplice trovare il primo impiego

Tra le prime tre province più attive come assunzioni di giovani al primo impegno ci sono Milano, Roma e Napoli. A seguire si trovano poi Bologna e Firenze, rispettivamente al quarto e quinto posto, seguite da Bergamo, Torino, Padova e Genova. In ultima posizione Palermo, la seconda delle due province del Sud presenti in classifica. 

Rispetto allo scorso anno, i primi mesi del 2022 mettono in evidenza che vi è un aumento del numero di candidature per posizioni di lavoro da remoto in diverse fasce d’età. Se prima era considerato un’eccezione, il remote working è oggi diventato una consuetudine ed è molto apprezzato dai lavoratori.

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Flessibilità e work-life balance: come sono cambiate le cose?

Come abbiamo detto già diverse volte attraverso queste pagine, quello che viene definito ritorno alla normalità anche nel mondo del lavoro, porta con sé una serie di riflessioni su come siano cambiate le esigenze e il modo stesso di condurre la propria quotidianità. Flessibilità e work-life balance sono le parole chiave del momento e per capire meglio quali sono le implicazioni post Covid-19 nel lavoro, LinkedIn ha condotto una ricerca che permette di riconoscere bisogni e sensibilità condivisi dai lavoratori sui temi della flessibilità.

I dati dello studio

Il primo dato interessante che emerge è che il 64% degli intervistati in Italia è convinto che la pandemia abbia cambiato per sempre il modo in cui lavoriamo: il 55% dice di voler dedicare più tempo ad altri aspetti della propria vita ed il 61% dichiara di aver capito, in questi ultimi due anni, di voler lavorare in modo più flessibile

Nonostante queste certezze, i dubbi non mancano: dallo studio risulta che 1 intervistato su 2 pensa che il lavoro flessibile generi più confusione che mai, per via delle nuove modalità organizzative ed il 48% che lo stigma associato al lavoro flessibile non sia mai stato così forte e sentito tra le donne.

Il 22% delle intervistate ha infatti detto di provare imbarazzo per il fatto di lavorare in modo flessibile, contro il 17% degli uomini. La work-life balance è un’esigenza particolarmente avvertita dalle donne (47%), mentre solo il 34% degli uomini afferma lo stesso. Interessante anche evidenziare il dato anagrafico di chi ha risposto: più di 2 su 5 tra i millennial (età 24-41 anni) sostengono che il work-life balance sia una priorità, i baby -boomers condividono questo punto di vista (39%), mentre la Gen Z si rivela la meno sensibile a questo aspetto (35%). 

Il rapporto con il lavoro

A fronte delle nuove esigenze, il 59% degli intervistati non ha mai lasciato, o considerato di lasciare, il proprio lavoro perché non abbastanza flessibile (dato che sale altissimo, toccando il 79%, tra i baby-boomer), il 15% ha effettivamente cambiato lavoro per questa ragione, a fronte di un dato medio europeo del 21%.

Da evidenziare anche come la percentuale di lavoratori italiani che ha considerato di lasciare il proprio impiego perché troppo poco flessibile coincida perfettamente con quanto rilevato, in media, su scala europea (27%). Una decisione che, in Italia, ha un impatto diverso sulle donne: ad esempio, il 21% degli uomini ha optato per una carriera come freelance, mentre lo stesso è avvenuto solo per il 6% delle donne. 

Cosa pensano le aziende

Come hanno affrontato il cambiamento di cui sopra le aziende? Dallo studio di LinkedIn emerge che oltre 7 hiring manager intervistati su 10 hanno dichiarato che la propria azienda ha aumentato e migliorato la propria offerta in termini di flessibilità negli ultimi due anni.  Tra le priorità che gli Hiring Manager individuano per favorire ulteriormente l’equilibrio tra vita professionale e privata dei dipendenti figurano l’implementazione di servizi di supporto alla salute mentale e l’estensione dei permessi legati alla genitorialità. Dalla ricerca emerge una tendenza generale ad accogliere le richieste dei lavoratori, resta il fatto che il 24% dei rispondenti pensa che i dipendenti della propria azienda siano insoddisfatti delle politiche di flessibilità implementate e più di un quarto di loro ritiene che tali politiche siano insufficienti a garantire un adeguato bilanciamento tra impegni personali e vita lavorativa.

Questo risultato ha un valore ancora maggiore se si pensa che il 27% ha visto una riduzione dello stipendio come conseguenza del lavoro flessibile, per il passaggio a un contratto part-time. Inoltre, 3 persone su 10 hanno affermato di lavorare la stessa quantità di ore, ma per uno stipendio più basso.

Chi ha invece optato per una politica volta a favorire le nuove necessità ha visto lavoratrici e lavoratori che si sentono più supportati (38% dei casi). Inoltre, oltre il 30% pensa che una maggiore flessibilità aiuti a ridurre i livelli di stress e burnout e ad accrescere il senso di motivazione. Al cuore della visione pro-flessibilità c’è l’idea che questa sia necessaria per coltivare i talenti.

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Workmonitor Randstad: c’è tanta voglia di cambiare lavoro. Ecco perché…

C’è tanta voglia di cambiare, di provare nuove esperienze, nella vita quotidiana (dopo tante costrizioni), ma anche nel lavoro. Secondo le rilevazioni del Workmonitor, l’indagine semestrale sul mondo del lavoro, realizzata da Randstad in 34 Paesi, intervistando per ogni nazione un campione di oltre 800 dipendenti fra 18 e 67 anni, emerge che più della metà dei lavoratori italiani sta cercando un nuovo lavoro o inizierà a farlo a breve.

Le motivazioni possono essere molto diverse e quello che è importante capire è che i manager delle aziende non possono perdere i loro talenti e allo stesso tempo devono cercarne altri.

I dati dello studio

È importante da subito mettere l’accento sul fatto che il 29% dei lavoratori italiani oggi sta attivamente cercando un nuovo impiego (l’Italia è al terzo posto al mondo in questa classifica), percentuale che arriva al 38% nella fascia tra i 25-34 anni. E un altro 24% sta pensando di cercarne uno nuovo, con un’incidenza più alta tra le fasce giovanili. D’altronde, gli italiani sono in penultima posizione al mondo fra coloro che nell’ultimo anno hanno ricevuto un aumento di stipendio (il 19%), in ultima per distribuzione dei benefit (53%), tra i meno agevolati dalla flessibilità (il 62% non può scegliere quante ore lavorare, il 60% dove e il 50% quando).

Altri numeri importanti: oggi il 38% lascerebbe il proprio datore di lavoro se non tenesse conto delle sue richieste, percentuale che sale addirittura il 56% tra i giovani di 18-24 anni.

Il ruolo del lavoro nella vita delle persone

Uno dei motivi principali per cui si cambierebbe lavoro è che lo stesso non è più in grado di soddisfare le ambizioni di realizzazione personale, in particolare tra i giovani. Per due terzi degli italiani (77%) “il lavoro è importante nella vita”, ma meno della metà (49%) lo ritiene realmente in grado di offrire uno scopo. E per il 60% la vita personale e più importante di quella lavorativa. Oltre metà (53%) dichiara addirittura che se i soldi non fossero un problema sceglierebbe di non lavorare affatto. 

Questo aspetto riguarda soprattutto la generazione Z. Infatti, oltre un terzo dei dipendenti (ben il 36%) ha già abbandonato un lavoro perché non si adattava alla propria vita privata, la percentuale sale al 51% tra i 18-34 anni. Il 38% degli italiani lascerebbe il lavoro se questo gli impedisse di godersi la vita, ma è pronto a farlo più di metà dei lavoratori dai 18 fino a 25 anni. Addirittura, il 23% dei dipendenti preferirebbe essere disoccupato che infelice sul lavoro, ma nella fascia 25-34 anni l’incidenza sale al 34%.

Nell’era dello smart working, le considerazioni legate alla flessibilità sono aumentate per gli italiani, ma non come dovrebbero. Infatti, il 76% dei lavoratori italiani auspica una flessibilità di orario, il 70% di luogo. Ma le aziende la offrono solo nel 50% dei casi per l’orario e nel 40% per il luogo. Il risultato è che il 27% dei lavoratori ha già lasciato un lavoro che non offriva, secondo il loro giudizio, una sufficiente flessibilità (percentuale che sale al 49% tra i 18-24 anni). 

Il tempo libero è destinato maggiormente alla famiglia (nel 66% dei casi), poi a prendersi cura di sé (49% fisicamente, 19% salute mentale), coltivare passioni (44%), viaggiare (34%), pensare al proprio sviluppo personale (24%), socializzare (12%). Poi vengono le attività di welfare familiare (26%) o comunitario (13%).

Le ambizioni professionali

Le ambizioni professionali risultano spesso poco considerate. Il 70% pensa che la formazione sia rilevante, ma solo per il 65% il lavoro attuale offre le giuste opportunità di formazione. I bisogni formativi più sentiti sono competenze utili a consolidare il ruolo attuale (nel 58% dei casi), sviluppare di competenze tecniche (53%), la formazione digitale (44%), lo sviluppo soft skill (40%). Gli italiani puntano meno alla riqualifica in vista di un nuovo ruolo (39%).

Tra le diverse azioni intraprese dai datori di lavoro per rendere felici i dipendenti negli ultimi 12 mesi, solo il 19% ha ricevuto un aumento di stipendio (contro il 36% nella media globale), il 23% ha ricevuto una nuova opportunità di formazione o sviluppo (25% globale), il 22% ha visto un aumento della flessibilità di orario di lavoro (26% globale) e il 26% di luogo (28% globale). E appena il 15% ha riscontrato maggiori vantaggi (contro il 22% a livello globale).