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Lo smartworking come strategia e nuovi strumenti di lavoro: ecco le nuove tendenze

Digitalizzazione: parola chiave che, se fino ad un po’ di tempo fa veniva intesa come possibilità di migliorare, oggi va utilizzata come fase essenziale nel cammino di adeguamento alle nuove esigenze del mondo del business, soprattutto a seguito di quelle indotte dalla pandemia.

Una recente ricerca commissionata da ASUS all’istituto Eumetra, che ha intervistato un campione di 400 piccole e medie imprese italiane nel periodo di ripresa post Covid, era proprio tesa a conoscere le nuove strategie e i processi di adattamento effettuati.

I risultati della ricerca

Tra i vari dati, lo studio ha messo in evidenza come le nuove esigenze non riguardino unicamente la questione “ufficio o smart working”, ma emerge una forte componente psicologica, che vede l’intero approccio al lavoro e ai team da parte dei dipendenti modificarsi ed evolversi, richiedendo un forte investimento da parte delle aziende sull’elemento del capitale umano.

Molte imprese italiane, PMI incluse, hanno mutato il loro approccio e hanno reinvestito le proprie risorse non solo nell’attrezzatura necessaria ad affrontare i cambiamenti, ma anche e soprattutto nel capitale umano, le sue competenze, il ruolo e il morale di ogni singolo dipendente. Con l’aumento dell’utilizzo dello smart working, l’ufficio ha perso la sua connotazione di “luogo parte della routine quotidiana”, diventando invece un luogo di eccezionalità, quasi desiderabile in quanto si è andato a legare indissolubilmente con la sfera dei rapporti umani fra colleghi (il 33% delle PMI dichiara di vedere l’ufficio come punto di incontro per i colleghi al di fuori della normalità e quotidianità del lavoro da casa, mentre il 18% delle stesse aziende lo definisce un luogo oramai superfluo, utile solo per le occasioni “formali”). 

Analizzando il rovescio della medaglia, molti lavoratori hanno sentito, con l’aumentare dello smart working, un aumento della pressione. Il 37% delle aziende infatti afferma che le persone dipendenti hanno acquisito maggiore flessibilità (il 45% di queste sono aziende del Centro Italia), mentre nel 32% dei casi i colleghi hanno mantenuto un orario fisso, vedendo però aumentare le ore lavorative. La flessibilità totale di orario è invece stata acquisita solo dal 24% delle PMI.

Lo smartworking è una strategia

Sempre secondo la ricerca ASUS, il 41% delle PMI italiane dichiara di aver dovuto affrontare nel 2020 dei grandi cambiamenti a livello operativo e organizzativo, ma ciò che risulta interessante è che una buona parte di queste progetta, o ha già in atto, di mantenere e addirittura implementare tali modifiche, anche da un punto di vista tecnologico e volto alla digitalizzazione aziendale.

A partire dal lancio e/o rinforzamento di nuovi servizi o prodotti, sono molte le aziende che si fanno promessa di rinnovare il proprio apparato tecnologico (29%), mantenere lo smart working (18%) o riorganizzare la struttura interna (26%). In ogni caso, le percentuali di aziende che queste azioni le hanno già messe in campo sono decisamente minori. Rispettivamente, il 14% delle PMI ha infatti rinnovato l’apparato tecnologico, il 10% ha previsto nuovi servizi o prodotti, e il 9% ha avviato una riorganizzazione interna, mentre rimane invariata la percentuale riguardante l’implementazione dell’attività da remoto.

Considerando l’insieme delle aziende italiane studiate, il lavoro da remoto rimarrà nel 67% delle PMI. La maggioranza di queste pensa ad una strategia di impiego più “intensiva” e non limitata a poche persone. Inoltre, le aspettative per il 2022 sono più che ottimistiche per quel che riguarda il 66% del campione intervistato, con un 28% di aziende (molte delle quali situate nel Centro Italia) che invece si aspetta di rimanere stabile nei profitti.

I nuovi strumenti di lavoro

Con questi grandi cambiamenti, è normale pensare ad un rinnovamento degli strumenti di lavoro. L’ufficio, infatti, potrebbe rappresentare una risorsa decisamente più piccola rispetto alla tecnologia da implementare e mettere a disposizione di chi lavora. Le aziende dello smartworking strategico si apprestano ad adottare modelli di maggior autonomia per le persone, di maggior orientamento ai risultati, di utilizzo più libero delle dotazioni informatiche (a partire dal pc), anch’esse in evoluzione. In particolare, il 52% delle PMI del Sud Italia ha dovuto sopperire alla mancanza di pc portatili per i propri dipendenti, andando a costituire una grossa fetta della crescente domanda per questi strumenti.

Un processo di lavoro più fluido come quello che le PMI stanno affrontando vede come indispensabili certe funzioni, volte a migliorare la connettività fra le persone (il 48% delle PMI ha definito le migliorie di webcam e microfoni per videoconferenze come la principale necessità che ha portato all’acquisto di PC portatili) e a favorire gli spostamenti e il lavoro in ogni luogo (la mobilità è stata scelta dal 47% delle aziende come forte componente a causare lo stesso cambiamento).

Dalla classica postazione di lavoro si è passati al laptop con webcam e microfono integrati. Il 55% delle PMI fa infatti uso di laptop, mentre un 44% rimane ferma sui pc fissi. Altro grande cambiamento è quello che vede il crescere degli acquisti di tablet, affrontato dal 24% del campione, mentre il 20% delle PMI ha scelto di integrare le già esistenti docking stations e il 12% si è spostata sui modelli all in one.

A cambiare è anche il concetto di scrivania: ora è ottimizzata per essere più compatta e ospitare soluzioni più piccole rispetto al pc fisso. E infine, cambiano le mansioni che vengono portate sugli strumenti tecnologici: il pc, nelle sue diverse configurazioni, viene usato prevalentemente per lavori amministrativi (40%) e di ufficio classico (38%). Resta poi come strumento indispensabile al mantenimento dei rapporti interpersonali fra colleghi e la gestione delle relazioni (36%). Paradossalmente, tutte quelle task che di tecnologia hanno sempre vissuto scendono in fondo alla classifica – posizionandosi sotto anche all’utilizzo personale (22%) – come la creazione di contenuti grafici e multimediali con il 19% di risposte, la progettazione e il disegno professionale al 18% o lo sviluppo di software (15%).

“Il periodo della pandemia ha avuto un grandissimo impatto sul tessuto imprenditoriale italiano, PMI incluse, obbligando le aziende a implementare diverse misure per proseguire la loro operatività. I cambiamenti indotti, molti dei quali già in essere ma profondamente accelerati da questa emergenza, sono stati anche l’espressione di una volontà di evoluzione e digitalizzazione dei processi già presente in queste realtà da tempo, ma che ha trovato applicazione solo in questo momento.” Dichiara Massimo Merici, Business Development Manager System Business Group di ASUS Italia. “Un elemento fondamentale per far fronte a questo periodo è stata la tecnologia, e le PMI si sono rese conto del supporto strategico che questa può fornire. Per questo motivo ASUS si è proposta come partner ideale a supporto di tutte quelle realtà che ricercano soluzioni volte al riammodernamento tecnologico, fornendo strumenti versatili e compatti, ma allo stesso tempo leggeri e che favoriscano una mobilità estrema, come non l’abbiamo mai vista. Ad oggi, possiamo dirci ancora più consapevoli del supporto e del valore aggiunto che noi, come fornitori delle piccole e medie imprese italiane, possiamo dare in questo senso, favorendo le aziende nella loro transizione tecnologica e guardando insieme a loro al futuro”.

Ostacoli al cambiamento: ovviamente non mancano

Uno dei problemi maggiormente rilevati è la carenza del contatto umano. Lavorare da casa tramite pc, sentire i propri colleghi principalmente tramite telefono o videocall, hanno portato molti dirigenti aziendali a chiedersi se vi sarà nei prossimi mesi un discreto diminuire delle performance e della motivazione.

Sulla base di queste considerazioni, il 25% delle aziende teme che lo smartworking possa portare a una perdita di motivazione del lavoratore, mentre il 24% crede che questo porterà a un maggiore isolamento dei dipendenti, con conseguente perdita dei contatti sociali e maggiore preoccupazione per eventuali distrazioni e incombenze famigliari.Questi sono i maggiori timori circa l’impossibilità di adattare i processi aziendali ai nuovi metodi di lavoro.

smartworking e nuovi strumenti di lavoro

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Ripartenza: 9 consigli per aiutare i lavoratori over 50

Il mondo del lavoro è in fase di trasformazione e la pandemia ha provocato stravolgimento che hanno portato alla perdita del lavoro per moltissimi professionisti. Rimettersi in gioco non è semplice, soprattutto per chi ha superato una certa età.

Randstad RiseSmart, la divisione specializzata nel career management di Randstad, ha elaborato un elenco di 9 consigli per aiutare i lavoratori over 50 a ripartire e a cogliere le opportunità che, pur in un momento difficile, il mercato del lavoro continua a offrire.

“La pandemia ha accelerato un fenomeno già in corso da qualche anno”, afferma Arnaldo Carignano Head of Career Transition Randstad RiseSmart. “La fine delle carriere lineari, interamente spese nella stessa azienda, e la normalizzazione di un percorso fatto di diverse “transizioni” da un lavoro all’altro. Una tendenza che finora aveva riguardato soprattutto i più giovani e che sta cominciando anche a diffondersi nel segmento dei lavoratori senior. Un lavoratore over 50 ha il vantaggio di una solida esperienza lavorativa alle spalle, ma è importante essere consapevoli dei punti di forza e di debolezza del proprio profilo, intervenendo per aggiornare o sviluppare le competenze più richieste per il proprio ruolo e settore. Curare il proprio personal branding, sfruttando le precedenti esperienze di lavoro e i canali social per coltivare un network di relazioni professionali di qualità. Imparare a comunicare ciò che realmente trasmette il proprio valore al potenziale recruiter, cioè i risultati ottenuti sul lavoro, come sono stati raggiunti e cosa saremo in grado di fare domani per il nostro nuovo datore di lavoro”.

9 consigli per ripartire per i lavoratori over 50

1. Lavora sull’autoconsapevolezza. La consapevolezza di se stessi consente di capire quali sono le proprie abilità e quali invece gli aspetti che bisogna migliorare. Analizzare il proprio percorso professionale e comprendere quali competenze tecniche e trasversali si possiedono aiuta a ripensare le proprie priorità professionali e identificare nuovi obiettivi e nuovi sbocchi lavorativi.

2. Definisci i tuoi obiettivi professionali. Definire un obiettivo professionale non significa soltanto fissare una meta da raggiungere, ma soprattutto scoprire le proprie ambizioni e cosa serve per realizzarle. Bisogna coltivare la curiosità verso se stessi e il proprio settore e soprattutto comprendere che la definizione di nuovi obiettivi è un processo che non può essere confinato all’inizio del proprio percorso professionale, ma deve essere costante e avvenire in qualsiasi momento della carriera.

3. Concentrati sulle tue Soft Skills. Oltre all’esperienza sul campo e alle competenze tecniche, le imprese ricercano sempre più lavoratori dotati di solide soft skills, le competenze sociali, umane e trasversali che maggiormente definiscono le caratteristiche personali di un collaboratore, come le abilità comunicative e decisionali, la creatività e l’autonomia. I nuovi modelli di gestione del lavoro e delle persone introdotti in seguito all’emergenza sanitaria hanno fatto emergere l’importanza di avere collaboratori proattivi, capaci di gestire il tempo, di comunicare e relazionarsi efficacemente con clienti, colleghi e superiori, di risolvere problemi con modalità alternative a quelle utilizzate in precedenza e di lavorare in team. Acquisire e allenare queste soft skills può dare la spinta professionale necessaria per incontrare nuove opportunità.

4. Impara a comunicare il tuo valore. Che sia sui tuoi account social, nel curriculum vitae o durante un colloquio di lavoro, a fare la differenza sarà la capacità di comunicare ciò che realmente trasmette il tuo valore agli occhi dell’interlocutore. Non limitarti a elencare le tue esperienze di lavoro, scegli le più rilevanti per il ruolo e il settore in cui vuoi posizionarti e per l’azienda per la quale ti stai candidando. E descrivi sinteticamente e concretamente le mansioni che hai svolto, i risultati che hai ottenuto e cosa hai fatto per raggiungerli. In questo modo sarà immediatamente chiaro cosa sai fare e in che modo puoi aiutare un potenziale cliente, collaboratore o datore di lavoro. 

5. Costruisci e cura un network di relazioni professionali. Fare le domande giuste alle persone giuste della propria rete potrebbe aprire molte nuove opportunità. Il primo passo è stilare una lista di persone che vorresti contattare: puoi cominciare ripercorrendo le diverse tappe della tua carriera per riallacciare i rapporti con persone che ti hanno conosciuto e apprezzato. Poi prepara una Professional Value Proposition (PVP) che riassuma le tue competenze chiave, i risultati raggiunti e il tuo metodo di lavoro, per essere in grado di raccontarti velocemente ed efficacemente anche a chi non ti conosce. È fondamentale stabilire una modalità di contatto per ogni persona della tua lista, con alcuni potrai organizzare direttamente un pranzo o un aperitivo, con altri sarà meglio iniziare con un messaggio su LinkedIn o una mail. Infine, l’elemento più importante: non avere fretta di proporti o “vendere” qualcosa, una relazione professionale e umana deve nascere spontaneamente per trasformarsi in un’opportunità di valore per entrambe le parti coinvolte.

6. Aggiorna le tue competenze. Il mercato del lavoro si evolve molto rapidamente e la pandemia, con il boom dello smart working e degli strumenti digitali, ha accelerato ulteriormente questa evoluzione. Per restare occupabili e con un profilo competitivo è necessario capire quali competenze sono e saranno più richieste per la nostra professione e per il settore di appartenenza. Se hai più di 50 anni, le competenze acquisite a scuola, all’università o nella prima parte della tua carriera sono inevitabilmente invecchiate; è necessario rinfrescarle o integrarle con corsi di formazione mirati a soddisfare le richieste del mercato. Segui i professionisti del tuo settore, analizza gli annunci di lavoro delle tue aziende target per individuare le skills richieste per il tuo ruolo e sfrutta le diverse piattaforme di e-learning disponibili sul mercato per formarti sulle competenze tecniche e trasversali che possono impressionare il potenziale selezionatore.

7. Sfrutta i social media per fare Personal Branding. I canali digitali sono un ottimo strumento per fare Personal Branding, cioè posizionarsi come un profilo esperto e competente nella propria mansione e nel proprio settore. Per costruire il proprio “brand professionale” è necessario diventare visibili e riconosciuti in rete, scrivendo articoli nei blog, pubblicando contenuti e opinioni di valore sui social network e, soprattutto, costruire una rete di relazioni professionali di qualità su LinkedIn. Anche in questo caso, analisi e concretezza sono le armi vincenti: racconta le tue competenze, il tuo percorso e i tuoi risultati con esempi concreti per distinguerti dai colleghi; collegati solo con persone in target, che siano realmente interessate ai tuoi temi e al tuo settore; interagisci con i tuoi collegamenti condividendo informazioni rilevanti, così da creare nuove relazioni e rafforzare il tuo brand.

8. Studia il mercato con costanza. Un errore comune è cercare nuove opportunità solo quando si perde il lavoro. Così facendo, si parte ogni volta da zero, col rischio di aumentare le difficoltà e prolungare il periodo di pausa. La ricerca del lavoro, invece, deve essere parte integrante del proprio percorso professionale e portata avanti con costanza. È importante studiare regolarmente il mercato per capire come evolvono le professioni del tuo settore, aggiornare le proprie competenze e svilupparne di nuove per non restare sorpreso dai cambiamenti, curare le relazioni professionali con ex colleghi, fornitori e clienti e con i propri contatti anche non lavorativi (come le conoscenze personali, le associazioni di volontariato, culturali e sportive).

9. Preparati ad essere sia “Mentore” sia “Allievo”. Nel tuo nuovo lavoro potresti ritrovarti con un recruiter, un capo o dei collaboratori più giovani. Sfrutta la tua ampia esperienza professionale per diventare un “mentore” dei collaboratori più giovani, soprattutto dal punto di vista della capacità progettuale, di gestione dei clienti e di quei “trucchi del mestiere” che si acquisiscono soltanto con l’esperienza. Ma allo stesso tempo sii aperto anche al “reverse mentoring”, un fenomeno sempre più diffuso nelle aziende per il quale sono i lavoratori più giovani a “istruire” i colleghi più esperti, soprattutto per quanto riguarda le competenze digitali o l’uso di tool e strumenti tecnologici particolari, con i quali generalmente hanno maggior dimestichezza.

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Mindfulness: 5 consigli per staccare la spina in vacanza

Andare in vacanza? Facile a dirsi… Per manager e professionisti, in generale, staccare la spina in vacanza non è facile. Tanti pensieri, preoccupazioni, spese che corrono e incassi mancati, organizzazione del lavoro… Insomma, prendersi un periodo di ferie non è semplice, eppure è indispensabile per ricaricare le batterie, soprattutto alla luce dell’anno che abbiamo appena trascorso. Ma come riuscire a rilassarsi?

5 consigli per rilassarsi in vacanza

Dall’esperienza degli psicologi di EpiCura, poliambulatorio digitale che grazie ad un network di 900 professionisti certificati porta nelle 10 principali città italiane (Torino, Milano, Roma, Firenze, Napoli, Bologna, Brescia, Genova, Catania e Verona) servizi sanitari e socio-assistenziali, arrivano 5 semplici consigli per vivere “qui e ora”, tornando al momento presente grazie alla mindfulness, pratica sempre più diffusa che porta a raggiungere la massima consapevolezza di sé. Ecco i consigli di Loredana Cimmino, Psicologa Psicoterapeuta e Tecnico esperto in Mindfulness di EpiCura, per godersi l’estate attraverso la Mindfulness.

Riporta gentilmente la tua attenzione al respiro

Ogni volta che la tua mente ti porta via dal momento presente, riporta gentilmente la tua attenzione al respiro, all’aria che entra dalle narici ed esce dalla bocca. Inspira ed espira con calma, ricordando che l’espirazione deve essere più lenta e lunga rispetto all’inspirazione. Prova a sentire la temperatura del tuo respiro, a focalizzarti sulle sensazioni corporee e lascia andare le tensioni e le preoccupazioni che arrivano a disturbarti. Si tratta di un vero e proprio allenamento, quindi datti il tempo per avvicinarti alla mindfulness con tranquillità, senza fretta.

Riporta alla mente un ricordo positivo

L’obiettivo dello stare nel momento presente non è liberarsi dai pensieri. La nostra mente produce pensieri 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e purtroppo non abbiamo il potere di controllarli, ma possiamo dirigere la nostra attenzione verso pensieri più leggeri. Ogni volta che arriva un pensiero carico di emozioni negative, riporta alla mente un ricordo positivo, un momento di serenità o di gioia, in modo da controbilanciare le sensazioni negative che sono difficili da accogliere.

Riporta gentilmente l’attenzione alle sensazioni presenti

Quando osservi che la tua mente è orientata verso il futuro (un tempo che ancora deve arrivare) o verso il passato (un tempo ormai vissuto), nota dove ti trovi nel “qui e ora”, focalizzando l’attenzione su con chi sei e cosa stai facendo in questo momento. Ogni volta che la mente ti allontana dal presente, dal “qui e ora”, riporta gentilmente l’attenzione alle esperienze sensoriali che stai vivendo. Osserva 5 oggetti intorno a te, senti almeno 3 odori e 3 suoni, e tocca 3 cose. Lasciati attraversare dai tuoi sensi.

Organizza nuove routines

Organizza nuove routines in cui dedichi del tempo (almeno 15 minuti al giorno) per focalizzarti sul tuo respiro. Puoi farlo ad esempio passeggiando tra le montagne o al mare, oppure puoi rimanere semplicemente seduto/a, con gli occhi chiusi. Ti consiglio di provare entrambe le esperienze e scegliere quella più comoda e adatta a te. Puoi anche focalizzarti sul tuo corpo attraverso brevi sessioni guidate di yoga o pilates. 

Sii presente, ascolta il tuo corpo

Che tu sia in vacanza da solo/a oppure in compagnia, lasciati avvolgere dal contesto nel quale ti trovi, dal nuovo panorama al tuo risveglio, dalle nuove abitudini. Sii presente, ascolta il tuo corpo e fai spazio a un movimento più lento, meno frenetico rispetto alla vita quotidiana. Non guardare sempre l’orologio o il cellulare. Dedica un tempo speciale a te stesso/a ogni giorno. Sii consapevole del tuo respiro e goditi il momento presente.

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YOUCARE, la nuova tecnologia indossabile: al Pitti Uomo una bella novità

Nell’era del digitale, il mondo della moda non poteva rimanere indifferente rispetto alle nuove tecnologie, ma anche alle nuove esigenze “salutistiche” degli uomini moderni.

In occasione del Pitti Uomo di Firenze, è stata presentata YOUCARE, una straordinaria e rivoluzionaria tecnologia indossabile (made in Italy), totalmente tessile, lavabile e facile da usare.

Attraverso questa tecnologia, i tessuti indossati sono in grado di rilevare i parametri bio-vitali di chi li indossa e trasmetterli, in modo intelligente, attraverso le più moderne reti di telecomunicazione ai device.

Il progetto prevede l’utilizzo di rivoluzionari dispositivi tessili, ovvero una T-shirt senza componentistica metallica e con sensori nativamente “immersi” nel tessuto, che è stata presentata nei giorni scorsi, di fronte alla stampa mondiale, nel corso del Mobile World Congress 2021 appena conclusosi a Barcellona.

La presentazione al Pitti Uomo

A Firenze, è stato presentato in anteprima il viaggio di esperienza e conoscenza, realizzato da un giovane testimone “spontaneo”, dell’utilità e del valore di tale innovazione nel mondo dell’abbigliamento.

Mattia era presente all’evento organizzato da AccYouRate presso il Colle Bereto Lounge Bar, nel testimoniare il suo viaggio nelle tecnologie indossabili narrato da un breve docufilm realizzato da Mattia stesso in collaborazione con AccYouRate.

Nello stesso evento, AccYouRate ha presentato in anteprima mondiale i risultati del primo progetto di utilizzo di abbigliamento intelligente su scala diffusiva in collaborazione con Croce Rossa Italiana.

Come funziona YOUCARE

YOUCARE abilita la rilevazione di parametri bio-vitali mai rilevati prima da sensori tessili, come ad esempio un “vero” elettrocardiogramma, l’analisi degli atti respiratori e delle componenti del sudore, lo sforzo muscolare, la temperatura corporea e consente la trasmissione in real-time di tali parametri bio-vitali in modalità sicura e protetta per svariate finalità: benessere, salute, sport, lavoro e molto altro. Sviluppato da AccYouRate Group S.p.A. in collaborazione con l’Università di Bologna e l’Università di Cagliari, consente di rilevare i parametri bio-vitali di YOUCARE attraverso sensori polimerici impercettibili “serigrafati” nel tessuto. Tali parametri vengono inviati ad una centralina miniaturizzata che registra i dati, li converte in formato digitale, inviandoli in logica bidirezionale ai dispositivi come smartphone o smartwatch.

Insomma, si tratta di un abbigliamento intelligente che potrebbe rappresentare il primo passo verso un nuovo modello di monitorizzazione della salute di ciascuno di noi.

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Perché cambiare lavoro? Ecco i motivi più comuni che spingono a cercare alternative

Perché cambiare lavoro? Beh, le risposte possono essere tante e tutte personalissime. Si cambia lavoro per guadagnare più soldi, per questioni di incompatibilità. per ragioni famigliari… Insomma ognuno ha la sua motivazioni. Queste sono state raccolte uno studio di Glickon, azienda italiana specializzata in People Experience e Analytics, presenta i dati dell’Osservatorio sul lavoro che offrono uno spaccato sulle motivazioni che portano le persone a cambiare occupazione.

Perché si cambia lavoro?

Secondo lo studio, l’assenza di prospettive rimane al primo posto (20,5%) ma registra un notevole calo rispetto al dato dell’anno precedente (32,5%), la retribuzione non soddisfacente assume un minore rilievo scendendo dal 14% al 4,3%. Che cosa incide allora in maniera crescente sulla decisione di cambiare lavoro? L’equilibrio tra vita privata e lavoro è sempre più importante: se un anno fa solo il 3,7% dichiarava come un miglior work-life balance rappresentasse una ragione importante tra quelle che portano a cercare un’occupazione diversa, oggi la percentuale è salita al 7,2.

La sicurezza della posizione ricoperta, infine, è uno stimolo non indifferente alla ricerca di un nuovo lavoro solo per il il 4% degli intervistati.

Cosa cercano i lavoratori?

L’obiettivo principale di coloro che scelgono di cambiare è quello di trovare un’organizzazione che abbia una cultura aziendale stimolante (24,6%). Il 12,4% dei lavoratori, infatti, aspira a trovare, con la nuova occupazione, anche un migliore work-life balance e il 9,5% prospettive di carriera più allettanti. Infine, l’11% del campione intervistato afferma che ciò che rende appetibile il lavoro in un’azienda è che questa sappia offrire un’esperienza di lavoro sfidante.

Tutto questo considerando un dato che è certamente non trascurabile: circa 1/3 della nostra vita la trascorriamo al lavoro: in tutto circa 90.000 ore… Le aziende sono sempre più consapevoli che i loro risultati economici sono dipendenti in buona parte dalla qualità dell’esperienza che sono in grado di offrire ai propri clienti, ma ancora prima ai loro collaboratori.

“Il lavoro ibrido, o qualsiasi altra definizione si voglia dargli, è un sistema giovanissimo, frutto di una mossa istintiva in reazione alla pandemia, tanto giovane da dover essere ancora generato, nella maggior parte dei casi, da persone che ancora non sono entrate nel mondo del lavoro. Dopo tanti tentativi capiremo che non sono le giuste condizioni che generano una buona esperienza di lavoro, ma sono le persone che hanno il potere di vivere o meno una buona esperienza di lavoro” – commenta Filippo Negri, CEO e cofounder di Glickon. “Si può disegnare questo nuovo mondo in maniera sostenibile solo con una nuova intelligenza, una combinazione di tecnologia e sapere umanistico. Intelligenza artificiale, algoritmi di Natural Language Processing, tecniche di Sentiment Analysis, insomma tutto quello che, attraverso la tecnologia, sembra portarci più lontano dalla realtà e dalle persone paradossalmente sarà la merce più preziosa per renderci capaci di guardare al lavoro a partire dalle cose più semplici, come le storie personali di ciascuno di noi”.

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L’era dei rischi e della contraddizione digitale

Una cosa è certa: siamo da sempre fiduciosi nelle potenzialità dei processi di collaborazione e condivisione in Rete. Ma, anche in questa consolidata consapevolezza, non possiamo essere ciechi. La Rete è un sistema complesso in cui i finali sono aperti. Questo vuol dire che, purtroppo, esistono vicende, flussi, accadimenti in cui il finale non è in tutti i casi a lieto fine. 

La logica del rischio

È una delle possibili conseguenze negative della Rete stessa. Dall’inizio di questo secolo abbiamo conosciuto una serie di rischi pubblici mondiali: il mutamento climatico, il rischio nucleare, il rischio finanziario, l’11 settembre, il rischio pandemico. Tutti questi rischi sono una parte ingente dello sviluppo delle Reti, tecnologiche e fisiche. 

Certo, ora siamo tutti concentrati sulla pandemia, ma proviamo a pensare alle rivelazioni sui sistemi di controllo della nostra sfera individuale: prima Echelon, poi Wikileaks e poi molte altre violazioni della nostra privacy e della nostra libertà.

Tuttavia, dietro questi episodi, si nasconde una logica del rischio diversa in termini di pubblicità. Infatti, nel caso del rischio nucleare, gli incidenti dei reattori di Chernobyl e Fukushima hanno dato luogo a una discussione pubblica e globale. Invece, nel caso del rischio digitale della libertà, se non fossero esistiti soggetti come Assange e Snowden, nessuno si sarebbe accorto del problema strategico.

Il mondo è cambiato

Ecco perché, per effetto delle reti, il mondo è cambiato, non solo in superficie ma anche nel profondo. Questa non vuol essere la beatificazione di Snowden o di Assange. In realtà, ancora una volta la Storia è opaca, non sappiamo cosa sia successo veramente e se ci siano degli eroi o delle spie. Per questo, esclusi pochissimi, siamo tutti nel gruppo dei “relativamente inconsapevoli”. Anche se, in ogni caso, è sempre meglio essere “relativamente” inconsapevoli che “del tutto” inconsapevoli. 

È la vera peculiarità dei sistemi a Rete: l’interdipendenza, il fatto che siamo ormai collegati gli uni agli altri e tutti dipendiamo da tutti. È il pensiero a due velocità: in Rete non possiamo fare a meno di pensare individuale ma, nel contempo, non possiamo nemmeno smettere di pensare collettivo, insieme, a Rete. 

Quali sono le possibili alternative? Coltivare solo la dimensione individuale potrebbe essere una scelta? Sì, forse, ma a patto di vivere asceticamente isolati in un mondo senza porte e senza finestre, come avrebbe detto Leibniz. 

Se, invece, si sceglie di vivere nel mondo e con il mondo, i rischi/eventi di cui abbiamo parlato (rischi nucleari, digitali, giudiziali e di privacy) rendono reale e percepibile l’interdipendenza globale perché si tratta di avvenimenti positivi o catastrofici potenzialmente senza confini nello spazio e nella società perché si possono espandere a dismisura in Rete. E questo anche se, a seconda dei luoghi e delle nazioni, possono essere percepiti in modo molto differente.

Stiamo veramente esplorando un mondo nuovo di cui nessuno di noi possiede ancora le categorie, le mappe e la bussola. Siamo stati catapultati in ambiti e possibilità d’azione rispetto ai quali non siamo ancora in grado di approntare racconti o narrazioni adeguate. Le sfere d’azione della Rete e dei Big Data raccolti dalle grandi piattaforme social sono così ampie e profonde da svelare tutte le nostre preferenze e debolezze individuali. Le migliori e le peggiori.

È l’era della contraddizione digitale: in teoria, abbiamo straordinarie possibilità di controllo (pensate ai possibili flussi dei Big Data o alla sorveglianza facciale) ma, allo stesso tempo, una vulnerabilità assoluta perché totalmente dipendente dalla casualità degli impatti della nostra impronta digitale in rete.

Ecco perché parliamo di contraddizione digitale: la Rete ci rende molto più liberi nell’accesso alle informazioni di tutti ma rende, allo stesso tempo, le nostre informazioni molto più vulnerabili e accessibili a tutti e a tutto. Ancora una volta soli. Ancora una volta insieme.

“Il prezzo della luce è sempre inferiore al costo dell’oscurità”

Arthur C. Nielsen

A cura di Angelo Deiana

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Pandemia e futuro: i lavoratori italiani sono fiduciosi?

Qual è stato l’impatto della pandemia sul mondo dei lavoratori e sulle loro prospettive? Ad analizzare la situazione è stato uno studio condotto da Yonder per conto Workday, società leader delle applicazioni aziendali cloud per la gestione finanziaria e delle risorse umane.

Secondo lo studio, due terzi dei dipendenti nel nostro Paese hanno lavorato da casa (65%), una cifra più alta rispetto alla media di tutti i mercati europei monitorati. Tra questi, il 49% non aveva mai lavorato da remoto prima dell’arrivo del Covid-19, un dato ancora una volta significativamente superiore alla media europea (27%), ma la maggior parte di essi è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio di lavoro (79%). 

Circa tre su cinque sostiene di aver avuto una produttività superiore rispetto al passato (56%) e si ritiene meno logorato grazie al lavoro svolto da casa, malgrado l’essere sempre connesso sia stato un grande svantaggio secondo il 59% degli intervistati. Nonostante la situazione, un terzo dei dipendenti ha dichiarato di sentirsi più isolato nella situazione contingente, una percentuale notevolmente inferiore rispetto al resto d’Europa.

Le motivazioni: sono le stesse?

La motivazione però non è mancata anche se due lavoratori su cinque hanno trovato difficoltà, soprattutto nella fascia dei giovani 18-34 anni (47%) e a scendere nelle fasce di età successive (38% fascia 35-54; 32% fascia 55+). In cosa e dove si sono evidenziate le difficoltà? La risposta è nella leadership nei team di lavoro che non sono stati percepiti capaci di rispondere in modo adeguato alla crisi (dichiarato dal 29%). Oltre questo si è aggiunta per molti la paura di non ricevere equi e meritati aumenti di stipendio (19%), apportare cancellazioni di bonus o ritardi (21%), tanto da influenzare le possibili conseguenze sulle scelte del futuro, come ad esempio la valutazione di cercare un nuovo lavoro nei 12 mesi successivi. 

Tuttavia, le remunerazioni non sono state tra le preoccupazioni maggiori. Infatti, quasi la metà degli intervistati (49%) hanno dichiarato di percepire minori opportunità nell’acquisire nuove responsabilità e competenze nel 2020, un dato relativamente importante rispetto alla media europea (38%). I giovani tra i 18 e i 34 anni hanno maggiormente avuto la percezione di vedere sgretolarsi opportunità di carriera e l’acquisizione di competenze (54%) mentre le fasce di età superiori hanno ritenuto che un focus sulla crescita personale della propria carriera fosse egoista vista la situazione.

Leadership, un capitolo a parte

Malgrado la leadership tra i dirigenti italiani nella fascia di coloro che non hanno lavorato da casa si sia dimostrata la più debole in Europa, ha però portato un generico consenso positivo dimostrando caratteristiche quali, al primo posto la competenza (47%), a seguire disponibilità, onestà, collaborazione, affidabilità e attenzione verso i propri dipendenti. 

Tuttavia, benché oltre la metà dei dipendenti abbia percepito un aumento della comunicazione da parte dei propri leader (55%) e una chiara visione a lungo termine (51%), sembra che i loro colleghi europei abbiano performato meglio.

Appena il 28% dei dipendenti italiani si è sentito coinvolto nelle decisioni dei leader in merito al futuro delle aziende e della loro organizzazione. Il merito ai leader, però, è andato ad aspetti importanti come l’aver dato priorità alla salute e alla sicurezza dei dipendenti e soprattutto, l’aver dimostrato spirito aziendale concentrandosi sulle esigenze dell’azienda e non individuale.

Aspettative per il futuro post pandemia

Cosa accadrà nei prossimi 12 mesi? Il 31% si sente intrappolato nel proprio ruolo attuale a causa dell’incertezza economica e la metà non pensa che il proprio stipendio possa subire un incremento (18%). In un futuro più immediato, uno su cinque è pessimista rispetto alla sicurezza dell’attuale lavoro nei prossimi 6 mesi. In particolare, coloro che lavorano nel settore della ristorazione e le donne, dimostrano aspettative più basse. Uno stipendio competitivo è l’aspetto più motivante nella ricerca di un nuovo ruolo (11,2%), seguito da un buon schema di bonus e opportunità di crescita e sviluppo. I più giovani tra i 18 e i 34 anni attestano di essere maggiormente motivati nella ricerca di un nuovo ruolo che ha come obiettivo la crescita e le opportunità di formazione e crescita.

“La pandemia ha creato una situazione di emergenza alla quale tutta la forza lavoro ha dovuto rispondere prontamente in qualche modo”, ha commentato Federico Francini, country manager, Workday, Italia. “In Italia, la leadership delle aziende ha dimostrato di saper fronteggiare velocemente il cambiamento malgrado le forti insicurezze percepite dai lavoratori più giovani. Abbiamo visto quanto incide la motivazione legata alla formazione e allo sviluppo professionale, quanto reskilling e upskilling siano la chiave di un buon equilibrio nelle organizzazioni. Una buona pianificazione è ormai prioritaria”. 

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Consigli per la ripartenza del lavoro: i 5 consigli suggerimenti dei direttori del personale

La ripartenza parte anche dai consigli e dai suggerimenti dai professionisti del mondo del lavoro. Manager che vivono la quotidianità e si rendono conto con grande puntualità di quello che sta accadendo. Tra questi ci sono certamente i direttori del personale.

In occasione del 50º Congresso Nazionale dell’Aidp, l’associazione italiana per la direzione del personale, che ha deciso di porre al centro di questa edizione 2021, svoltasi in streaming a Torino dal 21 Aprile al 21 Maggio, il concetto di ripartenza, grazie ai contributi di centinaia di esperti e professionisti del mondo del lavoro coinvolti, è stato declinato in 13 worshop suddivisi per aree. 

“Il 50esimo congresso nazionale dell’Aidp, che si è svolto in una modalità inedita a causa della pandemia, è stata una straordinaria occasione di riflessione, condivisione delle esperienze e di idee di altissimo valore che ci hanno spinto a valorizzare quanto emerso e a proporre per la crescita del lavoro e delle imprese in Italia una nostra proposta articolata per la ripartenza del lavoro,– spiega Matilde Marandola, neo Presidente AIDP. È il concetto di ‘umanità’ il punto di partenza per organizzazioni inclusive, responsabili socialmente e sostenibili. Organizzazioni che mettano realmente al centro la persona e il suo benessere’.’

5 consigli dei direttori del personale per la ripartenza

I direttori del personale, hanno voluto esprimere la propria idea su quelli che dovrebbero essere i punti base per la ripartenza del lavoro proponendo 5 consigli e suggerimenti.

Lo smart working dopo l’emergenza: il modello ibrido

Dopo il massiccio e forzoso ricorso allo smart working in fase pandemica bisognerà capire come riorganizzarlo in un contesto di normalità e a seguito di un’analisi costi-benefici. Si va verso un modello ibrido con alternanza tra lavoro da remoto e in presenza. Un modello che coinvolgerà tutte le figure lavorative e professionali ad esclusione delle mansioni non “remotizzabili ’’

Per un’impresa resiliente

Usare il contratto collettivo di lavoro, ai vari livelli, per modellare una disciplina dei rapporti di lavoro secondo le esigenze aziendali; investire nella formazione permanente e continua del personale in percorsi di crescita e valorizzazione; organizzare l’impresa in senso orizzontale.

Le persone al centro dell’azienda

La riorganizzazione dell’azienda e del lavoro deve necessariamente partire dall’esigenza di mettere le persone e il loro benessere al centro. Allo scopo bisogna partire dal “basso” e ascoltare i suggerimenti provenienti dai lavoratori nella riprogettazione dei modelli organizzativi, semplificare la scala gerarchica, favorire la condivisione delle idee e valorizzare come priorità la dimensione umana del lavoro favorendo il benessere fisico ma anche psicologico dei dipendenti.

Potenziamento Welfare aziendale

Il ruolo integrativo dell’azienda nel nuovo modello di welfare community basato sempre di più sulla collaborazione tra pubblico e privato è decisivo soprattutto in considerazione dei nuovi bisogni sociali. Va potenziato lo strumento anche verso le nuove esigenza della mobilità sostenibile, l’aggiornamento di alcuni parametri come il concetto di famiglia, il sostegno ai servizi alla persona e l’innalzamento strutturale del tetto ai fringe benefit a 516 euro l’anno.

Allineamento delle competenze

Si rende necessario un programma di reskilling di ampia portata verso le nuove competenze della rivoluzione ibrida, ossia intelligenza artificiale con intelligenza umana, cyber e fisico, per superare il digital divide e favorire un reale processo di occupabilità e di sviluppo economico. Il 72% delle aziende dubita di aver le giuste competenze (Gartner 2019).

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Felicità sul lavoro: al sud c’è maggiore soddisfazione!

La felicità sul lavoro? Al sud sembra esserci il livello più elevato. Secondo l’analisi dell’Associazione “Ricerca Felicità” sullo stato di felicità e benessere dei lavoratori italiani il meridione rappresenta, al momento, la parte dell’Italia più felice e soddisfatta del proprio impiego. La survey ha coinvolto 1314 lavoratori attivi.

“Abbiamo voluto approfondire quanto i lavoratori attivi hanno voluto segnalarci attraverso il primo questionario dell’Osservatorio. Sentivamo la necessità di scaglionare ulteriormente i dati dividendoli per genere, generazione e area geografica” afferma Sandro Formica, Vice Presidente e Direttore scientifico dell’Associazione Ricerca Felicità. “Se alcuni dati erano già visibili a occhio nudo, analizzando in maggior dettaglio la significatività statistica, ci siamo sorpresi di alcuni risultati, soprattutto per quanto riguarda le differenze per aree geografiche, dove è emerso un sud più felice sul posto di lavoro ma, di contraltare, un nord-est in sofferenza”.

Le domande del questionario

Alla domanda “Quando mi sveglio per andare a lavorare mi sento felice?” si delinea una forte positività al sud, con una concentrazione di risposte con punteggio tra 4 e 6 su una scala da 1 a 6, dove 1 corrisponde a “per niente d’accordo” e 6 a “totalmente d’accordo”, risposte opposte arrivano dal nord-estdove la maggior parte delle persone ha espresso una concentrazione di risposte da 1 a 3. Il sud risponde positivamente anche alle domande “Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto?” con il 67.7% della popolazione ponderata, “Sento un forte senso di appartenenza alla mia organizzazione?” con il 68.7% e “I miei meriti vengono riconosciuti?”con il 58.2%. Il nord-est risponde rispettivamente con il 57.0%, 55.5% e 41.0%. 

“Quest’analisi ci ha stupito e interrogato perché ha messo in evidenza come la presunta correlazione tra felicità e produttività non sia stabile nelle regioni italiane del nord-est. Oggettivamente parlando si tratta di regioni con un alto tasso di produttività, che tuttavia non si sentono pienamente appagati sul lavoro. Sarebbe molto interessante approfondire questo aspetto per comprenderne le ragioni di fondo”, afferma Elga Corricelli, co-founder dell’Associazione Ricerca Felicità.

La felicità sul lavoro nelle varie zone d’Italia 

Differenze evidenti si manifestano anche rispetto ai due estremi settentrionali della Penisola, dove il nord-est, formato da Triveneto e l’Emilia-Romagna, sembra segnalare un maggior senso di isolamento (34.4%), meno felicità (65.6%) e una maggior sensazione di essere tagliati fuori rispetto (34.4%) al nord-ovest, formato da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia relativamente con il 20.4%, 79.4% e 19.7%. 

Lo studio fa emergere che il nord-ovest presenta una popolazione attiva che si ritiene felice e per nulla isolata dagli altri, ma non molto gratificata del proprio impiego e delle opportunità che offre, fatta eccezione per il senso di appartenenza all’organizzazione, che invece è ben sentito dai lavoratori (62.6%).

Al centro, invece, si vi è un benessere stabile e una forte coesione sociale, sebbene, anche in questo caso, l’insoddisfazione riguardo l’attività lavorativa c’è, eccome. Questo malcontento aumenta volgendo lo sguardo verso le opportunità professionali. 

“In linea generale, escludendo le regioni meridionali non vi è una forte soddisfazione tra i lavoratori: la popolazione attiva del sud è l’unica a rispondere positivamente anche all’affermazione “Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto”. Possiamo quindi affermare che il sud Italia è più felice, più appagato e appassionato alla sua attività lavorativa, nonostante provi un leggero senso di isolamento” afferma Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità. “Non abbiamo risposte certe e non le cercavamo, volevamo avere dei dati oggettivi su cui partire per farci le giuste domande. Il nostro invito alle istituzioni e ad ogni sorta di organizzazione per un confronto costruttivo su cosa si celi dietro alle sensazioni emerse, è sempre valido”.

Tra i 1314 partecipanti suddivisi figuravano lavoratori dipendenti (72,3%) e liberi professionisti (27,7%), nello specifico 759 uomini e 555 donne, appartenenti a diverse generazioni (Baby Boomers – Generazione X – Millennials – Generazione Z) e dislocati sul territorio nazionale (Nord-Ovest – Nord-Est – Centro – Sud), con l’obiettivo di ottenere una panoramica sullo stato di felicità e soddisfazione lavorativa della popolazione italiana attiva. 

 

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Ritorno alla normalità: la cravatta è un simbolo che tornerà al collo dei manager

La cravatta è un simbolo, un must have fondamentale nel guardaroba maschile. Lavorare a casa, spesso in abbigliamento informale, ci ha fatto un po’ mettere da parte questo accessorio a noi uomini tanto caro. Ma ora c’è voglia di tornare ad indossarla…

Secondo un’indagine condotta tra aprile e maggio da Ulturale, il brand napoletano che dal 1985 si distingue per l’alta sartorialità delle sue cravatte, su un campione di manager e top manager provenienti da diversi settori, il 61% dei manager italiani ritiene che il ritorno alla normalità coinciderà proprio con un ritorno in voga della cravatta, sia questa un’esigenza lavorativa, di festa o semplicemente il recupero di uno stile elegante nella vita di tutti i giorni. Inoltre, il lockdown non ha portato a cambiamenti irreversibili nel guardaroba dei “colletti bianchi”: il 67% dichiara che utilizzerà la cravatta come prima dell’arrivo del Coronavirus, il 33% la userà solo per le occasioni più importanti, mentre nessuno è disposto a rinunciarvi del tutto. La ricerca ha coinvolto manager e top manager, di cui il 25% proveniente dal settore dei financial services, il 12% dal settore legale e un altro 12% dal settore sanitario e pharma, provenienti da tutta Italia.

Dove viene indossata la cravatta?

Eleganzaformalità e autorevolezza sono i tre valori principali associati alla cravatta dai manager, quindi ci verrebbe da dire che andrebbe indossata sempre (o quasi), ma secondo lo studio il lavoro è il luogo ideale in cui la quasi totalità dei manager (93%) utilizzerà la cravatta in futuro. Al secondo posto ci sono le serate di gala su cui convergono le preferenze del 48% dei rispondenti, mentre solo il 33% la utilizzerà anche in occasione di eventi famigliari importanti. Prima dell’avvento del Coronavirus, tra i manager la cravatta veniva indossata sempre dal 63% dei rispondenti, spesso dal 28% mentre solo il 9% la indossava raramente. Come è cambiato il modo di indossarla durante la pandemia e i relativi lockdown?Il 36% degli intervistati dichiara di averci rinunciato completamente, a fronte di un 27% che l’ha utilizzata molto poco, presumibilmente nelle occasioni in cui anche le sempre più frequenti video call di lavoro richiedessero un tocco di stile e autorevolezza. Il restante 37%, invece, ha diminuito molto poco il suo utilizzo rimanendovi fedele.

Il direttore alle vendite, Alberto Sciacqua, ha commentato i risultati della ricerca con ottimismo: “Durante la pandemia la maggior parte di noi ha abbandonato l’abbigliamento più formale in vista di quello più comodo e informale. La sorpresa deriva dal fatto che le persone, secondo i risultati della ricerca, sentono il bisogno di tornare al clima di normalità che si respirava un tempo e parte di questo passa anche dal modo in cui ci vestiamo, che costituisce una parte importante della nostra identità e dell’immagine che vogliamo dare agli altri. Siamo contenti dei risultati della ricerca perché ci dicono che la cravatta è un accessorio che è qui per restare e per migliorarsi. Infatti, diversi manager ci hanno consigliato di lavorare sulla creatività e su fantasie più giovanili. È evidente che il Covid-19 ha rappresentato per il nostro business un punto di crisi dal quale si possono trarre spunti significativi per il progresso”.

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Lavoro e Covid-19: le sfide dei lavoratori. Ma torna la fiducia

Lavoro e Covid-19: lo stress è stato tra i più grandi problemi da affrontare. La quotidianità unita alle preoccupazioni per la pandemia, hanno reso gli ultimi tempi di manager, professionisti e lavoratori in genere davvero difficili.

Ma ora, com’è la situazione? ADP (multinazionale leader nell’ambito dell’human capital management) nella sua nuova survey “People at Work 2021: A Global Workforce View”, una ricerca che analizza gli atteggiamenti dei dipendenti nei confronti dell’attuale mondo del lavoro e le loro aspettative e speranze future. ADP Research Institute ha intervistato 32.471 lavoratori di 17 Paesi tra il 17 novembre e l’11 dicembre 2020, tra cui 2000 in Italia.

A questa domanda si dichiara ottimista verso il futuro il 63% degli italiani, contro un 37% che invece teme le conseguenze del Covid-19 sul sistema lavoro. Più ottimisti gli uomini delle donne (66% contro 59%) un dato piuttosto scontato se pensiamo che nell’ultimo anno in Italia hanno perso il lavoro 444 mila persone, di cui 312 mila sono donne, circa i tre quarti del totale (dati Istat).

Qual è stata la tua più grande sfida sul lavoro dall’inizio della pandemia?” A questo interrogativo, gli intervistati hanno risposto per il 21% rimanere in buona salute, il 20% la gestione dello stress, a seguire worklife balance, produttività, gestione del carico di lavoro,

La fascia più pessimista è quella degli over 55 (40%) mentre la più ottimista è quella tra i 18 e 24 anni con una percentuale di ottimisti del 72%. Stranamente, i lavoratori italiani sono più inclini a pensare che il Covid-19 avrà un impatto positivo, invece che negativo, su questioni come ottenere una maggiore flessibilità e sviluppare nuove competenze professionali. La parola chiave continua ad essere resilienza, per tutti quelli che non mollano e continuano a vedere il futuro proiettato da una luce di speranza.

Marisa Campagnoli, HR Director di ADP Italia commenta: “Nonostante tutte le pressioni causate dalla pandemia da Covid-19 e la mancanza di certezze sulla durata delle sue conseguenze, l’opinione dei lavoratori rimane positiva e l’umore generale sembra essere misuratamente fiducioso nei confronti del futuro. C’è la sensazione che, ciò che è stato un periodo estremamente grigio, possa avere però un risvolto positivo in ambito lavorativo. In particolare, per quanto riguarda il passaggio a un più flessibile modello lavorativo, o allo sviluppo di nuove competenze utili ai dipendenti per affrontare quella che sembra essere la “nuova normalità”, mentre l’economia globale cerca di trovare slancio per una rapida ripresa”.

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Maggio è il mese del genio: ecco i Paesi più smart e geniali

Qual è il concetto di genio? James Joyce ha provato a definirlo: “Un uomo dotato di genio non fa errori, poiché sono voluti da lui stesso per aprire le porte della scoperta”. Maggio è il mese del genio, in virtù della nascita di tanti personaggi storici che hanno cambiato per sempre il destino dell’umanità e le sorti del mondo attraverso le proprie scoperte e il proprio pensiero.

I Paesi più smart e geniali

World Population Review ha elencato i paesi più smart del 2021, partendo dalla prima in classifica, ovvero Singapore con un Q.I. medio della popolazione pari a 108. Al secondo posto si piazza Hong Kong con un quoziente intellettivo medio pari a quello del primo classificato, ma appartenente ad una popolazione più grande di ben 2 milioni rispetto a Singapore stesso.  Sul gradino più basso del podio c’è la Corea del Sud con un quoziente pari a 106.

E l’Italia? Beh, per il vecchio caro Belpaese, le cose non vanno affatto male e, a livello globale, si classifica settima (1° in Europa) con un QI medio pari a 102, davanti a UK (100), Germania (99), Francia e USA (98).

Uno dei geni per eccellenza è certamente Albert Einstein che l’11 maggio 1916, ben 105 anni fa, anche grazie al suo Q.I. di 160, enunciò la teoria della relatività. Se celeberrime sono le sue scoperte in ambito scientifico, un aspetto meno noto riguarda la capacità di aver costruito la sua genialità nel corso degli anni: nonostante lo scetticismo degli insegnanti e la bocciatura all’esame del Politecnico di Zurigo, lo scienziato, grazie al costante lavoro e alla curiosità innata, elevò le proprie conoscenze e riuscì ad effettuare scoperte straordinarie. 

“Il nostro genio è per l’1% talento e per il 99% duro lavoro”, con queste parole Einstein definisce il concetto di genius, una tematica, le cui basi fondanti sono state confermate ed ulteriormente approfondite, durante l’evento TEDx Trento, da Massimo De Donno, fondatore di GenioNet e ideatore di Genio in 21 Giorni, il corso di formazione sul metodo di studio personalizzato, distribuito in oltre 50 sedi tra Italia, Spagna, Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti.

“Stando a diversi studi elaborati e diffusi negli ultimi anni, si è giunti alla conclusione che il genio non è un dono della natura insieme al quale veniamo al mondo, bensì la combinazione di abilità, istruzione, formazione di alto livello e una montagna di lavoro ed esercizio – afferma Massimo De Donno – Più cresciamo e ci allontaniamo dall’infanzia, meno importante sarà l’impatto della genetica sul nostro quoziente intellettivo e sui nostri risultati. Perciò, gli elementi che accrescono il nostro genio sono le modalità con cui spendiamo la nostra vita, l’atteggiamento, i comportamenti che adottiamo, le abitudini create e, infine, i nostri focus giornalieri”. 

I personaggi nati a maggio

Tra i più noti troviamo Mark Zuckerberg che viene definito da Popular Science come individuo dotato di un “genio indistruttibile”: il creatore di Facebook, a cui è stato dedicato anche il film “The Socialnetwork”, è riuscito a costruire in soli 17 anni un impero di quasi 2 miliardi di follower. Nel mondo del cinema, troviamo Mike Colter, attore tra i tanti di “Million Dollar Baby”, parla, durante un’intervista rilasciata a Ora TV, del genio del regista Clint Eastwood, concentrandosi, in particolar modo, sulla fiducia e sulla capacità del noto regista di rendere ogni attività più “comfortable” del previsto. Passando all’ambito musicale, la rivista americana Rolling Stone presenta Bob Dylan come “un genio letterario” in grado di “scrivere non soltanto musica e poesia, ma anche storia” e ciò viene certificato anche dalla vittoria del Premio Nobel per la Letteratura nel 2016. The ArtDesk, invece, si concentra sulla figura di Sigmund Freud, “un genio del mondo moderno, riconosciuto per la sua precoce e feroce intelligenza”. Per concludere, non poteva mancare la letteratura e, soprattutto, non potevano mancare due “over the top geniuses” come Dante Alighieri e Nicolò Machiavelli. Il primo viene analizzato, in particolar modo, in relazione al suo capolavoro, ovvero la “Divina Commedia”, realizzata e scritta attraverso un linguaggio complicato, difficile da tradurre persino in inglese e ciò sarebbe frutto del “genio supremo dello stesso Dante”. L’Irish Times, invece, si preoccupa della figura di Machiavelli, definendo il suo “Principe” affascinante e frutto di una mente geniale. 

Ma quali sono i pilastri della genialità?

Massimo De Donno ne identifica 3. “Il primo elemento da tenere in considerazione quando si parla di genialità è sicuramente il nostro atteggiamento, ovvero l’insieme di convinzioni che ci possono spingere a migliorare ulteriormente le nostre caratteristiche. Il secondo pilastro è costituito da un insieme di tecniche ed esercizi, ovvero dai «fondamentali dell’apprendimento», così analizzati e definiti da Massimo Arattano, primo ricercato del Consiglio Nazionale delle ricerche di Torino. Il terzo ed ultimo pilastro è la personalizzazione del metodo: ciò su cui si focalizza la mia ricerca e il lavoro di un team di formatori esperti, è la possibilità di fornire una «cassetta degli attrezzi», ovvero un insieme di input che possono aiutare i nostri corsisti di Genio in 21 Giorni a sconfiggere i propri mostri e ad abbattere le barriere che possono limitarne l’apprendimento. In quanto esseri umani siamo nati per apprendere e alla domanda «geni si nasce o si diventa?» non c’è una risposta, bensì una scelta, la nostra scelta di migliorare e crescere giorno dopo giorno”.

La top 10 degli “smart countries” del 2021 secondo World Population Review

  1. Hong Kong: 108
  2. Singapore: 108
  3. Corea del Sud: 106
  4. Cina: 105
  5. Giappone: 105
  6. Taiwan: 104
  7. Italia: 102
  8. Svizzera: 101
  9. Mongolia: 101
  10. Islanda: 101