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Credimi Commerce supporta le PMI nella realizzazione di progetti digitali

Credimi, fintech leader nei finanziamenti digitali per imprese in Europa, principale erogatore, tra i digital lender europei, di finanziamenti assistiti da garanzie dello Stato, ha creato Credimi Commerce con la missione di supportare la crescita delle piccole e medie imprese italiane, anche individuali, semplificando l’accesso al credito grazie all’uso di dati e tecnologia.

Credimi Commerce è il primo servizio rivolto alle imprese italiane dedicato allo sviluppo di progetti negli ambiti di e-commerce, digital marketing e CRM grazie alla collaborazione con web agency specializzate e finanziamenti a TAEG 0%.

Le imprese italiane, spinte soprattutto dalla crisi della pandemia oltre che dalla naturale evoluzione tecnologia del mercato, hanno oramai focalizzato la necessità di digitalizzare la propria offerta. 

La digitalizzazione è considerata come una tappa importante per il processo di crescita dell’azienda e il settore dei servizi è quello che le attribuisce la maggior importanza.

Le agenzie digitali selezionate – ad oggi Key-One, MODO | We Code Design, Queryo, Six Socks Studio, Sketchin, vtenext, Webidoo SpA – metteranno a disposizione i loro specialisti che, grazie alle risorse economiche delle realtà sovvenzionate, contribuiranno a realizzare i progetti digitali richiesti.

Il finanziamento, legato all’avvio di progetti digitali, è assistito dalla garanzia del Fondo di Garanzia per le PMI e si richiede online in pochi minuti, 24 ore su 24. L’importo finanziabile va da un minimo di 12.000 euro ad un massimo di 1 milione di euro ed è versato direttamente da Credimi all’agenzia approvata dal cliente. Il finanziamento ha una durata di 5 anni ed è rimborsabile a rate a partire dal quinto trimestre dalla data di erogazione. Non è prevista l’applicazione di commissioni o interessi corrispettivi a carico dell’impresa.

L’impresa richiede Credimi Commerce direttamente sul sito di Credimi.com, indicando anche gli obiettivi di crescita che vuole raggiungere attraverso il digitale. Credimi verifica la finanziabilità dell’azienda in tre giorni lavorativi e successivamente viene selezionata l’agenzia adatta a sviluppare il progetto digitale mettendola in contatto con l’azienda. Gli specialisti dell’agenzia e l’imprenditore lavorano insieme per definire il progetto e una volta che l’imprenditore lo approva, dopo la sottoscrizione del finanziamento, l’agenzia si mette all’opera per realizzarlo. 

Intervista a Ignazio Rocco, CEO e Co-Founder di Credimi

Com’è nata l’idea di finanziare e nel contempo offrire un servizio di supporto alla creazione di digital solutions?

Abbiamo ascoltato i bisogni delle PMI nostre clienti e non solo. Proprio da questa osservazione ne è emersa un’Italia che pensa di crescere anche grazie agli investimenti in tecnologia, soprattutto quelle imprese che per dimensione o posizione geografica potrebbero avere un maggiore divario digitale da recuperare (ad es. quelle del Sud e delle Isole). Un cambio di passo importante che va sostenuto e continuamente promosso perché investire nel digitale significa investire nel futuro del proprio business, avendo il coraggio anche di modificarne il modello, se necessario. Ma nel progettare questo nuovo prodotto abbiamo anche tenuto conto quanto emerso dal nostro OsservatorioPiccole Imprese Italiane (realizzato con Nextplora), che evidenzia come le PMI spesso non abbiano le competenze necessarie per dotarsi autonomamente di strumenti digitali, per vari motivi: non si conosce bene la materia, non si conoscono i consulenti adeguati alle proprie necessità, non si sa quale possa essere la dimensione del progetto. Il nostro prodotto è innovativo proprio perché non solo aiuta reperire le risorse, ma soprattutto aiuta le imprese a individuare i consulenti adeguati ai loro bisogni. 

Ci racconta quali sono stati i finanziamenti legati alla digitalizzazione attraverso qualche specifico esempio?

Ad effettuare gli investimenti maggiori nell’ultimo anno sono state le aziende operanti nei servizi (68%) seguite da quelle dell’industria (59%) e del commercio (57%). Tra le aree in cui si è investito di più: siti Internet, e-commerce, marketing digitale. Più ridotti, ma presenti, gli investimenti in digitalizzazione per migliorare i processi aziendali e i prodotti. Per molti nostri clienti la digitalizzazione è stata la strada per uscire dalla crisi. Le faccio qualche esempio: Kassiopea è una società sarda di programmazione e organizzazione di eventi nazionali e internazionali che ha visto una riduzione del fatturato dell’80% a causa del blocco di eventi, fiere e congressi. Ma non ha chiuso: dopo aver studiato ed essersi informata, l’imprenditrice ha ha messo in piedi un sistema di eventi a distanza online. O ancora, 2 effe srl è un’azienda di cosmetici personalizzati per centri estetici messa in grave difficoltà dal lockdown dello scorso marzo. In questo caso lo sviluppo di un progetto di marketing digitale ha aiutato a superare il momento. Ed infine Ecofiltri Srl, azienda abruzzese che si occupa di rigenerazione di filtri e catalizzatori SCR. Anche se il loro business non ha risentito moltissimo della crisi, la società ha usato il periodo di lockdown per migliorare il layout produttivo e digitalizzare ulteriormente la sua attività facendo leva sia sulle agevolazioni offerte dallo Stato che sull’accesso al credito attraverso il canale fintech. E ora visti i benefici pensano al prossimo step: la digitalizzazione del magazzino. Sono tre esempi diversi, ma che vanno tutti nella stessa direzione. Con questo nuovo prodotto possiamo aiutare ancora di più le imprese aggiungendo ad un finanziamento veloce anche una rosa di possibili fornitori. 

Quali sono state le maggiori reticenze riscontrate da parte delle aziende e quali invece i fattori facilitanti?

Nel complesso, per gran parte delle aziende, la digitalizzazione rappresenta sì una tappa fondamentale, ma spesso è difficile capire come mettere in atto il cambio di strategia. Le maggiori paure nell’affrontare la sfida del digitale sono in primis quella di non controllare la trasformazione perché non si conosce bene la materia. Altri hanno paura o di non avere un’idea chiara dei costi o di spendere i soldi senza un risultato soddisfacente. Quella che accomuna però tutti è di avere difficoltà nel trovare i fornitori giusti, infatti molti non nascondono di decidere da soli o seguendo il consiglio di amici. Nonostante ciò, quasi la metà delle ditte individuali considera la digitalizzazione un driver fondamentale per la crescita e per le piccole imprese dei servizi sarà “il principale obiettivo per il prossimo anno”. Questo lockdown sta sicuramente dando una scossa molto forte e probabilmente un cambio di rotta potrà forse arrivare dal Recovery Fund europeo che è stato costruito proprio per sostenere la trasformazione ambientale e digitale: un ulteriore impulso che potrebbe mettere enormi risorse a disposizione di chi ha la volontà e la determinazione per fare innovazione.  

Quali sono i criteri per accogliere nella collaborazione con Credimi le agenzie che erogano i programmi digitali?

Stiamo già selezionando nuove aziende specializzate che possono supportare le imprese in percorsi di digitalizzazione dedicati. L’adesione a Credimi Commerce è infatti aperta a tutte le agenzie operanti nell’ambito della consulenza e realizzazione di progetti digitali (creazione siti web, e-commerce, digital marketing, CRM, branding, etc..). Ma ciò che ci preme di più è la condivisione del fatto che si sta realizzando un prodotto che può fare veramente la differenza per coloro che rappresentano la pancia produttiva del nostro Paese.

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Design Thinking, cos’è e perché i manager ci puntano forte

Design Thinking, cos’è’?  L’approccio alternativo all’innovazione che integra capacità analitiche con attitudini creative, è un modo di fare che si sta sempre più radicando nei modi di gestire le aziende da parte dei manager. Dalla ricerca dell’Osservatorio Design Thinking for Business della School of Management del Politecnico di Milano, presentata ieri durante il convegno online “Design Thinking: hate or love it? Matches and mismatches with alternative innovation frameworks”, sono emersi numeri importanti.

I risultati della ricerca

L’analisi, che è stata condotta su un campione di 368 manager responsabili di diverse unità di business aziendali evidenzia come il Design Thinking sia il modello più adottato, utilizzato da quasi un terzo del campione (31,2%), seguito dall’approccio Agile Development (che promuove il continuo sviluppo e miglioramento del progetto lungo le diverse fasi del suo ciclo vitale) che è impiegato da un manager su quattro (25,0%), dall’Open Innovation (che sfrutta spunti di innovazione dall’esterno per accelerare l’innovazione in azienda e condivide con il mercato l’innovazione prodotta internamente, 18,7% del campione) e dal modello Lean Startup (che sviluppa attività e prodotti mirati ad accorciare il ciclo di sviluppo di un prodotto e a determinare rapidamente se il modello di business proposto è funzionale, 15,6%), mentre circa uno su dieci si concentra su altri approcci all’innovazione (9.5%). 

I settori che nel 2020 hanno investito maggiormente in progetti basati sul Design Thinking sono energia (13,0% della spesa), manifattura (12,3%) e finanza e assicurazioni (11,8%). Ma è risultato importante anche l’interesse dei comparti retail (10,5%), food & beverage (7,9%), healthcare (6,4%), automotive (4,1%), pubblica amministrazione (2,9%) logistica e trasporti (2,5%) e IT (2,4%).

Questi dieci settori coprono quasi il 75% del totale degli investimenti in iniziative di Design Thinking nell’ultimo anno. Il 38,6% della spesa riguarda progetti per la risoluzione di problemi complessi (Creative Problem Solving), in crescita del 5,1% rispetto al 2019, il 24,6% è dedicato alla realizzazione e verifica rapida di prodotti e servizi (Sprint Execution, -2,8%), il 22,6% alle attività pensate per coinvolgere più profondamente i dipendenti nei processi creativi (Creative Confidence, -4%) e il 14,6% si concentra sulla ridefinizione della visione strategica aziendale (Innovation of Meaning, +0,5%).

Le tecnologie digitali come i Big Data Analytics, l’Artificial Intelligence e l’Internet of Things, sono essenziali nel ruolo di trasformazione e potenziamento del modo in cui il Design Thinking viene applicato nei progetti di consulenza e di innovazione. Mediamente i progetti di Design Thinking utilizzano meno tecnologie digitali rispetto ai progetti basati su altri approcci all’innovazione. I Big Data sono la tecnologia più impiegata, presente nel 19,3% dei progetti di Design Thinking. Artificial Intelligence e Internet of Things hanno invece una diffusione analoga nei progetti di Design Thinking, rispettivamente 17,3% e 17,0%. Più marginale l’impiego di tecnologie come l’Additive Manufacturing e l’Extended Reality (rispettivamente 9,7% e 8,6%).

“Design Thinking e tecnologie digitali possono beneficiare moltissimo l’uno dalle altre – afferma Stefano Magistretti, Research Platform Development dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. La trasformazione digitale non è soltanto un fenomeno tecnologico, ma coinvolge l’intera organizzazione aziendale, potenziando significativamente le diverse fasi dei processi di innovazione e di Design Thinking. Allo stesso tempo, il Design Thinking aiuta i manager a comprendere il potenziale degli strumenti digitali e coglierne tutte le potenzialità di business e di coinvolgimento della forza lavoro e dell’utenza”.

“Il Design Thinking si sta diffondendo rapidamente nelle imprese italiane, trovando applicazione in una grande varietà di settori economici e di processi, come l’innovazione di prodotto e servizio, le esperienze digitali e la trasformazione organizzativa – afferma Claudio Dell’Era, Direttore dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. I manager abituati ad utilizzarlo raramente lo integrano con altri modelli di gestione dell’innovazione, preferendo estenderne l’uso a diverse attività, mentre chi invece adotta prevalentemente altri approcci all’innovazione è più aperto a combinare gli altri modelli con il Design Thinking, sfruttandone la versatilità e le superiori capacità di comprensione e interpretazione dei problemi”.

“Di fronte alla grande mole di informazioni e di possibilità offerte dalle nuove tecnologie, il Design Thinking offre una chiave di lettura dei problemi, una guida che aiuta imprese e consumatori a cogliere ciò che è realmente di valore in un prodotto o servizio, e quindi a orientarsi nelle scelte – afferma Roberto Verganti, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. L’importanza di questo approccio all’innovazione è ulteriormente cresciuta durante la pandemia, per la sua capacità di affrontare l’incertezza e la complessità analizzando i problemi e il contesto che li comprende da punti di vista innovativi e di riformularli per facilitarne la soluzione”.

“Le imprese hanno bisogno del Design Thinking per catturare il potenziale dell’innovazione tecnologica, trasformarlo in opportunità di business e in prodotti e servizi accessibili alle persone – commenta Francesco Zurlo, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. L’innovazione non può più essere confinata nel dipartimento ricerca e sviluppo, ma deve essere trasversale a tutte le unità e i processi aziendali. Il Design Thinking è lo strumento per accelerare questa trasformazione che è organizzativa, prima ancora che digitale”.

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Riunioni virtuali: ecco qualche consiglio su come ridurre lo stress sul lavoro

Lo smartworking può portare con sé tante problematiche e tra queste quelle dovute alle tante riunioni virtuali sulle principali piattaforme web. In pratica sono tanti i professionisti e i lavoratori da remoto che soffrono le continue videoconferenze che ogni giorno occorre fare per motivi di lavoro e che vanno a sostituire in questo momento di pandemia le normali riunioni in ufficio.

Non importa se ci si veda su Zoom, Skype, FaceTime o WhatsApp, tutte le app che consentono le videochiamate o videoconferenze hanno su molte persone lo stesso effetto: stancano e chiunque, se può, cerca di limitarle al minimo indispensabile. 

“Quello che è accaduto, a livello sanitario, nell’ultimo anno – dichiara Emanuele Franza, executive director di JHunters, brand di Hunters Group specializzato in ricerca e selezione di professionisti che abbiano maturato 3-5 anni di esperienza professionale e di giovani ad alto potenziale – ci ha obbligati a spostare riunioni dalle sale meeting ai nostri PC e, se almeno all’inizio questa novità poteva, in qualche caso, affascinarci ed incuriosirci, ora avvertiamo un leggero stress a causa del perdurare di questa situazione. Lavorare in smart working dalla propria casa, senza magari dover attraversare la città nel traffico per andare in ufficio, dovrebbe provocare meno affaticamento, ma le ore passate in videoconferenza possono essere pesanti. Ed è per questo che, per rendere questa situazione meno stressante dal punto psicologico, io consiglio di organizzare appuntamenti di breve durata (meno di un’ora), di preparare una scaletta con gli argomenti da trattare e di coinvolgere solo le persone davvero interessate a quell’incontro. Si tratta di piccoli accorgimenti, che però dopo un anno di lockdown, possono fare davvero la differenza”. 

Come ridurre lo stress da riunioni virtuali?

Gli esperti di Hunters Group hanno elaborato una serie di consigli che possono risultare davvero utili, ecco quali sono.

Organizzare riunioni brevi

Parola d’ordine: rapidità. Bandire tutti gli appuntamenti che costringono le persone davanti ad uno schermo per 4 (o addirittura 8) ore di fila perché è impensabile che si possa mantenere alto il livello di concentrazione per tutto quel tempo. Se necessario (se, ad esempio, gli argomenti da trattare sono molti), optare, piuttosto, per incontri diluiti nel corso della settimana. 

Creare una scaletta della riunione e, se possibile, condividerla prima con gli altri partecipanti

Evitare di andare a braccio, soprattutto perché si rischia di dimenticare dettagli importanti o perdere tempo inutilmente divagando su discorsi che non riguardano quel meeting. 

Preparare (poche) slides

Scrivere alcune parole chiave può essere molto per non perdere il filo del discorso, ma anche per mantenere alta l’attenzione di chi ascolta ed evitare che si distragga. 

Invitare solo le persone davvero necessarie

Non ha nessun senso far partecipare 20 persone ad un meeting se in realtà, per aggiornarsi su un certo tema o sbloccare un determinato lavoro, ne bastano 3. Troppe persone collegate rischiano di creare soltanto confusione. 

Distribuire le call durante tutta la settimana

Dedicare un solo giorno alle varie call può non essere la strategia vincente perché quella giornata rischia di diventare davvero stressante. Meglio tutti i giorni, ma per poco tempo. 

Tenere la videocamera accesa

Guardarsi in faccia, anche se attraverso uno schermo, può essere utile per aumentare l’interazione, favorire il dialogo tra i partecipanti e rendere meno difficile l’incontro per chi parla. 

“Ci sono poi – aggiunge Emanuele Franza – alcuni trucchi che possono essere molto utili anche quando si affrontano colloqui via web: indossare le cuffie, ad esempio, può aiutare a ridurre i rumori di sottofondo e a rendere l’audio più pulito. Allo stesso modo, spegnere il microfono mentre parlano le altre persone permette di eliminare/limitare le interferenze. C’è un altro consiglio che reputo importante ma che è spesso sottovalutato: conoscere bene la piattaforma che si dovrà usare. Avere a che fare con uno strumento nuovo e mai sperimentato può rendere ancora più stressante una situazione già di per sé non facile. Meglio fare qualche prova prima, si eviteranno problemi magari nell’attivare l’audio, condividere lo schermo o inviare dei file”. 

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Digitalizzazione: 5 elementi chiave per favorire una rinascita economica

Digitalizzazione come parola chiave per rimanere vivi e vivaci nel mondo del business. Ma sono diverse le aziende e i professionisti a cui mancano strumenti e risorse per digitalizzarsi e rinforzare la propria presenza su internet. Per gli imprenditori, comprendere che un approccio digital oriented rappresenta un’opportunità di crescita, oltre che un investimento ad alto rendimento, è la sfida dei professionisti del settore.

Andrea Poretti, founder di Cepar Digital Agency, agenzia specializzata in performance e inbound marketing, propone 5 elementi chiave per favorire questa rinascita economica.

5 elementi chiave per una crescita economica

Il cliente al centro 

Per anni, la centralità del cliente è stata un principio guida per molte imprese, ma costruire una cultura incentrata su di esso è molto di più che dire “il cliente ha sempre ragione”.Una cultura aziendale customer-centric rende i clienti più reali per le persone che lavorano nei team marketing e sales che cercano di conoscere il proprio pubblico, capirne le caratteristiche e i desideri, così da trasformare i dati in leve per rendere vincente il business.

La customer centricity si sviluppa in tre fasi fondamentali, ciascuna delle quali deve essere supportata da processi e strumenti digitali: ascoltare i clienti, comprenderne le esigenze e, sulla base di queste, pianificare azioni di marketing e vendita.

Customer journey mirata, ossia processo d’acquisto cucito su misura

Chiariamolo: gli utenti online non hanno interesse a essere profilati dalle aziende. Quello della targetizzazione è un passaggio che non ha valore dal punto di vista dell’acquirente, impegnato nella ricerca di informazioni sui prodotti che lo interessano.

Per chi svolge funzioni commerciali o di marketing, invece, è importantissimo personalizzare il processo di vendita online adeguandolo al contesto del compratore; in questo modo l’utente si avvicinerà all’acquisto attraverso un percorso (il customer journey) che sentirà naturale e in linea con i propri interessi. 

Costruendo un customer journey, quindi, l’azienda potrà interagire online con i propri potenziali clienti, offrendo loro informazioni “su misura” e così condurli in un percorso che, a partire dalla presa di coscienza di un bisogno, li accompagnerà fino alla fase conclusiva dell’acquisto..

Lead Management

Lungo il percorso che conduce l’utente online alla finalizzazione dell’acquisto è necessario affidarsi al Lead Management, che è il processo di monitoraggio, profilazione e gestione dei contatti e dei potenziali clienti, un compito ad appannaggio del reparto Marketing.

Molto spesso, però, le aziende non hanno regole precise o tecniche efficaci e tendono a gestire i contatti in maniera inappropriata, consegnandoli all’area commerciale anche se non profilati o di bassa qualità. Questa mancanza di qualificazione, però, rischia di danneggiare anche il lavoro dei sales, che perdono tempo e risorse, riducendo la possibilità di convertire i contatti in clienti e, di conseguenza, di incrementare il fatturato. Tutto questo si eviterebbe coltivando i contatti e preparandoli per le fasi successive del processo di vendita. 

Automatizzare i processi di marketing

Gestire i contatti è una fase fondamentale per trasformarli in clienti ma, se condotta in modo scorretto, può richiedere molto tempo: un conto è gestire 20 lead, un altro è avere a che fare con grandi numeri. 

Automatizzare i processi di marketing è la soluzione che permette alle aziende di aumentare la qualificazione dei lead, valorizzare la relazione con i contatti ed eliminare le operazioni tecniche più ripetitive. 

Come farlo? Grazie ai software di Marketing Automation che, attraverso flussi di lavoro personalizzabili, permettono di eseguire le attività di marketing in modo più snello ed efficiente.  L’obiettivo finale del marketing è quello di far crescere il business dell’azienda e per farlo, online, è necessario portare traffico di qualità al sito web, convertire questo traffico in contatti e, da ultimo, trasformare i contatti in clienti.

Marketing mix

Quali sono gli strumenti che permettono la generazione di contatti in target, li accompagnano nei processi decisionali e, non da ultimo, li fidelizzano? In questo caso si parla di marketing mix, l’insieme di azioni, strumenti e canali che un brand adotta per commercializzare il proprio prodotto e/o servizio. 

Il marketing mix aiuta le aziende a guardare al prodotto con gli occhi del consumatore, così da orientare le scelte dell’azienda verso le sue necessità. La parola d’ordine nel Marketing mix 4.0 è personalizzare. Coinvolgere il cliente in una relazione uno ad uno, capace di creare una positiva connessione tra utente e azienda, fa la differenza, perché sviluppa un senso di comunità intorno ai valori del brand e un importante sentimento di riconoscimento personale.

Nella pratica, questo si concretizza nel saper selezionare i canali più adatti per la pubblicità online, le leve di vendita più efficaci per uno specifico target, le modalità e i contenuti che renderanno vincente la relazione con gli utenti.

Basta immaginare il valore che può avere una pubblicità veicolata sui canali social più frequentati dai clienti ideali di un’azienda, affiancata da campagne Google che rispondano con puntualità alle ricerche degli utenti in target, da attività di SEO organica e da una strategia di email marketing.

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I 10 benefit più desiderati dai lavoratori in tempi di pandemia

In tempi di pandemia per le aziende non è facile quali sono i desideri dei propri lavoratori. In particolare i benefits desiderati non sono semplici da individuare. Per cercare di venire incontro alle esigenze, ecco i risultati dello studio condotto da Harris Interactive per Sodexo su ben 4.897 dipendenti da 8 paesi tra cui l’Italia, per individuare i 10 benefit aziendali preferiti dai dipendenti in tempo di pandemia.

I risultati: quali sono i benefits preferiti?

Dal sondaggio è emerso come al primo posto ci siano i premi immediati(34%), seguiti da quelli legati al food & beverage (24%), dai benefit finanziari e dalla possibilità di lavorare in smart working (entrambi a pari merito al 23%) e dai voucher per il pranzo (22%). 

Esempio concreto è il Pass Shopping, il buono acquisto che permette acquisti in modo semplice e sicuro, direttamente da casa con i propri dispositivi mobili e smartphone. Allo stesso modo rappresenta un’ottima opportunità per le aziende di motivare e supportare i dipendenti e al contempo di adempiere ai CCNL usufruendo degli sgravi fiscali previsti dalla normativa.

Flessibilitàlibertà di sceltasemplicità di utilizzo e velocità di fruizione sono elementi chiave nell’erogazione dei nostri servizi e la tecnologia è parte integrante di questa visione – ha spiegato Florent Lambert, il nuovo CEO di Sodexo Benefits & Rewards Services per il mercato italiano, che dopo una pluriennale esperienza internazionale nel Gruppo Sodexo, ha accolto le nuove sfide dell’azienda – I nostri buoni digitali come Pass Shopping sono infatti una risposta immediata per l’erogazione di servizi di welfare di aziende grandi e piccole, senza dimenticare la soddisfazione e la libertà di scelta dei dipendenti nelle occasioni e modalità di utilizzo”.

Chiudono la top 10 dell’indagine sui benefit più desiderati la richiesta di assistenza medica privata (21%), la sovvenzione per i trasporti pubblici, i benefit per la salute psico-fisica, i programmi di formazione e i benefit a lungo termine (tutti al 20%); a seguire l’auto aziendale (13%), i servizi per i bambini (11%) e la carta di credito aziendale (10%).

L’importanza di puntare sui flexible benefit, intesi come prodotti che migliorano la propria qualità di vita, può risultare utile anche per evitare la fuga di talenti: da una recente ricerca di Eagle Hill Consulting pubblicata da Human Resource Executive è infatti emerso come il 58% dei dipendenti stia lavorando in condizioni di burnout e che addirittura uno su 4 stia pianificando di lasciare l’azienda. 

Da mettere in evidenza c’è anche le variazioni nelle preferenze dei benefit tra le rilevazioni estive e quelle legate al post ondata autunnale: i premi a breve termine hanno mantenuto il primo gradino del podio ma al contempo hanno perso 3 punti percentuali, mentre la possibilità di lavorare da casa ha perso addirittura il 4% dei consensipassando dal secondo al quarto posto della top 10, calo che ha coinvolto anche i benefit legati alla salute e al benessere che, perdendo 3 punti percentuali, sono passati dalla quarta all’ottava posizione della classifica. In crescita invece i buoni pasto (+2%), i percorsi di formazione (+2%) e la carta di credito aziendale (+2%). 

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Il ruolo del manager in azienda fra nuove skills e pandemia

Il ruolo del manager nelle aziende? È in costante cambiamento, per questo in più di un’occasione abbiamo sottolineato l’importanza di acquisire nuove skills, soprattutto in questo particolare periodo storico.

Lo stile di management di un’azienda si manifesta attraverso il modo con cui vengono gestite le attività, le decisioni e organizzate le unità di business. La capacità di adattamento è una capacità apprezzatissima, dovuta tra l’altro alla flessibilità delle realtà a gestione famigliare, in cui i processi decisionali e la vision dell’imprenditore orientano l’organizzazione.

Secondo uno studio realizzato da Wyser, la brand globale di Gi Group che si occupa della ricerca e selezione di profili middle e senior management, i risultati a tal proposito sono estremamente chiari. 2 intervistati su 3 dicono che la propria azienda ha gestito la crisi sfruttando tutte le risorse disponibili, il 22,9% evidenzia come questa abbia deciso di investire in nuove tecnologie e il 21,9% di differenziare il proprio business. Scelte strategiche che richiedono processi decisionali rapidi e una capacità di adattamento tipica delle realtà imprenditoriali italiane.

I manager e la pandemia

L’arrivo del Covid-19 e la conseguente pandemia, tra le altre cose, ha fatto emergere la necessità di sviluppare e integrare nelle organizzazioni competenze che rispondano alle nuove esigenze dell’impresa e anche del contesto mutevole in cui si opera.

A detta dei manager coinvolti nello studio di Wyser, adattabilità (50%), leadership (46,9%) e decision-making (41,7%) sono quelle skill che maggiormente all’interno delle aziende per affrontare la situazione attuale. Inoltre, è da sottolineare come le competenze digitali, che sicuramente sono cruciali anche per le figure manageriali, siano però ritenute dagli intervistati secondarie rispetto a quelle skill comunemente dette soft e che facilmente possono essere ricondotte a una figura imprenditoriale.

Le caratteristiche dei grandi imprenditori e i manager

Quali sono le caratteristiche che troviamo comuni nei grandi imprenditori?Come registra Wyser nella sua attività di ricerca e selezione, queste, vengono richieste anche ai manager. Non è quindi un caso che le famiglie imprenditoriali si trovino oggi di fronte alla grande sfida della managerializzazione, che coinvolge da una parte l’organizzazione, la sua cultura e i processi e dall’altra anche lo sviluppo manageriale che deve integrare il rigore di questo ruolo con la creatività, la visione e la gestione del rischio che invece appartengono all’imprenditore.

Da una parte, sono sempre di più i manager che si concentrano, anche e soprattutto durante i periodi di lockdown o zone rosse, sullo sviluppo delle proprie capacità comunicative (48,1%) e di leadership (31,5%), dall’altro lato è necessario che anche l’organizzazione si impegni per favorire il career development dei suoi manager o l’inserimento di nuovi in questa direzione. Come? Quasi due manager su tre (63,1%) sono concordi nell’affermare che il coinvolgimento nelle decisioni di business e strategiche rappresenti il punto di partenza per incentivarli ad avere una mentalità più imprenditoriale. A seguire, ci sono la valutazione per obiettivi (21,2%) e una certa libertà di movimento (15,7%), cruciali per incentivare il manager e dargli fiducia nella sua crescita.

“Credo davvero che “managerializzazione” possa essere la parola chiave, quasi un mantra nel processo di crescita delle aziende che, oggi più che mai, si muovono in uno scenario cosiddetto VUCA, cioè fortemente caratterizzato da volatilità, incertezza, complessità e ambiguità – commenta Carlo Caporale, Amministratore Delegato di Wyser Italia – Le aziende che fanno capo a famiglie imprenditoriali, di cui il nostro tessuto produttivo è ricco, riescono a rispondere meglio di altre alla necessità di modificarsi e reagire rapidamente ai cambiamenti proprio per questa vicinanza tra l’imprenditore e le parti più operative. La flessibilità ha però bisogno di essere disciplinata e, in questo senso, la condivisione delle responsabilità con il management può portare un valore aggiunto importante in termini di professionalizzazione e di pensiero strategico, anche grazie all’esperienza del manager in diversi settori e spesso in multinazionali. Se questo processo richiede un’apertura dell’organizzazione e una revisione della cultura interna, dall’altra parte i manager con cui noi ci relazioniamo devono essere capaci di farsi “imprenditore”, divenendo professionisti ai quale sempre più è richiesto di portare all’interno dell’organizzazione una sintesi di rigore e creatività e di farsi carico della diffusione a tutti i livelli della cultura e dei valori aziendali”.

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Intraprendere un progetto innovativo: 4 consigli top

Fare impresa oggi non è semplice, fare impresa che sia innovativa lo è ancor meno. Ecco perché Officine Innovazione, società di Deloitte specializzata in innovazione, ha condotto un’indagine con la collaborazione del network di SMAU su più di 130 aziende – tra cui startup, PMI e Corporate – che hanno sviluppato un progetto innovativo sul territorio italiano, per capire quali siano i passi che un’azienda deve fare per far sì che intraprenda un progetto davvero innovativo, da cui sono emersi 4 consigli da seguire.

4 consigli da seguire per realizzare un progetto innovativo

  • Quasi 1 azienda su 2 (46%) ha fatto emergere come prima sfida la definizione di un business model efficace.

Questo soprattutto per le PMI e le grandi aziende, in cui la percentuale di rispondenti sale quasi al 60%. Il business model è ritenuto elemento essenziale nel rendere scalabile la propria idea e trasformarla in un business remunerativo, oltre che nell’identificazione della value proposition.

  • Il 35% del campione messo in evidenza la necessità di creare un network,ossia mettere insieme le giuste connessioni per accedere alle risorse, umane e finanziare, e trovare dei partner chiave per guidare lo sviluppo del proprio prodotto e l’accesso al mercato.

Il bisogno di un network consolidato, come mostra evidenzia lo studio, si intensifica una volta superata la fase iniziale. E se non si riesce a soddisfarlo, sarà difficile stringere quelle relazioni che permettono di far crescere il proprio progetto innovativo.

  • Comprendere le reali esigenze del mercato nel quale ci si va ad inserire è fondamentale.

Vendere un prodotto che non serve, che non soddisfa le esigenze del proprio mercato di riferimento ed è il primo motivo per cui un’azienda fallisce, come sottolineato da 1/3 dei rispondenti (33%).

  • Come per tutte le imprese, risulta indispensabile una buona gestione delle risorse finanziarie.

Il quarto elemento sfidante per superare la fase di ideazione e progettazione è la gestione delle risorse finanziarie, come confermato dal 29% del campione. Ovviamente se è importante per una grande impresa, lo è ancor di più per una startup.

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Felicità dei lavoratori: ecco qual è la situazione

“La ricerca della felicità” è un film che ha davvero colpito l’anima di ognuno di noi. Ma noi siamo davvero felici? L’Associazione “Ricerca Felicità” ha rilasciato i primi dati sullo stato di salute della felicità e del benessere dei lavoratori, sia a livello aziendale che individuale e sociale, fotografando sei obiettivi d’indagine: felicità in generale, solitudine e isolamento, felicità al lavoro, senso di appartenenza, riconoscimento e discriminazione e lavoro e suo significato.

La ricerca ha coinvolto 1.314 persone, suddivise tra lavoratori dipendenti (72,3%) e liberi professionisti  (27,7%), suddivisi per sesso con una media ponderata di 42.3% di donne e il 57,7% di uomini, appartenenti alle 4 generazioni (Baby Boomers, Generazione X, Millennials, Generazione Z) in rappresentanza della popolazione italiana attiva nel mondo del lavoro.

Dai risultati della ricerca si evince che il 16% ritiene che l’affermazione “esprimo le mie emozioni senza essere giudicato” nell’ambiente di lavoro sia assolutamente falsa, mentre quasi il 30% si ritiene poco concorde con l’affermazione “i miei meriti vengono sempre riconosciuti”.
Tra i Baby Boomers è significativamente più elevato il peso di coloro che ritengono riconosciuti in modo assolutamente adeguato i loro meriti rispetto alle altre generazioni (31% contro una media di 20/21%).

Se si analizza la dimensione felicità in generale e la soddisfazione della vita, emerge che tra i rappresentanti della generazione Z solo il 19% si trova concorde a ritenere che la propria vita sia vicina al proprio ideale, contro il 28% dei Baby Boomers. Anche nella dimensione legata alla solitudine/isolamento si può notare come questi siano maggiormente sentiti dai giovani/giovanissimi rispetto agli adulti, si passa infatti dal 21% fino al 10% (dai più giovani ai più anziani) di coloro che sentono questi problemi e dal 42% al 57% di coloro che non si sentono particolarmente toccati dalla questione.

“Ci siamo focalizzati nell’ambito lavorativo ma di fatto il centro della nostra ricerca è sempre l’individuo. Con questa raccolta di dati non c’è nessuna pretesa di trovare una risposta ma un punto da cui partire per ampliare il dialogo e capire con quali strumenti agire per aumentare il benessere sul lavoro nel nostro Paese. Non consideriamo la felicità un sentimento fugace ma una meta-competenza scientificamente provata che può permettere, attraverso l’inclusività  e le ricchezze dei singoli, un nuovo benessere organizzativo” afferma Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità. “I dati mostrano una popolazione mediamente soddisfatta, ma quello su cui va assolutamente puntata l’attenzione è la mancanza di allineamento valoriale tra lavoratori e imprese e la mancanza di orientamento al futuro. Siamo un Paese che dovrà fondare tutto sulla creatività e sulle potenzialità innovative di ripresa per consentire all’Italia, di uscire da questo grave periodo di rallentamento medio dell’Economia. Riteniamo quindi sia fondamentale ascoltare con attenzione i segnali deboli che provengono da questi dati, soprattutto in merito all’importanza di far leva sull’ascolto attivo e attento dei propri collaboratori. Ci sono opportunità incredibili, per la redditività delle imprese e per la loro crescita a livello competitivo in Italia e nel mondo, quando si valorizzano le aspirazioni individuali dei collaboratori e si aiutano a esprimere se stessi sul lavoro”.

Il mondo del lavoro è stato analizzato da diversi punti di vista e si osserva come le frasi “mi fa capire le persone e il mondo che mi circonda” con il 27.9% e “contribuisce alla mia crescita personale” con il 25,3% siano stati indicati in modo estremamente preponderante da chi ritiene questa affermazione “vera” nel contesto nel suo lavoro, mente le frasi “soddisfa tutti i miei bisogni” con il 27,1%  e “ho una carriera piena di significato” con il 24% siano quelle scelte da chi le ritiene “false” ossia per nulla riscontrabili nel proprio ambito lavorativo. Il 15.3% ritiene che l’affermazione “ha un impatto positivo per il mondo” riferita all’azienda in cui lavora sia assolutamente falsa e alla domanda se il proprio lavoro “fa la differenza” solo il 7.6% crede sia assolutamente vero contro il 13.5% assolutamente falso.   

“Crediamo sia fondamentale, per chi coordina persone, prendere in seria considerazione il soddisfacimento dei bisogni di collaboratori o dipendenti. In ogni azienda ci dovrebbe essere un piano di sviluppo dei bisogni perché il benessere aziendale si traduce in performance migliori. Questa è scienza e una ricerca di Ernst & Young realizzata assieme all’Università di Harvard*, ha dimostrato che le aziende che lavorano perché tutti i propositi siano allineati, rendono agli investitori fino a dieci volte di più” commenta Sandro Formica, VicePresidente e Direttore scientifico dell’Associazione Ricerca Felicità. “Non sottovalutiamo quindi il potenziale inespresso che si otterrebbe aiutando i propri lavoratori ad esprimere  emozioni e creatività. Non fermiamoci di fronte alla sensazione di soddisfazione generale che potrebbe essere dettata da rassegnazione piuttosto che da reale felicità. Non sottovalutiamo i segnali deboli che si evincono da lavoratori che si sentono meno soddisfatti, in generale, sul riconoscimento dei loro meriti (media 3,33) o soddisfazione sulle opportunità di carriera dove il 23,7%, la maggior parte dei lavoratori, indica che è soddisfatto pochissimo”.

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Reskilling, parola chiave per il futuro del lavoro

Abbiamo più volte visto l’importanza che ha assunto la capacità di acquisire nuove skills in questo momento storico. Ma cosa cambierà in futuro? Poco o niente. Entri i prossimi 20 anni, almeno la metà dei lavori oggi esistenti saranno automatizzati (totalmente o in parte) e milioni di lavoratori (secondo alcune stime 375 milioni di professionisti) saranno costretti a cambiare lavoro a causa dell’impatto che digitalizzazione, automazioni ed intelligenza artificiale avranno. Secondo un recente studio del World Economic Forum questo tema sarà sempre più centrale nei prossimi anni, anche dal punto di vista economico.

E quindi, quali saranno le abilità che i 30-40enni di oggi dovranno acquisire? Cosa succederà a questi professionisti? Il futuro del lavoro post Covid-19 vede nella parola chiave reskilling una definizione quanto mai azzeccata.. Il mondo del lavoro, soprattutto nell’ultimo anno, è notevolmente cambiato e anche i professionisti hanno necessariamente dovuto evolversi per adeguarsi ad un contesto sempre meno stabile. Le aziende sono costrette (e lo saranno sempre più in futuro) a valutare le competenze delle risorse già presenti in azienda e fare in modo che queste siano allineate con le esigenze di business. 

“Spesso – afferma Francesca Contardi, managing director di EasyHunters, prima società di ricerca e selezione con un Digital Operating Process – il vero problema è legato alle soft skills, ovvero alla capacità di adattarsi al cambiamento e di muoversi efficacemente all’interno del nuovo modo di lavorare. La tecnologia, lo abbiamo visto in questo ultimo anno segnato dall’emergenza Covid-19, ha un duplice ruolo: è certamente un alleato (pensiamo alla possibilità di continuare a lavorare da remoto nonostante le chiusure), ma richiede anche un aumento di competenze per poter sfruttare al meglio le potenzialità e le opportunità che offre. I professionisti over 40 sono, probabilmente, quelli che hanno maggiori difficoltà nel ricollocarsi, perché si trovano in un periodo molto particolare della loro carriera. Ci troviamo di fronte a tantissimi candidati che dopo un anno di sacrifici e di lavoro a distanza si stanno ponendo la domanda se quello che fanno è davvero quello che potranno fare per i prossimi 20 o 30 anni. Sono professionisti, spesso molto qualificati in uno specifico campo, che nel breve dovranno per forza di cose riconvertirsi per restare al passo con le nuove professioni soprattutto in campo informatico e tecnologico”. 

La situazione in Italia

Negli Stati Uniti la necessità di riqualificazione dei profili senior costerà oltre 34 miliardi di dollari. In Italia il quadro potrebbe anche essere peggiore. Il nostro paese, infatti, può contare tra le forze lavoro più anziane a livello mondiale, dopo Germania e Giappone. Secondo l’Istat oggi l’età media dei lavoratori del nostro paese è di 44 anni ed aumenta di circa 6 mesi ogni anno. Non solo. 

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale già nel 2022 un quinto degli occupati avrà un’età compresa tra i 55 e i 64 anni e, solo 3 anni dopo (e quindi nel 2025), saranno addirittura uno su quattro. 

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Arriva a Milano l’ufficio Biofilico: ecco cos’è!

Al via i lavori per realizzare a Milano l’ufficio biofilico, in cui lavoro e natura dialogano attraverso un’architettura organica e orizzontale.

Il progetto, voluto dalla piattaforma indipendente Europa Risorse, che già prima della pandemia aveva intuito la necessità di dare vita ad uno spazio di lavoro a misura d’uomo, nel completo rispetto della natura e perfettamente integrato e modellato nell’ambiente. 

L’imponente cantiere di Welcome, feeling at work, al via oggi a nel capoluogo lombardo nella zona del Parco Lambro, verrà completato nel 2024 e permetterà all’individuo di accedere ai più sofisticati requisiti tecnologici e digitali, ma anche a efficaci misure per proteggere le persone da future pandemie. 

L’ambizioso progetto, finanziato da un fondo gestito da PineBridge Benson Elliot, ha l’ambizione di essere considerato tra i più sostenibili mai realizzati e si vuole rappresentare un passo avanti nell’architettura e nella concezione del lavoro, coniugando benessere della persona e rispetto dell’ambiente

“Rendere le giornate di lavoro più vivibili alle persone è stato l’obiettivo più nobile raggiunto da questo progetto: luce naturale, controllo dei rumori, invito al movimento, mangiare sano, ampi spazi interni ed esterni per incontri di lavoro, facile circolazione, e tante altre attenzioni per la persona, in linea, tra l’altro, con la nuova cultura post-covid. Il progetto Welcome, feeling at work va oltre la sostenibilità, che oggi è un dovere morale e non più una scelta, in quanto esso mette le persone a lavorare nel proprio ambiente naturale e solo così si prende vera coscienza di come esso sia parte di noi stessi e meriti più rispetto. Lavorando in tali condizioni si produce meglio, ci si ammala meno e ci si convince profondamente di dover lasciare un pianeta più vivibile per i nostri figli” ha dichiarato Antonio Napoleone, presidente Europa Risorse.

ufficio biofilico
© Kengo Kuma and Associates

“L’eccellenza progettuale è da sempre un aspetto di fondamentale importanza in tutti i progetti di sviluppo portati avanti da PineBridge Benson Elliot nell’intento di creare immobili duraturi nel tempo e di altissima qualità che si contraddistinguono per la fruibilità e l’integrazione nel contesto in cui vengono realizzati, con grande impegno nell’ampliare i confini della sostenibilità. Welcome è un progetto iconico che si pone l’obiettivo di creare uno spazio di forte identità e visibilità che dialoga e si integra in modo naturale con l’ambiente che lo circonda. Di grande importanza per noi era che il progetto fosse realizzato nel rispetto della natura, utilizzando quindi materiali a bassa emissione di anidride carbonica e riteniamo che questo aspetto sarà imprescindibile anche per i futuri inquilini dal momento che la pandemia ha accelerato una tendenza già in atto prima del covid con un sempre maggior numero di società diventate consce dell’impatto ambientale del design dei loro uffici” ha dichiarato Leopoldo Andreis de Gregorio, principal Heed of Italy PineBridge Benson Elliot

Come sarà l’ufficio biofilico?

La progettazione e la realizzazione di Welcome, feeling at work, l’ufficio biofilico del futuro, è a cura di Kengo Kuma and Associates, indiscusso interprete mondiale dell’architettura organica, che da sempre propone costruzioni che si fondono nel contesto, utilizzando materiali naturali e innovativi, motivo per cui il celebre studio è stato naturalmente scelto dalla committenza. 

“Milano è una città che presenta un connubio unico ed entusiasmante di modernità e tradizione dal punto di vista dell’arte, dell’architettura e dell’artigianalità e ciò la rende il posto ideale dove realizzare il nostro lavoro. Grazie alla maestria artigiana italiana, è possibile raggiungere un livello qualitativo elevato attraverso un approccio organico al design e alla progettazione del legno” ha dichiarato Kengo Kuma

“Architettura biofilica: vivere in simbiosi e a contatto con la natura. Welcome, feeling at work è un progetto che prevede l’uso di elementi organici e naturali che stimolano i nostri sensi e assecondano la nostra tendenza a trovare comfort e ispirazione nei contesti naturali. Si tratta di uno spazio architettonico completamente integrato con la vegetazione e realizzato in materiali organici.  Un approccio urbano biofilico riporta vita in città. Sarà l’avvio di una nuova era in cui l’architettura green interviene per ridefinire l’orizzonte urbano, incrementare la qualità dello spazio cittadino e migliorare le attività pubbliche dell’area. Si favorisce così creatività e innovazione nella vita lavorativa e non solo. Gli elementi naturali nell’architettura, come vegetazione, luce, aria e legno stimolano i sensi e fanno la differenza sul posto di lavoro, sullo stile di vita e migliorano la salute fisica e mentale, oltre che la produttività. La sostenibilità è il tema principale del nostro futuro e una responsabilità sociale per qualsiasi settore e società. Welcome offre un modello di ambiente di lavoro che promuove l’innovazione aziendale a favore della sostenibilità” ha dichiarato Yuki Ikeguchi, partner di Kengo Kuma and Associates, designer di Welcome, feeling at work.

Gli uffici di Welcome sorgeranno nell’ex area Rizzoli, zona industriale vissuta nel passato ed oggi abbandonata, con l’intento di riqualificare l’intera zona e di diventare un catalizzatore capace di riunire persone e natura, per ottenere una migliore qualità di vita e di lavoro.

Uffici, auditorium, spazi di co-working, hall riservate agli incontri di lavoro, ma anche ristoranti e lounge, negozi, un supermercato, un’area wellness, luoghi per eventi temporanei e mostre. Dentro e fuori, pubblico e privato, lavoro e tempo libero si fonderanno in Welcome, collegati da un filo verde che permea tutto il progetto: la Piazza, ricca di vegetazione e circondata da colline; le Corti open air, destinate al lavoro informale e agli incontri; le Terrazze, concepite come estensioni degli spazi esterni, che ospiteranno orti, giardini fioriti, camminamenti; le Serre, che si declineranno come luoghi speciali di lavoro, ma anche di intrattenimento e svago, luoghi per le mani e per la mente.  Non una barriera né un monumento, ma un luogo accessibile e permeabile in ogni direzione.

Emissioni di CO2? Zero!

Zero emissioni CO2, energie rinnovabili, controllo dei consumi, recupero dell’acqua, il verde e le specie endemiche come parte integrante del progetto architettonico, scala umana e sensoriale: questi sono solo alcuni degli elementi che andranno a caratterizzare Welcome. 

Oltre 50.000 metri quadri di GLA, strutturati in sei corpi inondati di luce naturale e flessibili, stratificati, ruotati e intrecciati tra loro, che digradano come anfiteatri naturali verso il Parco. 

La struttura di Welcome prevede l’utilizzo di tre materiali d’elezione, che insieme genereranno un’architettura naturale e contemporanea: calcestruzzo per le fondamenta e l’interrato, che fuori terra lascia la scena ad acciaio e legno

Il sistema di generazione di energia per il riscaldamento e il raffreddamento insieme all’importante utilizzo di panelli fotovoltaici permetteranno di raggiungere la massima sostenibilità dell’intervento, realizzando un progetto che anticipa il futuro degli spazi di lavoro post COVID-19

Salute e benessere delle persone con target di certificazione Well Platinum; efficienza energetica Leed Platinum; rispetto delle linee guida anti COVID19 (Ashrae, Rheva, Aicarr e Rapporto ISS); circolarità nei materiali da costruzione e nel loro utilizzo; nessun combustibile fossile; resilienza ai cambiamenti climatici per un futuro clima-neutro. È su questi pilastri che Welcome si propone come il più avanzato intervento ecologico in Europa.

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I manager dormono bene? Uno studio dimostra che non è così…

I manager dormono bene? Il sonno è fondamentale per il nostro benessere, soprattutto quando durante il giorno si hanno davvero tanti impegni lavorativi.

Secondo l’indagine del Centro Studio Performance di 4 MAN Consulting, società di consulenza aziendale specializzata in performance management che da anni aiuta imprenditori e professionisti a migliorare le proprie performance e Rinaldi Group, storica azienda produttrice e distributrice di materassi, prima in Italia a certificare il benessere ed il comfort, si è rilevato che su oltre 1.000 imprenditori e professionisti, circa l’82% soffre di disturbi del sonno e di questi l’87% dorme su un materasso non adatto alle proprie caratteristiche fisiche. Lo studio è stato svolto in previsione del 19 marzo 2021 si celebrerà in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Sonno (World Sleep Day)

Cambiare materasso può essere quindi sufficiente? “Un dato prevedibile, ma che non ci si aspettava fosse così alto – spiega Roberto Castaldo, CEO & Founder 4 MAN – Lo studio ha rilevato che il sonno è uno dei primari momenti di ristoro e quindi del benessere ed impatta in maniera evidente sulle performance. La scelta del materasso, della posizione, della luce e delle consuetudini pre sonno sono solo alcune delle variabili che incidono sui livelli di efficienza”.

Secondo l’EBIA, l’associazione Europea dei produttori di materassi, la spesa procapite media per l’esercizio fisico è di 10 euro a settimana e 20 euro settimana per la nutrizione, solo 2 euro settimana per il sonno. Questo aspetto è in grande controtendenza rispetto al tempo dedicato a questi pilastri del benessere: 0,5 h/ giorno per l’esercizio fisico, 1h/gg per la nutrizione e 7/8 h gg per il sonno. “Questo dato – spiega Roberto Castaldo – mostra quanto il percepito da luoghi comuni impatta sulle nostre abitudini. Nel mondo dello sport sono anni che si dedica attenzione al benessere legato al sonno come maggiore variabile sulle performance, e questo è evidente anche nel caso del lavoro. Dormire è uno dei bisogni primari dell’uomo e le persone trascorrono in media 25 anni della propria vita dormendo, ne consegue che non è possibile sottovalutare il modo in cui si dorme, soprattutto perché ha un’incidenza innegabile sulle performance”.

I disturbi del sonno incidono molto

Quante volte vi siete trovati alle 3 di notte con gli occhi sbarrati, pensando agli impegni dei giorni successivi o a quel lavoro che vi preoccupa? I risvegli notturni dovuti ai disturbi del sonno spesso ci creano molti problemi che non ci permettono di affrontare la giornata lavorativa al 100%. Si fa sempre più forte, quindi, la necessità di intervenire sul modo in cui si dorme avendo uno stile di vita più sano, eliminando alcune cattive abitudini, come ad esempio evitare di utilizzare lo smartphone prima di andare a letto, e anche scegliendo il materasso adatto, così come la posizione che assumiamo per addormentarci. La scelta del materasso, la qualità dell’aria e la luce dell’ambiente, associati ad esercizi di respirazione e metodologie di gestione dei task ed una corretta alimentazione, mettono la nostra mente ed il nostro fisico nella condizione di performare di più e meglio. 

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Come creare uno spazio di lavoro in casa

È una delle necessità del momento. Creare uno spazio di lavoro in casa. Indispensabile causa smartworking per qualcuno, idea sfiziosa per altri che vedono nei nuovi modelli lavorativi da remoto un’opportunità di risparmio sulle spese d’ufficio.

In tale ottica è da registrare come uno dei corsi più richiesti proposti da Unione Professionisti, società di formazione in e-learning, non solo tra architetti, ingegneri e geometri, ma anche da chi più semplicemente è interessato all’universo dell’architettura, è stato quello di Design e Interior Design, a dimostrazione di quanto sia considerato importante poter personalizzare e riarredare la casa anche soddisfacendo le necessità lavorative.

Come creare un ufficio in casa

“Il 2020 ha profondamente inciso sulle nostre abitudini quotidiane, come la modalità di lavorare. La pandemia infatti ha inizialmente costretto milioni di persone a lavorare da casa, e pian piano poi la tendenza dello smartworking, o lavoro da remoto, è diventata un’opportunità per un nuovo stile di vita. Un fattore determinante per trovare il giusto equilibrio in questa nuova abitudine è creare uno spazio domestico destinato al lavoro. Proprio in tema di organizzazione degli spazi, diverse sono state nell’anno appena trascorso le richieste di come ripensarli al meglio per lavorare bene.” – afferma il team di esperti di Unione Professionisti.

La cosa più importante è destinare ad ogni cosa il giusto spazio: chi ha bisogno di una postazione fissa, che sia uno studio o semplicemente una scrivania dedicata all’interno di un ambiente ampio, e chi invece deve organizzare una postazione temporanea, magari ritagliando un angolo sul tavolo da pranzo.

“Il più importante elemento da considerare quando si organizza un ufficio a casa propria è lo spazio a disposizione. Se si ha la fortuna di avere una stanza degli ospiti, bastano una scrivania e una sedia adatte per creare una perfetta postazione di lavoro. L’importante è prestare attenzione a dove vengono posizionate rispetto all’eventuale finestra che deve essere alla destra o alla sinistra di chi siede davanti a un monitor, mai frontale o alle spalle. Se invece è necessario ricavare l’angolo di lavoro nella zona giorno, si possono adottare soluzioni d’arredo salvaspazio: si può ricorrere a tavoli pieghevoli, oppure a cavalletti e piano d’appoggio per ricreare un vero e proprio tavolo. Se non c’è la necessità di avere un piano ampio, un’altra possibilità è il piano a ribalta. Quest’ultima soluzione permette di chiudere, fisicamente, l’area lavoro: un gesto importante per imparare a staccare e riuscire a separare casa e lavoro”. proseguono gli esperti.

Attenzione anche al confort della seduta: la sedia, oltre a essere un elemento di arredo ha l’importante funzione di supportare il corpo durante la giornata lavorativa. Gli esperti spiegano: “È importante che la sedia sia bella e si armonizzi con l’ambiente nel quale è inserita, soprattutto se si tratta di un piccolo angolo di uno spazio condiviso nel quale viene ricavato la postazione lavorativa. Allo stesso tempo però, è fondamentale che sia ergonomica: il modello perfetto deve poter contare su uno schienale alto che sorregga la schiena e deve essere regolabile in altezza. Le normali sedute non sono l’ideale per chi deve stare alla scrivania per molte ore, quindi un’alternativa sempre più diffusa è quella di postazioni in piedi da alternare a quelle tradizionali: un’altezza corretta potrebbe essere quella di un bancone da cucina, ma anche alcune mensole potrebbero adattarsi”. 

Illuminazione: parola chiave

È un aspetto fondamentale che talvolta viene tralasciato, ma ha un’importanza vitale. Quando si sceglie come strutturare l’ufficio domestico, oltre alla luce naturale, è necessario valutare anche l’acquisto di lampade per avere, possibilmente, due punti luci: uno ambientale, tipicamente quello delle lampade da soffitto, e uno con lampada da scrivania orientabile, con una tipologia di lampadina che non risulti eccessivamente invasiva” afferma il team di Unione Professionisti.

Accessori e tecnologia

Nel mondo attuale la domotica, ma più in generale la tecnologia, può aiutarci a creare attorno a noi un ambiente migliore. “Creare un ambiente di lavoro confortevole può anche aumentare la produttività, quindi via libera agli oggetti di arredo, senza però esagerare. Si può puntare su un una bella stampa di design per dare un tocco di colore, oppure su qualche messaggio simpatico di colleghi di lavoro da appendere sulle mensole per sentirsi connessi con il team anche lavorando da casa. Anche una pianta può aiutare il benessere, magari una di quelle che ha proprietà di purificazione dell’aria. Tra gli accessori non può mancare una tazza, magari termica, per avere a portata acqua fresca senza doversi alzare o calde tisane da sorseggiare.Infine, un consiglio per quanto riguarda la domotica. Gli assistenti vocali potrebbero dimostrarsi utili non solo per accendere o spegnere le luci ma anche per fare chiamate e prendere appuntamenti”. – conclude il team di Unione Professionisti.