Conti deposito, analisi del boom e successiva caduta del prodotto finanziario più utilizzato in Italia

Fino a qualche anno fa erano una delle opzioni più interessanti per i risparmiatori per cercare di far lievitare con il passare del tempo i fondi a propria disposizione.

Poi, però, gli enti erogatori hanno progressivamente diminuito il tasso di interesse applicato sulle somme che il risparmiatore stesso depositava per lunghi periodi, annullando di fatto i suoi benefici. I conti deposito sono stati per anni il prodotto finanziario più utilizzato in Italia, poi è stato certificato un calo progressivo.

Tra le caratteristiche principali del conto deposito, oltre al modesto incremento delle somme giustificato dagli interessi, la minore esposizione legata ai rischi sottesi ai fondi e al mercato azionario. Fino a qualche mese fa, gli italiani che hanno scelto i conti deposito hanno contribuito ad una raccolta di 500 milioni di euro, ma la flessibilità variabile a seconda degli enti non forniva molte sicurezze. Alcuni enti erogatori consentivano la movimentazione di quanto accumulato in caso di necessità, altri prevedevano la perdita degli interessi maturati, altri ancora concedevano la possibilità di investire una parte di quanto versato, ma c’era anche chi imponeva vincoli in merito al ritiro per archi temporali che vanno dai 3 ai 60 mesi.

Questa diversità delle offerte e le caratteristiche stesse del conto deposito non lo tengono però completamente al riparo da rischi. C’è poi da considerare anche l’effetto preponderante dell’inflazione, che nel corso dei mesi eroderà il valore reale del patrimonio.

Altro punto a sfavore dei conti deposito sono i costi, che molto spesso erodono i vantaggi proposti in termini di tasso di interesse. Secondo le normative di settore pubblicate dall’Agenzia delle Entrate– ossia le circolari 48/E del 2012 e la 15/E del 2013, tutti gli interessi maturatiin seguito al vincolo di una somma di denaro per un periodo più o meno lungo sono soggetti ad una ritenuta fiscale che ammonta al 26%, a cui va anche aggiunta l’imposta di bollo. Questa tassa si calcola periodicamente, nel momento in cui l’istituto rendiconta il conto deposito, quindi a cadenza annuale o trimestrale.

Secondo quanto stabilità dalla normativa, l’imposta di bollo deve essere applicata al valore del vincolo in quella data, per un ammontare complessivo dello 0.2% del valore nominale per la frazione di anno in cui il titolo è stato attivo. Qualora il vincolo sia scaduto o sia stato rimborsato, il contraente dovrà in ogni caso corrispondere un’imposta minima all’Agenzia delle Entrate che corrisponde ad 1 euro. Per calcolare l’imposta di bollo, è importante considerare la data di attivazione del vincolo e rapportarla al valore dell’imposta per l’intero anno. Se il contraente ha sottoscritto due conti deposito con caratteristiche analoghe ma con rendicontazione differente, potrà pagare un’imposta di bollo minore per il conto con rendicontazione meno frequente. In molti casi l’ammontare dell’imposta di bollo e degli interessi erodono quasi totalmente il valore stesso degli interessi, facendo perdere gran parte del valore e delle motivazioni per cui un risparmiatore decide di affidarsi ai conti deposito.

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