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Da Deezer a Spotify, il successo della musica in streaming

Per la prima volta nella storia della musica lo streaming supera il download: a rivelarlo è la RIIA – Recording Industry Association of America – che nel suo report annuale, legato ai profitti dell’industria discografica americana, rivela nel settore un sorpasso in termini di guadagno. Anche se di poco (l’analisi rivela un 34.3% contro il 34%) questa dichiarazione pone l’attenzione su un importante cambiamento delle abitudini degli ascoltatori e degli amanti della musica. A capovolgere la situazione non sono tanto le cifre dello streaming gratuito ma quelle generate dall’utilizzo di servizi a pagamento come Spotify Premium: il profitto generato da utenti base si aggira, infatti, “solo” attorno ai 400 milioni di dollari mentre quello degli utenti premium raggiunge la quota di 1,2 miliardi.

Il settore è tanto appetibile da invogliare nuovi interlocutori a partecipare al mercato: dalle ultime indiscrezioni, a sfidare gli attuali servizi di musica in streaming sarebbe pronto anche Amazon che starebbe ultimando gli ultimi dettagli per siglare gli accordi con le varie case discografiche, un lancio previsto già per l’estate o comunque entro il 2016. Il colosso dell’eCommerce è già in realtà presente in alcuni Paesi con un servizio di musica streaming on demand, dal nome Prime Music, ma il catalogo è limitato e conta attualmente poco più di 1 milione di brani. E la concorrenza? Supera i 30 milioni di canzoni.

Nel 2016 gli attori in scena sono certo già molti – da Apple Music a Google Play Music, senza dimenticare Tidal, la piattaforma con brani di altissima qualità lanciata lo scorso anno dal rapper Jay Z – ma se il merito del primo servizio di musica in streaming gratuito (e legale) va a Daniel Marhely, che nel 2007 ha fondato Deezer, la diffusione e il successo di questo settore va a Spotify.

30 milioni di brani digitali, 75 milioni di utenti attivi e abbonati in 59 Paesi del mondo. Sono questi i numeri del servizio di streaming che negli ultimi anni hanno rivoluzionato il business della musica, una storia nata con la scelta di Daniel Ek, imprenditore ricco ma infelice di Stoccolma, che all’età di 23 anni ha deciso di abbandonare tutto per seguire i propri sogni: vivere di musica e tecnologia. Era il 2006 e la piaga della pirateria in Svezia era dilagante, come rendere quindi le canzoni accessibili a tutti senza inciampare in problemi con la legge? Insieme a Martin Lorentzon, oggi co-fondatore di Spotify, decidono di creare un Napster legale, chiudendosi in casa e lavorando per due anni duramente al progetto.

Visto l’alto grado di interesse e la professionalità, entra nel team ben presto anche lo stesso Sean Parker, ex fondatore di Napster, che decide di investire 15 milioni di dollari nell’azienda, contribuendo in seguito al lancio di Spotify negli Stati Uniti e alla partnership con Facebook. Il 7 ottobre 2008 il servizio di musica in streaming viene lanciato ufficialmente in sette Paesi europei, solo un piccolo inizio per un fenomeno che ha presto conquistato tutto il mondo. Ma cosa rende vincente questa piattaforma rispetto ai competitor? Gli esperti dicono che la risposta va ricercata nella ricchezza del catalogo (con nuovi titoli ogni giorno aggiunti) e nelle integrazioni social, plus significativi che hanno reso Daniel Ek e la sua azienda riconoscibili a livello mondiale. Un successo tale da portare il quotidiano Fincancial Times a definire l’imprenditore svedese una “rock star nel mondo della tecnologia”, in testa alla classifica dei più influenti imprenditori tecnologici d’Europa. E dal 2008 al 2015 sono stati versati agli artisti circa 3 miliardi di dollari, dimostrazione che Spotify monetizza tutti gli ascolti, con un tornaconto per produttori e cantanti. I dati rivelati dal report RIIA certo ora non sono più un mistero. La storia delle etichette discografiche è ufficialmente rivoluzionata. Ed è tutta un’altra musica.

 

Tratto da Uomo&Manager di Luglio/Agosto 2o16

 

 

 

 

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