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Economia della scarsità ed economia dell’abbondanza

economia dell'abbondanza

Una delle caratteristiche dell’era digitale è il fatto che nel momento in cui qualcosa diventa software, cioè intangibile, conoscenza immateriale, intelligenza distribuita in una Rete fatta di bit con scaffali infiniti, diventa progressivamente meno cara, certamente nel costo di produzione e, spesso, anche nel prezzo finale. Nell’economia degli atomi, invece, la maggior parte delle cose tendono a farsi più costose col passare del tempo. 

Digitale, quindi gratis… prima o poi

Insomma, la verità è una sola: se è digitale prima o poi diventerà gratis. In un mercato ipercompetitivo, il prezzo di un bene scende progressivamente fino al costo marginale. E Internet è il mercato più competitivo che il mondo abbia mai visto, un mercato dove il costo marginale delle tecnologie su cui si basa (potenza di calcolo, banda e spazio di archiviazione) ogni anno si avvicinano di più allo zero. 

Fuori dal regno digitale, i costi marginali raramente scendono fino a zero. Invece, nel regno dei bit, attraverso i processi di competizione collaborativa, linee aeree e case automobilistiche hanno trovato modi per rendere gratuito il prodotto vendendo magari qualcos’altro. 

Il rovescio della medaglia

Ma non è finita. Ogni abbondanza crea una nuova scarsità. Cent’anni fa l’intrattenimento era scarso e il tempo era abbondante, oggi accade l’inverso. Quando un prodotto o servizio diventa gratis, il valore migra verso lo strato superiore. Se vogliamo generare valore, dobbiamo anche noi andare lì. Dove le risorse sono scarse, sono anche costose e bisogna stare attenti a come le si usa. Il management tradizionale, quello che lavora top-down (dall’alto in basso), è appositamente basato su logiche di controllo proprio per evitare errori costosi. Ma quando le risorse sono abbondanti, le strategie di gestione devono cambiare.

D’altra parte, in ogni passaggio strategico tipico dei processi evolutivi del capitalismo, viene drasticamente ridotto il costo di un fattore chiave della produzione. Alle origini del capitalismo, il valore era nella terra. La terra era il bene scarso perché chi possedeva la terra erano nobili, feudatari, Stati. Poi, con la nascita dei moderni Stati nazionali, l’individuazione dei beni demaniali (quindi la separazione tra proprietà statale e proprietà privata), la scoperta dell’America e la “commerciabilità” attraverso l’individuazione di parametri di valore generata dal catasto, la terra diventò un bene, per così dire, abbondante perché scambiabile. 

Il lavoro come valore

Il valore, che prima era nella terra, migrò su un altro bene scarso: il lavoro. Di qui la necessità di dotarsi di risorse umane facendo molti figli ed assicurandosi, in tal modo, la capacità di mettere a reddito la terra. Nella fase successiva arrivò la rivoluzione industriale e, grazie alle macchine a vapore, la forza fisica divenne abbondante rispetto alla fase precedente. All’improvviso si potevano fare cose che prima non ci si poteva permettere: si poteva far funzionare una fabbrica per ventiquattro ore al giorno sfornando prodotti a una rapidità prima inconcepibile. Il valore migrò ancora ed il bene scarso diventò il capitale. 

Quando, alla fine del XX Secolo, si svilupparono gli strumenti di finanza diffusa ed il capitale diventò un bene relativamente abbondante, abbiamo assistito ancora una volta al processo di spostamento del valore verso la conoscenza che, però, aveva un problema di fondo: era già un bene sovrabbondante in Rete. È per questo che quello che aveva veramente valore era solo la conoscenza con reputazione. Ed ecco perché siamo nell’era del capitalismo intellettuale. Il capitale è diventato abbondante e la conoscenza con reputazione è diventata il bene scarso. Come l’acqua scorre verso il basso, così l’economia capitalistica scorre progressivamente verso l’abbondanza. 

La base portante di questa riflessione, il punto fondamentale è che quando cala il costo dei fattori della produzione il valore si sposta altrove. Qualche decennio fa, il massimo valore era nelle industrie manifatturiere ad alta intensità di capitale e di lavoro. Poi la globalizzazione e la finanza hanno diversificato luoghi della produzione ed il relativo costo del lavoro aumentando la competitività e gli strumenti di capitale diffuso. Così il valore si è spostato verso la conoscenza e le persone che la detenevano. 

I professionisti, i knowledge workers di oggi sono gli operai delle fabbriche di ieri (e i contadini dell’altro ieri) di un capitalismo intellettuale che si sposta controcorrente in cerca della scarsità di questa fase: la reputazione. 

 

A cura di Angelo Deiana

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