Governare la burocrazia nell’era digitale: ecco cosa sta accadendo

trasformazione digitale

L’era dell’intelligenza artificiale e della sostituzione tecnologica, anche grazie all’accelerazione pandemica, è quasi arrivata. Come dimostrano le trattative sui vaccini, i loro problemi di produzione e consegna, le discriminazioni tra Regioni piuttosto che fra Stati, il mondo in cui viviamo è sempre più complesso ed ha bisogno di modi innovativi per fare business ed essere governato. 

Nonostante questa ormai radicata consapevolezza, proprio i fatti legati al tema pandemia dimostrano che la maggior parte dei governi opera ancora sulla base del pensiero organizzativo novecentesco, quello basato sullo stesso modello di comando e controllo su cui si reggevano le imprese e le Istituzioni di allora. 

Dopotutto, la burocrazia e l’economia industriale sono cresciute di pari passo. L’economia aveva bisogno di strade, reti elettriche, ferrovie. È stato un flusso che veniva da lontano, dai processi di costruzioni delle grandi ferrovie intercontinentali, la causa prima della struttura piramidale delle organizzazioni di tutto il XX secolo. Ecco perché, con la crescita dell’apparato governativo, è stato necessario costruire procedure, strutture e sistemi di controllo più complessi, gestiti tutti quanti da una piramide di burocrati professionali. 

Il cambiamento arriva con la tecnologia

Poi sono arrivati il computer e la Rete. Qualcuno potrebbe affermare che, negli ultimi anni, i governi e le imprese hanno informatizzato in modo imponente il proprio lavoro. Ma, se pensate che i computer abbiano migliorato la situazione, non illudetevi.

I vecchi processi e le vecchie forme organizzative sono stati semplicemente adattati ai software esistenti generando quel caos fatto di database incongruenti e altre anomalie informatiche che affliggono quasi tutti i governi e le pubbliche amministrazioni a livello globale. 

Insomma, nonostante l’avvento del web, persino una forza irresistibile della nostra epoca come il capitalismo intellettuale e delle reti fatica a smuovere la massa inamovibile della burocrazia governativa e territoriale. Un solo risultato: le nostre strutture amministrative sono ancora legate in gran parte a logiche antiquate e a processi operativi superati. 

Parola chiave: adattamento

Ecco una prima verità che emerge dalle trasformazioni generate dall’economia della conoscenza e della reputazione. Il mercato, come abbiamo ormai verificato da tempo, non è probabilmente in grado di soddisfare direttamente molti bisogni dei cittadini, ma il vero problema è che non possono farlo neanche modelli di governo che si richiamano ad un’età industriale che è praticamente tramontata. 

L’invecchiamento della popolazione, i ritmi lentissimi del processo normativo, la sempre maggiore complessità dell’ambiente economico, la crescente interdipendenza internazionale e l’incapacità di esercitare una supervisione efficace richiedono nuovi modelli di governo basati sul capitalismo intellettuale. La gestione della pandemia lo sta dimostrando a tutti i livelli. 

Ma adattarsi non è una cosa facile. I confini sfumano, gli Stati per certi versi tendono a svanire in termini economici e politici, le imprese si dematerializzano (software) oppure diventano veri e propri Stati paralleli (hardware). 

È difficile governare con i vecchi processi. Per questo aveva ragione Karl Popper. Non si possono governare cose nuove con modelli vecchi. Vedremo nei prossimi articoli cosa fare allora e perché farlo.

“La vecchiaia oggi non è più un’età anagrafica ma è un’età dello spirito. È vecchia la persona, l’organizzazione, il management che affronta i problemi nuovi con pensieri vecchi”

Karl Popper

A cura di Angelo Deiana

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