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Il futuro del capitalismo nell’era del Covid-19

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“Le previsioni nascono dal fatto che nessuno conosce davvero il futuro”

John K. Galbraith

Lo scenario sta cambiando profondamente. E la pandemia che stiamo vivendo è, nella sua immensa gravità, un grande acceleratore di trend e processi. Tutti noi aspettavamo il cambiamento del “nudge”, la spinta gentile del Premio Nober Richard Thaler, e invece è arrivato il “calcio” violento del film “Inception” di Christopher Nolan, lo tsunami pandemico che sta spazzando via molte certezze.

D’altra parte, dovremmo essere ormai consapevoli che, pandemia, tsunami o guerra, il capitalismo è un sistema economico in grado di fare, spesso troppo brutalmente, soltanto una cosa: separare gli operatori efficienti da quelli inefficienti, premiando i primi con successo e utili e punendo i secondi con il fallimento. Molto difficile da metabolizzare, ma bisogna andare oltre le ipocrisie ideologiche: il capitalismo non ha morale, non ha finalità, non ha orientamento o giudizio perché è tarato su meccanismi paragonabili a quelli evolutivi della natura. 

Il capitalismo è globale

È per questo che, pur nelle sue diverse connotazioni (capitalismo occidentale, capitalismo di stato, capitalismo autoritario, capitalismo teocratico), si adatta con successo a livello globale. D’altra parte, anche i processi evolutivi della natura si comportano allo stesso modo: negli ecosistemi alimentari il più forte mangia il più debole, i terremoti ed i vulcani rimodellano il territorio, il pollice opposto è la tecnologia evolutiva che ha progressivamente differenziato l’uomo dalle scimmie. È per questo che, per leggere il futuro, bisogna individuare e cavalcare positivamente il trend evolutivo vincente nel lungo periodo. Esattamente come nella vita e nella natura. Perché gli unici a poter interpretare in modo più saggio e positivo il capitalismo siamo soltanto noi.

In ogni caso, la pandemia è un macro trend evolutivo. Pensiamo, ad esempio, alla prima reazione del contesto (la gente, il mercato, le transazioni) rispetto ad un trend innovativo. Accade una cosa semplice: il nostro modo di fare le cose tende a ridefinirsi intorno all’innovazione. Succede sempre così: in un primo momento subiamo l’innovazione in modo quasi passivo e poi, un passo alla volta, iniziamo a metabolizzarla. La mastichiamo, la digeriamo, la assimiliamo nelle nostre vite. 

Nella prima fase l’innovazione prevale e occupa militarmente il nostro territorio. Facciamo in modo meccanico tutte quelle cose che ci è stato spiegato. In un secondo momento, ci riappropriamo del territorio precedentemente perso modellandolo secondo le nostre esigenze. Fra questi due momenti c’è come una pausa, ed è in questa pausa che progressivamente prende forma la mutazione (il trend) del modo di fare le cose. Tutto ciò accade perché acquisiamo familiarità con il cambiamento derivante dall’innovazione e capiamo come inglobarla nelle nostre vite, come parte di noi stessi. Come portare la mascherina o lavarsi tanto le mani.

È partita la trasformazione

Tutto ciò genera una serie di importanti conseguenze. Partiamo dagli approcci psicologici. La prima sensazione che deriva dalla velocità del trend è la paura di sbandare in curva. Quando sbandiamo in curva, il nostro primo istinto è frenare ma sappiamo tutti che è un errore. È quello che ci sta succedendo oggi: il cambiamento generato dalla pandemia (si pensi allo smart working) è sempre più veloce, ma dobbiamo reprimere l’istinto di attaccarci ai freni. 

Senza dimenticare che alcune innovazioni, alcuni trend hanno un inizio esitante, poi partono veloci e sembra che volino lontano. Queste innovazioni generano una sequenza di cambiamenti progressivi e apparentemente incrementali (tanti cambiamenti fatti di piccoli passi), che si sommano per aggregazione, e crescono con la logica della palla di neve, fino a provocare vere e proprie mutazioni genetiche dell’economia, dei mercati, della società. Il Covid-19 ha avuto lo stesso processo di sviluppo ma sta generando, come in tutte le grandi crisi, nuove opportunità anche per una fase nuova del capitalismo. Perché, come dice un vecchio detto, quando tutto è perduto, tutto è finalmente possibile.

A cura di Angelo Deiana

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