Il futuro del capitalismo secondo Angelo Deiana

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È arrivato il momento di atterrare per esplorare la mappa dei mutamenti che stanno accadendo, e cercare di capire concretamente i trend e le ulteriori evoluzioni che si verificheranno nel prossimo futuro.


La prima cosa che possiamo osservare è uno scenario che è fin troppo facile definire complesso e denso di problemi. Dopo la crisi, il territorio globale aveva l’aspetto di un mondo attraversato da uno tsunami. Qualcuno ne ha paragonato i danni a quelli di una guerra mondiale.  Ne siamo fuori, finalmente? Forse, ma la convalescenza sarà lunga perché abbiamo cambiato pelle. 

D’altra parte, sul piano economico, non è la prima volta che il capitalismo fa esplodere il suo “contenitore” in termini di fattore della produzione. Dai tempi dei suoi primordi, lo ha già fatto almeno tre volte passando dalla Terra al lavoro, dal lavoro al capitale, dal capitale alla conoscenza.

Adesso esiste un problema in più perché il capitalismo è diventato troppo grande per qualsiasi Stato-Nazione ed ha trasformato il pianeta globale nel suo nuovo contenitore.

Le domande sono tante. È stata questa espansione globale del capitalismo una delle cause della crisi economica e finanziaria o della stagnazione attuale? E come ha impattato la crisi su economia, Stati e geopolitica globale?

Partiamo dall’inizio

Per quanto riguarda l’economia, vale la pena di partire dall’inizio. La malattia è stata lunga ma, alla fine, tutti gli sforzi e le misure di stimolo economiche e finanziarie (misure globali assolutamente senza precedenti) messe in atto stanno producendo risultati.  Altalenanti ma sempre risultati. E gli effetti sul futuro?  Tanti ma di uno, in particolare, siamo convinti: il capitalismo se la caverà a prezzo di una profonda trasformazione come il pieno dispiegamento dell’economia della reputazione.

La crisi del sistema bancario e finanziario ci racconta, però, che ci sono anche altri problemi che si possono sintetizzare in una domanda rispetto alla quale non esiste ancora una risposta. La finanza è un ambiente complesso e con profonde asimmetrie: cosa si deve vigilare allora, e su quali basi informative?

Una prima riflessione: l’economia della reputazione ha determinato non solo un modo completamente nuovo di produrre, immagazzinare e recuperare le informazioni, ma anche un network globalizzato di sistemi di ranking (classificazione) e di rating (valutazione) in cui le informazioni acquistano valore nella misura in cui sono filtrate da altre persone.
Ma c’è di più. La crisi finanziaria e la sua attuale convalescenza sono state viste come la causa di tutti i mali.
È vero? Forse vale la pena di approfondire l’analisi. Non è che tali fenomeni sono, in realtà, solo il cattivo combustibile che alimenta l’incendio di un’epoca industriale che volge al termine?

Quale futuro ci aspetta?

Dare una risposta univoca non è semplice. Se pensiamo ai motori dello sviluppo post seconda guerra mondiale (la convergenza nei principali Paesi industrializzati tra petrolio, edilizia urbana e sistema automobilistico), sappiamo come lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti autostradali contribuì a creare un’espansione economica senza precedenti (il Golden Age negli Stati Uniti, ad esempio). Era successo lo stesso, un secolo prima, con lo sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria.

Anche in Europa, grandi progetti di costruzione di reti autostradali vennero avviati immediatamente dopo, con un effetto moltiplicatore analogo: ricordate la costruzione dell’Autostrada del Sole in Italia? Tutto ciò senza dimenticare che, se la rete infrastrutturale è importante, anche il sistema casa è un fattore di crescita straordinario.
Un boom che, negli Stati Uniti, si è sviluppato negli anni Ottanta e, a parte una breve crisi, anche negli anni Novanta con il piano di sviluppo edilizio di Bill Clinton. Lo sviluppo economico USA degli ultimi venti anni è stato certamente fondato sul risparmio accumulato nella fase precedente, ma anche generato da un aumento record del credito e dell’indebitamento. È in quel periodo che è nata la finanziarizzazione dell’economia: gli americani hanno trasformato in debito i propri immobili. Più le case aumentavano di valore per effetto di tale processo e più le banche ampliavano le linee di credito dei loro clienti.
Insomma, i soldi che spendevano non erano generati da nuovo reddito ma erano solo figli di una bolla finanziaria alimentata da una bolla immobiliare.

Un focolaio che poi si è espanso a tutto il mondo industrializzato generando i danni che conosciamo. Un’epidemia di mancata fiducia tra banche, istituti finanziari ed economia reale che ha seminato terrore e crisi a livello globalizzato. La prima tempesta perfetta dell’economia della reputazione. Fin qui l’analisi della crisi e di alcune delle cause “materiali” che hanno generato la tempesta perfetta. Ma il futuro? Quali previsioni si possono fare per il futuro prossimo venturo? Ecco invece una domanda difficile, molto difficile.

Ormai è chiaro che le dinamiche evolutive sono complesse e che l’incertezza della previsione aumenta in misura crescente con l’allungarsi dell’orizzonte temporale che proviamo a leggere. Ad esempio, tra le previsioni che possiamo provare a fare, l’aspettativa di vita è solo leggermente incerta, il tempo atmosferico è moderatamente incerto, mentre è profondamente incerto il tasso di interesse fra vent’anni.

Cercare di fare previsioni in quest’ultimo campo è difficile perché non vi è alcuna base scientifica sulla quale formare probabilità calcolabili. È per questo che dobbiamo ragionare per proxy, per approssimazioni, al fine di individuare i trend, le possibili traccianti di sviluppo del futuro. Il primo trend, il più importante, lo conosciamo bene. È quello per cui, nell’era del capitalismo intellettuale e del mondo 5.0, è la reputazione la vera risorsa scarsa. Ma, detto questo, la domanda successiva è: come si forma una reputazione? Oppure, in termini più pragmatici e brutali: dove non comandano i soldi, chi comanda? Ne parliamo sul prossimo numero…

 

Tratto da Uomo&Manager di Novembre 2019

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