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Job hopping: cambiare lavoro spesso? È una delle nuove tendenze dei lavoratori

benessere sul lavoro

Cambiare lavoro e mobilità sembrano essere diventate attitudini che i professionisti di oggi hanno sviluppato. Se un tempo, entrare in un’azienda e lavorarci per tutta la propria vita lavorativa era tutt’altro che raro, oggi le cose sembrano andare in modo completamente diverso.

A confermarlo sono le indicazioni che arrivano da Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato.

Job hopping, di cosa si tratta?

È la tendenza a cambiare spesso impiego per cogliere nuove opportunità professionali per si presentano strada facendo, anche in tempi brevi. Si tratta di un modello che arriva dall’estero, in particolare dal Nord Europa e dal Regno Unito, e che si sta affermando sempre più anche in Italia: oggi si tende a cambiare lavoro in media ogni due anni.

“Storicamente si è sempre creduto che le persone dovessero iniziare e finire la propria carriera in un unico posto o che, comunque, dovessero cambiare il meno possibile. La lunga permanenza nella stessa azienda è sempre stata sinonimo di professionalità e serietà mentre i cambi repentini e continui erano visti come un segnale di scarsa affidabilità”, dice Joelle Gallesi, managing director di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato. 

Ora però, qualcosa è cambiato. I professionisti tendono a costruire carriere sempre più ibride e le aziende si mostrano più aperte verso percorsi non lineari, riconoscendo il valore di chi sa integrare esperienze e prospettive provenienti da ambiti diversi. Dunque, cambiare lavoro spesso può essere considerato un fattore positivo in sede di colloquio.

I settori più toccati da questo fenomeno sono quello tecnologico o ingegneristico, che offrono numerose opportunità e rendono i lavoratori più liberi, soprattutto dove la carenza di personale qualificato facilita il cambio di azienda. Al contrario, in contesti più tradizionali, il ricambio è decisamente più lento e meno diffuso.

“Oltre alle differenze territoriali” aggiunge Joelle Gallesi, “le motivazioni individuali giocano un ruolo chiave nella mobilità dei lavoratori. Tra le più ricorrenti troviamo retribuzioni e benefit più competitivi, opportunità di crescita rapida, condizioni di lavoro meno stressanti e relazioni interpersonali di qualità. Un altro fattore determinante è la possibilità di costruire una carriera appagante: oltre alla sicurezza economica e alle prospettive di crescita, contano scopo, sviluppo personale, allineamento valoriale e senso di realizzazione. Riconoscere il proprio contributo e percepire un reale purpose rafforza l’engagement e riduce il turnover. Le aziende devono quindi operare un cambio di paradigma, puntando su trasparenza, comunicazione e formazione per favorire lo sviluppo professionale e il benessere dei dipendenti. La Direttiva UE 2023/970, che l’Italia recepirà entro giugno 2026, fornirà strumenti concreti in questa direzione, introducendo misure per garantire equità e accesso alle informazioni retributive”. 

Ma cosa porta, al contrario, i professionisti a restare nelle aziende? Secondo i dati dell’osservatorio di Hunters Group emerge un quadro molto chiaro: la generazione X (1965–1980) attribuisce maggiore importanza al clima aziendale (47,5%) e al  work-life balance (14,6%); i millennial (1981–1996) danno priorità a welfare e work-life balance (33,8%), clima aziendale (29,3%) e piani di crescita (21%); la gen Z (dal 1997 in poi), invece, mostra un cambio radicale: clima aziendale e welfare condividono il primo posto (32,6%), superando di gran lunga i piani di carriera (17,9%).

“Il job hopping – conclude Joelle Gallesi – non è più un segnale di instabilità, ma la dimostrazione che oggi le persone non sono disposte ad accontentarsi del posto fisso. Oggi la lealtà di un lavoratore non si misura in base agli anni di permanenza in azienda, ma in termini di risultati e obiettivi raggiunti. È il segnale che il successo si costruisce anche attraverso il cambiamento ed è su questo che dobbiamo puntare se vogliamo essere competitivi in un mercato sempre più dinamico e che richiede competenze trasversali”.