,

Lavorare da remoto: i professionisti pensano che abbia un impatto positivo sul benessere mentale

lavoro da remoto

Lavorare da remoto oppure no? Da quando alcune aziende hanno deciso di concedere la possibilità di lavorare da remoto ai propri lavoratori, il quesito è sempre d’attualità. Questi ultimi sembrano, però, non avere dubbi: il 69 % dei professionisti italiani pensa che il lavoro da remoto abbia un impatto positivo sulla propria salute mentale e lo considera un requisito fondamentale nella scelta di un datore di lavoro. 

Questo è il risultato di uno studio condotto da Robert Walters, società internazionale specializzata del recruitment.

Benessere mentale: lavorare da remoto aiuta

Il lavoro da remoto è sempre più una discriminante nella scelta di un posto di lavoro per i professionisti. Infatti, sempre secondo lo studio, solamente il 7 % di questi segnala effetti negativi, mentre il 15 % dichiara di non usufruire dello smart working. 

Per quasi il 70% dei lavoratori, il lavoro da remoti aiuta ed è l’ideale per raggiungere una maggiore autonomia, equilibrio vita‑lavoro e flessibilità, elementi ormai essenziali nella definizione stessa di benessere lavorativo.

Sempre secondo lo studio di Robert Walters: 

Il 27 % dei professionisti sicuramente rifiuterebbe un’offerta da un’azienda con bassa attenzione a DEI. Il 36 % probabilmente farebbe la stessa scelta negativa verso quella proposta. 
In totale, circa il 63 % dichiara che la mancata attenzione a DEI è uno dei motivi che spinge oggi a rifiutare un’offerta di lavoro. 

Questi dati si inseriscono in un quadro internazionale in cui una buona parte dei lavoratori percepisce gli sforzi legati a diversità, equità e inclusione come positivi per il posto di lavoro, e questi aspetti impattano sulle percezioni di equità e giustizia organizzativa.  

Non sono benefit secondari

Secondo diverse persone la possibilità di scegliere la modalità di lavoro flessibile come lo smart working e l’impegno concreto sui valori DEI entrano nel contratto psicologico con l’azienda. 

I professionisti desiderano lavorare in ambienti che non solo rispettino la persona, ma che siano anche allineati con i loro valori sociali e culturali, un driver che supera il semplice stipendio o il ruolo formale. 

In particolare tra i professionisti della Gen Z, per i quali flessibilità, benessere mentale e cultura inclusiva non sono optional, bensì criteri decisivi nella scelta del datore di lavoro. 

“Sempre più professionisti vedono nello smart working non solo un vantaggio operativo ma un fattore determinante per la propria salute mentale. Allo stesso modo, l’impegno verso diversità, equità e inclusione non è un lusso etico, ma un elemento tangibile che condiziona scelte di carriera e retention”, commenta Toby Fowlston, Ceo di Robert Walters