Lavoro e Covid-19: i lavoratori hanno paura di perdere il posto. Ma…

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Lavoro e Covid-19: uno studio fa chiarezza

Cosa ci lascerà il Covid-19? Sicuramente nel mondo del lavoro tante incertezze. Dall’ultima edizione del Randstad Workmonitor – l’indagine sul mondo del lavoro di Randstad, condotta a maggio in 15 Paesi del mondo su un campione di oltre 400 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana e percepiscono un compenso economico per questa attività – che ha analizzato l’impatto del Covid-19 sul mondo del lavoro e le reazioni di imprese e lavoratori alla situazione di emergenza.

La paura di perdere il posto di lavoro

Secondo lo studio per 6 lavoratori italiani su 10 l’emergenza dovuta al Corunavirus, che ha bloccato tantissime realtà imprenditoriali e lavorative, ha avuto un impatto negativo sul proprio lavoro: i numeri sono chiari, il 62% teme di perdere il posto se la situazione economica del datore di lavoro sarà influenzata dalla crisi, otto punti in più della media globale: i più spaventati sono gli uomini (64%, contro il 61% delle colleghe).

All’estero, infatti, fra i paesi analizzati una maggiore paura si ha solamente in Cina (63%), Hong Kong (66%) e India (78%). In Italia, tale timore coinvolge soprattutto i più giovani (84% dei 18-24enni e 69% dei 25-34enni contro solo il 46% degli over 55).

In caso di perdita del posto più di metà dei dipendenti ripone fiducia nel datore di lavoro per essere aiutato a ricollocarsi (52%) o nel governo per avere un sostegno finanziario o nella ricerca di un altro impiego (54%). La fiducia nel governo è cresciuta dell’8% rispetto alla precedente rilevazione di marzo, ma resta ancora 13 punti sotto alla media globale, al penultimo posto fra i paesi analizzati, davanti al solo Giappone (36%). Uomini e dipendenti under 25 sono anche i dipendenti più fiduciosi nel sostegno del datore di lavoro (rispettivamente 55% contro il 50% delle donne e 68% contro il 38% dei senior) o del governo (56% uomini e 53% donne, 68% under 25 e 49% over 55) nella ricerca di un nuovo impiego. 

Ma aumentano le scelte digitali…

Ma qualche notizia positiva c’è. Infatti, il Coronavirus ha fatto che sì che si diffondessero soluzioni digitali e di modelli di organizzazione del lavoro più evoluti. Secondo la maggioranza dei dipendenti, l’azienda in cui lavora li sta aiutando ad adattarsi alla nuova situazione lavorativa investendo in nuove tecnologie e soluzioni digitali (62%), fornendo gli strumenti necessari a lavorare da casa o da un altro luogo al di fuori dell’ufficio (59%) e mettendo a disposizione piani di formazione su strumenti e competenze digitali (61%). Sono numeri ancora inferiori alla media globale e ai risultati dei paesi più avanzati sul digitale, ma evidenziano come le imprese stiano reagendo positivamente all’emergenza. E i lavoratori mostrano la stessa reattività: il 70% afferma di essersi adattato alla nuova situazione lavorativa, l’80% si sente pronto alle nuove modalità di lavoro digitale.

Nuove relazioni professionali

Il ricorso allo smartworking e la conseguente assenza di presenze in ufficio, porta a riflettere anche sulle nuove relazioni professionali tra dipendente e azienda. Per il 60% del campione, infatti, il proprio datore di lavoro si aspetta che i dipendenti siano disponibili oltre al normale orario di lavoro (-1% sulla media globale). Una sensazione che in Europa è più comune soltanto in Portogallo (72%) e Spagna (64%) e più frequente fra uomini (62% contro il 58% delle colleghe) e nelle fasce di età 18-24 (65%) e 45-54 anni (67%). Ma le aziende si mostrano anche flessibili: per il 69% l’impresa consente al lavoratore di gestire in autonomia orario di lavoro e priorità famigliari (-4% rispetto alla media globale), opinione comune fra i 35-44enni (75%) e gli over 55 (81%), e il 70% si prende cura del benessere emotivo dei dipendenti (cinque punti in meno della media mondiale), anche in questo caso soprattutto dei 35-44enni (76%) e degli over 55 (75%).

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