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L’era dei rischi e della contraddizione digitale

reti

Una cosa è certa: siamo da sempre fiduciosi nelle potenzialità dei processi di collaborazione e condivisione in Rete. Ma, anche in questa consolidata consapevolezza, non possiamo essere ciechi. La Rete è un sistema complesso in cui i finali sono aperti. Questo vuol dire che, purtroppo, esistono vicende, flussi, accadimenti in cui il finale non è in tutti i casi a lieto fine. 

La logica del rischio

È una delle possibili conseguenze negative della Rete stessa. Dall’inizio di questo secolo abbiamo conosciuto una serie di rischi pubblici mondiali: il mutamento climatico, il rischio nucleare, il rischio finanziario, l’11 settembre, il rischio pandemico. Tutti questi rischi sono una parte ingente dello sviluppo delle Reti, tecnologiche e fisiche. 

Certo, ora siamo tutti concentrati sulla pandemia, ma proviamo a pensare alle rivelazioni sui sistemi di controllo della nostra sfera individuale: prima Echelon, poi Wikileaks e poi molte altre violazioni della nostra privacy e della nostra libertà.

Tuttavia, dietro questi episodi, si nasconde una logica del rischio diversa in termini di pubblicità. Infatti, nel caso del rischio nucleare, gli incidenti dei reattori di Chernobyl e Fukushima hanno dato luogo a una discussione pubblica e globale. Invece, nel caso del rischio digitale della libertà, se non fossero esistiti soggetti come Assange e Snowden, nessuno si sarebbe accorto del problema strategico.

Il mondo è cambiato

Ecco perché, per effetto delle reti, il mondo è cambiato, non solo in superficie ma anche nel profondo. Questa non vuol essere la beatificazione di Snowden o di Assange. In realtà, ancora una volta la Storia è opaca, non sappiamo cosa sia successo veramente e se ci siano degli eroi o delle spie. Per questo, esclusi pochissimi, siamo tutti nel gruppo dei “relativamente inconsapevoli”. Anche se, in ogni caso, è sempre meglio essere “relativamente” inconsapevoli che “del tutto” inconsapevoli. 

È la vera peculiarità dei sistemi a Rete: l’interdipendenza, il fatto che siamo ormai collegati gli uni agli altri e tutti dipendiamo da tutti. È il pensiero a due velocità: in Rete non possiamo fare a meno di pensare individuale ma, nel contempo, non possiamo nemmeno smettere di pensare collettivo, insieme, a Rete. 

Quali sono le possibili alternative? Coltivare solo la dimensione individuale potrebbe essere una scelta? Sì, forse, ma a patto di vivere asceticamente isolati in un mondo senza porte e senza finestre, come avrebbe detto Leibniz. 

Se, invece, si sceglie di vivere nel mondo e con il mondo, i rischi/eventi di cui abbiamo parlato (rischi nucleari, digitali, giudiziali e di privacy) rendono reale e percepibile l’interdipendenza globale perché si tratta di avvenimenti positivi o catastrofici potenzialmente senza confini nello spazio e nella società perché si possono espandere a dismisura in Rete. E questo anche se, a seconda dei luoghi e delle nazioni, possono essere percepiti in modo molto differente.

Stiamo veramente esplorando un mondo nuovo di cui nessuno di noi possiede ancora le categorie, le mappe e la bussola. Siamo stati catapultati in ambiti e possibilità d’azione rispetto ai quali non siamo ancora in grado di approntare racconti o narrazioni adeguate. Le sfere d’azione della Rete e dei Big Data raccolti dalle grandi piattaforme social sono così ampie e profonde da svelare tutte le nostre preferenze e debolezze individuali. Le migliori e le peggiori.

È l’era della contraddizione digitale: in teoria, abbiamo straordinarie possibilità di controllo (pensate ai possibili flussi dei Big Data o alla sorveglianza facciale) ma, allo stesso tempo, una vulnerabilità assoluta perché totalmente dipendente dalla casualità degli impatti della nostra impronta digitale in rete.

Ecco perché parliamo di contraddizione digitale: la Rete ci rende molto più liberi nell’accesso alle informazioni di tutti ma rende, allo stesso tempo, le nostre informazioni molto più vulnerabili e accessibili a tutti e a tutto. Ancora una volta soli. Ancora una volta insieme.

“Il prezzo della luce è sempre inferiore al costo dell’oscurità”

Arthur C. Nielsen

A cura di Angelo Deiana

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