Massimiliano Ventimiglia, Onde Alte e l’Open Innovation: ecco i progetti

Massimiliano Ventimiglia

L’Open Innovation è la capacità di innovare l’innovazione, non una contraddizione in termini, ma la volontà di reinventare nuovamente ciò che per noi era già innovativo e che la pandemia ci ha costretto a trasformare, guardare con occhi diversi, farci adattare reattivamente al cambiamento causa forza maggiore.

Le aziende sono chiamate a mantenere costantemente aggiornata la propria propensione ad innovare per restare competitive sul mercato. Come? Affidandosi a idee, risorse e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno, in particolare da startup, università, enti di ricerca, fornitori e consulenti: l’Open Innovation rappresenta quindi uno strumento per cercare percorsi alternativi e sviluppare nuove soluzioni per la collettività. Diversi i settori in cui viene ampiamente utilizzata dalle utilities al comparto bancario-assicurativo, automotive e trasporti, food e distribuzione, fino alle telco, tra i primi ad aver intuito i benefici di questo approccio.

È in questo contesto storico in pieno mutamento che si inserisce Onde Alte, società benefit di innovazione sociale, certificata B Corp, che offre servizi di consulenza, formazione e open innovation appunto, nata per aiutare aziende, organizzazioni umanitarie, fondazioni e pubblica amministrazione a creare progetti che uniscano sostenibilità economica e ritorno per la comunità, puntando al bene comune e ad un futuro migliore. 

Massimiliano Ventimiglia, classe 1976, già Co-fondatore di H-FARM, Fondatore di H-ART, Chief Digital Officer (Italy) di WPP, CEO di H-FARM Education e ora Fondatore di Onde Alte, ha costruito tutta la propria carriera sui temi dell’open innovation, della tecnologia e della comunicazione digitale. Con Onde Alte combina in modo olistico competenze di business strategy, service design, creatività, ricerca e analisi dei dati, knowledge & learning design, software engineering, per sviluppare progettualità innovative e d’impatto. In poco più di due anni di attività, ha già collaborato con importanti realtà come Banca Etica, Feltrinelli Education, Intesa Sanpaolo, Invitalia, Medtronic, NaturaSì, OxFam e molte altre.

Intervista a Massimiliano Ventimiglia

Quanto è difficile trovare la strada per un’economia davvero umana?

È una strada complessa e fatta di grandi rinunce nei confronti delle sicurezze e degli schemi che per tanto tempo ci hanno dato le coordinate e ci hanno rassicurato. È una strada fatta di salite, di grande voglia di guardare dentro di sé e allo stesso tempo molto lontano. Cosa tutt’altro che facile. È soprattutto una strada fatta dal coraggio di farsi molte domande: vecchie, sopite, dormienti e nuove, contemporanee, anticipatorie. Un’economia in cui tutti abbiano rispetto per sé stessi ma anche per gli altri e per il pianeta, che non sottragga, che non estragga ma che aggiunga, rigeneri, faccia rinascere. Una economia che sappia unire scopi di breve termine con alti principi, che preveda ritorni nei confronti delle comunità, che valorizzi saggezza tra righe e colonne, i cui indicatori di riferimento siano diversi da quelli che animano le aspettative delle borse, le call di andamento dei quarter, che misurino le performance dei manager. Forse si tratta di un vero e proprio nuovo atlante più che di una strada. 

Onde Alte è un laboratorio multidisciplinare di innovazione sociale, ci racconta come fattivamente un evento di open innovation?

Fare open innovation significa pensare a un ecosistema senza barriere, a un operatore di mercato che scambia valore con una comunità di stakeholders. Significa guardare all’innovazione della propria organizzazione cercando di costruirla mettendo assieme propri collaboratori e soggetti terzi, con un processo regolato e strutturato di condivisione dove vige la regola che tutti costruiscono sopra l’altro ma in cui viene garantito l’equilibrio con la propria funzione di valore. Le modalità operative di realizzazione di questi processi sono molte e hanno struttura e durata molto diversificate. Si va dai semplici eventi di open innovation di pochi giorni, di cui l’hackathon è l’immagine più diffusa e popolare in tutto il mondo, a programmi strutturati che possono durare mesi e coinvolgere call multiple, attori di varia natura, decine di eventi, fondi di investimento ecc.

Cos’è che finora non ha spinto l’umanità a guardare al profitto generato eticamente secondo lei? Il mancato rispetto per una mancata educazione? Un problema di cultura civica?

Credo si tratti di una naturale forma di egoismo congenita nell’essere umano, e della degenerazione di alcuni fenomeni come il consumismo e l’adozione di una scala di valori sociali totalmente orientata all’immagine dell’essere umano individualista, realizzato nella propria ricchezza e nel proprio avere. Senza comunità e senza benessere collettivo. Viviamo tutti in un sistema disegnato centinaia di anni fa, dove ci hanno insegnato a stare in un contesto economico di produzione e distribuzione di beni e servizi basato sul principio della divisione del lavoro, sulla proprietà privata e sullo scambio. E da qui al sistema della proprietà, alla formazione di soggetti giuridici economici, alla concorrenza, al mercato dei capitali, alla ricerca ossessionata dei ritorni il passo è presto fatto. Mi chiedo se si possa riavvolgere il nastro e se si possano rimettere in discussione alcuni dogmi. Mi chiedo, ad esempio, se nella valorizzazione di borsa di una azienda non vada computato il danno che quella stessa azienda fa all’ambiente o alle persone. Senza formule fantasiose di apparente compensation ma con regole più genuine, autentiche. Mi chiedo se esiste un altro modo di concepire oggetti e architetture, più ispirati dalla natura, dagli animali, senza ricorrere consapevolmente a sostanze e processi chiaramente estrattivi o distruttivi.

Quanto dell’approccio dell’open innovation è presente oggi nel concetto del green e nella sostenibilità ambientale?

Credo che oggi ci sia in comune un senso di urgenza di agire come collettività, come ecosistema di attori accomunati da un fine più alto, che vedo più o meno autenticamente permeare i vari contesti. Mi auguro che questa tensione sia vera, che si combatta – in senso figurato – per questo approccio. Che si diventi tutti un po’ più attivisti. Quando una giovane ragazza o un giovane ragazzo partecipano a uno dei nostri hackathon civici lo fanno con uno spirito aperto, curioso, volitivo, con una sana intenzione di fare bene e fare la differenza per sé e per la propria comunità. Li muove una emozione fragile, che tiene insieme la preoccupazione per un tempo che scorre inesorabile, la consapevolezza dell’urgenza di cambiamento, e la voglia di cooperare per proiettarsi avanti, senza perdersi ciò che ci può essere indietro. Mi piace pensare che la visione dell’equilibrio di Nash si stia un po’ più diffondendo e che i giocatori stiano cominciando a capire che le scelte ‘bene’ e ‘comune’ siano le più lungimiranti e soddisfacenti per tutti.

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