Lasciamo stare i ponti lavorativi del 2019!

ponti lavorativi del 2019

I ponti lavorativi del 2019? Io penso sempre a…

Non nascondo di avere una vera e propria passione per il lavoro. Mi piace quello che faccio, è un mestiere che ho scelto fin dalla mia giovinezza e lo porto avanti con grande impegno.

Non sono ancora dell’idea che “fai un lavoro che ti piace e non lavorerai un solo giorno della tua vita”, ma comunque credo che oggi chi lavora debba ritenersi fortunato e se svolge una professione che ama dovrebbe essere particolarmente grato verso il proprio destino, per il percorso gradevole che gli si è posto di fronte. Ma anche se così non fosse, in ogni modo, bisognerebbe imparare ad apprezzare maggiormente la propria attività lavorativa, perché è ciò che ci consente di vivere dignitosamente, ma anche l’azienda che ci offre la possibilità di farlo.

Buste paga, fatture, ritenute d’acconto: dietro ogni documento che attesta i nostri compensi, c’è sempre e comunque un imprenditore (o un gruppo di imprenditori) che si prende il rischio di mettere su un’impresa, con tutti i rischi del caso, spesso mettendo a repentaglio le proprie ricchezze personali. Non tutti ragionano su questo. Sono molti quelli che “basta che a fine mese mi arriva la busta paga”… Non lo sopporto e non riesco a comprendere questo senso di disinteresse totale verso il destino di quel qualcosa che ci permette di vivere e toglierci i nostri sfizi. Penso alle aziende che improvvisamente sono state costrette a chiudere i battenti, ai dipendenti che sono rimasti fuori dai cancelli, alle loro famiglie… Quanto varrebbe per tutti loro ora la certezza di una busta paga, che per molti di noi è una consuetudine e una certezza? Basta aver letto un po’ i giornali o i siti internet negli ultimi tempi, per essere messi a conoscenza dei casi in cui intere aziende, destinate alla chiusura e al fallimento, sono state salvate dai dipendenti.

I ponti lavorativi del 2019: ok, ma il lavoro?

Ed è proprio ragionando su questi fatti che mi indigno enormemente oggi quando leggo sui vari social network di salti di gioia enormi di fronte alle possibilità di “ponti lavorativi” che offre questo 2019. Con 11 giorni di ferie, richiesti a ridosso delle festività, è possibile ottenere ben 37 giorni di vacanza! Wow! Che meraviglia! Già, vero, ma il lavoro? Forse qualcuno dimentica dell’essenzialità di questa componente della nostra vita. Con quanta leggerezza si pensa a lasciare scoperto il proprio posto e soprattutto a non produrre nulla di utile per l’azienda, che a fine mese sempre paga, né per sé stessi. Ovviamente nessuno imputa a chi opterà per questa opzione di aver tenuto una condotta irregolare o sleale, ma certamente nessun applauso sarà dedicato loro. Possibile che non ci si renda conto del fatto che perdere oltre un mese di lavoro l’anno di uno o più dipendenti, per un’azienda può rappresentare un problema serio, anzi serissimo? Di quanto si abbasserebbe il livello di produttività se tutti aderissero a questi famigerati ponti, non solo in una singola azienda, ma nel sistema Paese intero?

Ovviamente la mia è una domanda retorica alla quale la risposta non può che essere univoca. Mi piacerebbe prima o poi arrivare a sentire qualcuno dire “Il ponte? Io preferisco lavorare…”, perché significherebbe aver raggiunto una maturità professionale tale che ci porterebbe molto a ridosso di Paesi attualmente molto più sviluppati e all’avanguardia del nostro. Ed in questo particolare momento storico, sarebbe uno splendido segnale di una grande voglia di riemergere. 

 

 

 

Tratto da Uomo&Manager di Gennaio 2019

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