Randstad Workmonitor: il rapporto fra imprese e dipendenti

Manager 4.0

Randstad Workmonitor: il rapporto fra imprese e dipendenti

Il rapporto fra imprese e dipendenti? Troppo spesso è sottovalutato. Circa 3 imprese italiane su 4 valutano il lavoro dei propri dipendenti, ma dal confronto internazionale con altre Nazioni, emerge chiaramente un divario di attenzione e organizzazione sull’argomento. Questo è il risultato del Randstad Workmonitor – l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, leader mondiale nei servizi per le risorse umane, condotta in 35 Paesi del mondo su un campione di 405 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana e percepiscono un compenso economico per questa attività.

Il dato particolarmente preoccupante, proprio in tal senso, è che sempre secondo la ricerca, il 28% delle aziende italiane non valuta l’operato dei dipendenti, peggio soltanto di Lussemburgo, Germania, Austria e Grecia. Il 37% delle imprese non si fa valutare dai lavoratori, +18% rispetto alla media globale, all’ultimo posto in Europa e al penultimo a livello globale davanti al solo Giappone.

Inoltre, solo poco più di un’azienda su due, inoltre, assegna un punteggio al lavoro dei propri dipendenti (il 55%), un valore di ben 17 punti inferiore alla media globale e superiore soltanto al punteggio di Romania (54%), Nuova Zelanda (54%), Regno Unito (53%), Norvegia (53%) e Spagna (51%).

I risultati della ricerca Randstad Workmonitor

Fra le imprese italiane che effettuano valutazioni delle prestazioni della forza lavoro il 24% lo fa annualmente, il 7% ogni sei mesi, il 16% ogni trimestre, il 19% una volta al mese e il 7% una volta alla settimana. Il 73% dei lavoratori dichiara di poter discutere apertamente durante la valutazione della performance, cinque punti in più della media degli altri paesi ma distanti dai principali partner europei, come Germania (88%), Francia (82%), Regno Unito (87%) e Spagna (81%). Sei lavoratori su dieci dichiarano di avere la possibilità e di sentirsi liberi di dare un parere al manager o di riceverne (il 60%), un valore che colloca le imprese italiane in terz’ultima posizione davanti a Spagna (59%) e Giappone (41%), dodici punti in meno della media globale.

Nel 63% di aziende italiane in cui viene richiesto un parere ai lavoratori (81% la media mondiale), il 39% lo fa in un colloquio personale, il 13% attraverso un sondaggio online, il 10% con una comunicazione scritta e l’1% impiegando altri strumenti. Il 36% delle aziende fa ricorso al feedback in tempo reale attraverso notifiche email o app mobile dopo un evento, una riunione o una presentazione (28° posizione sui 35 paesi analizzati). Poco più di un manager su due incoraggia lo scambio di opinioni fra colleghi in qualsiasi momento (55%, -11% vs media globale), agli ultimi posti fra i paesi oggetto dell’indagine, davanti solo a Germania (54%), Austria (47%) e Giappone (37%).

Fra i lavoratori lo scambio aperto di opinioni e valutazioni è un momento che suscita emozioni contrastanti. Il 35%, ad esempio, pensa che sia di aiuto per comprendere gli obiettivi da raggiungere (-11% vs la media globale), il 32% rivela di sentirsi parte di un team (-2%), il 30% avverte un aumento della motivazione (-5%), il 27% lo vede come un’occasione di crescita personale (-10%), il 26% crede che favorisca una comunicazione aperta (-8%) e il 18% nota un incremento della propria efficienza (-5%). Ma allo stesso tempo emerge anche il disagio di sentirsi sotto esame, indicato dal 26% del campione (+5%), mentre il 27% ammette di fare fatica a non prendere sul personale un eventuale feedback negativo (+1%), il 22% si sente vulnerabile (+3%), il 19% ammette di non sapere come reagire in questa situazione (-7%) e il 15% crede che possa avere un impatto negativo sulla comunicazione (+2%).

“Dalla ricerca emerge come la maggior parte delle aziende si stia attrezzando per dotarsi di sistemi efficaci di valutazione dell’operato della propria forza lavoro, ma c’è ancora una minoranza molto numerosa che appare disinteressata e impreparata ad affrontare l’argomento – commenta Marco Ceresa, Amministratore delegato Randstad Italia –. Spesso, poi, il processo sembra ancora unidirezionale, con buona parte delle imprese attenta ad analizzare le performance del dipendente ma poco disposta a farsi valutare e a incoraggiare momenti di scambio reciproco fra manager e lavoratori. Mettere i propri lavoratori nelle condizioni di ricevere feedback costanti e di esprimersi liberamente significa avere dipendenti più soddisfatti e produttivi e migliorare la capacità dell’azienda di attrarre e trattenere i talenti”.

 

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