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Reputazione aziendale: è una priorità strategica. Ecco cosa dice un interessante studio

reputazione aziendale

Quanto vale la reputazione aziendale? Molto. Almeno questo è quello che pensano gli intervistati di un recente studio, intitolato “La nuova economia della reputazione”, realizzato da Disclosers, agenzia di PR e Media Relations, in collaborazione con AstraRicerche.

Cos’è la reputazione aziendale?

Per capire di cosa si tratta e quanto sia importante, lo studio, che ha coinvolto un campione di 400 responsabili e direttori marketing, comunicazione e PR di aziende italiane con almeno 10 dipendenti, distribuite su tutto il territorio nazionale,  ha indagato, prima di tutto, la definizione stessa di reputazione aziendale. Per il 43% dei rispondenti alle domande, corrisponde alla qualità reale dei prodotti e dei servizi offerti, per il 35% combacia con la soddisfazione e la fedeltà dei clienti e per il 32% rappresenta la coerenza tra i valori dichiarati e i comportamenti

Alla luce di tutto questo è facile oggi convenire sul fatto che la reputazione aziendale rappresenti un elemento essenziale per ogni realtà imprenditoriale e non solo.

Tra i soggetti che contribuiscono maggiormente a determinare la reputazione di un’impresa, figurano al primo posto i clienti finali e consumatori (64%), seguiti dai clienti B2B e partner commerciali (62%). Fondamentale anche il ruolo di investitori e azionisti (47%) e l’impatto di media, giornalisti e influencer (35%) che si confermano leve decisive nel definire la percezione di un’azienda al di fuori. Altro dato importante è che quasi il 70% valuta di escludere attivamente partner commerciali o fornitori con una reputazione negativa.

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Employer branding e il ruolo del CEO, sono anch’essi fattori importanti

Dallo studio è emerso anche che l’employer reputation è un’altra leva fondamentale per le aziende. Infatti il 63% degli intervistati gestisce la reputazione verso dipendenti e talenti in modo distinto dalla reputazione commerciale e la considera utile soprattutto per attrarre profili qualificati (45%), posizionarsi in modo competitivo all’interno del mercato (37%) e migliorare il clima interno e la motivazione dei dipendenti (35%).

Inoltre, il 76% dei rispondenti sostiene che la reputazione del CEO sia fondamentale sull’immagine dell’azienda. La ricerca rivela, però, che si tratta di un’arma a doppio taglio: le dichiarazioni controverse del CEO sono infatti considerate tra i cinque principali rischi reputazionali per le imprese, dopo danni alla privacy e data breach, crisi qualitative su prodotti o servizi, scandali di settore e l’uso improprio dei social network da parte dei manager o dipendenti.

“La ricerca fa emergere in modo lampante che la reputazione, in Italia, è legata prima di tutto alla sostanza dell’impresa. Tuttavia, la vera sfida si gioca sul momento antecedente a qualsiasi trattativa, in cui partner e clienti decidono se fidarsi o escludere un’azienda basandosi solo su ciò che è pubblicamente noto. Sostanza e narrazione devono alimentarsi a vicenda: senza una comunicazione professionale e strutturata, la qualità reale di un’azienda rischia di rimanere invisibile a chi non la conosce ancora, regalando spazio prezioso ai competitor.” afferma Jessica Malfatto, CEO di Disclosers.

L’importanza di avere dei canali di comunicazione validi

Dallo studio risulta chiaro come l’immagine dell’azienda, ovvero la sua reputazione, sia importantissima nella crescita della stessa. Sempre riportando i dati dello studio, emerge che il 62% degli intervistati riconosce che una presenza consolidata su testate giornalistiche autorevoli funga da vero e proprio acceleratore di fiducia verso nuovi partner commerciali. 

Nell’analisi dell’efficacia dei media classici, i portali e le testate online guidano la classifica (63%), seguiti dai media internazionali (61%) e dalla stampa specializzata di settore (60%). Sul fronte degli eventi fisici, il 47% ha incrementato gli investimenti negli ultimi due anni dopo il Covid-19 considerandoli un driver reputazionale importante. 

Parlando di media digitali aziendali, sito web e social dominano, ma newsletter (55%) e podcast (45%) stanno crescendo in credibilità come canali editoriali proprietari. Negli ultimi anni, si sta registrando anche una notevole apertura verso creator, influencer o opinion leader: il 37% delle aziende sta valutando o ha intenzione di coinvolgere queste figure per costruire la propria reputazione online.

“Misurare la reputazione non basta più: anche se il 65% delle aziende dichiara di farlo utilizzando reputational scoring, survey o rassegne stampa, dall’altro emerge un forte gap di governance perché solo il 20% di chi la misura riporta questi dati al board come KPI formale per orientare le decisioni del consiglio d’amministrazione. Nei prossimi mesi la partita si giocherà sulla coerenza e sulla solidità finanziaria, ma per fare la differenza sarà fondamentale metterci la faccia, puntando su una comunicazione digitale presidiata, sul coinvolgimento attivo nel dibattito pubblico e su una visibilità strategica dei propri leader.” afferma Stefano Tagliabue, COO & Co-founder di Disclosers.