Scegliere dove vivere oggi è molto importante

Cambiare lavoro

Reti, conoscenza, innovazione, evoluzione: questi sono i mari tempestosi, spazzati e accelerati dal vento della pandemia, che stiamo attraversando. 

Ma c’è di più. Quella che stiamo per fare, un tempo sarebbe stata un’affermazione considerata rivoluzionaria oppure priva di senso. E invece ora è reale: lo Stato “in forma classica”, quella uscita dalla Pace di Westfalia del 1648 non è più un fenomeno pienamente rappresentativo di potere economico, politico e sociale perché la società globale è trainata da 40 megaregioni (grandi agglomerati come la Greater London o New York) nelle quali il 20% della popolazione mondiale produce due terzi della ricchezza complessiva. 

Scegliere dove vivere: ecco perché

Scegliere dove vivere non è mai stato così importante. Molto più importante del lavoro che facciamo o del partner che scegliamo. Ecco perché l’interdipendenza è molto più importante della globalizzazione. D’altra parte, se i giovani preferiscono i grandi centri abitati rispetto a quelli piccoli e alle periferie, anche i nuovi settori di crescita economica generano una domanda di persone giovani altamente qualificate. 

Senza dimenticare che la nostra economia dei servizi richiede attività che devono essere svolte in aree urbane e globali. Non importa se una società manifatturiera è una miniera o una fabbrica collocate in un posto preciso: dovrà per forza comprare assicurazioni, servizi legali e finanziari, per cui contribuirà alla crescita di quei servizi e della popolazione nelle città. Per questo, anche dopo la pandemia, le città svolgeranno un ruolo addirittura in crescita, contrariamente a quanto viene spesso affermato in relazione all’affermazione del digitale e allo smart working.

Ma le grandi città non attraggono solo l’élite della conoscenza: masse di lavoratori migranti spingono alle loro porte. D’altra parte, la globalizzazione ha insegnato a tutti i giovani a viaggiare, ad avere fiducia nel prossimo, e a provare esperienze impensabili per le loro famiglie di origine: genitori che hanno perduto una generazione per uscire dal Novecento, dal secolo breve dei nazionalismi, che hanno generato due guerre mondiali e mostri ideologici. 

La diversificazione è tutto

Nel mare del futuro, invece, si affacciano confluenze d’identità molteplici, dovuta ai flussi migratori in atto, ma anche al riavvicinamento delle lontananze grazie al mondo della Rete e dei social network. È un’ulteriore riprova dell’incontro fra identità diverse, fino al configurarsi di contaminazioni plurali, nomadi, flessibili. Per questo, anche lo Stato perde i confini più netti della propria identità. 

Intendiamoci bene: il melting pot, come processo di incontro e di fusione di culture diverse, è stato sempre presente nella storia. Pensiamo solo al caso del nostro Paese, denso di culture e identità diverse generate dalle vicende e dalle invasioni che hanno attraversato la sua storia. Tutto vero certo, ma l’accelerazione tecnologica imposta dalla pandemia ci racconta che non sarà l’omologazione delle differenze in una sola identità statuale il futuro dell’umanità. Anzi. Per questo stanno sfumando i confini dello Stato moderno così come l’abbiamo conosciuto finora.

D’altra parte, come tutti sappiamo avendo studiato la teoria dell’evoluzione, la diversificazione è tutto: nella finanza, nella vita, nelle amicizie. In sintesi, nella sopravvivenza della specie. 

“I dogmi del passato tranquillo non sono più adatti al tempestoso presente. L’oggi è colmo di difficoltà e dobbiamo mostrarci all’altezza del momento. E poiché ci affacciamo ad un mondo nuovo è nostro dovere pensare in modo nuovo ed in modo nuovo agire”

Abraham Lincoln

A cura di Angelo Deiana

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