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La mente segue lo schermo, ma attenzione a non esagerare!

I lockdown pandemici ce lo hanno dimostrato. Ormai gli schermi sono diventati il nostro luogo di lavoro, l’angolo della distrazione, la piattaforma di condivisione di una passione, la finestra dei videogiochi, la vetrina di YouTube. Ma attenzione: questo processo non è sempre fluido perché l’attivazione delle personalità multiple che risiedono in noi rischia di generare stati quasi schizofrenici. Basta guardare le persone in un treno o in una metropolitana. 

Spesso il piacere si tramuta in ansia quando non riusciamo a fare tutto quello che ci prefiggiamo contemporaneamente: lavorare, pensare ai figli, curare le amicizie. Ma tutto questo non succede più solo nella vita reale di tutti i giorni, ma anche in un mondo parallelo, quello della Rete. Anzi: perché in uno solo? In tanti, molti, tutti gli universi possibili dei nostri molteplici profili social.

Vi sembra impossibile? Forse adesso lo è, ma pensate a quando avevate carta e penna ed un solo foglio per scrivere alla persona del cuore o al migliore amico. E riflettete poi a quanti documenti avete anche solo sul desktop del vostro computer, a quanti post avete pubblicato o a quanti messaggi avete inviati nell’ultimo mese. Non dimentichiamolo mai: nel mondo dei bit, le possibilità di moltiplicazione sono infinite.

Ecco perché ci troviamo spesso a rincorrere i nostri fantasmi digitali a dispetto delle esigenze materiali (l’alimentazione, il lavoro, le amicizie). Pensate al cloud computing: abbiamo talmente esternalizzato la memoria ed una parte importante del nostro database (compreso quello su noi stessi) da divenire dipendenti dalla Rete, da quel sistema tecnologico che crediamo di manipolare e possedere. Nel momento in cui ci troviamo privi di un’informazione fondamentale, cogliamo la natura della mutazione che ci sta investendo. Quanti di noi ricordano ancora a memoria i numeri telefonici degli amici o dei parenti più stretti? 

Era già successo quando siamo passati dalla tradizione orale alla scrittura: stanno cambiando le modalità di memorizzazione e stoccaggio delle informazioni. Ma è proprio in virtù di questo “outsourcing”, di questa semplificazione dei processi di memorizzazione che si schiudono ai nostri orizzonti inedite possibilità di creazione. 

Per quanto finalmente attori protagonisti sul palcoscenico delle reti, siamo ancora dipendenti da qualcosa e qualcuno. Come nel vecchio modello capitalistico. Solo che è diverso. Ci stiamo slegando dalle vecchie catene per indossarne delle nuove che hanno una caratteristica innovativa: per la prima volta nella storia siamo prevalentemente noi a scegliere (o a creare) la nostra fonte di dipendenza.

È per questo che l’idea stessa di alfabetizzazione nell’era delle reti e delle piattaforme diventa più complessa. Essere alfabetizzati non significa più solo saper leggere e scrivere. Significa, piuttosto, essere in grado di navigare tra le informazioni, di usare nuovi strumenti, di saper riportare sulle nostre stesse persone il ruolo di “mediazione culturale” che prima delegavamo ai pochi abilitati a diffondere la cultura. Il Web e la tecnologia sono molto più veloci. In un attimo hanno costretto l’intera industria culturale ad inseguire nuove regole del gioco. 

Anche perché la Rete fa un lavoro semplice da descrivere, ma bellissimo e potente. Consente a chiunque di immettere innovazione da ogni punto. Ed ogni innovazione (non smetteremo mai di sottolinearlo) apre nuove idee, ci fa pensare che possiamo fare cose nuove o cose diverse. E, per quanto abbiamo visto finora, se dai a milioni di persone la possibilità di far cose che prima non potevano fare, le persone le fanno. Prima o poi ma le fanno.

È esattamente il contrario di quello che è successo fino ad adesso. Ciò che alla gente del tempo sembrava di bassa cultura (ad esempio, i romanzi d’appendice, quelli pubblicati a puntate sui giornali nella seconda metà dell’Ottocento), per noi è diventato un classico. Era l’era della scarsità: un’epoca che si è sviluppata per molti decenni sull’onda dei fotoromanzi o degli sceneggiati a puntate. Il meccanismo era sempre lo stesso: generare un’aspettativa in termini di attesa della puntata successiva perché era impossibile trovare una scelta alternativa di eguale rilievo. 

Adesso, quest’era è finita. Se non facciamo in tempo a vedere la puntata della nostra serie preferita, abbiamo una miriade di strumenti per ritrovarla, su Netflix, Amazon, gli altri canali a pagamento o su YouTube. Così ci troviamo di fronte a un modello, quello dell’abbondanza, che mette in crisi diversi punti di riferimento con cui siamo cresciuti. L’abbondanza di prodotto culturale ci obbliga a cambiare il nostro approccio (siamo noi a scegliere cosa ci interessa quando ci interessa) e ci richiede capacità nuove, tutte da imparare. 

Ma, soprattutto, ridefinisce l’idea del valore del prodotto. Ne abbiamo parlato tante volte per la parte economica: la stessa cosa sta succedendo per il prodotto culturale. Prima era scarso, e pagavamo il supporto: il disco, il concerto, il libro, l’enciclopedia. Oggi è abbondante, diffuso in rete con mille alternative possibili e tendiamo ad aspettarci che costi sempre meno o che diventi, addirittura, gratis. 

“Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza”

Cagliostro

A cura di Angelo Deiana

La connessione come mutazione sociale: è l’ossigeno della nuova vita digitale

Capitalismo intellettuale e reputazionale, smartphone, dispositivi wireless, trasformazione digitale, social network, platform economy. Fuori e dentro di noi. Un intreccio invisibile di reti che ci collegano al mondo. Per essere sempre connessi. Sospesi tra l’incantesimo dello stupore e la partecipazione attiva: una trama invisibile ci lega al device, al dispositivo, alla macchina. 

Diventiamo parte della tecnologia mentre la assorbiamo nella nostra coscienza e, con i dispositivi portatili, la lasciamo penetrare nel nostro corpo. In questo modo, i loro chip ed i loro sistemi operativi ci proiettano in una condizione di perenne connessione alle nostre reti sociali e commerciali, ai loro stimoli, ed ai fiumi tumultuosi di simboli, emozioni e informazioni che le persone che ne fanno parte emanano. 

In modo compulsivo, cediamo alla Rete ogni dettaglio della nostra esperienza: dove siamo, che stiamo facendo, chi abbiamo visto, cosa abbiamo mangiato. È un mix nuovo, che la specie umana non aveva mai sperimentato, in cui si instaura una congiunzione inedita e densa di conseguenze tra natura e cultura, organi biologici e strumentazioni tecnologiche. 

Dentro la rete

Prendiamo, ad esempio, le nostre pagine personali su social network di Facebook, Linkedin, Tik Tok. Sono attraversate incessantemente dagli amici e disseminate di foto o di immagini prima considerate private. Siamo in Rete prima ancora di saperlo. Si parla di noi in luoghi che non abbiamo mai neanche immaginato e, attraverso la condivisione con gli altri, si produce qualcosa di diverso, qualcosa che muta la nostra identità, il nostro essere precedente.

E questo passaggio di identità non comporta semplicemente un avvicendamento di modalità di comunicazione o di oggetti tecnologici. Sperimentiamo, invece, una mutazione profonda che si riverbera sul nostro modo di vivere, di relazionarci con gli altri, di concepire il tempo e lo spazio. E, infine, di definire la nostra personalità. 

I laboratori del cambiamento

La mente ed il corpo sono i laboratori in cui sperimentiamo questi cambiamenti. Ogni reazione psicofisica ai nuovi processi di evoluzione attraverso i social media è l’indicatore di un cambiamento di stato. Naturalmente, ciò si realizza in modo più liscio e spontaneo per le generazioni dei nativi digitali, mentre provoca talora scompensi, ansie e frustrazioni nelle generazioni e nella cultura precedente.

Le conseguenze

In ogni caso, lo schermo diviene il nostro luogo di lavoro, l’angolo della distrazione, la piattaforma di condivisione di una passione, la finestra dei videogiochi, la vetrina di YouTube. Ma attenzione: questo processo non è sempre fluido perché l’attivazione delle personalità multiple che risiedono in noi rischia di generare stati quasi schizofrenici. Siamo entrati nel mondo della mente a due velocità. 

Riflettiamoci insieme: guardiamo lo smartphone in modo compulsivo, controlliamo in modo spasmodico le mail, gli sms, le chat, Whatsapp per non interrompere mai nessun rapporto comunicativo. Navighiamo ininterrottamente nelle infinite ramificazioni della Rete anche solo per essere presenti. Confermiamo, clicchiamo, tracciamo il nostro cammino avvinti da un’ipnosi a cui siamo tuttavia totalmente consenzienti. Una sorta di sollievo ci accarezza allorché il nostro dispositivo portatile capta una Rete wi-fi e ci connette ad essa. 

Poco importa cosa se ne possa poi fare: l’importante è essere connessi sempre e comunque. Perché la connessione è l’ossigeno della nostra nuova vita digitale.

“Chi vive più di una vita dovrà provare più di una morte…”

Oscar Wilde

A cura di Angelo Deiana

‘Rilanciare il management facendo cose semplici’, il nuovo libro di Angelo Deiana e Giorgio Roveri

È stato presentato nei giorni scorsi il libro ‘Rilanciare il management facendo cose semplici’, a cura di Angelo Deiana e Giorgio Roveri. Un libro che, soprattutto in questo particolare momento storico, vuole rappresentare un punto di vista pieno di idee per sostenere la ripresa del Paese.

“D’altra parte – ha affermato il Presidente Angelo DEIANA – la complessità del quadro economico nazionale, a seguito della pandemia, richiede e richiederà sempre più competenze e visione di ampio respiro. Nessuno meglio di una grande ‘Rete Di Management’ come la nostra potrà svolgere questo ruolo strategico di supporto al sistema delle imprese e delle PMI nella prospettiva di rilancio del Paese”.

“Abbiamo deciso di scrivere questo libro – ha sottolineato il Giorgio Roveri – perché pensiamo che, in questo contesto di grandi cambiamenti, mettere a fattore comune la nostra esperienza e la nostra visione del sistema azienda, possa contribuire a stimolare riflessioni, strumenti per accelerare la rinascita delle PMI e delle comunità in cui sono inserite. Vorremmo, contribuire a dare risposte concrete e semplici per far sentire gli imprenditori meno soli, sostenere e innovare le loro competenze manageriale e i relativi modelli di business”

“Sia il capitolo di Angelo Deiana che il mio – ha proseguito Roveri – affrontano il tema delle imprese e del management da un punto di vista trasversale, mentre gli altri colleghi affrontano tematiche specialistiche di altissimo livello. Tutto questo per mettere a fattore comune la nostra esperienza e la nostra visione dei sistemi organizzativi delle aziende (ma anche delle Istituzioni), al fine di contribuire a stimolare riflessioni, strumenti per accelerare la rinascita del sistema delle imprese e delle comunità in cui sono inserite”.

Angelo Deiana ha poi affermato che “Il libro vede coinvolti anche 9 super manager di Confassociazioni Management. In questo primo appuntamento, saranno coinvolti personaggi del calibro di Fabio Gallerani, Imprenditore e fondatore di Marketing Genius, Andrea Pietrini, Vice Presidente di CONFASSOCIAZIONI Management e Chairman YOURgroup, Maurizio Quarta, Vice Presidente di CONFASSOCIAZIONI Management e Managing Partner di Temporary Management & Capital Advisors. Nei prossimi appuntamenti, tutti gli altri selezionati per temi di riferimento”. 

La morte della privacy ed i rischi della Rete

L’attacco alla piattaforma informatica della Regione Lazio ci racconta bene quale sarà il campo di battaglia di molte delle guerre del futuro. 

E questo è un tema che va sicuramente affrontato: il rischio di una lesione della libertà è normalmente valutato in modo completamente diverso rispetto, ad esempio, ad un problema di salute. La lesione della libertà non fa male, non si percepisce, non ti fa contrarre malattie, non si soffre della mancanza di opportunità sul mercato.

D’altra parte, Internet è uno strumento, non una democrazia. Non ci sono supercomputer designati dal popolo che determinano se la Rete debba essere utilizzata bene o male. In ogni caso, non dobbiamo dimenticare una cosa importante: tanto online quanto offline, le nostre impronte digitali vengono raccolte in una serie di personaggi, profili, avatar (le nostre rappresentazioni virtuali) in centinaia di punti diversi allo stesso tempo. 

Una specie di “ombra digitale” (nelle accezioni negative) che viene sfruttata per fornirci nuovi, straordinari servizi, comodità, efficienze e benefici che i nostri nonni e genitori non avrebbero mai potuto immaginare. Tuttavia, soltanto una parte molto piccola della nostra vita rimane realmente privata e questo, comprensibilmente, rappresenta un problema per molte persone.

Un timore da rispettare

In passato, il nostro unico timore era che i governi ispirati dal Grande Fratello di Orwell tenessero dossier dettagliati sulle nostre vite. Oggi, però, la minaccia sorge anche da tanti “piccoli grandi fratelli”, la miriade dei singoli soggetti che raccolgono i dati dei loro clienti. 

La buona notizia è che tutti questi soggetti possono fornirci servizi altamente personalizzati sulla base di queste conoscenze dettagliate. La notizia cattiva è che questi profili, una volta compilati, sono cancellati raramente oppure non lo sono affatto. I meccanismi di tutela che impediscono a persone non autorizzate di accedere a questi dati sono fragili. E a volte i database vengono venduti a terzi per scopi non concordati o, ancora peggio, discutibili. 

Ma non basta. Le frodi e i furti d’identità (il phishing) rappresentano minacce sempre più gravi in un mondo reticolare e sono accompagnate da nuove forme di discriminazione e ingegneria sociale rese possibili dalla sovrabbondanza di dati. 

Oggi sono le informazioni personali, tanto biografiche quanto biologiche, genealogiche, storiche, relazionali a costituire la nostra identità. Vanno gestite in modo responsabile. Quando non accade, la nostra reputazione viene compromessa.

La privacy va tutelata meglio

Va detto senza giri di parole: la privacy, perlomeno nella forma conosciuta finora, è morta. Ed il bello è che siamo stati noi stessi ad ucciderla. Chi mai avrebbe previsto che miliardi di persone avrebbero ceduto volontariamente ogni giorno su Internet dati privati sulle loro attività, sui loro gusti, sulle loro simpatie, sulle loro antipatie? Abbiamo spazzato via il concetto di riservatezza attraverso la partecipazione ai social media: è finita l’epoca in cui eravamo meri fruitori di contenuti ed è iniziata l’era in cui ne siamo produttori. 

In realtà, dobbiamo essere consapevoli che non avevamo scelta. Quali altri contenuti potevamo produrre se non quelli che ci riguardano individualmente? Ecco perché la privacy non esiste più. Nel momento in cui abbiamo conquistato il centro del palcoscenico e siamo diventati protagonisti della Rete e dei social network, la nostra privacy personale ha smesso di esistere.  

Abbiamo iniziato a tappezzare le pagine Web ed i nostri profili personali di opinioni, commenti, fotografie e tag su preferenze, amici, gruppi in un flusso continuo e inarrestabile di informazioni. Cosa succederà poi quando saremo tutti forniti di occhiali smart o strumenti equivalenti di realtà aumentata? Non solo saremo stati i killer della nostra privacy, ma inizieremo a demolire anche quella degli altri. Un mondo iperconnesso in Rete ci rende tutti ancora più interdipendenti. Ancora una volta soli. Ancora una volta insieme. 

“Il pericolo non viene da quello che non conosciamo, ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è”

Mark Twain

A cura di Angelo Deiana

Mario Bulgheroni: “La norma UNI 11818:2021 è lo strumento chiave per garantire gli acquisti degli immobili”

Acquistare un immobile comporta un ginepraio di conoscenze che solo i veri professionisti dell’immobiliare possono affrontare. E l’introduzione di norme e certificazioni può certamente aiutare tutte le componenti in gioco.

“La norma UNI 11818:2021 è lo strumento chiave per garantire, con sicurezza e trasparenza, gli acquisti degli immobili. Pubblicata lo scorso 17 giugno rappresenta per noi Esperti Visuristi non solo un grande successo, ma anche un nuovo inizio atto a garantire, sempre più, compravendite sicure per ogni acquirente”. Lo ha dichiarato il Presidente di AVI, Associazione Professionale Esperti Visuristi Italiani, Mario Bulgheroni, a margine del convegno online LA NORMA UNI DEL VISURISTA IMMOBILIARE, organizzato dall’Associazione.

“Indubbiamente la costituzione della norma UNI è stato un iter lungo e complesso ma non abbiamo mai desistito – ha proseguito Bulgheroni che, tra le cariche che occupa, è anche Presidente di CONFASSOCIAZIONI Imprese e Consumatori – soprattutto per due validi motivi. Il primo è il nostro avere a cuore la tutela del cittadino, che a volte, purtroppo, non essendo correttamente supportato in un acquisto, si trova di fronte a brutte sorprese come gravami anche importanti su case appena acquistate. Il secondo motivo è qualificare sempre di più la nostra professione e con questa norma, fortemente voluta dalla nostra Associazione, abbiamo messo nero su bianco tutto quanto è necessario per essere un visurista serio, onesto e competente”.

Nella creazione della norma c’è anche tanto lavoro da parte dell’associazione. “Oltre a diventare il punto di riferimento per la certificazione di terza parte dei professionisti questa norma rappresenta un grande successo per l’Associazione – ha evidenziato Franco Fontana, Membro con delega ai rapporti con UNI di CONFASSOCIAZIONI e che ha seguito lo sviluppo della norma 11818 dall’inizio alla fine -poiché definisce i requisiti di conoscenza, abilità, responsabilità ed autonomia dei visuristi immobiliari e i requisiti di accesso all’esame come pure le sue modalità. Aspetto, questo, davvero importante perché nonostante la certificazione sia volontaria, a certificarsi – così da garantire la professionalità acquisita – potranno essere solo coloro con il giusto numero di crediti formativi e con l’esperienza prevista dalla norma”.

“Nella società della conoscenza il ‘sapere’ (sotto forma di competenza ma anche di abilità, autonomia e responsabilità) è determinante per il successo – ha sottolineato il Presidente UNI, Giuseppe Rossi -. Lo evidenzia anche il PNRR nella Missione 4 Istruzione e ricerca, allo scopo di sviluppare un’economia più competitiva e resiliente. Nell’ambito delle attività professionali, dove la bontà della prestazione si può valutare solo ex-post, è però adesso possibile anche per il visurista immobiliare dare delle garanzie, certezze e sicurezze ex-ante: grazie alla norma UNI 11818 che definisce i requisiti di conoscenza, abilità, autonomia e responsabilità. I visuristi quindi – grazie al combinato disposto della Legge 4/2013 sulle professioni non regolamentate e della norma UNI 11818 – possono qualificare la loro offerta e i clienti riporre in essi la propria fiducia, tanto più quando si tratta di beni immobili, le decisioni che li riguardano sono spesso le più importanti e delicate nell’arco di una intera vita”.

“Il relazionarci, anche durante il percorso che ha portato alla luce la norma, con ulteriori categorie del settore immobiliare così da far comprendere, ancora più nel dettaglio, sul come la nostra professione possa essere complementare alle altre dello stesso settore – ha sottolineato il Presidente AVI, Mario Bulgheroni – ha favorito indubbiamente la strada della trasparenza e delle sinergie e ha fatto capire come, in maniera semplice, si possa creare un beneficio anche erariale. Inoltre sapere che attraverso la norma possiamo avviare percorsi formativi ancora più performanti e qualificanti non solo per noi stessi, ma anche per i futuri visuristi che potrebbero entrare nel mercato del lavoro ci stimola ulteriormente in quanto la nostra è una professione di aiuto reale e non può essere soppiantata da sistemi informatici che non sempre rispecchiano dati certi”.

L’evento è stato poi concluso dal Presidente di CONFASSOCIAZIONI Angelo Deiana. “I successi di un’Associazione nostra socia sono anche i successi di tutta la nostra Confederazione e il percorso normativo avviato e portato a termine da AVI è la cartina di tornasole dei nostri professionisti, persone preparate, concrete, vere e soprattutto azionisti del Paese. A ciò si aggiunge quel salto di qualità garantito dalle norme UNI che, andando a definire tutti i requisiti, sottolineano la differenza tra un professionista affidabile e un professionista improvvisato. E oggi, dove la conoscenza è sapere e il sapere è potere, nel senso positivo del termine, non è più il tempo delle sorprese e delle improvvisazioni bensì quello di professionisti formati, in maniera adeguata, su ciò che hanno scelto di fare”.

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L’era dei rischi e della contraddizione digitale

Una cosa è certa: siamo da sempre fiduciosi nelle potenzialità dei processi di collaborazione e condivisione in Rete. Ma, anche in questa consolidata consapevolezza, non possiamo essere ciechi. La Rete è un sistema complesso in cui i finali sono aperti. Questo vuol dire che, purtroppo, esistono vicende, flussi, accadimenti in cui il finale non è in tutti i casi a lieto fine. 

La logica del rischio

È una delle possibili conseguenze negative della Rete stessa. Dall’inizio di questo secolo abbiamo conosciuto una serie di rischi pubblici mondiali: il mutamento climatico, il rischio nucleare, il rischio finanziario, l’11 settembre, il rischio pandemico. Tutti questi rischi sono una parte ingente dello sviluppo delle Reti, tecnologiche e fisiche. 

Certo, ora siamo tutti concentrati sulla pandemia, ma proviamo a pensare alle rivelazioni sui sistemi di controllo della nostra sfera individuale: prima Echelon, poi Wikileaks e poi molte altre violazioni della nostra privacy e della nostra libertà.

Tuttavia, dietro questi episodi, si nasconde una logica del rischio diversa in termini di pubblicità. Infatti, nel caso del rischio nucleare, gli incidenti dei reattori di Chernobyl e Fukushima hanno dato luogo a una discussione pubblica e globale. Invece, nel caso del rischio digitale della libertà, se non fossero esistiti soggetti come Assange e Snowden, nessuno si sarebbe accorto del problema strategico.

Il mondo è cambiato

Ecco perché, per effetto delle reti, il mondo è cambiato, non solo in superficie ma anche nel profondo. Questa non vuol essere la beatificazione di Snowden o di Assange. In realtà, ancora una volta la Storia è opaca, non sappiamo cosa sia successo veramente e se ci siano degli eroi o delle spie. Per questo, esclusi pochissimi, siamo tutti nel gruppo dei “relativamente inconsapevoli”. Anche se, in ogni caso, è sempre meglio essere “relativamente” inconsapevoli che “del tutto” inconsapevoli. 

È la vera peculiarità dei sistemi a Rete: l’interdipendenza, il fatto che siamo ormai collegati gli uni agli altri e tutti dipendiamo da tutti. È il pensiero a due velocità: in Rete non possiamo fare a meno di pensare individuale ma, nel contempo, non possiamo nemmeno smettere di pensare collettivo, insieme, a Rete. 

Quali sono le possibili alternative? Coltivare solo la dimensione individuale potrebbe essere una scelta? Sì, forse, ma a patto di vivere asceticamente isolati in un mondo senza porte e senza finestre, come avrebbe detto Leibniz. 

Se, invece, si sceglie di vivere nel mondo e con il mondo, i rischi/eventi di cui abbiamo parlato (rischi nucleari, digitali, giudiziali e di privacy) rendono reale e percepibile l’interdipendenza globale perché si tratta di avvenimenti positivi o catastrofici potenzialmente senza confini nello spazio e nella società perché si possono espandere a dismisura in Rete. E questo anche se, a seconda dei luoghi e delle nazioni, possono essere percepiti in modo molto differente.

Stiamo veramente esplorando un mondo nuovo di cui nessuno di noi possiede ancora le categorie, le mappe e la bussola. Siamo stati catapultati in ambiti e possibilità d’azione rispetto ai quali non siamo ancora in grado di approntare racconti o narrazioni adeguate. Le sfere d’azione della Rete e dei Big Data raccolti dalle grandi piattaforme social sono così ampie e profonde da svelare tutte le nostre preferenze e debolezze individuali. Le migliori e le peggiori.

È l’era della contraddizione digitale: in teoria, abbiamo straordinarie possibilità di controllo (pensate ai possibili flussi dei Big Data o alla sorveglianza facciale) ma, allo stesso tempo, una vulnerabilità assoluta perché totalmente dipendente dalla casualità degli impatti della nostra impronta digitale in rete.

Ecco perché parliamo di contraddizione digitale: la Rete ci rende molto più liberi nell’accesso alle informazioni di tutti ma rende, allo stesso tempo, le nostre informazioni molto più vulnerabili e accessibili a tutti e a tutto. Ancora una volta soli. Ancora una volta insieme.

“Il prezzo della luce è sempre inferiore al costo dell’oscurità”

Arthur C. Nielsen

A cura di Angelo Deiana

Cresce la famiglia di Confassociazioni che conta ora 700 associazioni!

La famiglia di Confassociazioni cresce sempre più. È proprio il presidente Angelo Deiana a darne l’annuncio ufficiale. “Siamo arrivati a 700 associazioni, 1.225.000 iscritti di cui più di 211.000 imprese. E abbiamo grandi progetti per il 2021“. Un numero davvero incredibile, considerando anche la velocità con la quale la Rete delle Reti continua a crescere.

“Nel DNA di una grande rete di imprese e professionisti come la nostra c’è il gene fondante del suo successo: la capacità di saper coniugare il valore della nostra tradizione con la spinta verso l’innovazione. È per questo – prosegue Angelo Deiana, a nome di tutto l’Ufficio di Presidenza di Confassociazioni composto da Riccardo Alemanno, Franco Pagani, Federica De Pasquale – che stiamo continuando a lavorare per il nostro futuro. D’altra parte, pur nella continuità degli obiettivi strategici (visione di lungo periodo e collaborazione competitiva), abbiamo raggiunto questi numeri straordinari. Confassociazioni ha ora 700 associazioni di professionisti e imprese, 1 milione e 225mila iscritti, 211 mila imprese con 5,1 dipendenti medi”.

Ma non si ferma qui Confassociazioni e attraverso il suo Presidente, fa capire chiaramente che altri progetti sono in arrivo. “Il bello deve ancora venire – ha concluso il Presidente di Confassociazioni, Angelo Deiana – abbiamo tanti progetti di ulteriore crescita in corso: dallo straordinario successo che sta avendo Confassociazioni University, l’Università on line che abbiamo lanciato insieme a Università Mercatorum, al nostro ormai famoso format editoriale su come #RilanciarelItaliafacendosemplici, che vedrà l’uscita da qui a luglio di 3 libri dedicati a #Lazio, #Management, #Sicilia. Senza tralasciare la nostra apertura ai paesi oltre il confine nazionale con le branch dedicate, concrete e utili sponde di confronti e sinergie per operare ancora meglio per il bene del nostro Paese. Un grande sforzo di progettazione e di idee per investire da azionisti nel sistema Italia le nostre competenze, capacità e abilità perché siamo veramente preoccupati di un autunno in cui rischiamo una grave crisi economica e sociale. Dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo subito”.

Governare la burocrazia nell’era digitale: ecco cosa sta accadendo

L’era dell’intelligenza artificiale e della sostituzione tecnologica, anche grazie all’accelerazione pandemica, è quasi arrivata. Come dimostrano le trattative sui vaccini, i loro problemi di produzione e consegna, le discriminazioni tra Regioni piuttosto che fra Stati, il mondo in cui viviamo è sempre più complesso ed ha bisogno di modi innovativi per fare business ed essere governato. 

Nonostante questa ormai radicata consapevolezza, proprio i fatti legati al tema pandemia dimostrano che la maggior parte dei governi opera ancora sulla base del pensiero organizzativo novecentesco, quello basato sullo stesso modello di comando e controllo su cui si reggevano le imprese e le Istituzioni di allora. 

Dopotutto, la burocrazia e l’economia industriale sono cresciute di pari passo. L’economia aveva bisogno di strade, reti elettriche, ferrovie. È stato un flusso che veniva da lontano, dai processi di costruzioni delle grandi ferrovie intercontinentali, la causa prima della struttura piramidale delle organizzazioni di tutto il XX secolo. Ecco perché, con la crescita dell’apparato governativo, è stato necessario costruire procedure, strutture e sistemi di controllo più complessi, gestiti tutti quanti da una piramide di burocrati professionali. 

Il cambiamento arriva con la tecnologia

Poi sono arrivati il computer e la Rete. Qualcuno potrebbe affermare che, negli ultimi anni, i governi e le imprese hanno informatizzato in modo imponente il proprio lavoro. Ma, se pensate che i computer abbiano migliorato la situazione, non illudetevi.

I vecchi processi e le vecchie forme organizzative sono stati semplicemente adattati ai software esistenti generando quel caos fatto di database incongruenti e altre anomalie informatiche che affliggono quasi tutti i governi e le pubbliche amministrazioni a livello globale. 

Insomma, nonostante l’avvento del web, persino una forza irresistibile della nostra epoca come il capitalismo intellettuale e delle reti fatica a smuovere la massa inamovibile della burocrazia governativa e territoriale. Un solo risultato: le nostre strutture amministrative sono ancora legate in gran parte a logiche antiquate e a processi operativi superati. 

Parola chiave: adattamento

Ecco una prima verità che emerge dalle trasformazioni generate dall’economia della conoscenza e della reputazione. Il mercato, come abbiamo ormai verificato da tempo, non è probabilmente in grado di soddisfare direttamente molti bisogni dei cittadini, ma il vero problema è che non possono farlo neanche modelli di governo che si richiamano ad un’età industriale che è praticamente tramontata. 

L’invecchiamento della popolazione, i ritmi lentissimi del processo normativo, la sempre maggiore complessità dell’ambiente economico, la crescente interdipendenza internazionale e l’incapacità di esercitare una supervisione efficace richiedono nuovi modelli di governo basati sul capitalismo intellettuale. La gestione della pandemia lo sta dimostrando a tutti i livelli. 

Ma adattarsi non è una cosa facile. I confini sfumano, gli Stati per certi versi tendono a svanire in termini economici e politici, le imprese si dematerializzano (software) oppure diventano veri e propri Stati paralleli (hardware). 

È difficile governare con i vecchi processi. Per questo aveva ragione Karl Popper. Non si possono governare cose nuove con modelli vecchi. Vedremo nei prossimi articoli cosa fare allora e perché farlo.

“La vecchiaia oggi non è più un’età anagrafica ma è un’età dello spirito. È vecchia la persona, l’organizzazione, il management che affronta i problemi nuovi con pensieri vecchi”

Karl Popper

A cura di Angelo Deiana

Report del Centro Studi di Confassociazioni: ecco cosa prevede per l’autunno

È stato reso noto oggi il Report del Centro Studi di Confassociazioni sugli sugli scenari economici 2021 e i numeri inevitabilmente fanno riflettere.

“Siamo sempre stati ottimisti. Ma il dato concreto di realtà è che siamo molto preoccupati perché il vaccino per la salute sta iniziando ad arrivare, ma per il vaccino dell’economia ci vorrà ancora molto tempo. Le risorse nel Decreto Sostegni non coprono nemmeno il 5% dei costi fissi. Praticamente, un’elemosina. Senza poi dimenticare che i 32 miliardi del Decreto Sostegni erano stati autorizzati per coprire le chiusure a cavallo delle feste di Natale. Adesso siamo ad aprile, tutti in ‘quasi lockdown’ con la prospettiva di arrivare in questa situazione a maggio. E comunque le restrizioni parziali e la crisi dei consumi ci saranno quanto meno fino alla fine del 2021. I numeri in gioco sono drammatici. Secondo il Centro Studi di Confassociazioni, tra il 2020 e i primi 2 mesi del 2021 abbiamo perso più di 350 miliardi di fatturato. Un mondo che difficilmente potrà essere risollevato dai 20 miliardi di euro del Recovery Plan che potrebbero arrivare quest’anno. Per questo, serve subito un nuovo scostamento per salvare imprese e partite IVA in crisi. Fatti i calcoli, ce ne vorrebbero almeno 50”, ha dichiarato il presidente Angelo Deiana.

Secondo Confassociazoni, nei prossimi 9 mesi, potrebbero chiudere almeno 1 impresa su 4 sotto i 10 dipendenti. Ecco perché i sostegni dovevano essere dati, come in Germania, con logiche estese. Se poi le imprese non ne avessero avuto più diritto in base ai parametri, li avrebbero restituiti con la dichiarazione successiva. Succede già normalmente nel caso dell’anticipo della Naspi che viene dato ai disoccupati che vogliono aprire una partita IVA. Non si poteva fare la stessa cosa? Questa è la domanda che si fanno in Confassociazioni.

Gli scenari d’autunno

Il Report sugli scenari economici 2021 prevede per il prossimo autunno l’arrivo di tanti altri gravi problemi che colpiranno il sistema. Il primo problema è chiaramente la fine del divieto di licenziamento e della CIG Covid prevista per il 30 giugno con prolungamenti fino al 30 settembre su base settoriale. Il Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI, rielaborando i ben più pessimistici dati dell’OIL, stima che potremmo perdere fino ad un milione e 500mila lavoratori nei prossimi 12/15 mesi, principalmente per effetto della chiusura di circa 500mila piccole imprese sotto i 10 dipendenti. Il tutto si sommerà ai circa 600mila occupati che abbiamo perso nel 2020 (principalmente tempi determinati) e alla perdita di decine di migliaia di stagionali e occupati in nero. Tutto questo si sta già riversando su ammortizzatori sociali come Naspi e Reddito di Cittadinanza. Tralasciando il problema delle donne, insieme ai sanitari, l’altra prima linea vittima (indiretta) della strage pandemica.

Il secondo problema è l’orizzonte della fine del blocco degli sfratti che è fissata anch’essa al 30 giugno. Grazie a questa salvaguardia molte persone hanno smesso di pagare gli affitti ai proprietari, non sempre a causa della crisi.

Altro problema è quello delle moratorie sui mutui (circa 189 miliardi di Euro) anch’essa fissata sull’orizzonte del 30 giugno. Un grosso problema per le banche dovranno comprendere quanti soggetti avranno ancora un lavoro in grado di onorare il mutuo stesso, anche a seguito della fine del divieto di licenziamento. Senza poi dimenticare, i 162 miliardi di prestiti garantiti dallo Stato con il Decreto Liquidità che rischiano di diventare un vero problema per le banche inizialmente, e per lo Stato a seguire. KPMG stima complessivamente per la fine del 2021 e l’inizio del 2022 una cifra monstre tra i 50 e 100 miliardi di NPL.

Infine, i 107 miliardi di euro di evasione fiscale e previdenziale che, al 30 giugno 2020, ha portato il carico residuo delle cartelle esattoriali ancora da riscuotere a quasi 1000 miliardi di euro, di cui una parte preponderante relative al periodo 2001-2015, cioè praticamente prescritte.

“Per questo l’importante sarebbe non drenare liquidità e offrire la possibilità al sistema imprenditoriale di ripartire senza le ombre di un passato ormai inesigibile. Quanto poi alla polemica sul fatto che le tasse le pagano solo dipendenti e pensionati, sempre secondo quanto riporta il comunicato di Confassociazioni, varrebbe la pena di leggere l’audizione dell’Agenzia delle Entrate del settembre scorso alla Commissione Finanze della Camera. Un testo dove viene affermato che i contribuenti con debiti residui da riscuotere sono circa 17,9 milioni, di cui 5,5 milioni sono società o partite IVA, e 12,4 milioni sono dipendenti e pensionati. Come dire che l’azionista di maggioranza quantitativo dell’evasione fiscale dal punto di vista delle cartelle non sono le partite IVA, ma quelli che dicono che le tasse le pagano soltanto loro. Tra le tante distopie informative del mondo pandemico, un’altra verità da far venire alla luce”, ha dichiarato Angelo Deiana in una nota.

Angelo Deiana: “Decreto Sostegni? Non basta…”

Del Decreto Sostegni comunicato dal Presidente del Consiglio Mario Draghi si è discusso molto. Ma non tutti sono rimasti soddisfatti. Oggi, il Presidente di CONFASSOCIAZIONI Angelo Deiana, ha voluto rilasciare una nota in cui manifesta tutta la sua preoccupazione, per il presente e per il futuro.

Le dichiarazioni di Angelo Deiana

“Decreto Sostegni? Il Presidente Draghi ha detto la verità. Si tratta di misure assolutamente insufficienti, senza dimenticare i 32 miliardi che erano stati autorizzati dal Parlamento per coprire le chiusure a cavallo delle feste di Natale. Adesso siamo a marzo inoltrato, tutti in quasi lockdown con la prospettiva di arrivare in questa situazione a maggio. C’è forse qualcuno che pensa che riapriremo tutto per il ponte del 25 aprile e del 1 maggio per far ripartire la quarta ondata? Secondo il Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI, tra il 2020 e l’inizio del 2021 abbiamo perso più di 350 miliardi di fatturato senza contare il nero che si sta espandendo a macchia d’olio, anche a causa della criminalità organizzata e dell’usura. Certo, nel Decreto è stata finalmente eliminata l’iniquità dei codici Ateco ma, che siano 2.500 o 3500 euro quelli che riceverà la platea di oltre 3 milioni di beneficiari, stiamo parlando di cifre tra i 4 e gli 8mila euro tra il 2020 e il 2021 che non coprono nemmeno il 5% dei costi fissi di coloro che sono stati costretti a chiudere per periodi prolungati. Ecco perché serve subito un nuovo scostamento per salvare imprese e partite IVA dei settori più colpiti come studi professionali, ristoranti, bar, alberghi, servizi alla persona (parrucchieri, barbieri, estetisti), eventi, palestre, piscine, discoteche, attività culturali. E, dunque, altro che ulteriori 20 miliardi ipotizzati dal Governo: fatti i calcoli su quanto perso anche nel 2021, ce ne vorrebbero almeno 50. E questo perché, anche con gli 11,5 miliardi del Decreto Sostegni, arriviamo a circa 40 miliardi di euro a supporto di imprese e partite IVA. Una cifra che è solo il 25% dei 180 miliardi di euro stanziati tra scostamenti e Legge di Bilancio.

Nello stesso periodo in Germania, al sistema imprenditoriale e professionale è stato indirizzato quasi il 60% degli oltre 300 miliardi stanziati. Altro che il timido intervento sulle cartelle e la pur gradita decontribuzione di 1,5 miliardi: le perdite sono gravissime e la necessità più urgente rimane la liquidità. Altrimenti stimiamo che, nei prossimi 9 mesi, rischiano di chiudere almeno una impresa su quattro sotto i 10 dipendenti, che sono circa 4 milioni. E questo provocherebbe conseguenze disastrose sul piano occupazionale quando finiranno il blocco dei licenziamenti e la cassa Covid. Perché se una partita iva chiude o un’impresa porta i libri in tribunale, si distrugge capacità produttiva e occupazionale oltre a quella fiscale che ne deriva. E se si perdono imprese e capacità produttiva, ci vorranno tanti anni per recuperarle”.

Scegliere dove vivere oggi è molto importante

Reti, conoscenza, innovazione, evoluzione: questi sono i mari tempestosi, spazzati e accelerati dal vento della pandemia, che stiamo attraversando. 

Ma c’è di più. Quella che stiamo per fare, un tempo sarebbe stata un’affermazione considerata rivoluzionaria oppure priva di senso. E invece ora è reale: lo Stato “in forma classica”, quella uscita dalla Pace di Westfalia del 1648 non è più un fenomeno pienamente rappresentativo di potere economico, politico e sociale perché la società globale è trainata da 40 megaregioni (grandi agglomerati come la Greater London o New York) nelle quali il 20% della popolazione mondiale produce due terzi della ricchezza complessiva. 

Scegliere dove vivere: ecco perché

Scegliere dove vivere non è mai stato così importante. Molto più importante del lavoro che facciamo o del partner che scegliamo. Ecco perché l’interdipendenza è molto più importante della globalizzazione. D’altra parte, se i giovani preferiscono i grandi centri abitati rispetto a quelli piccoli e alle periferie, anche i nuovi settori di crescita economica generano una domanda di persone giovani altamente qualificate. 

Senza dimenticare che la nostra economia dei servizi richiede attività che devono essere svolte in aree urbane e globali. Non importa se una società manifatturiera è una miniera o una fabbrica collocate in un posto preciso: dovrà per forza comprare assicurazioni, servizi legali e finanziari, per cui contribuirà alla crescita di quei servizi e della popolazione nelle città. Per questo, anche dopo la pandemia, le città svolgeranno un ruolo addirittura in crescita, contrariamente a quanto viene spesso affermato in relazione all’affermazione del digitale e allo smart working.

Ma le grandi città non attraggono solo l’élite della conoscenza: masse di lavoratori migranti spingono alle loro porte. D’altra parte, la globalizzazione ha insegnato a tutti i giovani a viaggiare, ad avere fiducia nel prossimo, e a provare esperienze impensabili per le loro famiglie di origine: genitori che hanno perduto una generazione per uscire dal Novecento, dal secolo breve dei nazionalismi, che hanno generato due guerre mondiali e mostri ideologici. 

La diversificazione è tutto

Nel mare del futuro, invece, si affacciano confluenze d’identità molteplici, dovuta ai flussi migratori in atto, ma anche al riavvicinamento delle lontananze grazie al mondo della Rete e dei social network. È un’ulteriore riprova dell’incontro fra identità diverse, fino al configurarsi di contaminazioni plurali, nomadi, flessibili. Per questo, anche lo Stato perde i confini più netti della propria identità. 

Intendiamoci bene: il melting pot, come processo di incontro e di fusione di culture diverse, è stato sempre presente nella storia. Pensiamo solo al caso del nostro Paese, denso di culture e identità diverse generate dalle vicende e dalle invasioni che hanno attraversato la sua storia. Tutto vero certo, ma l’accelerazione tecnologica imposta dalla pandemia ci racconta che non sarà l’omologazione delle differenze in una sola identità statuale il futuro dell’umanità. Anzi. Per questo stanno sfumando i confini dello Stato moderno così come l’abbiamo conosciuto finora.

D’altra parte, come tutti sappiamo avendo studiato la teoria dell’evoluzione, la diversificazione è tutto: nella finanza, nella vita, nelle amicizie. In sintesi, nella sopravvivenza della specie. 

“I dogmi del passato tranquillo non sono più adatti al tempestoso presente. L’oggi è colmo di difficoltà e dobbiamo mostrarci all’altezza del momento. E poiché ci affacciamo ad un mondo nuovo è nostro dovere pensare in modo nuovo ed in modo nuovo agire”

Abraham Lincoln

A cura di Angelo Deiana

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Perdere il controllo per governare il flusso

Il tempo e l’evoluzione producono mutamenti continuo al quale non possiamo sfuggire. Ecco perché la crisi pandemica ha prodotto e sta producendo tanti cambiamenti profondi. 

Il dibattito che ha innescato su scala mondiale è oggi molto focalizzato su questioni di grande rilevanza che riguardano l’esistenza di regole a garanzia dell’andamento democratico a tutela dei cittadini in un momento in cui, a causa del problema sanitario, i poteri sono stati concentrati e alcune procedure costituzionali sono state accantonate o attenuate. 

Senza poi dimenticare l’esigenza di tracciare nuovi confini tra libertà di azione economica e controllo sul corretto funzionamento della concorrenza e dei mercati. I casi Big Tech e GameStop ne sono l’emblema.

Ritrovare l’equilibrio

La ricerca di questo equilibrio è un compito complesso e richiederà tempo e attenzione. È comunque chiaro come la reazione agli effetti di comportamenti scorretti di alcuni soggetti si stia traducendo nel rischio di una richiesta di regole che potrebbero essere eccessivamente vincolanti per tutti. Ma rieducare la mentalità manageriale ed allungare gli orizzonti temporali non basta perché stiamo parlando di un approccio che si è ormai trasmesso come un virus anche alle Istituzioni governative e politiche. 

Ormai la maggior parte delle classi dirigenti pubbliche e private non è disposta a finanziare nuove iniziative se, così facendo, si riducono gli utili correnti o i consensi elettorali a breve termine. È un tema strategico: la democrazia, come il mercato, tende ormai a scegliere la soluzione più a buon mercato e, soprattutto, quella con l’orizzonte temporale più limitato.

Ma la vera innovazione sta nella quantità di informazioni e nella facilità di accesso di cui dispongono oggi coloro che le cercano, mentre le tecnologie Web rendono più facile e meno costoso che mai il processo di coinvolgimento dei cittadini nel problem solving. I social network consentono la discussione e il dibattito tra centinaia, migliaia e persino milioni di partecipanti geograficamente dispersi. 

È un movimento straordinario, la storia di masse che si coordinano, di greggi che diventano pastori, di dilettanti che armati solo della voce del Web riescono a radunare una forza collettiva impressionante. Ogni consumatore è oggi un potenziale produttore con l’intero mondo. Viviamo in un’era diversa: abbiamo posato il telecomando e imbracciato lo smartphone o il tablet. È la fine degli oligopoli nell’informazione. 

Bisogna essere pragmatici

Fin qui la parte bella. Poi bisogna essere pragmatici: la Rete è un mare dove circolano molte notizie. Le quali, ne siamo ormai consapevoli, possono essere vere o false. Ancora una volta, nell’economia della conoscenza, dati ed informazioni sono abbondanti. È la reputazione ad essere scarsa. E non ci sono direttori responsabili a renderne conto. Parole che diventano valanghe e seppelliscono reputazioni. Online il confine tra informazione e azione politica si assottiglia. 

Ed ecco che succede una cosa strana in un periodo di grandi trasformazioni: l’esperienza precedente rischia di diventare zavorra perché quando arriva un cambiamento epocale, come quello a cui stiamo assistendo, tendiamo a sottovalutarlo. E, invece, quella a cui stiamo assistendo è una grande transizione dal potere gerarchico al potere laterale. 

Si sta verificando un ribaltamento profondo delle logiche di potere. Oggi, la dimensione sociale della comunicazione viene prima della sua dimensione tecnologica. L’ex presidente  USA Obama è uno di quelli che hanno capito per primo la nuova dimensione antropocentrica del sistema: le elezioni politiche non si vincono soltanto con l’uso della Rete, ma facendo leva sulla capacità social delle persone e sulla scalabilità della Rete stessa. 

La sfida più ardua per chiunque voglia trasformare l’azienda o l’Istituzione in cui lavora per adeguarla all’era delle reti è quella di ampliare e approfondire la cultura collaborativa non solo in termini cooperativi ma anche in termini competitivi. Ciò significa essere autenticamente aperti alle nuove idee, indipendentemente dalla persona o dall’ambito da cui sorgono, invece di cogliere ogni opportunità per comprimerle.

Tutto questo significa abbandonare l’istinto a proteggere il territorio ed esercitare il controllo, ed invece creare un sistema dinamico in cui le idee e le informazioni possano fluire liberamente all’interno delle organizzazioni, dei sistemi e dei Paesi. 

Perdere il controllo per governare il flusso: ecco il mantra del futuro prossimo venturo.

“Dobbiamo abituarci all’idea: ai più importanti bivi della vita non c’è segnaletica…”

Ernest Hemingway

A cura di Angelo Deiana