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Il futuro delle città e delle menti in rete

Lo sapevamo tutti prima della pandemia: la rapida urbanizzazione del pianeta produrrà impatti straordinari sul futuro dell’economia. In questo momento, il 52% circa del genere umano vive in città, ma i trend evolutivi ci raccontano che questa cifra è destinata a salire in modo esponenziale, facendo della campagna uno spazio economico assolutamente marginale. E il Covid-19, nonostante quello che si dice a proposito della diffusione dello smartworking nei piccoli centri, non cambierà questa prospettiva. Vediamo perché.

Cosa potrebbe cambiare?

Diciamolo chiaramente: in passato, il processo di urbanizzazione è stato guidato da persone in cerca delle maggiori opportunità e dei migliori servizi offerti dalle aree più densamente popolate. Ma la scala e la velocità dell’urbanizzazione dei prossimi anni supereranno qualunque esperienza di crescita delle città del passato. Nonostante la pandemia, questo aumento assorbirà praticamente tutto l’incremento della popolazione mondiale per cui molti dei nuovi nati vivranno tendenzialmente in città, in particolare in Asia e Africa. 

E questo anche perché il passaggio dalla campagna alla città sarà motivato dal richiamo di migliori opportunità lavorative e servizi sociali. Così come accaduto a cavallo fra ’800 e ‘900, il processo di urbanizzazione del XXI secolo concentrerà il grosso della popolazione del mondo nelle città che offriranno le migliori speranze per una via d’uscita. E come si è verificato quasi sempre nella storia dell’urbanizzazione, tale processo sarà il motore di una crescita economica di grande importanza. Favorirà le economie di scala, le reti sociali di creatività e collaborazione, mentre la specializzazione e minori costi delle transazioni genereranno significativi incrementi nella produttività.

Non è sufficiente? Proviamo ad andare avanti: nei Paesi meno sviluppati, la tendenza all’urbanizzazione guiderà la riduzione della fertilità totale, cioè il numero di figli per donna e questo contribuirà all’emancipazione femminile e alla crescita del PIL che sappiamo corrispondere all’incremento del tasso di occupazione delle donne

Senza dimenticare i vantaggi climatici: chi abita in città emette meno gas serra rispetto a chi vive in periferia a causa delle ridotte necessità di spostamento individuale. Il costo climatico del trasporto di enormi quantità di cibo e acqua verso le città è inferiore al costo climatico dei lunghi tragitti dei pendolari dalle residenze rurali ai luoghi di lavoro in città, e viceversa. Tutto ciò favorirà l’estensione verticale delle città a discapito dell’espansione orizzontale. In più, l’interazione urbanistica genererà nel tempo una maggiore consapevolezza nell’alimentazione che favorirà un minor consumo di carni e, di conseguenza, una profonda diminuzione del consumo di acqua e di emissione di CO2.

L’impatto della tecnologia

Nel mondo 5G e 6G, inoltre, le città diventeranno sempre più iperconnesse attraverso l’applicazione di dispositivi informatici diffusi, reti di sensori, smart grid, telecomunicazioni a fibra ottica e wireless su ampia scala. All’inizio tutto questo succederà prevalentemente nelle città più evolute. Nelle altre, non possiamo escludere del tutto qualche scenario di Medioevo prossimo venturo alla Blade Runner. Ma non ci potrà essere troppo squilibrio: un’asimmetria eccessiva genererebbe forti flussi migratori da una città all’altra e problemi di caos e disordine che passerebbero da una realtà urbana all’altra. 

Il film è sempre lo stesso: in un sistema a Rete, puoi provare a chiudere i confini per un certo periodo, ma il flusso di atomi o bit prima o poi troverà una strada, così come fa l’acqua. Meglio allora progettare processi ordinati di transito e stabilizzazione governati e gestiti e meccanismi di condivisione delle risorse primarie. Uno per uno, tutti per tutti: il mantra del futuro a rete.

Senza dimenticare il futuro più sfidante: perché l’accesso stabile e collettivo alla Rete e all’Internet delle Cose ridurrà rapidamente l’analfabetismo di base nelle megalopoli. Il risultato sarà un incremento della possibilità di accedere alla comunità globale connessa in Rete. Si tratta di un fenomeno che contribuirà alla crescita economica e all’accelerazione del cambiamento del sistema socio-economico urbano e che potrebbe cambiare la percezione del nostro io, la nostra formazione emotiva e la base dell’orientamento intellettuale e le strategie di gestione delle situazioni. È molto probabile che, nei prossimi anni, si assisterà a un’evoluzione parallela delle megalopoli e della mente delle persone continuamente connessa in Rete. 

Le megalopoli diverranno uno spazio di vita connesso con gli esseri umani: un’estensione fisica, individuale e collettiva allo stesso tempo, della nostra intelligenza. La rete delle reti.

“La nostra meta è mai un luogo ma un nuovo modo di vedere le cose”

Henry Miller

A cura di Angelo Deiana

L’impatto straordinario delle donne nell’economia globale

Siamo consapevoli che alcuni dei mattoncini elementari per la costruzione di un futuro sostenibile per tutti noi sono quelli della gestione saggia di energia, clima ed acqua. Ma non dobbiamo dimenticare che la vera rivoluzione prossima ventura sarà il crescente ruolo delle donne nell’economia e nella società globale

Molto è cambiato

I primi, importanti segnali sono già fra noi. Nel mondo di oggi, rispetto al passato, ci sono molte più donne con potere, denaro e lavoro retribuito, e queste tendenze hanno avuto un’accelerazione negli ultimi venti anni. Il numero di donne che occupano seggi in Parlamento, ad esempio, è attualmente del 50% superiore rispetto a dieci anni fa. I capi di stato donna sono in aumento, così come il numero di quelle che occupano alte cariche di governo, o posti di responsabilità nelle università e nelle aziende. In molti Paesi, il numero delle universitarie supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. 

Ma non basta. Il progresso più significativo per le donne non si è verificato tra l’élite politica, imprenditoriale o universitaria. La trasformazione radicale è stata determinata dai milioni di donne che sono entrate a far parte della forza lavoro qualificata professionalmente nel corso degli ultimi decenni. L’aumento delle donne con un lavoro retribuito ha contribuito alla crescita dell’economia mondiale più ancora dell’incredibile sviluppo della Cina, o dell’introduzione delle nuove tecnologie. 

Dal 1970 ad oggi, due di ogni tre posti di lavoro creati nel mondo sono stati occupati da donne. In quasi tutti i Paesi la partecipazione dell’uomo nella forza lavoro è diminuita, mentre è aumentata quella delle donne. Le donne hanno sempre lavorato tanto ma in questo momento, per la prima volta nella Storia, una quantità senza precedenti di persone di sesso femminile riceve una retribuzione per farlo.

Un trend che deve migliorare ulteriormente

Ma questo, purtroppo, è un trend ovvero una mutazione ancora non definitiva. Le stesse statistiche positive mettono in luce una realtà ancora inammissibile: il progresso ha preso il sopravvento, ma le ingiustizie e la discriminazione verso le donne continuano a essere la norma. Le percentuali dei passi in avanti sono molto elevate perché si confrontano con numeri iniziali veramente molto bassi. Gli aspetti positivi sono che il numero di donne che occupano ruoli di alto livello cresce velocemente e che, oggi, anche le donne più povere hanno più opportunità di lavoro retribuito. 

In sintesi è vero che, nonostante i grandi progressi, ci sono tanti aspetti ancora negativi. Molti di più rispetto a quelli esistenti per gli uomini, laddove è tuttora enorme la sperequazione tra salari, opportunità, autorevolezza, accesso all’istruzione, alla salute e, nei Paesi più poveri, al cibo. Ma, nonostante la tragedia rappresentata da queste differenze tra uomini e donne e le sue potenti cause (politiche, economiche e culturali), la situazione sta però cambiando. Troppo lentamente, ma si sta evolvendo. 

Una vera (e importante) trasformazione in atto

Le forze a favore di questa trasformazione sono tanto varie quanto sorprendenti. Dalle analisi sull’impatto che l’interdipendenza globale ha avuto sulle donne in 130 Paesi negli ultimi 20 anni, emerge chiaramente che, nella maggior parte dei casi, la globalizzazione economica si associa a un miglioramento della situazione delle donne. Ecco perché la crescente femminilizzazione del lavoro e della società rappresenta uno dei maggiori cambiamenti attesi in futuro. Un numero sempre maggiore di donne vanta un’istruzione di grado superiore, in Francia come in Algeria, in Russia come in Grecia. 

Nel corso dei prossimi anni questa dinamica inciderà nettamente su tutte le realtà perché uno degli ambiti in cui l’approccio di uomini e donne risulta più diverso è proprio quello dell’assunzione dei rischi. Nel sistema si assisterà quindi a una massiccia compressione dei rischi, a seguito della sempre più frequente scalata delle gerarchie societarie da parte delle donne. 

In una situazione di variabili incerte e necessità di sistemi di sicurezza profonda, questi sviluppi potrebbero avere risvolti positivi in ambiti come la medicina, la finanza e il traffico dove i processi di assunzione e controllo del rischio sono fondamentali. E le donne, come dimostrano tutti i dati e tutte le ricerche, li sanno gestire meglio degli uomini. Molto meglio.

“In politica come nella vita se vuoi che qualcosa sia detto chiedi ad un uomo, se vuoi qualcosa sia fatto chiedi a una donna”

Margaret Tatcher

A cura di Angelo Deiana

Angelo Deiana annuncia importanti novità in CONFASSOCIAZIONI

Il 2020 porta per CONFASSOCIAZIONI una nuova occasione di crescita con l’inserimento di grandi professionalità, che vanno ad aggiungersi a quelle già presenti nell’organigramma. Ad annunciarlo è il Presidente Angelo Deiana.

“Grandi novità e nuovi importantissimi ruoli manageriali nel nostro nuovo organigramma per accelerare ancora di più la nostra straordinaria crescita”.

Il Presidente mette ancora una volta in evidenza le caratteristiche di questa importante rete professionale. “Nel DNA di una grande rete professionale come la nostra c’è il gene fondante del suo successo: la capacità di saper coniugare il valore della tradizione con la spinta verso l’innovazione. E’ per questo che – ha continuato Angelo Deiana, a nome di tutto l’Ufficio di Presidenza di CONFASSOCIAZIONI composto da Riccardo Alemanno, Franco Pagani, Federica De Pasquale – abbiamo lavorato per un grande rinnovamento del nostro modello organizzativo. Un’operazione impegnativa perché, pur nella continuità degli obiettivi strategici (visione di lungo periodo, collaborazione competitiva e crescita costante), abbiamo inserito nuove importanti professionalità manageriali che fossero in grado di sostenere, in termini di competenze e relazioni, i numeri complessivi che CONFASSOCIAZIONI ha raggiunto: 1 milione e 180mila iscritti, 678 associazioni di professionisti e imprese, 210 mila imprese con 5,1 dipendenti medi”. La nuova struttura di vertice di CONFASSOCIAZIONI a livello centrale e territoriale è fatta di circa 400 importanti protagonisti del nostro mondo professionale e imprenditoriale.

Saranno inserimenti importanti quelli previsti in CONFASSOCIAZIONI. “Persone di grande rilievo – ha evidenziato il Presidente Deiana – al servizio di una grande rete che fa rappresentanza e business community come la nostra. Una rete di comando diffusa che avrà come obiettivi primari sia quello di continuare ad espandersi in termini qualitativi e quantitativi, sia quello di continuare ad investire da veri e propri azionisti la propria professionalità in CONFASSOCIAZIONI e nel Paese. I nomi è possibile leggerli direttamente a questo link: https://www.confassociazioni.eu/la-nostra-organizzazione/struttura-organizzativa/“.

“Nelle prossime settimane faremo conoscere ai media – ha reso noto Angelo DEIANA – le nostre nuove branch (Ambiente e Salute, Benessere e Stili di Vita, BES & Welfare, Fondazioni ITS, Luxury & Fashion, Media e Informazione, Servizi alla Persona, Tourism Food Hospitality), gli importanti nuovi Osservatori Nazionali (Fake News, Giustizia Civile, Spending Review), il forte rafforzamento dell’Osservatorio Nazionale delle Infrastrutture e il lancio dell’Organismo Nazionale del Condominio, uno dei settori strategici su cui stiamo puntando. E l’inizio, con la creazione di CONFASSOCIAZIONI Londra & UK, del progetto strategico di CONFASSOCIAZIONI World.

Abbiamo inoltre reso ancora più performanti – ha concluso il Presidente di CONFASSOCIAZIONI, Angelo DEIANA – le branch storiche di CONFASSOCIAZIONI: Real Estate, Banca e Finanza, Digital, Coaching, Comunicazione e Public Affairs, Cultura e Istruzione, Spettacolo Cinema Teatro, Giovani, Imprese e Consumatori, International, Management, Sicurezza, Sport e Wellness, Terzo Settore. Senza dimenticare tutto il nostro sistema di territorio con l’ulteriore espansione di Abruzzo, Lazio e Sardegna, Sicilia, Puglia, Toscana, Liguria”. Insomma, una grande struttura per investire da azionisti nel sistema Italia le nostre competenze, capacità e abilità ed assicurare a tutti un futuro migliore anche nella crisi generata”.

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Luci e ombre dell’orizzonte post pandemico: clima, energia e ambiente

Gli impatti della pandemia, per devastanti a livello sanitario ed economico, non ci devono fare dimenticare l’altro grande problema strategico che abbiamo di fronte: quello formato dal trittico clima, energia, ambiente.

Cosa potrà cambiare

Partiamo dal clima e diciamo con chiarezza una prima verità: la realtà che abbiamo di fronte non è tale da generare ottimismo. Paradossalmente, se volessimo vedere solo i lati positivi, le uniche note rosee dei processi di riscaldamento ipotizzabili in questo momento per i prossimi anni, sono la maggiore produttività agricola nelle aree più a nord del mondo, l’accesso più facile ai giacimenti sui fondali dell’Artico e l’aumentata convenienza degli spostamenti dall’Europa all’Asia Orientale, quando saranno percorribili le rotte settentrionali finora bloccate dai ghiacci. Andando al di là delle generalizzazioni, tutto questo vuol dire che ci saranno quindi enormi differenze regionali negli effetti del cambiamento climatico. 

In questo contesto evolutivo, molti affermano che è praticamente impossibile invertire gli effetti dei cambiamenti climatici in corso senza incrementare il ricorso all’energia nucleare. Non solo è una fonte energetica praticamente a emissioni zero ma, con appena una tonnellata di uranio, in questo momento si produce la stessa quantità di energia che si ottiene con circa 3.600 tonnellate di petrolio (più o meno 80mila barili). 

Il problema è che l’energia nucleare si porta dietro anche tanti rischi reali, così come molti percepiti. Se si guarda alla storia, i rischi di incidenti nelle centrali sono veramente minimi, ma incombono due problemi molto concreti: uno è come smaltire le scorie e l’altro è come garantire la sicurezza specialmente nei Paesi dove potrebbero essere operative organizzazioni terroristiche con ambizioni nucleari. A ogni nuovo stabilimento, le possibilità di una falla nella sicurezza aumentano. 

Puntare sulla green economy

A parte qualche timido risultato della scienza sulla fusione fredda, allo stato attuale delle conoscenze, il futuro non può che puntare sulla green economy, ma senza dimenticare che rendere più verde il pianeta sicuramente eliminerà alcuni dei rischi più gravi come quelli del nucleare, ma ne creerà anche di nuovi. Ad esempio, in Europa, in America, in Asia, tutti si entusiasmano giustamente per l’auto elettrica: le macchine elettriche consentiranno una maggiore indipendenza dal petrolio, e potrebbero contribuire enormemente a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Ma l’inconveniente più serio dell’auto elettrica è lo smaltimento delle batterie e il fatto che, se continuiamo a produrre energie con i combustibili fossili, il saldo finale di emissioni non cambierà comunque. 

Allo stesso tempo, le guerre (economiche e non) per il petrolio potrebbero giungere a termine quando l’era dei combustibili fossili pronuncerà il suo lungo addio, ma ci aspettano conflitti e controversie nuove anche se (speriamo) in misura minore. In sintesi, abbandonare i vecchi e inquinanti combustibili fossili è la sola strada per contenere alcune delle minacce più importanti per la sicurezza a livello planetario, ma dobbiamo muoverci con cautela e non lasciarci trascinare dall’ottimismo. 

L’energia diffusa

Ma c’è un altro scenario evolutivo che dobbiamo analizzare perché è quello che caratterizzerà il futuro. La creazione di una Rete elettrica intelligente, una Rete su cui far scorrere energia ed informazioni che permetterebbe a milioni di individui che producono l’energia da loro consumata di condividere, da pari a pari, l’eventuale surplus. Dopo il capitalismo diffuso, la Rete diffusa, ecco l’era dell’energia diffusa.

La Rete energetica intelligente dovrebbe essere la spina dorsale delle reti del futuro. Come ha dimostrato la pandemia, oggi disponiamo di reti che permettono alle imprese e a interi settori di connettere fra loro miliardi “device” in Rete. La nuova Rete energetica diffusa sarà basata sugli stessi meccanismi.

Ecco perché la creazione di una Rete energetica da fonti rinnovabili, alimentata da edifici e distribuita attraverso inter-reti intelligenti, apre la strada al futuro. Se attraverso il Web, la democratizzazione dell’informazione e della comunicazione ha modificato la natura degli scambi economici globali e delle relazioni, proviamo ad immaginare cosa potrebbe generare la democratizzazione dell’energia, gestita da tecnologie Internet. 

Senza poi dimenticare che le problematiche energetiche sono particolarmente importante per i Paesi in via di sviluppo più poveri. Una importante fetta dell’umanità non ha ancora accesso all’elettricità e, senza tale risorsa, le persone rimangono prive di energia, di conoscenza e di potere. Per sottrarre centinaia di milioni di individui alla povertà, la prima via è garantire loro un accesso affidabile e conveniente all’energia, possibilmente verde. 

Le energie rinnovabili distribuite si trovano ovunque e sono, per la maggior parte, gratuite: il sole, l’acqua, il vento, il calore geotermico, le biomasse, le onde e le maree oceaniche. Per il momento le tecnologie sono ancora costose ma, non appena i prezzi caleranno, come conseguenza della diffusione nei Paesi più industrializzati, anche i Paesi meno avanzati potranno usufruirne.

Queste energie disperse saranno sfruttate in milioni di siti locali, per essere poi accorpate e condivise con gli altri attraverso una Rete intelligente, con l’obiettivo di ottenere livelli ottimali di energia e mantenere un’economia sostenibile ma ad alte prestazioni. L’energia diffusa ovunque sarà la base per una distribuzione totale della conoscenza. 

Ma un’ulteriore rivoluzione potrebbe venire dal settore dei Portable Energy Harvesters.  Ognuno di noi produce e disperde, infatti, una energia di diversi watt/ora, mentre camminiamo, facciamo ginnastica o andiamo in bicicletta. Il metabolismo degli zuccheri produce continuamente energia, in un modo che dovremmo imparare ad imitare. Se tutta l’energia prodotta individualmente venisse moltiplicata per centinaia di milioni, se non per miliardi di individui, si potrebbe raccogliere abbastanza energia da fare a meno di parecchi megawatt installati. Un ulteriore salto evolutivo che aprirà la strada al futuro dell’ibridazione.

Con una serie di domande ancora aperte: come e dove scaricheremo (condivideremo) l’energia accumulata? Chi vincerà la sfida per lo sviluppo della nuova Rete? Quali poteri vorranno controllarla?

Domande facili, risposte difficili. Come sempre, dobbiamo farcene una ragione: ai bivi più importanti della vita non c’è mai segnaletica. 

“Ci libereremo dalla schiavitù dell’energia quando capiremo che la pila siamo noi…!

Anonimo Dottore

A cura di Angelo Deiana

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Il futuro del capitalismo nell’era del Covid-19

“Le previsioni nascono dal fatto che nessuno conosce davvero il futuro”

John K. Galbraith

Lo scenario sta cambiando profondamente. E la pandemia che stiamo vivendo è, nella sua immensa gravità, un grande acceleratore di trend e processi. Tutti noi aspettavamo il cambiamento del “nudge”, la spinta gentile del Premio Nober Richard Thaler, e invece è arrivato il “calcio” violento del film “Inception” di Christopher Nolan, lo tsunami pandemico che sta spazzando via molte certezze.

D’altra parte, dovremmo essere ormai consapevoli che, pandemia, tsunami o guerra, il capitalismo è un sistema economico in grado di fare, spesso troppo brutalmente, soltanto una cosa: separare gli operatori efficienti da quelli inefficienti, premiando i primi con successo e utili e punendo i secondi con il fallimento. Molto difficile da metabolizzare, ma bisogna andare oltre le ipocrisie ideologiche: il capitalismo non ha morale, non ha finalità, non ha orientamento o giudizio perché è tarato su meccanismi paragonabili a quelli evolutivi della natura. 

Il capitalismo è globale

È per questo che, pur nelle sue diverse connotazioni (capitalismo occidentale, capitalismo di stato, capitalismo autoritario, capitalismo teocratico), si adatta con successo a livello globale. D’altra parte, anche i processi evolutivi della natura si comportano allo stesso modo: negli ecosistemi alimentari il più forte mangia il più debole, i terremoti ed i vulcani rimodellano il territorio, il pollice opposto è la tecnologia evolutiva che ha progressivamente differenziato l’uomo dalle scimmie. È per questo che, per leggere il futuro, bisogna individuare e cavalcare positivamente il trend evolutivo vincente nel lungo periodo. Esattamente come nella vita e nella natura. Perché gli unici a poter interpretare in modo più saggio e positivo il capitalismo siamo soltanto noi.

In ogni caso, la pandemia è un macro trend evolutivo. Pensiamo, ad esempio, alla prima reazione del contesto (la gente, il mercato, le transazioni) rispetto ad un trend innovativo. Accade una cosa semplice: il nostro modo di fare le cose tende a ridefinirsi intorno all’innovazione. Succede sempre così: in un primo momento subiamo l’innovazione in modo quasi passivo e poi, un passo alla volta, iniziamo a metabolizzarla. La mastichiamo, la digeriamo, la assimiliamo nelle nostre vite. 

Nella prima fase l’innovazione prevale e occupa militarmente il nostro territorio. Facciamo in modo meccanico tutte quelle cose che ci è stato spiegato. In un secondo momento, ci riappropriamo del territorio precedentemente perso modellandolo secondo le nostre esigenze. Fra questi due momenti c’è come una pausa, ed è in questa pausa che progressivamente prende forma la mutazione (il trend) del modo di fare le cose. Tutto ciò accade perché acquisiamo familiarità con il cambiamento derivante dall’innovazione e capiamo come inglobarla nelle nostre vite, come parte di noi stessi. Come portare la mascherina o lavarsi tanto le mani.

È partita la trasformazione

Tutto ciò genera una serie di importanti conseguenze. Partiamo dagli approcci psicologici. La prima sensazione che deriva dalla velocità del trend è la paura di sbandare in curva. Quando sbandiamo in curva, il nostro primo istinto è frenare ma sappiamo tutti che è un errore. È quello che ci sta succedendo oggi: il cambiamento generato dalla pandemia (si pensi allo smart working) è sempre più veloce, ma dobbiamo reprimere l’istinto di attaccarci ai freni. 

Senza dimenticare che alcune innovazioni, alcuni trend hanno un inizio esitante, poi partono veloci e sembra che volino lontano. Queste innovazioni generano una sequenza di cambiamenti progressivi e apparentemente incrementali (tanti cambiamenti fatti di piccoli passi), che si sommano per aggregazione, e crescono con la logica della palla di neve, fino a provocare vere e proprie mutazioni genetiche dell’economia, dei mercati, della società. Il Covid-19 ha avuto lo stesso processo di sviluppo ma sta generando, come in tutte le grandi crisi, nuove opportunità anche per una fase nuova del capitalismo. Perché, come dice un vecchio detto, quando tutto è perduto, tutto è finalmente possibile.

A cura di Angelo Deiana

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Dopo il Covid-19: l’era dell’adattabilità e della diversificazione

Cosa faremo dopo il Covid-19?

Avevamo pensato ad un mondo “relativamente” immutabile. Un sistema fatto di convenzioni, ogni tanto innovative, ma condivise come se fossero abitudini globali. Poi è arrivato il Covid-19.

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Le sfide ibride dell’era delle reti

Cambiamento fulmineo, vantaggi di breve durata, salti tecnologici, clienti onnipotenti, azionisti ribelli, cittadini non più passivi. Queste sono le sfide economiche e sociali del XXI secolo che stanno mettendo a dura prova il mondo delle imprese e delle Istituzioni. E delle persone. 

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La nuova economia del digitale

Il prezzo dell’economia del digitale

Nell’era della sostituzione tecnologica, la nuova sfida è quella di scoprire come suddividere al meglio il lavoro tra le persone che detengono le conoscenze e le macchine. Un confine si sposta continuamente. Insegniamo ai computer a fare un lavoro dei professionisti (ad esempio, con il trading algoritmico) ed il prezzo di quella competenza e di quella professionalità diminuisce rapidamente. 

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Economia della scarsità ed economia dell’abbondanza

Una delle caratteristiche dell’era digitale è il fatto che nel momento in cui qualcosa diventa software, cioè intangibile, conoscenza immateriale, intelligenza distribuita in una Rete fatta di bit con scaffali infiniti, diventa progressivamente meno cara, certamente nel costo di produzione e, spesso, anche nel prezzo finale. Nell’economia degli atomi, invece, la maggior parte delle cose tendono a farsi più costose col passare del tempo. 

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Il futuro del capitalismo secondo Angelo Deiana

È arrivato il momento di atterrare per esplorare la mappa dei mutamenti che stanno accadendo, e cercare di capire concretamente i trend e le ulteriori evoluzioni che si verificheranno nel prossimo futuro.

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Angelo Deiana: “Confassociazioni sempre al fianco di Partite IVA e PMI”

Attenzione a Partite IVA e PMI: questo è il monito che arriva da Confassociazioni ed in particolare dal suo Presidente Angelo Deiana, relativamente alla nuova Legge di Bilancio.

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Reti e tempesta perfetta: ecco cosa cambia

Una crisi non è solo una… crisi

È stata definita la tempesta perfetta. Ma tutti hanno pensato solo alla crisi finanziaria post 2008, mentre in realtà era ed è l’avvento dell’era delle reti e della sostituzione tecnologica.
Una specie di tsunami per i principi dell’economia classica. Le persone connesse in Rete e nei social, inventando e creando idee e possibilità a cui nessuno aveva pensato prima, generano economie di scala in termini di sapere molto più grandi di quelle delle vecchie fabbriche della produzione di massa e dei vecchi mass media.
Ma perché sono importanti questi saperi laterali? Una volta li chiamavamo sprechi, relazioni, dati non utilizzabili nel processo produttivo. Insomma, forme di consumo che venivano dissipate in attività piacevoli grazie alle risorse economiche generate nei luoghi della produzione (la fabbrica, il negozio, lo studio professionale) dall’intelligenza tecnico/commerciale e dalla fatica delle persone.
Oggi questi surplus nutrono l’intelligenza collettiva ed individuale, consentendole di immaginare quello che non esiste prima ancora che esista. Ecco il vero tramonto del capitalismo industriale, l’ultimo grande esperimento di compressione della complessità in un ordine disegnato solo da un’ipotetica razionalità.

Cosa è cambiato

Quello che è successo dopo è sotto gli occhi di tutti: all’inizio è stato semplicemente il trionfo della flessibilità. In un mondo diventato imprevedibile, vince chi si adatta più facilmente, il più intuitivo, il più opportunista.
Piccole imprese, distretti industriali, neo-imprenditori con poca esperienza e molte ambizioni hanno popolato rapidamente i vasti territori occupati in precedenza dalle grandi fabbriche.

Anche le grandi imprese che avevano praticato nel passato lo standard e la programmazione rigida, si pentono e imparano: diventano lean, learning, snelle, reattive, flessibili.
Poi arriva l’economia delle piattaforme (Amazon docet) e una seconda novità: la collaborazione competitiva.
Assomiglia alla prima ma non è la stessa cosa. La flessibilità insegue l’efficienza e la minimizzazione dei costi.
Creatività e collaborazione, invece, producono il nuovo e si nutrono non solo di intelligenza, reputazione e surplus intellettuali ma anche del bisogno di fare investimenti e prendere rischi perché devono distribuire e vendere l’innovazione sui mercati.

Non sempre gli imprenditori flessibili accettano di diventare creativi e collaborativi: troppo rischio, troppi investimenti, meglio avere le mani libere, lasciandosi aperte tutte le strade possibili e non investendo su nessuna di esse.
Massimo risultato, minimo sforzo. 

La rete è una risorsa determinante

Ecco perché la Rete diventa importante per rendere possibile e conveniente il passaggio dalla flessibilità alla collaborazione competitiva. La condivisione in Rete di conoscenze e l’allargamento del bacino delle proprie idee offrono alla conoscenza le economie di scala che le mancavano nel capitalismo industriale, dandole modo di rispondere alla sfida della complessità.
Accade così l’imprevisto: è tutto un fiorire di surplus intellettuali nelle tante piazze virtuali dei social networks.
Siamo sul bordo di un precipizio e dobbiamo provare a guardare nell’abisso.

Cosa dobbiamo fare per accompagnare la transizione? Ma soprattutto chi vince e chi perde dopo la fine della tempesta perfetta? La risposta non può che essere multipla e a geometria variabile. Hanno vinto tutti coloro che hanno avuto la capacità di adattarsi velocemente alle mutazioni indotte dal capitalismo intellettuale e delle Reti.
Le multinazionali attive nei mercati emergenti, le grandi banche e case d’investimento, i produttori di high-tech con proiezioni internazionali, le grandi piattaforme social dei GAFA (Google, Apple, Facebook, Apple) ad occidente e le loro omologhe di oriente (AliBaba, Tencent, Huawei, eccetera). Poteri forti? Alcuni sicuramente, quelli che hanno dimensione globale e struttura finanziaria sofisticata.

Altri invece sono solo soggetti che hanno impresso alla propria attività quell’accelerazione nella condivisione che li ha resi intelligenti, collaborativi e competitivi in questo nuovo mercato.
Sono invece in ritardo (o addirittura tagliati fuori) tutti i poteri della vecchia regolazione “fordista” nei diversi Stati nazionali: la politica che fa perno solo sul sistema del piccolo cabotaggio nazionale, le imprese che non guardano ai mercati internazionali, le rappresentanze vecchio stile che sono ben lungi dall’immaginare un processo di rappresentanza di rete, le università rimaste nelle nicchie locali, le comunità territoriali che non abbracciano per tempo l’inglese perché pensano che il dialetto sia anche meglio dell’italiano.

Il passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo intellettuale e delle Reti pone problemi nuovi e ci costringe a rileggere in una nuova prospettiva i problemi più antichi.

A cura di Angelo Deiana

 

Tratto da Uomo&Manager di Luglio/Agosto 2019