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Reti e tempesta perfetta: ecco cosa cambia

Una crisi non è solo una… crisi

È stata definita la tempesta perfetta. Ma tutti hanno pensato solo alla crisi finanziaria post 2008, mentre in realtà era ed è l’avvento dell’era delle reti e della sostituzione tecnologica.
Una specie di tsunami per i principi dell’economia classica. Le persone connesse in Rete e nei social, inventando e creando idee e possibilità a cui nessuno aveva pensato prima, generano economie di scala in termini di sapere molto più grandi di quelle delle vecchie fabbriche della produzione di massa e dei vecchi mass media.
Ma perché sono importanti questi saperi laterali? Una volta li chiamavamo sprechi, relazioni, dati non utilizzabili nel processo produttivo. Insomma, forme di consumo che venivano dissipate in attività piacevoli grazie alle risorse economiche generate nei luoghi della produzione (la fabbrica, il negozio, lo studio professionale) dall’intelligenza tecnico/commerciale e dalla fatica delle persone.
Oggi questi surplus nutrono l’intelligenza collettiva ed individuale, consentendole di immaginare quello che non esiste prima ancora che esista. Ecco il vero tramonto del capitalismo industriale, l’ultimo grande esperimento di compressione della complessità in un ordine disegnato solo da un’ipotetica razionalità.

Cosa è cambiato

Quello che è successo dopo è sotto gli occhi di tutti: all’inizio è stato semplicemente il trionfo della flessibilità. In un mondo diventato imprevedibile, vince chi si adatta più facilmente, il più intuitivo, il più opportunista.
Piccole imprese, distretti industriali, neo-imprenditori con poca esperienza e molte ambizioni hanno popolato rapidamente i vasti territori occupati in precedenza dalle grandi fabbriche.

Anche le grandi imprese che avevano praticato nel passato lo standard e la programmazione rigida, si pentono e imparano: diventano lean, learning, snelle, reattive, flessibili.
Poi arriva l’economia delle piattaforme (Amazon docet) e una seconda novità: la collaborazione competitiva.
Assomiglia alla prima ma non è la stessa cosa. La flessibilità insegue l’efficienza e la minimizzazione dei costi.
Creatività e collaborazione, invece, producono il nuovo e si nutrono non solo di intelligenza, reputazione e surplus intellettuali ma anche del bisogno di fare investimenti e prendere rischi perché devono distribuire e vendere l’innovazione sui mercati.

Non sempre gli imprenditori flessibili accettano di diventare creativi e collaborativi: troppo rischio, troppi investimenti, meglio avere le mani libere, lasciandosi aperte tutte le strade possibili e non investendo su nessuna di esse.
Massimo risultato, minimo sforzo. 

La rete è una risorsa determinante

Ecco perché la Rete diventa importante per rendere possibile e conveniente il passaggio dalla flessibilità alla collaborazione competitiva. La condivisione in Rete di conoscenze e l’allargamento del bacino delle proprie idee offrono alla conoscenza le economie di scala che le mancavano nel capitalismo industriale, dandole modo di rispondere alla sfida della complessità.
Accade così l’imprevisto: è tutto un fiorire di surplus intellettuali nelle tante piazze virtuali dei social networks.
Siamo sul bordo di un precipizio e dobbiamo provare a guardare nell’abisso.

Cosa dobbiamo fare per accompagnare la transizione? Ma soprattutto chi vince e chi perde dopo la fine della tempesta perfetta? La risposta non può che essere multipla e a geometria variabile. Hanno vinto tutti coloro che hanno avuto la capacità di adattarsi velocemente alle mutazioni indotte dal capitalismo intellettuale e delle Reti.
Le multinazionali attive nei mercati emergenti, le grandi banche e case d’investimento, i produttori di high-tech con proiezioni internazionali, le grandi piattaforme social dei GAFA (Google, Apple, Facebook, Apple) ad occidente e le loro omologhe di oriente (AliBaba, Tencent, Huawei, eccetera). Poteri forti? Alcuni sicuramente, quelli che hanno dimensione globale e struttura finanziaria sofisticata.

Altri invece sono solo soggetti che hanno impresso alla propria attività quell’accelerazione nella condivisione che li ha resi intelligenti, collaborativi e competitivi in questo nuovo mercato.
Sono invece in ritardo (o addirittura tagliati fuori) tutti i poteri della vecchia regolazione “fordista” nei diversi Stati nazionali: la politica che fa perno solo sul sistema del piccolo cabotaggio nazionale, le imprese che non guardano ai mercati internazionali, le rappresentanze vecchio stile che sono ben lungi dall’immaginare un processo di rappresentanza di rete, le università rimaste nelle nicchie locali, le comunità territoriali che non abbracciano per tempo l’inglese perché pensano che il dialetto sia anche meglio dell’italiano.

Il passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo intellettuale e delle Reti pone problemi nuovi e ci costringe a rileggere in una nuova prospettiva i problemi più antichi.

A cura di Angelo Deiana

 

Tratto da Uomo&Manager di Luglio/Agosto 2019

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