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L’era dei rischi e della contraddizione digitale

Una cosa è certa: siamo da sempre fiduciosi nelle potenzialità dei processi di collaborazione e condivisione in Rete. Ma, anche in questa consolidata consapevolezza, non possiamo essere ciechi. La Rete è un sistema complesso in cui i finali sono aperti. Questo vuol dire che, purtroppo, esistono vicende, flussi, accadimenti in cui il finale non è in tutti i casi a lieto fine. 

La logica del rischio

È una delle possibili conseguenze negative della Rete stessa. Dall’inizio di questo secolo abbiamo conosciuto una serie di rischi pubblici mondiali: il mutamento climatico, il rischio nucleare, il rischio finanziario, l’11 settembre, il rischio pandemico. Tutti questi rischi sono una parte ingente dello sviluppo delle Reti, tecnologiche e fisiche. 

Certo, ora siamo tutti concentrati sulla pandemia, ma proviamo a pensare alle rivelazioni sui sistemi di controllo della nostra sfera individuale: prima Echelon, poi Wikileaks e poi molte altre violazioni della nostra privacy e della nostra libertà.

Tuttavia, dietro questi episodi, si nasconde una logica del rischio diversa in termini di pubblicità. Infatti, nel caso del rischio nucleare, gli incidenti dei reattori di Chernobyl e Fukushima hanno dato luogo a una discussione pubblica e globale. Invece, nel caso del rischio digitale della libertà, se non fossero esistiti soggetti come Assange e Snowden, nessuno si sarebbe accorto del problema strategico.

Il mondo è cambiato

Ecco perché, per effetto delle reti, il mondo è cambiato, non solo in superficie ma anche nel profondo. Questa non vuol essere la beatificazione di Snowden o di Assange. In realtà, ancora una volta la Storia è opaca, non sappiamo cosa sia successo veramente e se ci siano degli eroi o delle spie. Per questo, esclusi pochissimi, siamo tutti nel gruppo dei “relativamente inconsapevoli”. Anche se, in ogni caso, è sempre meglio essere “relativamente” inconsapevoli che “del tutto” inconsapevoli. 

È la vera peculiarità dei sistemi a Rete: l’interdipendenza, il fatto che siamo ormai collegati gli uni agli altri e tutti dipendiamo da tutti. È il pensiero a due velocità: in Rete non possiamo fare a meno di pensare individuale ma, nel contempo, non possiamo nemmeno smettere di pensare collettivo, insieme, a Rete. 

Quali sono le possibili alternative? Coltivare solo la dimensione individuale potrebbe essere una scelta? Sì, forse, ma a patto di vivere asceticamente isolati in un mondo senza porte e senza finestre, come avrebbe detto Leibniz. 

Se, invece, si sceglie di vivere nel mondo e con il mondo, i rischi/eventi di cui abbiamo parlato (rischi nucleari, digitali, giudiziali e di privacy) rendono reale e percepibile l’interdipendenza globale perché si tratta di avvenimenti positivi o catastrofici potenzialmente senza confini nello spazio e nella società perché si possono espandere a dismisura in Rete. E questo anche se, a seconda dei luoghi e delle nazioni, possono essere percepiti in modo molto differente.

Stiamo veramente esplorando un mondo nuovo di cui nessuno di noi possiede ancora le categorie, le mappe e la bussola. Siamo stati catapultati in ambiti e possibilità d’azione rispetto ai quali non siamo ancora in grado di approntare racconti o narrazioni adeguate. Le sfere d’azione della Rete e dei Big Data raccolti dalle grandi piattaforme social sono così ampie e profonde da svelare tutte le nostre preferenze e debolezze individuali. Le migliori e le peggiori.

È l’era della contraddizione digitale: in teoria, abbiamo straordinarie possibilità di controllo (pensate ai possibili flussi dei Big Data o alla sorveglianza facciale) ma, allo stesso tempo, una vulnerabilità assoluta perché totalmente dipendente dalla casualità degli impatti della nostra impronta digitale in rete.

Ecco perché parliamo di contraddizione digitale: la Rete ci rende molto più liberi nell’accesso alle informazioni di tutti ma rende, allo stesso tempo, le nostre informazioni molto più vulnerabili e accessibili a tutti e a tutto. Ancora una volta soli. Ancora una volta insieme.

“Il prezzo della luce è sempre inferiore al costo dell’oscurità”

Arthur C. Nielsen

A cura di Angelo Deiana

Cresce la famiglia di Confassociazioni che conta ora 700 associazioni!

La famiglia di Confassociazioni cresce sempre più. È proprio il presidente Angelo Deiana a darne l’annuncio ufficiale. “Siamo arrivati a 700 associazioni, 1.225.000 iscritti di cui più di 211.000 imprese. E abbiamo grandi progetti per il 2021“. Un numero davvero incredibile, considerando anche la velocità con la quale la Rete delle Reti continua a crescere.

“Nel DNA di una grande rete di imprese e professionisti come la nostra c’è il gene fondante del suo successo: la capacità di saper coniugare il valore della nostra tradizione con la spinta verso l’innovazione. È per questo – prosegue Angelo Deiana, a nome di tutto l’Ufficio di Presidenza di Confassociazioni composto da Riccardo Alemanno, Franco Pagani, Federica De Pasquale – che stiamo continuando a lavorare per il nostro futuro. D’altra parte, pur nella continuità degli obiettivi strategici (visione di lungo periodo e collaborazione competitiva), abbiamo raggiunto questi numeri straordinari. Confassociazioni ha ora 700 associazioni di professionisti e imprese, 1 milione e 225mila iscritti, 211 mila imprese con 5,1 dipendenti medi”.

Ma non si ferma qui Confassociazioni e attraverso il suo Presidente, fa capire chiaramente che altri progetti sono in arrivo. “Il bello deve ancora venire – ha concluso il Presidente di Confassociazioni, Angelo Deiana – abbiamo tanti progetti di ulteriore crescita in corso: dallo straordinario successo che sta avendo Confassociazioni University, l’Università on line che abbiamo lanciato insieme a Università Mercatorum, al nostro ormai famoso format editoriale su come #RilanciarelItaliafacendosemplici, che vedrà l’uscita da qui a luglio di 3 libri dedicati a #Lazio, #Management, #Sicilia. Senza tralasciare la nostra apertura ai paesi oltre il confine nazionale con le branch dedicate, concrete e utili sponde di confronti e sinergie per operare ancora meglio per il bene del nostro Paese. Un grande sforzo di progettazione e di idee per investire da azionisti nel sistema Italia le nostre competenze, capacità e abilità perché siamo veramente preoccupati di un autunno in cui rischiamo una grave crisi economica e sociale. Dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo subito”.

Governare la burocrazia nell’era digitale: ecco cosa sta accadendo

L’era dell’intelligenza artificiale e della sostituzione tecnologica, anche grazie all’accelerazione pandemica, è quasi arrivata. Come dimostrano le trattative sui vaccini, i loro problemi di produzione e consegna, le discriminazioni tra Regioni piuttosto che fra Stati, il mondo in cui viviamo è sempre più complesso ed ha bisogno di modi innovativi per fare business ed essere governato. 

Nonostante questa ormai radicata consapevolezza, proprio i fatti legati al tema pandemia dimostrano che la maggior parte dei governi opera ancora sulla base del pensiero organizzativo novecentesco, quello basato sullo stesso modello di comando e controllo su cui si reggevano le imprese e le Istituzioni di allora. 

Dopotutto, la burocrazia e l’economia industriale sono cresciute di pari passo. L’economia aveva bisogno di strade, reti elettriche, ferrovie. È stato un flusso che veniva da lontano, dai processi di costruzioni delle grandi ferrovie intercontinentali, la causa prima della struttura piramidale delle organizzazioni di tutto il XX secolo. Ecco perché, con la crescita dell’apparato governativo, è stato necessario costruire procedure, strutture e sistemi di controllo più complessi, gestiti tutti quanti da una piramide di burocrati professionali. 

Il cambiamento arriva con la tecnologia

Poi sono arrivati il computer e la Rete. Qualcuno potrebbe affermare che, negli ultimi anni, i governi e le imprese hanno informatizzato in modo imponente il proprio lavoro. Ma, se pensate che i computer abbiano migliorato la situazione, non illudetevi.

I vecchi processi e le vecchie forme organizzative sono stati semplicemente adattati ai software esistenti generando quel caos fatto di database incongruenti e altre anomalie informatiche che affliggono quasi tutti i governi e le pubbliche amministrazioni a livello globale. 

Insomma, nonostante l’avvento del web, persino una forza irresistibile della nostra epoca come il capitalismo intellettuale e delle reti fatica a smuovere la massa inamovibile della burocrazia governativa e territoriale. Un solo risultato: le nostre strutture amministrative sono ancora legate in gran parte a logiche antiquate e a processi operativi superati. 

Parola chiave: adattamento

Ecco una prima verità che emerge dalle trasformazioni generate dall’economia della conoscenza e della reputazione. Il mercato, come abbiamo ormai verificato da tempo, non è probabilmente in grado di soddisfare direttamente molti bisogni dei cittadini, ma il vero problema è che non possono farlo neanche modelli di governo che si richiamano ad un’età industriale che è praticamente tramontata. 

L’invecchiamento della popolazione, i ritmi lentissimi del processo normativo, la sempre maggiore complessità dell’ambiente economico, la crescente interdipendenza internazionale e l’incapacità di esercitare una supervisione efficace richiedono nuovi modelli di governo basati sul capitalismo intellettuale. La gestione della pandemia lo sta dimostrando a tutti i livelli. 

Ma adattarsi non è una cosa facile. I confini sfumano, gli Stati per certi versi tendono a svanire in termini economici e politici, le imprese si dematerializzano (software) oppure diventano veri e propri Stati paralleli (hardware). 

È difficile governare con i vecchi processi. Per questo aveva ragione Karl Popper. Non si possono governare cose nuove con modelli vecchi. Vedremo nei prossimi articoli cosa fare allora e perché farlo.

“La vecchiaia oggi non è più un’età anagrafica ma è un’età dello spirito. È vecchia la persona, l’organizzazione, il management che affronta i problemi nuovi con pensieri vecchi”

Karl Popper

A cura di Angelo Deiana

Report del Centro Studi di Confassociazioni: ecco cosa prevede per l’autunno

È stato reso noto oggi il Report del Centro Studi di Confassociazioni sugli sugli scenari economici 2021 e i numeri inevitabilmente fanno riflettere.

“Siamo sempre stati ottimisti. Ma il dato concreto di realtà è che siamo molto preoccupati perché il vaccino per la salute sta iniziando ad arrivare, ma per il vaccino dell’economia ci vorrà ancora molto tempo. Le risorse nel Decreto Sostegni non coprono nemmeno il 5% dei costi fissi. Praticamente, un’elemosina. Senza poi dimenticare che i 32 miliardi del Decreto Sostegni erano stati autorizzati per coprire le chiusure a cavallo delle feste di Natale. Adesso siamo ad aprile, tutti in ‘quasi lockdown’ con la prospettiva di arrivare in questa situazione a maggio. E comunque le restrizioni parziali e la crisi dei consumi ci saranno quanto meno fino alla fine del 2021. I numeri in gioco sono drammatici. Secondo il Centro Studi di Confassociazioni, tra il 2020 e i primi 2 mesi del 2021 abbiamo perso più di 350 miliardi di fatturato. Un mondo che difficilmente potrà essere risollevato dai 20 miliardi di euro del Recovery Plan che potrebbero arrivare quest’anno. Per questo, serve subito un nuovo scostamento per salvare imprese e partite IVA in crisi. Fatti i calcoli, ce ne vorrebbero almeno 50”, ha dichiarato il presidente Angelo Deiana.

Secondo Confassociazoni, nei prossimi 9 mesi, potrebbero chiudere almeno 1 impresa su 4 sotto i 10 dipendenti. Ecco perché i sostegni dovevano essere dati, come in Germania, con logiche estese. Se poi le imprese non ne avessero avuto più diritto in base ai parametri, li avrebbero restituiti con la dichiarazione successiva. Succede già normalmente nel caso dell’anticipo della Naspi che viene dato ai disoccupati che vogliono aprire una partita IVA. Non si poteva fare la stessa cosa? Questa è la domanda che si fanno in Confassociazioni.

Gli scenari d’autunno

Il Report sugli scenari economici 2021 prevede per il prossimo autunno l’arrivo di tanti altri gravi problemi che colpiranno il sistema. Il primo problema è chiaramente la fine del divieto di licenziamento e della CIG Covid prevista per il 30 giugno con prolungamenti fino al 30 settembre su base settoriale. Il Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI, rielaborando i ben più pessimistici dati dell’OIL, stima che potremmo perdere fino ad un milione e 500mila lavoratori nei prossimi 12/15 mesi, principalmente per effetto della chiusura di circa 500mila piccole imprese sotto i 10 dipendenti. Il tutto si sommerà ai circa 600mila occupati che abbiamo perso nel 2020 (principalmente tempi determinati) e alla perdita di decine di migliaia di stagionali e occupati in nero. Tutto questo si sta già riversando su ammortizzatori sociali come Naspi e Reddito di Cittadinanza. Tralasciando il problema delle donne, insieme ai sanitari, l’altra prima linea vittima (indiretta) della strage pandemica.

Il secondo problema è l’orizzonte della fine del blocco degli sfratti che è fissata anch’essa al 30 giugno. Grazie a questa salvaguardia molte persone hanno smesso di pagare gli affitti ai proprietari, non sempre a causa della crisi.

Altro problema è quello delle moratorie sui mutui (circa 189 miliardi di Euro) anch’essa fissata sull’orizzonte del 30 giugno. Un grosso problema per le banche dovranno comprendere quanti soggetti avranno ancora un lavoro in grado di onorare il mutuo stesso, anche a seguito della fine del divieto di licenziamento. Senza poi dimenticare, i 162 miliardi di prestiti garantiti dallo Stato con il Decreto Liquidità che rischiano di diventare un vero problema per le banche inizialmente, e per lo Stato a seguire. KPMG stima complessivamente per la fine del 2021 e l’inizio del 2022 una cifra monstre tra i 50 e 100 miliardi di NPL.

Infine, i 107 miliardi di euro di evasione fiscale e previdenziale che, al 30 giugno 2020, ha portato il carico residuo delle cartelle esattoriali ancora da riscuotere a quasi 1000 miliardi di euro, di cui una parte preponderante relative al periodo 2001-2015, cioè praticamente prescritte.

“Per questo l’importante sarebbe non drenare liquidità e offrire la possibilità al sistema imprenditoriale di ripartire senza le ombre di un passato ormai inesigibile. Quanto poi alla polemica sul fatto che le tasse le pagano solo dipendenti e pensionati, sempre secondo quanto riporta il comunicato di Confassociazioni, varrebbe la pena di leggere l’audizione dell’Agenzia delle Entrate del settembre scorso alla Commissione Finanze della Camera. Un testo dove viene affermato che i contribuenti con debiti residui da riscuotere sono circa 17,9 milioni, di cui 5,5 milioni sono società o partite IVA, e 12,4 milioni sono dipendenti e pensionati. Come dire che l’azionista di maggioranza quantitativo dell’evasione fiscale dal punto di vista delle cartelle non sono le partite IVA, ma quelli che dicono che le tasse le pagano soltanto loro. Tra le tante distopie informative del mondo pandemico, un’altra verità da far venire alla luce”, ha dichiarato Angelo Deiana in una nota.

Angelo Deiana: “Decreto Sostegni? Non basta…”

Del Decreto Sostegni comunicato dal Presidente del Consiglio Mario Draghi si è discusso molto. Ma non tutti sono rimasti soddisfatti. Oggi, il Presidente di CONFASSOCIAZIONI Angelo Deiana, ha voluto rilasciare una nota in cui manifesta tutta la sua preoccupazione, per il presente e per il futuro.

Le dichiarazioni di Angelo Deiana

“Decreto Sostegni? Il Presidente Draghi ha detto la verità. Si tratta di misure assolutamente insufficienti, senza dimenticare i 32 miliardi che erano stati autorizzati dal Parlamento per coprire le chiusure a cavallo delle feste di Natale. Adesso siamo a marzo inoltrato, tutti in quasi lockdown con la prospettiva di arrivare in questa situazione a maggio. C’è forse qualcuno che pensa che riapriremo tutto per il ponte del 25 aprile e del 1 maggio per far ripartire la quarta ondata? Secondo il Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI, tra il 2020 e l’inizio del 2021 abbiamo perso più di 350 miliardi di fatturato senza contare il nero che si sta espandendo a macchia d’olio, anche a causa della criminalità organizzata e dell’usura. Certo, nel Decreto è stata finalmente eliminata l’iniquità dei codici Ateco ma, che siano 2.500 o 3500 euro quelli che riceverà la platea di oltre 3 milioni di beneficiari, stiamo parlando di cifre tra i 4 e gli 8mila euro tra il 2020 e il 2021 che non coprono nemmeno il 5% dei costi fissi di coloro che sono stati costretti a chiudere per periodi prolungati. Ecco perché serve subito un nuovo scostamento per salvare imprese e partite IVA dei settori più colpiti come studi professionali, ristoranti, bar, alberghi, servizi alla persona (parrucchieri, barbieri, estetisti), eventi, palestre, piscine, discoteche, attività culturali. E, dunque, altro che ulteriori 20 miliardi ipotizzati dal Governo: fatti i calcoli su quanto perso anche nel 2021, ce ne vorrebbero almeno 50. E questo perché, anche con gli 11,5 miliardi del Decreto Sostegni, arriviamo a circa 40 miliardi di euro a supporto di imprese e partite IVA. Una cifra che è solo il 25% dei 180 miliardi di euro stanziati tra scostamenti e Legge di Bilancio.

Nello stesso periodo in Germania, al sistema imprenditoriale e professionale è stato indirizzato quasi il 60% degli oltre 300 miliardi stanziati. Altro che il timido intervento sulle cartelle e la pur gradita decontribuzione di 1,5 miliardi: le perdite sono gravissime e la necessità più urgente rimane la liquidità. Altrimenti stimiamo che, nei prossimi 9 mesi, rischiano di chiudere almeno una impresa su quattro sotto i 10 dipendenti, che sono circa 4 milioni. E questo provocherebbe conseguenze disastrose sul piano occupazionale quando finiranno il blocco dei licenziamenti e la cassa Covid. Perché se una partita iva chiude o un’impresa porta i libri in tribunale, si distrugge capacità produttiva e occupazionale oltre a quella fiscale che ne deriva. E se si perdono imprese e capacità produttiva, ci vorranno tanti anni per recuperarle”.

Scegliere dove vivere oggi è molto importante

Reti, conoscenza, innovazione, evoluzione: questi sono i mari tempestosi, spazzati e accelerati dal vento della pandemia, che stiamo attraversando. 

Ma c’è di più. Quella che stiamo per fare, un tempo sarebbe stata un’affermazione considerata rivoluzionaria oppure priva di senso. E invece ora è reale: lo Stato “in forma classica”, quella uscita dalla Pace di Westfalia del 1648 non è più un fenomeno pienamente rappresentativo di potere economico, politico e sociale perché la società globale è trainata da 40 megaregioni (grandi agglomerati come la Greater London o New York) nelle quali il 20% della popolazione mondiale produce due terzi della ricchezza complessiva. 

Scegliere dove vivere: ecco perché

Scegliere dove vivere non è mai stato così importante. Molto più importante del lavoro che facciamo o del partner che scegliamo. Ecco perché l’interdipendenza è molto più importante della globalizzazione. D’altra parte, se i giovani preferiscono i grandi centri abitati rispetto a quelli piccoli e alle periferie, anche i nuovi settori di crescita economica generano una domanda di persone giovani altamente qualificate. 

Senza dimenticare che la nostra economia dei servizi richiede attività che devono essere svolte in aree urbane e globali. Non importa se una società manifatturiera è una miniera o una fabbrica collocate in un posto preciso: dovrà per forza comprare assicurazioni, servizi legali e finanziari, per cui contribuirà alla crescita di quei servizi e della popolazione nelle città. Per questo, anche dopo la pandemia, le città svolgeranno un ruolo addirittura in crescita, contrariamente a quanto viene spesso affermato in relazione all’affermazione del digitale e allo smart working.

Ma le grandi città non attraggono solo l’élite della conoscenza: masse di lavoratori migranti spingono alle loro porte. D’altra parte, la globalizzazione ha insegnato a tutti i giovani a viaggiare, ad avere fiducia nel prossimo, e a provare esperienze impensabili per le loro famiglie di origine: genitori che hanno perduto una generazione per uscire dal Novecento, dal secolo breve dei nazionalismi, che hanno generato due guerre mondiali e mostri ideologici. 

La diversificazione è tutto

Nel mare del futuro, invece, si affacciano confluenze d’identità molteplici, dovuta ai flussi migratori in atto, ma anche al riavvicinamento delle lontananze grazie al mondo della Rete e dei social network. È un’ulteriore riprova dell’incontro fra identità diverse, fino al configurarsi di contaminazioni plurali, nomadi, flessibili. Per questo, anche lo Stato perde i confini più netti della propria identità. 

Intendiamoci bene: il melting pot, come processo di incontro e di fusione di culture diverse, è stato sempre presente nella storia. Pensiamo solo al caso del nostro Paese, denso di culture e identità diverse generate dalle vicende e dalle invasioni che hanno attraversato la sua storia. Tutto vero certo, ma l’accelerazione tecnologica imposta dalla pandemia ci racconta che non sarà l’omologazione delle differenze in una sola identità statuale il futuro dell’umanità. Anzi. Per questo stanno sfumando i confini dello Stato moderno così come l’abbiamo conosciuto finora.

D’altra parte, come tutti sappiamo avendo studiato la teoria dell’evoluzione, la diversificazione è tutto: nella finanza, nella vita, nelle amicizie. In sintesi, nella sopravvivenza della specie. 

“I dogmi del passato tranquillo non sono più adatti al tempestoso presente. L’oggi è colmo di difficoltà e dobbiamo mostrarci all’altezza del momento. E poiché ci affacciamo ad un mondo nuovo è nostro dovere pensare in modo nuovo ed in modo nuovo agire”

Abraham Lincoln

A cura di Angelo Deiana

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Perdere il controllo per governare il flusso

Il tempo e l’evoluzione producono mutamenti continuo al quale non possiamo sfuggire. Ecco perché la crisi pandemica ha prodotto e sta producendo tanti cambiamenti profondi. 

Il dibattito che ha innescato su scala mondiale è oggi molto focalizzato su questioni di grande rilevanza che riguardano l’esistenza di regole a garanzia dell’andamento democratico a tutela dei cittadini in un momento in cui, a causa del problema sanitario, i poteri sono stati concentrati e alcune procedure costituzionali sono state accantonate o attenuate. 

Senza poi dimenticare l’esigenza di tracciare nuovi confini tra libertà di azione economica e controllo sul corretto funzionamento della concorrenza e dei mercati. I casi Big Tech e GameStop ne sono l’emblema.

Ritrovare l’equilibrio

La ricerca di questo equilibrio è un compito complesso e richiederà tempo e attenzione. È comunque chiaro come la reazione agli effetti di comportamenti scorretti di alcuni soggetti si stia traducendo nel rischio di una richiesta di regole che potrebbero essere eccessivamente vincolanti per tutti. Ma rieducare la mentalità manageriale ed allungare gli orizzonti temporali non basta perché stiamo parlando di un approccio che si è ormai trasmesso come un virus anche alle Istituzioni governative e politiche. 

Ormai la maggior parte delle classi dirigenti pubbliche e private non è disposta a finanziare nuove iniziative se, così facendo, si riducono gli utili correnti o i consensi elettorali a breve termine. È un tema strategico: la democrazia, come il mercato, tende ormai a scegliere la soluzione più a buon mercato e, soprattutto, quella con l’orizzonte temporale più limitato.

Ma la vera innovazione sta nella quantità di informazioni e nella facilità di accesso di cui dispongono oggi coloro che le cercano, mentre le tecnologie Web rendono più facile e meno costoso che mai il processo di coinvolgimento dei cittadini nel problem solving. I social network consentono la discussione e il dibattito tra centinaia, migliaia e persino milioni di partecipanti geograficamente dispersi. 

È un movimento straordinario, la storia di masse che si coordinano, di greggi che diventano pastori, di dilettanti che armati solo della voce del Web riescono a radunare una forza collettiva impressionante. Ogni consumatore è oggi un potenziale produttore con l’intero mondo. Viviamo in un’era diversa: abbiamo posato il telecomando e imbracciato lo smartphone o il tablet. È la fine degli oligopoli nell’informazione. 

Bisogna essere pragmatici

Fin qui la parte bella. Poi bisogna essere pragmatici: la Rete è un mare dove circolano molte notizie. Le quali, ne siamo ormai consapevoli, possono essere vere o false. Ancora una volta, nell’economia della conoscenza, dati ed informazioni sono abbondanti. È la reputazione ad essere scarsa. E non ci sono direttori responsabili a renderne conto. Parole che diventano valanghe e seppelliscono reputazioni. Online il confine tra informazione e azione politica si assottiglia. 

Ed ecco che succede una cosa strana in un periodo di grandi trasformazioni: l’esperienza precedente rischia di diventare zavorra perché quando arriva un cambiamento epocale, come quello a cui stiamo assistendo, tendiamo a sottovalutarlo. E, invece, quella a cui stiamo assistendo è una grande transizione dal potere gerarchico al potere laterale. 

Si sta verificando un ribaltamento profondo delle logiche di potere. Oggi, la dimensione sociale della comunicazione viene prima della sua dimensione tecnologica. L’ex presidente  USA Obama è uno di quelli che hanno capito per primo la nuova dimensione antropocentrica del sistema: le elezioni politiche non si vincono soltanto con l’uso della Rete, ma facendo leva sulla capacità social delle persone e sulla scalabilità della Rete stessa. 

La sfida più ardua per chiunque voglia trasformare l’azienda o l’Istituzione in cui lavora per adeguarla all’era delle reti è quella di ampliare e approfondire la cultura collaborativa non solo in termini cooperativi ma anche in termini competitivi. Ciò significa essere autenticamente aperti alle nuove idee, indipendentemente dalla persona o dall’ambito da cui sorgono, invece di cogliere ogni opportunità per comprimerle.

Tutto questo significa abbandonare l’istinto a proteggere il territorio ed esercitare il controllo, ed invece creare un sistema dinamico in cui le idee e le informazioni possano fluire liberamente all’interno delle organizzazioni, dei sistemi e dei Paesi. 

Perdere il controllo per governare il flusso: ecco il mantra del futuro prossimo venturo.

“Dobbiamo abituarci all’idea: ai più importanti bivi della vita non c’è segnaletica…”

Ernest Hemingway

A cura di Angelo Deiana

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È un mondo che viaggia a due velocità

La globalizzazione economica e tecnologica, lo sviluppo e la ceto-medizzazione dei Paesi emergenti generata dalla condivisione in Rete delle infinite connessioni del Web, sta producendo nuovi modelli culturali che tagliano trasversalmente il pianeta. 

Nonostante il rallentamento determinato (momentaneamente) dalla pandemia, grazie a social network e reti, si è generata e diffusa una cultura globale basata sulle mode giovanili (musica, video, cult planetari), su film, sui beni di lusso (dalla Ferrari ai grandi marchi della moda) e sul cibo (dal fast food di Mc Donald alle pizzerie e gelaterie italiane). Allo stesso modo, il calo dei prezzi dei voli aerei sta aumentando i contatti tra persone appartenenti a culture diverse. 

La velocità fisica e quella digitale

La velocità della mutazione è sconvolgente. Tutto bello, tutto meraviglioso? No, purtroppo. Il rischio del mondo a due velocità è che ridefinisca i meccanismi di partecipazione aumentando il digital divide, la differenza tra chi ha accesso alla Rete, alle competenze e agli strumenti e chi ne rimane escluso. 

È per questo che la sfida dell’istruzione è pressante. Internet è la cultura delle risposte, delle informazioni a portata di mano, delle enciclopedie online, dell’attenzione frazionata, e dà vita a un contesto intorno al tema dell’istruzione tutt’altro che banale. Servono nuove didattiche e nuovi percorsi anti fake news per sfruttare l’effetto benefico della Rete. 

In ogni caso, non dobbiamo dimenticare che l’innovazione sociale più importante è proprio quella delle due velocità del mondo: una velocità fisica ed una velocità digitale. E questo anche perché le domande generate dalle due velocità sono tante. Ad esempio, non è che le politiche concepite per garantire la nostra sicurezza e la nostra privacy rendano invece ancora più rischioso il mondo permettendo il controllo a pochi e non lasciandolo a molti? Oppure: non è che le decisioni prese per scongiurare una crisi finanziaria mondiale come, ad esempio, il QE (Quantitative Easing) rischiano di garantirne l’arrivo di altre? 

Un nuovo modo di pensare

La verità è che, in questo momento, sappiamo solo due cose: la prima è che non abbiamo tutte le risposte. La seconda è che tutto accadrà in fretta. È per questo che dobbiamo provare a ragionare per approssimazioni e per trend. Paradossalmente, qualsiasi strumento di analisi di breve periodo, per quanto più accurato e preciso, potrebbe rivelarsi assolutamente fallace perché la velocità del cambiamento è talmente alta che potrebbe diventare obsoleto ancora prima di essere sfruttato appieno. 

Ed è ancora per questo che sono solo gli strumenti di lettura dei trend di lungo periodo che, per quanto approssimati ed imperfetti, possono permetterci di guardare oltre il nostro orizzonte. D’altra parte, la vastità delle sfide che dobbiamo affrontare e l’incapacità di gestire i problemi in maniera efficace ci stanno già portando a mettere in discussione molti valori fondamentali della nostra società. 

È necessario un nuovo modo di pensare. Un modo che prenda in considerazione la complessità e l’imprevedibilità delle situazioni e generi una diversa visione del mondo. In un’era piena di sorprese e innovazioni come quella pandemica e post pandemica, bisogna imparare a pensare e ad agire in modo nuovo. Guardiamoci attorno: c’è dappertutto un incontenibile impulso a fuggire da modelli costruiti con il linguaggio del passato. 

La nostra vera possibilità, la nostra sola speranza di garantire il rispetto dei diritti umani e l’integrità morale che il mondo reclama, può avverarsi soltanto attraverso un linguaggio e un modo di pensare radicalmente innovativi. 

Stiamo costruendo un paio di occhiali nuovi con cui leggere più chiaramente, al di là del bene e del male, il passato. Occhiali che dovranno essere utili anche per progettare un futuro evolutivo in cui vivere e pensare in avanti verso il mondo nuovo che verrà. 

“Non penso mai al futuro: arriva così presto”
Albert Einstein

A cura di Angelo Deiana

Franco Pagani: “Siamo disponibili ad un confronto con gli stakeholders del mondo condominiale”

Il Covid-19 ha cambiato molte cose, anche la gestione dei condomini da parte di manager e amministrato. “Le assemblee condominiali in remoto sono finalmente un dato di fatto. Ora è il momento della responsabilità e noi di CONFASSOCIAZIONI, attraverso l’Organismo Nazionale del Condominio, siamo disponibili ad un confronto con tutti gli stakeholder di settore per migliorare lo status del campo condominiale. È il momento della responsabilità”. Lo ha dichiarato in una nota Franco Pagani, Vice Presidente Vicario Aggiunto di CONFASSOCIAZIONI.

In tutto ciò l’assemblea condominiale continua a rappresentare un’importante punto di riferimento per chi gestisce e i condomini stessi. “L’assemblea condominiale – ha proseguito Pagani  che  anche Presidente dell’Organismo Nazionale del Condominio di CONFASSOCIAZIONI – resta da sempre uno degli aspetti più importanti nella gestione di un condominio in quanto organo deputato ad operare scelte strategiche e importanti nelle case degli italiani e se continuava a restare ferma si sarebbe bloccato non solo tale esercizio ma anche tutta una serie di leve economiche interessanti come ad esempio le misure dei bonus fiscali messi a disposizione. Senza tralasciare un altro elemento importante quale l’attività dello stesso amministratore, da sempre il motore di una miriade di servizi e funzioni che muovono nel suo insieme enormi volumi finanziari seppur parcellizzati: manutentori, artigiani, professionisti, piccole e medie imprese strettamente legate al settore della manutenzione condominiale che garantiscono la tenuta e durata dei beni in cui vivono e lavorano milioni di concittadini”.

“Un volano di risorsa sociale ed economica che non può essere tralasciato ma anzi implementato – ha sottolineato PAGANI – considerato che la maggior parte del nostro patrimonio immobiliare è vetusto e quindi necessita di miglioramenti ed efficientamenti. Per rendere possibile ed organico tutto ciò è essenziale cercare unità nei corpi intermedi, far sì che le parti interessate dialoghino e trovino insieme le migliori soluzioni per agevolare il passaggio in questo periodo così difficile per il nostro Paese.  E CONFASSOCIAZIONI, costruita sui concetti di aggregazione e architetture della collaborazione, vuole offrire con il braccio operativo di settore, quale appunto l’Organismo Nazionale del Condominio, una piattaforma di confronto serio ed aperto a tutti gli stakeholders, segmenti dell’immobiliare, proprietà edilizia e professioni per superare ogni difficoltà al dialogo e dare soluzioni uniche e condivise su ciò che serve e ciò che deve esser fatto”. 

L’opinione di Angelo Deiana

Sull’argomento ha voluto dire la propria anche Angelo Deiana. “È proprio nei momenti di difficoltà – ha concluso il Presidente di CONFASSOCIAZIONI, Angelo Deiana – che si deve spingere nel dare uno sprint maggiore alle iniziative economiche e perché no anche a quelle sociali, creare prospettive di lavoro ma anche tanta fiducia nel domani. Dialogare per trovare insieme soluzioni comuni e utili per la nostra Italia è non solo un dovere di ognuno di noi, sia che faccia parte di CONFASSOCIAZIONI sia che non lo sia, ma anche un diritto. Il diritto di vivere in un Paese, l’Italia, fatto di persone concrete, propositive, vincenti”.

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Vivere le reti tra tempo reale e tempo digitale

Il nostro viaggio nelle reti continua, anche nel tempo pandemico. Siamo di fronte ad una mutazione epocale in cui viviamo un tempo a due velocità. Da una parte, viviamo il presente che, per quanto veloce, comunque scorre accanto a noi ed insieme a noi, con processi e flussi che forse non possiamo governare del tutto ma che, per buona parte, possiamo quantomeno capire. Dall’altra, molti di noi vivono i loro flussi di Rete (sul lavoro, sui mercati, sui social network, eccetera) come una dimensione parallela che viaggia ad una velocità indescrivibile, e di cui è difficilissimo afferrare qualcosa se non, per i più attenti, piccole tracce di futuro sparse qua e là. Briciole di consapevolezza e poco più.

Ci dobbiamo stupire? In realtà, questa fase, nella sua struttura a due velocità, non è una novità nella Storia. Anche le persone che vissero nell’Umanesimo e nel Rinascimento avevano scarso sentore dei cambiamenti titanici che si stavano verificando attorno a loro. E anche loro venivano dal periodo della grande peste che sconvolse con ondate successive l’Europa tra il 1320 e il 1500. Oggi stiamo cercando di attraversare un abisso analogo. 

Per l’ennesima volta nella Storia, i poteri e gli equilibri sono messi in discussione, mano a mano che un maggior numero di persone provenienti da un molte zone del mondo entrano in contatto, collaborano e competono sul palcoscenico globale. Le rivoluzioni vere, quelle silenziose, quelle non cruente, vanno sempre in questo modo. Il vecchio viene marginalizzato più velocemente di quanto non ci impieghi il nuovo a rimpiazzarlo. Gli antichi patti sociali, una volta smantellati, non possono essere riparati né sostituiti in tempi rapidi, perché hanno bisogno di un tempo sufficiente per il loro progressivo consolidamento. 

Come cambieranno le cose intorno a noi?

Detto questo, la domanda successiva è: ok, ma qual è il problema? Il futuro non è una cosa che si prevede, è una cosa che si consegue. E oggi, anche se attraverso nebbie e tumulti, i contorni di nuove, inedite forme di organizzazione e rappresentanza stanno iniziando a profilarsi. Grazie alla Rete, al nuovo medium globale della competizione collaborativa e a livelli di connettività sociale mai raggiunti prima, tutti noi abbiamo a disposizione una serie di strumenti per reinventare processi, Istituzioni, convenzioni sociali.

Pensiamo alla crisi della politica. Ma il rischio vero è quello per cui le persone stanno maturando la sensazione che le Istituzioni siano remote e sganciate dall’esperienza, dai sentimenti e dalle aspirazioni reali della gente. Persino le organizzazioni no-profit vengono sottoposte ad un esame sempre più approfondito, e ricevono un numero crescente di appelli a comportarsi con maggior integrità nelle loro campagne o nella gestione dei fondi offerti dai donatori.

Il punto di svolta è questo: il sistema sociale connesso in Rete sarà sempre più attento nei confronti degli individui e delle organizzazioni. Nel business e nella società, quando i soggetti godono della fiducia del proprio network, dei propri stakeholder, i loro contatti di Rete rispondono attraverso comportamenti basati sulla cooperazione e sulla competizione collaborativa. Migliore è il rapporto di un’organizzazione con i suoi interlocutori, maggiore è l’accesso alle risorse di cui gode. La mancanza di fiducia dà luogo a conflitti, attriti e inefficienze. Consuma il tempo e le risorse di un sistema di gestione e management costretto a focalizzarsi sulle attività difensive.

Senza dimenticare che, nonostante la pandemia, la nascita di una nuova classe media planetario (centinaia di milioni di persone in Cina, India ed altri Paesi emergenti) sta probabilmente dando vita al maggiore sconvolgimento sociale che abbiamo mai visto a livello globale. Ne siamo già consapevoli: il ceto medio sfuma progressivamente nei Paesi industrializzati e cresce nelle nazioni che stanno emergendo a livello economico. 

Questa importantissima fascia di popolazione diventa ogni giorno più consapevole dei processi economici e culturali che influenzano il pianeta e, piuttosto che alle guerre, in qualunque parte del mondo si collochino queste persone sono interessate alla stabilità del pianeta ed al loro benessere. Mentre i loro antenati celebravano il giorno in cui i loro figli partivano per la guerra, oggi una delle preoccupazioni che si sta diffondendo è quella di garantire ai ragazzi l’iscrizione a una buona università. Che dire? Persone lungimiranti.

Questa centralità degli indicatori economici e di benessere ci deve far riflettere. L’economia si è sostituita agli armamenti come parametro di potere globale. A livello internazionale, è chiaro che in futuro una nazione potrà mantenere il suo status attraverso il potere economico che, a sua volta, nasce dallo sviluppo scientifico e tecnologico.

“Il tempo è l’unico capitale che tutti gli uomini possiedonoe che nessuno può permettersi di perdere”

Thomas Alva Edison

A cura di Angelo Deiana

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Il futuro delle città e delle menti in rete

Lo sapevamo tutti prima della pandemia: la rapida urbanizzazione del pianeta produrrà impatti straordinari sul futuro dell’economia. In questo momento, il 52% circa del genere umano vive in città, ma i trend evolutivi ci raccontano che questa cifra è destinata a salire in modo esponenziale, facendo della campagna uno spazio economico assolutamente marginale. E il Covid-19, nonostante quello che si dice a proposito della diffusione dello smartworking nei piccoli centri, non cambierà questa prospettiva. Vediamo perché.

Cosa potrebbe cambiare?

Diciamolo chiaramente: in passato, il processo di urbanizzazione è stato guidato da persone in cerca delle maggiori opportunità e dei migliori servizi offerti dalle aree più densamente popolate. Ma la scala e la velocità dell’urbanizzazione dei prossimi anni supereranno qualunque esperienza di crescita delle città del passato. Nonostante la pandemia, questo aumento assorbirà praticamente tutto l’incremento della popolazione mondiale per cui molti dei nuovi nati vivranno tendenzialmente in città, in particolare in Asia e Africa. 

E questo anche perché il passaggio dalla campagna alla città sarà motivato dal richiamo di migliori opportunità lavorative e servizi sociali. Così come accaduto a cavallo fra ’800 e ‘900, il processo di urbanizzazione del XXI secolo concentrerà il grosso della popolazione del mondo nelle città che offriranno le migliori speranze per una via d’uscita. E come si è verificato quasi sempre nella storia dell’urbanizzazione, tale processo sarà il motore di una crescita economica di grande importanza. Favorirà le economie di scala, le reti sociali di creatività e collaborazione, mentre la specializzazione e minori costi delle transazioni genereranno significativi incrementi nella produttività.

Non è sufficiente? Proviamo ad andare avanti: nei Paesi meno sviluppati, la tendenza all’urbanizzazione guiderà la riduzione della fertilità totale, cioè il numero di figli per donna e questo contribuirà all’emancipazione femminile e alla crescita del PIL che sappiamo corrispondere all’incremento del tasso di occupazione delle donne

Senza dimenticare i vantaggi climatici: chi abita in città emette meno gas serra rispetto a chi vive in periferia a causa delle ridotte necessità di spostamento individuale. Il costo climatico del trasporto di enormi quantità di cibo e acqua verso le città è inferiore al costo climatico dei lunghi tragitti dei pendolari dalle residenze rurali ai luoghi di lavoro in città, e viceversa. Tutto ciò favorirà l’estensione verticale delle città a discapito dell’espansione orizzontale. In più, l’interazione urbanistica genererà nel tempo una maggiore consapevolezza nell’alimentazione che favorirà un minor consumo di carni e, di conseguenza, una profonda diminuzione del consumo di acqua e di emissione di CO2.

L’impatto della tecnologia

Nel mondo 5G e 6G, inoltre, le città diventeranno sempre più iperconnesse attraverso l’applicazione di dispositivi informatici diffusi, reti di sensori, smart grid, telecomunicazioni a fibra ottica e wireless su ampia scala. All’inizio tutto questo succederà prevalentemente nelle città più evolute. Nelle altre, non possiamo escludere del tutto qualche scenario di Medioevo prossimo venturo alla Blade Runner. Ma non ci potrà essere troppo squilibrio: un’asimmetria eccessiva genererebbe forti flussi migratori da una città all’altra e problemi di caos e disordine che passerebbero da una realtà urbana all’altra. 

Il film è sempre lo stesso: in un sistema a Rete, puoi provare a chiudere i confini per un certo periodo, ma il flusso di atomi o bit prima o poi troverà una strada, così come fa l’acqua. Meglio allora progettare processi ordinati di transito e stabilizzazione governati e gestiti e meccanismi di condivisione delle risorse primarie. Uno per uno, tutti per tutti: il mantra del futuro a rete.

Senza dimenticare il futuro più sfidante: perché l’accesso stabile e collettivo alla Rete e all’Internet delle Cose ridurrà rapidamente l’analfabetismo di base nelle megalopoli. Il risultato sarà un incremento della possibilità di accedere alla comunità globale connessa in Rete. Si tratta di un fenomeno che contribuirà alla crescita economica e all’accelerazione del cambiamento del sistema socio-economico urbano e che potrebbe cambiare la percezione del nostro io, la nostra formazione emotiva e la base dell’orientamento intellettuale e le strategie di gestione delle situazioni. È molto probabile che, nei prossimi anni, si assisterà a un’evoluzione parallela delle megalopoli e della mente delle persone continuamente connessa in Rete. 

Le megalopoli diverranno uno spazio di vita connesso con gli esseri umani: un’estensione fisica, individuale e collettiva allo stesso tempo, della nostra intelligenza. La rete delle reti.

“La nostra meta è mai un luogo ma un nuovo modo di vedere le cose”

Henry Miller

A cura di Angelo Deiana

L’impatto straordinario delle donne nell’economia globale

Siamo consapevoli che alcuni dei mattoncini elementari per la costruzione di un futuro sostenibile per tutti noi sono quelli della gestione saggia di energia, clima ed acqua. Ma non dobbiamo dimenticare che la vera rivoluzione prossima ventura sarà il crescente ruolo delle donne nell’economia e nella società globale

Molto è cambiato

I primi, importanti segnali sono già fra noi. Nel mondo di oggi, rispetto al passato, ci sono molte più donne con potere, denaro e lavoro retribuito, e queste tendenze hanno avuto un’accelerazione negli ultimi venti anni. Il numero di donne che occupano seggi in Parlamento, ad esempio, è attualmente del 50% superiore rispetto a dieci anni fa. I capi di stato donna sono in aumento, così come il numero di quelle che occupano alte cariche di governo, o posti di responsabilità nelle università e nelle aziende. In molti Paesi, il numero delle universitarie supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. 

Ma non basta. Il progresso più significativo per le donne non si è verificato tra l’élite politica, imprenditoriale o universitaria. La trasformazione radicale è stata determinata dai milioni di donne che sono entrate a far parte della forza lavoro qualificata professionalmente nel corso degli ultimi decenni. L’aumento delle donne con un lavoro retribuito ha contribuito alla crescita dell’economia mondiale più ancora dell’incredibile sviluppo della Cina, o dell’introduzione delle nuove tecnologie. 

Dal 1970 ad oggi, due di ogni tre posti di lavoro creati nel mondo sono stati occupati da donne. In quasi tutti i Paesi la partecipazione dell’uomo nella forza lavoro è diminuita, mentre è aumentata quella delle donne. Le donne hanno sempre lavorato tanto ma in questo momento, per la prima volta nella Storia, una quantità senza precedenti di persone di sesso femminile riceve una retribuzione per farlo.

Un trend che deve migliorare ulteriormente

Ma questo, purtroppo, è un trend ovvero una mutazione ancora non definitiva. Le stesse statistiche positive mettono in luce una realtà ancora inammissibile: il progresso ha preso il sopravvento, ma le ingiustizie e la discriminazione verso le donne continuano a essere la norma. Le percentuali dei passi in avanti sono molto elevate perché si confrontano con numeri iniziali veramente molto bassi. Gli aspetti positivi sono che il numero di donne che occupano ruoli di alto livello cresce velocemente e che, oggi, anche le donne più povere hanno più opportunità di lavoro retribuito. 

In sintesi è vero che, nonostante i grandi progressi, ci sono tanti aspetti ancora negativi. Molti di più rispetto a quelli esistenti per gli uomini, laddove è tuttora enorme la sperequazione tra salari, opportunità, autorevolezza, accesso all’istruzione, alla salute e, nei Paesi più poveri, al cibo. Ma, nonostante la tragedia rappresentata da queste differenze tra uomini e donne e le sue potenti cause (politiche, economiche e culturali), la situazione sta però cambiando. Troppo lentamente, ma si sta evolvendo. 

Una vera (e importante) trasformazione in atto

Le forze a favore di questa trasformazione sono tanto varie quanto sorprendenti. Dalle analisi sull’impatto che l’interdipendenza globale ha avuto sulle donne in 130 Paesi negli ultimi 20 anni, emerge chiaramente che, nella maggior parte dei casi, la globalizzazione economica si associa a un miglioramento della situazione delle donne. Ecco perché la crescente femminilizzazione del lavoro e della società rappresenta uno dei maggiori cambiamenti attesi in futuro. Un numero sempre maggiore di donne vanta un’istruzione di grado superiore, in Francia come in Algeria, in Russia come in Grecia. 

Nel corso dei prossimi anni questa dinamica inciderà nettamente su tutte le realtà perché uno degli ambiti in cui l’approccio di uomini e donne risulta più diverso è proprio quello dell’assunzione dei rischi. Nel sistema si assisterà quindi a una massiccia compressione dei rischi, a seguito della sempre più frequente scalata delle gerarchie societarie da parte delle donne. 

In una situazione di variabili incerte e necessità di sistemi di sicurezza profonda, questi sviluppi potrebbero avere risvolti positivi in ambiti come la medicina, la finanza e il traffico dove i processi di assunzione e controllo del rischio sono fondamentali. E le donne, come dimostrano tutti i dati e tutte le ricerche, li sanno gestire meglio degli uomini. Molto meglio.

“In politica come nella vita se vuoi che qualcosa sia detto chiedi ad un uomo, se vuoi qualcosa sia fatto chiedi a una donna”

Margaret Tatcher

A cura di Angelo Deiana