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Il management a due velocità: l’importanza di essere glocal

Il ruolo del management cambia profondamente nel capitalismo della conoscenza e della data driven economy. 

Nel nuovo multiverso ibrido tra reale e digitale, siamo tutti profondamente combattuti tra l’esigenza personale di essere sempre più progettuali a livello individuale, e la necessità di mettere costantemente in pratica meccanismi di collaborazione e di condivisione per essere “in tiro” con le logiche evolutive dell’economia della conoscenza. 

Ma lo stesso problema si ripropone nella gestione a livello manageriale delle organizzazioni oppure nel governare. La separazione nasce dal divorzio sempre più evidente tra potere (la facoltà di porre in atto un progetto) e il management/la politica (la capacità di decidere che cosa fare o non fare). Nel nuovo mondo, queste due facoltà hanno oggi due sedi diverse: lo spazio dei flussi (il top management) e quello delle Reti (il potere). 

Come è successo? Partiamo dall’inizio. Nell’era delle reti, il potere strategico è migrato dallo Stato-Nazione a uno spazio globale sopranazionale. Il management (ma anche la politica) sono invece quasi sempre ancora locali, relegati entro i confini del territorio nazionale. 

È quella che possiamo definire l’era della leadership a due velocità. Esistono ormai due tipi di leadership: da un lato la leadership globale, quella di personaggi come Elon Musk che va al di là di ogni guida o supervisione politica. Dall’altro, la leadership del top management delle aziende tradizionali, ancora molto potente per certi versi, ma mortificato nei processi di efficacia e di raggiungimento dei risultati da un permanente deficit ogni volta che esce dai suoi confini organizzativi o territoriali. 

Anche perché la competizione globale muta lo scenario a livello profondo. I mercati e le Reti sono componenti fondamentali del sistema. Quando si tratta di negoziare sulla linea di confine tra ciò che si può fare a livello globale, i mercati hanno quasi sempre il diritto alla prima e all’ultima parola: la pandemia (il farmaceutico) o lo spread (la finanza) insegnano. 

Ma non dobbiamo dimenticare che il termine “mercati” sintetizza un sistema di forze anonime, senza volto né indirizzo, che nessuno mai ha eletto né delegato a richiamarci all’ordine o a impedirci di combinare guai. E che nessuno è in grado di controllare e guidare. 

Quando Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase Bank, la più grande banca del mondo, dice nella lettera annuale agli azionisti, che la sua non è più una banca ma una vera e propria azienda tecnologica, sta raccontando la resa all’innovazione di una delle più grandi istituzioni del sistema bancario mondiale. 

Ecco il management a due velocità. Bisogna diventare “glocal”. Pensare globale e agire locale, come fanno le grandi Big Tech. Il vero tema da esplorare per il futuro prossimo venturo.

“Le incapacità di apprendere sono tragiche nei bambini ma fatali nelle organizzazioni. A causa di tali incapacità, poche imprese vivono la metà di quello che vive una persona: la maggior parte muore prima di raggiungere i 40 anni”

Ikujiro Nonaka – Hitotaka Takeuchi

A cura di Angelo Deiana

“Finanza e Algocrazia”, il libro che spiega la trasformazione finanziaria e tecnologica in atto

Si chiama “Finanza e Algocrazia” l’ultima opera letteraria di Angelo Deiana e Roberta Caselli e vuole far luce sul momento di grande trasformazione economica, finanziaria e tecnologica che stiamo vivendo e che, forse, non tutti hanno ancora ben compreso.

Ed è proprio la trasformazione che stiamo attraversando il punto di partenza e riflessione di questo libro, che analizza i modelli di business del sistema bancario e finanziario che sono stati introdotti dalle nuove tecnologie di rete, che inevitabilmente hanno impresso alla nostra epoca un’accelerazione importante verso nuovi mercati, nuove normative, nuove regolamentazioni.

Big Data, Advanced Analytics, l’approccio data-driven che sta influenzando il cambiamento di processi e modelli di business del settore finanziario, i nuovi sistemi bancari: sono tutti temi che devono essere compresi, prima ancora di essere utilizzati. D’altra parte, i benefici che il mondo fintech sta portando in termini di innovazione, stabilità e inclusione non possono essere messi in discussione, ma la velocità e l’importanza dei cambiamenti stessi possono essere causa di nuovi rischi e timori, rendendo difficile per i regolatori tenere il passo delle novità introdotte. Per questo motivo i servizi finanziari innovativi e le startup fintech alle novità che introdurranno i nuovi regolamenti.

Per questo motivo, l’evoluzione della Fintegration, l’integrazione a tappeto di tecnologie emergenti (cloud, blockchain, intelligenza artificiale, robo-advisory) come fattori abilitanti nel percorso di trasformazione verso il phygital, l’ibrido tra il fisico e il digitale, diventa assolutamente fondamentale.

L’idea che vuole trasmettere questo libro è di essere pragmatici. L’innovazione è velocissima, la normativa è più lenta e per il sistema bancario e finanziario e le relative Autorità di Vigilanza l’orizzonte è incerto: tuttavia, ormai la strada è stata tracciata e bisogna imparare a seguirla.

Quali leadership e quali competenze nel mercato del lavoro prossimo venturo?

Il mondo del presente e del futuro ci porta rapidamente nel mare aperto di un progresso evolutivo e tecnologico inarrestabile. Anche a causa della pandemia, stiamo entrando sempre più velocemente nell’era della sostituzione tecnologica, l’era in cui molti di noi saranno sostituiti da robot o algoritmi.

Certi settori e certi lavori stanno scomparendo, altre professioni si stanno espandendo e altre attività innovative, venute alla luce di recente, stanno per esplodere. Ma se le componenti e le forze che stanno ridisegnando l’economia si dispiegano a livello globale, i confini spaziali e temporali locali si scompongono e si ricompongono su nuove coordinate, si dissolvono e si moltiplicano nella sfera evolutiva del capitalismo intellettuale.

Perché non è affatto la stessa cosa lavorare in una fabbrica o in un centro di ricerca universitario. Ad essere comune è il tratto attorno a cui si organizza la nuova divisione del lavoro, ossia la finalizzazione del lavoro stesso alla produzione di saperi, all’innovazione permanente, ed alla valorizzazione dello sviluppo tecnologico. 

Ecco perché l’impatto del progresso tecnologico e dell’interdipendenza si dispiega a macchia di leopardo e a velocità diverse. Per alcuni luoghi, per alcune città con grandi “fabbriche” di saperi, la globalizzazione e la diffusione di nuove tecnologie produttive vogliono dire crescita nella domanda di lavoro, più produttività, più occupazione e redditi più alti. 

Per altri luoghi senza centri di produzione della conoscenza, globalizzazione e nuove tecnologie hanno l’effetto opposto: disoccupazione e salari in calo. Siamo di fronte ad una redistribuzione senza precedenti ed in progressiva accelerazione di lavoro, professioni, popolazione, ricchezza. E la causa è sempre la stessa: l’interdipendenza generata dalle reti, la stessa che ha alimentato l’era pandemica e che alimenta la guerra in corso.

Orizzonti che hanno bisogno di essere supportati da alcune riflessioni propedeutiche. La prima è quella per cui, mentre la produttività dei servizi locali resta tendenzialmente inalterata nel tempo (per fare il tassista si impiega la stessa quantità di lavoro che si impiegava nel 1950), nel settore dell’innovazione la produttività aumenta di anno in anno. 

È l’effetto a fionda delle super competenze, ovvero il fatto che attrarre un ingegnere informatico significa innescare un effetto moltiplicatore che aumenta i posti di lavoro ed i redditi di chi fornisce servizi locali (tassisti, barbieri ed altri servizi di prossimità spesso manuali). Il mercato del lavoro si evolve dunque verso una fortissima polarizzazione. Graficamente potremmo raffigurarla come una specie di clessidra: al vertice alto ci saranno le professioni eccellenti, i progettisti, i decisori, gli innovatori che saranno accompagnati, alla base, dai mestieri esecutivi, accuditivi, di cura, di assistenza, di ordinaria manutenzione. In mezzo, praticamente niente. La fine della classe media nei Paesi avanzati.

Sarà allora necessario puntare sulla competenza, sul Web, sulle lingue ma anche sulla manualità perché serviranno, a tutti i livelli, veri e propri risolutori della complessità e degli imprevisti. Come dire l’avvento della diversificazione e del problem solving, pratico o complesso che sia.

Il trend è sempre più chiaro anche in termini di leadership e management: professioni di alto livello cui sono collegati redditi di elevato standing sono sempre più connesse alla realizzazione di nuove idee, nuovo sapere e nuove tecnologie. E, in futuro, questo cambiamento continuerà, anzi accelererà, nonostante la battuta d’arresto pandemica. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un Paese ne decreteranno la fortuna o il declino. Ecco perché le città con alte percentuali di lavoratori professionalmente forti diventeranno il centro del mondo. 

Non sarà sempre un passaggio lineare e senza problemi. Anzi ci saranno dei momenti dolorosi come quelli legati ai processi di sostituzione delle persone con procedure automatizzate. Anche le piramidi organizzative si appiattiranno progressivamente, come è già successo quando la digitalizzazione ha reso desuete molte figure professionali intermedie: i vertici della piramide potevano trasmettere gli ordini direttamente alla base senza doversi affidare a qualcuno che lo facesse per loro. 

Il futuro di ciascuno di noi è allora quello di aggiungere valore e professionalità al proprio lavoro, ovvero fare quello che i sistemi tecnologici non sono in grado di dare in termini di valore aggiunto. Problem solving complesso (competenze distintive) e soft skills (capacità relazionali). 

Il passaporto per esercitare leadership manageriale anche nel futuro prossimo venturo.

“Se volete prosperare in un mondo piatto, dovete capire che qualsiasi cosa si possa fare, sarà fatta, e molto più velocemente di quanto voi pensiate”

Thomas Friedman

A cura di Angelo Deiana

Siamo pronti al salto nel futuro?

Nei precedenti articoli, abbiamo provato a delineare un futuro straordinario ma, allo stesso tempo, incerto ed instabile. Un futuro basato sul complessivo potenziamento dell’agire umano: una memoria estesa dalla tecnologia, maggiore tempestività nel reperire informazioni e nella conseguente operatività, ubiquità virtuale di persone e reale di informazioni che ne aumenta la condivisione nel sistema, solo per citare alcuni benefici. 

D’altra parte, l’incertezza risiede proprio nel fatto che non è affatto chiaro come questi processi si diffonderanno a livello sociale, come saranno metabolizzati a livello etico, che impatto avranno a livello politico, militare, culturale, economico. E, soprattutto, come saranno accettati a livello individuale. 

Il tentativo di liberare l’intelligenza dai suoi limiti biologici e dalla contingenza del patrimonio genetico non è una violazione delle leggi della natura. Tutto il contrario. La creazione di vita ed intelligenza artificiale non è altro che un atto dell’evoluzione per mezzo del quale la natura governa sé stessa attraverso l’uomo. La natura sta per diventare conoscenza e la conoscenza sta per diventare natura e cultura. La differenza tra essere e pensare svanisce. Strano? Certo guardando al passato, ma forse vale la pena di provare.

Del resto, nonostante sia molto difficile da accettare, bisogna metabolizzare un concetto: non c’è una differenza assoluta tra la soggettività umana e quella delle macchine. Un software che apprende è una soggettività (relativa) come un’altra. Stiamo facendo un salto nell’universo profondo. La ridefinizione del patrimonio genetico pone problemi etici, sociali e antropologici difficili da risolvere in modo chiaro per tutti.

Come sarà allora il nostro futuro?

Una prima cosa è certa: gli studiosi di genetica dei nostri tempi non vogliono solo comprendere la natura, ma anche modificarla, influenzandone i meccanismi di sviluppo. Stiamo entrando in un’epoca caratterizzata dal mai visto, ossia da ciò che è radicalmente diverso. Laddove il termine radicale sottolinea la nuova origine che avrà necessariamente alla base l’elaborazione culturale di un pensiero nuovo sull’uomo e sul mondo.

D’altra parte, come non smetteremo mai di ripetere, l’essenza di questo scenario è tipica dell’uomo: rubare il fuoco agli Dei, insufflare vita nella materia inerte della macchina e conquistare l’immortalità è da sempre il nostro obiettivo. In ogni civiltà, in ogni epoca, non abbiamo dato pace agli Dei. Gli sforzi per trascendere le nostre origini iniziano nei tempi più primitivi. 

Il confine della mutazione definitiva è vicino: siamo sull’orlo di una metamorfosi di cui non sappiamo ancora misurare e comprendere né la direzione, né il senso. Se saremo veramente liberi nessuno potrà limitare questi comportamenti perché difficilmente sarà possibile tornare indietro dal punto di vista tecnologico e scientifico. D’altra parte, speriamo che nessuno voglia santificare e, dunque, “mummificare” i vecchi limiti. La lezione dell’evoluzione ci racconta che sarebbe comunque tempo sprecato per una battaglia persa in partenza. 

Il tratto fondante del pensiero filosofico-scientifico è un incessante viaggio di scoperta e di superamento: è per questo che ci sta (mediamente) simpatico Ulisse, l’uomo con la mente fantasiosa e colorata che stressa sempre i propri limiti e quelli del mondo. Una simpatia che fa parte del nostro DNA, da tempo immemorabile.

“Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”

Friedrich Hölderlin

A cura di Angelo Deiana

Prepararsi al futuro: la singolarità prossima ventura

Pandemia, guerra e un mondo a rete che cambia di giorno in giorno. Pensavamo di aver messo al sicuro alcune cose e poi arriva una sequenza imprevedibile, un evento eccezionale, straordinario. Una vera e propria singolarità.

Ma cos’è una singolarità? La singolarità è un momento futuro in cui il ritmo del cambiamento tecnologico sarà così rapido e il suo impatto così profondo che il nostro ambiente “umano” ne sarà trasformato in modo irreversibile. Un’epoca che cambierà i concetti su cui ci basiamo per dare significato alle nostre vite, dai nostri modelli di business al ciclo della vita umana. 

I modeli di previsione sono meno affidabili

Quali possono essere le conseguenze di un evento di questo tipo? Il cambiamento derivante dalla singolarità metterà in dubbio la maggior parte delle nostre regole, forse anche troppo velocemente: una fuga esponenziale al di là di ogni speranza di controllo, quanto meno preventivo. Come in astrofisica, mentre ci si avvicina alla singolarità, i modelli di previsione diventano sempre meno affidabili. Tutti adesso pensiamo all’atomica. Una gran paura, certo. Ma la vera novità sarà la singolarità.

Vedremo il sistema degli algoritmi sostituire livelli di lavoro sempre più alti. Le idee stesse si diffonderanno ancora più velocemente. Quando il collegamento a Rete sarà diffuso in sistemi ubiqui, tutti interconnessi nell’Internet di tutte le Cose sembrerà che gli atomi che ci circondano si siano svegliati tutti insieme. 

Può essere evitato tutto questo?

Può essere evitata la singolarità? Domanda difficile, situazione complessa, verità semplice: se la singolarità può accadere, accadrà. Anche se tutti i governi del mondo ne fossero mortalmente impauriti, il progresso verso la meta continuerebbe. Il vantaggio competitivo (economico, militare, culturale) di ogni avanzamento nell’incrocio uomo-tecnologia è così pressante che respingerlo potrebbe significare solo che sarà qualcun altro il primo ad ottenerlo. 

Senza dimenticare che Internet è lo strumento di connessione uomo-macchina che sta procedendo più velocemente fra tutte le derive evolutive. Proprio l’anarchia dello sviluppo della Rete è una dimostrazione del suo potenziale. Siamo nell’era della conoscenza inattesa, casuale. Potentissima proprio perché non controllabile. Ma soprattutto veloce. Lo sviluppo esponenziale inganna. All’inizio è quasi impercettibile, poi esplode con una rapidità inattesa se non si è stati attenti a seguirne la traiettoria. 

Nell’arco di qualche decennio le tecnologie dell’informazione assorbiranno tutta la conoscenza e tutte le abilità umane e, alla fine, includeranno le capacità di riconoscimento di forme, le abilità nella soluzione di problemi. Tecnologia e capacità umana collasseranno in un unico abisso dove l’una e l’altra saranno indistinte. Inizierà la metamorfosi.

Affascinante no? D’altra parte, la crescita esponenziale ha sempre un andamento seducente perché inizia lentamente, in modo praticamente non osservabile ma, al di là del gomito della curva (pensate a una mazza da hockey), la crescita diventa esplosiva e profondamente trasformativa. Oggi cerchiamo di prevedere un progresso continuo e le ripercussioni sociali conseguenti. Ma il futuro sarà molto più sorprendente di quel che la maggior parte delle persone pensa perché pochi hanno veramente assimilato che la stessa velocità di cambiamento sta accelerando in maniera a sua volta esponenziale. 

Poi improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, arriva una cosa che non abbiamo mai visto: la crescita logaritmica. Cresce la base (il numero) e cresce l’esponente (la potenza). L’accelerazione diventa inarrestabile. E il futuro della nostra specie è ancora tutto da scrivere.

“La singolarità è sempre un indizio”

Sherlock Holmes

A cura di Angelo Deiana

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Metaverso e immortalità digitale. Si apre un nuovo orizzonte?

L’argomento del giorno: il Metaverso. Ne parlano tutti ma noi siamo consapevoli che parlare di questo nuovo orizzonte digitale senza averlo sperimentato in maniera concreta è come giudicare come si mangia in un ristorante avendo letto solo il menù. 

D’altra parte, ormai dovremmo saperlo tutti: da sempre tendiamo a sovrastimare gli effetti di breve periodo di qualsiasi innovazione e a sottostimarne gli effetti di lungo periodo. Il fuoco e la ruota sono fulgidi esempi di questo classico errore strategico della nostra capacità di valutazione. Sottovalutati all’inizio, straordinariamente importanti oggi e per il futuro.

Un nuovo mondo?

Facciamo qualche esempio concreto del mondo odierno. Abbiamo visto il primo approccio (e il fallimento) dei Google Glass, i primi strumenti della realtà aumentata. Ma non abbiamo ancora pensato a quando saranno diffusi capillarmente (e dunque evoluti) i nipoti dei Google Glass o di Siri.

Se potessimo trovare una definizione sintetica di quella che da tempo chiamiamo l’era delle tecnologie invisibili, prima o poi ci troveremo ad aver (non) osservato l’invisibilità del passaggio dall’Internet delle Cose (le cose che scambiano dati fra di loro) all’espansione delle nostre menti attraverso la fusione sintetica di intelligenza biologica e non biologica. 

In realtà è già così. Attraverso i nostri dispositivi digitali (lo smartphone prima di tutti) siamo già in un mondo nuovo in cui, in ogni secondo della nostra vita, il mondo digitale ci aiuta a fare risolvere i problemi vecchi e a fare cose nuove. E la nostra impronta digitale rilascia ormai quantità straordinarie di dati non cancellabili nel mondo della rete. 

Volete una definizione suggestiva? Raggiungeremo l’immortalità digitale. Prima con il solco tracciato sul Web da quanto avremo fatto e raccontato nel corso della nostra vita. Nella fase seguente, forse, riusciremo a scaricare la nostra intelligenza biologica su un supporto tecnologico che un giorno chiameremo “cervello digitale”. Che non sarà una nostra espansione esterna ma la “interiorizzazione” digitale di quello che già facciamo mixando il nostro cervello analogico con il nostro il nostro smartphone, tablet o laptop.

A quel punto, il nostro flusso di dati intelligente diventeremo noi. Gli apocalittici direbbero che, durante il periodo di download sul supporto tecnologico, perderemmo un pezzo della nostra vita. Che dire? Non è, forse, quello che succede tutti i giorni quando dormiamo? Oppure quando ci viene fatta un’operazione in anestesia totale? Oppure quando ci viene un ictus e la plasticità del nostro cervello viene cambiata? 

Ma la domanda successiva è la seguente: se questo cambiamento può avvenire in negativo, non dovremmo cercare di averlo anche in positivo? Altro che Metaverso. Quella sarà solo una simulazione digitale, pur importante, di un mondo nuovo. Ma l’orizzonte di lungo periodo non sarà semplicemente l’intreccio tra pensiero biologico e non biologico, ma una fusione di metodo e organizzazione di pensiero ibrido in continua espansione. 

Il primo approccio verso la vera immortalità digitale. Forse finiti biologicamente per qualche tempo ancora, ma già infiniti digitalmente per sempre. 

“Arriverà un giorno dopo il quale nulla sarà più lo stesso”

Un mercoledì da leoni

A cura di Angelo Deiana

Report sull’economia 2022 di Confassociazioni. Angelo Deiana: “Sta arrivando una mini tempesta perfetta”

I questi ultimi anni ci siamo ormai abituati ad analizzare i numeri, spesso purtroppo tristi relativi al Covid-19. Recentemente però sono arrivati dati più postivi, relativi alla nostra economia che ci fanno ben sperare, come quelli sulla crescita del PIL. Ma è davvero rosea la situazione? Confassociazioni ha voluto analizzare i numeri e ci ha offerto un report molto interessante sul 2022 che ci aspetta.

A commentarlo, come sempre, il presidente di Confassociazioni Angelo Deiana. “Siamo sempre stati ottimisti. Ma la realtà è che siamo abbastanza preoccupati perché, come avevamo più volte affermato negli ultimi mesi del 2021, l’importante dato di crescita del sistema Italia nel corso dell’anno appena trascorso va confermato e consolidato nei primi 2 trimestri del 2022. E invece sta arrivando una mini tempesta perfetta fatta di inflazione, costo dell’energia, fallimenti, aumento del costo del denaro? Cosa fare per evitarla o ridurne gli impatti?”.

Il primo Report 2022 del Centro Studi di Confassociazioni ci fa capire in che direzione stiamo viaggiando. “Gli ultimi dati sulla produzione industriale e sulle esportazioni del quarto trimestre 2021 raccontano che la crescita del nostro Paese sta rallentando per tanti motivi (Omicron compresa). Col risultato che, dopo un 2021 che dovrebbe chiudere al più 6,5% (dati Istat), il 2022 potrebbe avere un PIL intorno al più 4% (dice Bankitalia), anche se il Fondo Monetario Internazionale già lo stima solo al 3,8%. D’altra parte, i numeri della ripresa del 2021 non dicono però tutto e la realtà appare meno esaltante. Alla fine del 2021 il PIL è di circa 3 punti percentuali inferiore a quello del 2019 che a sua volta risultava circa 4 punti percentuali inferiore a quello del 2007. In altre parole, possiamo dire che siamo il 7% circa meno ricchi di 15 anni fa”, prosegue Angelo Deiana. “Ma guardiamo al futuro. Con il petrolio tornato sopra gli 80 dollari al barile, l’inflazione dell’Eurozona al 5% (la più elevata da quanto esiste la moneta unica) e una crisi geopolitica come quella dell’Ucraina alle porte, i consumi e gli investimenti non dovrebbero aiutare la crescita del PIL. Anche la nostra inflazione, che alla fine del 2021 era più bassa della media europea, è cresciuta dell’1,6% solo nel mese di gennaio, soprattutto a causa dei rincari dell’energia. Per questo non dobbiamo dimenticare che il nostro debito pubblico, con i tassi di interesse in possibile rialzo nel 2023, sarà molto più oneroso. Certo, da quest’anno avremo la spinta positiva del PNRR (191 miliardi di € più gli investimenti del Fondo straordinario messo a disposizione dal Governo). E senza dimenticare che tale ‘booster’ si affianca al Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027, quello “classico” degli investimenti UE che confluiscono in fondi standard come il FSE, il FESR e tutti gli altri”.

Il pragmatismo deve essere un fattore determinante nell’analizzare correttamente i numeri che ci arrivano. “Dobbiamo essere prudenti e pragmatici: il nostro Paese, infatti, dovrà centrare almeno 45 degli obiettivi previsti – ha ricordato Deiana – per incassare i prossimi 24,4 MLD di € (21,5 MLD li avevamo già traguardati avendo raggiunto gli obiettivi previsti al 31 dicembre 2021). E, soprattutto, che questi 45 obiettivi sono riforme di sistema o settoriali che impatteranno i nostri mondi produttivi e dei servizi e le loro eventuali rendite di posizione. Per questo, siamo convinti che quello che abbiamo avuto nel 2021 sia un grande rimbalzo, importante ma settoriale, fatto cioè principalmente dall’export, con i magazzini che si sono svuotati dopo l’accumulo del 2020, e poi dovuto ai superbonus immobiliari, che hanno trainato sia sul fronte dei lavori di ristrutturazione che su quello delle compravendite”.

Le considerazioni finali sul report e sulla situazione generale. “Come affermato più volte dal Presidente Draghi – ha concluso Angelo Deiana – tutto questo andrà confermato a partire dai primi due trimestri del 2022, al netto dei miglioramenti della situazione epidemiologica e dell’attuale crisi delle materie prime, in particolare energetiche, che sta avendo ripercussioni importanti sui prezzi e, di conseguenza, sul potere reale di acquisto dei consumatori”.

La crescita continua di Confassociazioni: Angelo Deiana svela i numeri e le nuove cariche

Continua la crescita straordinaria di Confassociazioni, confederazione di associazioni professionali presieduta da Angelo Deiana. Ed è proprio lui che con orgoglio annuncia gli ultimi dati.

“Continua la nostra crescita quantitativa, nazionale e internazionale. Per questo abbiamo scelto di rinforzare la nostra già importante struttura organizzativa con altre grandi persone. Un’ottima partenza per un anno all’insegna di grandi idee e di progetti concreti. D’altra parte, abbiamo raggiunto numeri straordinari. Confassociazioni ha ora 725 associazioni di professionisti e imprese, 1 milione e 240mila iscritti, 213 mila imprese con 5,3 dipendenti medi”. Praticamente un popolo tra professionisti e manager alla guida di aziende importanti che trainano la nostra economia.

E Deiana annuncia anche inserimenti importanti dal punto di vista organizzativo e strutturale. “Tra le più importanti, la nomina di Giorgio Granello quale Consigliere Delegato del Presidente per tutte le Strutture Nazionali, e a Stefano Potortì la nomina di Consigliere Delegato per tutte le Strutture Internazionali. Senza poi dimenticare che il 19 gennaio prossimo saremo a Madrid per presentare Confassociazioni Spagna, la nostra nuova branch internazionale presieduta da Stefano Ticozzelli.  Va altresì ricordata la nomina del nostro nuovo Presidente del Collegio dei Revisori, Fedele D’Arienzo”.

E sempre legato all’obiettivo di rafforzare la struttura di una rete già numericamente ampia, Angelo Deiana prosegue con la presentazione delle novità. “Il rafforzamento ha poi interessato i territori regionali, con una grande attenzione all’equilibrio di genere. Per questo, per l’Umbria e la Campania la presidenza va alle donne, rispettivamente Marica Corvi Leonarda Scrocco, per la Basilicata il Presidente sarà Domenico Cosentino, per la Lombardia, nuovo Vice Presidente Esecutivo è stato nominato Gennaro Colangelo. Ulteriori evoluzioni hanno riguardato l’accorpamento di Comunicazione & Public Affairs con Media e Informazioni che ha dato vita a Confassociazioni Comunicazione Media e informazione confermando come Presidente Alessandro Conte. E ancora l’unione di Confassociazioni Terzo settore con Confassociazioni Fondazioni ITS, diventata Confassociazioni Terzo Settore e ITS, con la presidenza a Massimo De Meo e la vicepresidenza a Giorgio Maracchioni.

Ma le nomine non sono finite, infatti, arrivano Marta Bifano alla vicepresidenza con delega alla produzione teatrale e audiovisiva in Confassociazioni Spettacolo Cinema Teatro, a Carmen Bizzarri alla vicepresidenza con delega al Turismo Sostenibile e Inclusivo di Confassociazioni Tourism, Food, Hospitality. Infine, Marco Recchi è stato nominato Consigliere Delegato del Presidente per la Privacy e Valentina LeoneSegretario Generale di Confassociazioni University.
 

Tecnologie invisibili e crescita esponenziale: cosa ci aspetta

La pandemia, al di là dei suoi impatti sanitari purtroppo gravissimi, ci sta però consentendo di provare a guardare la prima alba del futuro prossimo venturo.

Tra vaccini a Rna messaggero che potrebbero aiutarci contro molte forme tumorali, robottizzazione di molte attività, digitalizzazione globale di processi, informazioni e molto altro, ci stiamo incamminando verso una trasformazione che ci porterà oltre tanti orizzonti e tanti limiti.

D’altra parte, già ora viviamo in un’epoca in cui molti lavori richiedono sforzi mentali più che fatica fisica. Molte delle attività e delle professioni di oggi semplicemente non esistevano anche solo negli anni ‘80. La nostra specie ha già allungato la durata naturale della vita grazie ad alimentazione corretta, tecnologia, farmaci, complementi e parti di ricambio praticamente per tutti i sistemi dell’organismo. 

Mentre scopriamo i principi di funzionamento del corpo e del cervello umano, ci troveremo nella condizione di poter progettare sistemi che dureranno di più e avranno prestazioni migliori. L’antropomorfizzazione della tecnologia, la sua discesa invisibile nel nostro corpo pone problematiche profonde che impattano non solo le persone ma anche i territori, le Istituzioni e portano alla crisi dei soggetti tradizionali e dei luoghi storici della politica e della società. 

E siamo solo al principio. D’altra parte, quando si verifica un cambiamento di paradigma (ferrovie, Internet, comunicazioni, nanotecnologie, intelligenza artificiale), sappiamo ormai che tutto inizia normalmente con un periodo di attese irrealistiche basate su una generalizzata mancanza di comprensione di tutti i fattori evolutivi. Anche se l’uso dell’innovazione aumenta a velocità rapidissima, la crescita iniziale è lenta fino a che non si arriva al gomito della curva di crescita esponenziale. 

È per questo che le attese di un cambiamento rivoluzionario sono spesso corrette nell’oggetto ma non nella tempistica. Quando le prospettive non si aprono rapidamente, segue un periodo di delusione. La crescita esponenziale comunque continua (magari silenziosamente) e, qualche tempo, dopo arriva la vera trasformazione. Spesso, però, arriva silenziosamente perché sappiamo che le tecnologie intelligenti, non appena sono sufficientemente evolute, vengono assorbite dal sistema complessivo e non sono più considerate tecnologie ma componenti stabili della nostra vita. 

E, infatti, stanno progressivamente diventando invisibili tecnologie come il riconoscimento di caratteri, il riconoscimento del parlato, l’informatica medica, il trading algoritmico negli investimenti. Se tutti i sistemi tecnologici smettessero contemporaneamente e improvvisamente di funzionare, la nostra infrastruttura sociale ed economica sarebbe in ginocchio. Le banche non riuscirebbero a effettuare operazioni. La maggior parte dei trasporti sarebbe in difficoltà. Quasi tutti i sistemi di comunicazione smetterebbero di funzionare.

Piano piano, dunque, tutte le tecnologie più evolute diventeranno progressivamente invisibili come già è successo con il fuoco, l’energia elettrica, i telefoni, i computer. Ormai li abbiamo addosso alle nostre persone, intessute nei nostri abiti, incorporate nell’arredamento e nell’ambiente, oppure nei nostri smartwatch. 

E prima o poi si innesteranno nella ragnatela planetaria per cui avremo banda larghissima, comunicazioni wireless a Internet in ogni momento. Queste risorse metteranno a disposizione una realtà virtuale visuale e uditiva ad alta risoluzione e ad immersione parziale o totale continua, con motori di ricerca sovrapposti al mondo reale che ci aiuteranno a recuperare informazioni in tutte le attività comuni ed in tutte le transazioni. 

Sembra una realtà lontanissima ma non manca molto. È la potenza della crescita esponenziale.

“Era la vostra civiltà ma appena noi macchine cominciammo a pensare, diventò la nostra civiltà. Evoluzione. Come per i dinosauri. Guarda dalla finestra: avete fatto il vostro tempo. Il futuro è il nostro mondo. Il futuro è il nostro tempo”

Agente Smith featuring Matrix

A cura di Angelo Deiana

Riprogettare il futuro: ma da cosa bisogna partire per avere una buona intuizione?

Il motore dell’incessante cambiamento di questa fase del mondo è la necessità di evolvere sempre e comunque. Alla velocità di mutamento che stiamo affrontando e che affronteremo sempre più in futuro, l’unica possibilità per non vivere a due velocità è un’attività che, in questa fase, ha molto del tiro al piattello. Non puoi mirare nel punto in cui si trova il piattello in questo momento. Devi mirare nel punto in cui si troverà nel momento in cui arriverai sull’obiettivo, sul risultato, sul mercato

Devi prevedere dove è diretto il trend e programmare su un periodo più lungo, un periodo di tre, cinque, dieci anni. D’altra parte, è così che l’accelerazione viene costantemente alimentata. Evolvere o uscire dal gioco. 

Tutte queste curve esponenziali stanno delineando un mondo profondamente diverso da quello in cui gli esseri umani sono abituati a vivere. Abbiamo attraversato una linea di confine. Ognuno di noi oggi si sveglia al mattino con una sola certezza: che prima che sia notte il mondo sarà diverso. Ce lo aspettiamo ormai tutti i giorni. Ma non eravamo abituati a vivere così. 

Ora, però, abbiamo superato una linea, quella della reazione involontaria, lo stesso allarme che scatta quando ti sporgi a guardare in un precipizio. Siamo diversi. La Rete è diventata una parte ausiliaria della nostra mente. Ecco perché la prossima volta che ci sentiremo su un altro pianeta vedendo che la nostra connessione è interrotta, la prossima volta che i recessi più intimi del nostro cervello saranno emotivamente coinvolti dalla perdita dello smartphone, dovremo fermarci a pensare che abbiamo superato la linea. 

Per noi, la rivoluzione c’è stata. Macchine e algoritmi non solo ci hanno cambiato ma sono diventate una parte di noi. Siamo diventati mutanti, uomini soglia. Non in senso metaforico, ma in un modo concreto e tangibile quanto il tablet o lo smartphone che teniamo in mano.

Resistere è vano. L’elemento critico di questo scenario sta nel fatto che è fuori del nostro controllo. Quando, alla fine, ne saremo consapevoli, sarà come un incendio incontrollato: improvvisamente si avranno sviluppi che fino ad allora si riteneva potessero avvenire solo chissà quando. D’altra parte, solo un paio di secoli fa, oltre il 90% degli esseri umani viveva una vita di grande povertà, grande fatica, grande esposizione ai disastri e nessuna rete di sicurezza sociale. 

Forse bisognerebbe rileggere i romanzi di Dickens per capire come le classi medie vivevano nel Paese più ricco dell’epoca, l’Inghilterra. L’evoluzione biologica è piena di eventi imprevedibili e, ciononostante, dal caos deriva un progresso quasi sempre uniforme anche se fatto di piccolissimi avanzamenti invisibili, individuali. 

Se qualcuno trova un modo migliore per diagnosticare qualcosa o una cura più efficace, nessuno trova da ridire. La cosa viene accettata prontamente. Il passaggio da queste conquiste a scenari molto più rivoluzionari avviene attraverso mille passi come questo. Quello che funziona in qualunque parte del mondo vince sempre.

“Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta”

Paul Valéry

A cura di Angelo Deiana

Fintegration: ecco di cosa parla il nuovo libro di Angelo Deiana e Roberta Caselli

Dalla penna di Angelo Deiana e Roberta Caselli, arriva una pubblicazione interessante già dal titolo: si chiama Fintegration (Rubettino Editore).

in un momento storico estremamente complesso per il sistema bancario e finanziario come quello che stiamo vivendo, bisogna stare al passo dei processi espansivi di Fintech e Big Tech. A questo si sono aggiunte le difficoltà che derivano dalla pandemia e dalle conseguenti massicce immisione di liquidità delle grandi banche centrali nel sistema economico. Denaro facile a tassi negativi o, se va bene, a zero.

In questo contesto, uno dei problemi è: dove trovare un mix virtuoso fra rischio e rendimento che offra un orizzonte di valore per clienti e azionisti? Altrimenti la redditività del capitale diventerà un’araba fenice per molti player, e questo potrebbe determinare la fine del sistema bancario. Almeno di quello che abbiamo conosciuto finora.

La domanda è: andare verso il digitale e sfidare il mondo nuovo Fintech a ricavi altrettanto digitali, oppure gestire l’attuale (ma effimero) vantaggio competitivo del database di clienti del sistema tradizionale? Oppure, ancora, “fintegrarsi”?

Per meglio comprendere scenari nuovi e innovativi, questo libro scritto a quattro mani e che vede anche la prestigiosa prefazione di Corrado Passera, può essere davvero utile e ispirante.

“Stiamo vivendo – ha dichiarato Angelo Deiana – un periodo complesso per il sistema bancario e finanziario: erosione del margine finanziario, rimodulazione del margine da servizi, necessità di investimenti tecnologici straordinari per stare al passo dei processi espansivi di Fintech e Big Tech. Come sottolinea nella sua prefazione Corrado PASSERA, a tutto ciò si è aggiunta l’instabilità economica generata dalla pandemia da Covid-19 e dalle conseguenti massicce immissione di liquidità delle grandi banche centrali nel sistema economico. Denaro facile a tassi negativi o, se va bene, a zero”.

“In sintesi – hanno affermato Angelo Diana e Roberta Caselli l’unica certezza è che non ci sono certezze. Viviamo in un mondo nuovo: Marx aveva predetto che quando i tassi sarebbero scesi a zero il capitalismo sarebbe morto. Ora i tassi sono negativi, il capitalismo non è morto, ma il problema è lo stesso per tutti: dove trovare un mix virtuoso fra rischio e rendimento che offra un orizzonte di valore per clienti e azionisti? Altrimenti la redditività del capitale diventerà un’araba fenice per molti player e questo potrebbe determinare la fine del sistema bancario. Per questo motivo gli scenari evolutivi sono diversi ma semplici: a) la scomparsa delle banche tradizionali più piccole e un periodo di fusioni e acquisizioni fra soggetti di medio-grandi dimensioni; b) lo sviluppo di hybrid/challenger banks con prodotti/servizi innovativi; c) una partnership definitiva tra banche, Fintech e Big Tech: la Fintegration”.

“La sintesi – ha concluso Deiana – è una sola: per il sistema bancario l’orizzonte è incerto ma la strada da percorrere è tracciata. Evolversi e “fintegrarsi” per non estinguersi. Altrimenti sarà la fine”.

La mente segue lo schermo, ma attenzione a non esagerare!

I lockdown pandemici ce lo hanno dimostrato. Ormai gli schermi sono diventati il nostro luogo di lavoro, l’angolo della distrazione, la piattaforma di condivisione di una passione, la finestra dei videogiochi, la vetrina di YouTube. Ma attenzione: questo processo non è sempre fluido perché l’attivazione delle personalità multiple che risiedono in noi rischia di generare stati quasi schizofrenici. Basta guardare le persone in un treno o in una metropolitana. 

Spesso il piacere si tramuta in ansia quando non riusciamo a fare tutto quello che ci prefiggiamo contemporaneamente: lavorare, pensare ai figli, curare le amicizie. Ma tutto questo non succede più solo nella vita reale di tutti i giorni, ma anche in un mondo parallelo, quello della Rete. Anzi: perché in uno solo? In tanti, molti, tutti gli universi possibili dei nostri molteplici profili social.

Vi sembra impossibile? Forse adesso lo è, ma pensate a quando avevate carta e penna ed un solo foglio per scrivere alla persona del cuore o al migliore amico. E riflettete poi a quanti documenti avete anche solo sul desktop del vostro computer, a quanti post avete pubblicato o a quanti messaggi avete inviati nell’ultimo mese. Non dimentichiamolo mai: nel mondo dei bit, le possibilità di moltiplicazione sono infinite.

Ecco perché ci troviamo spesso a rincorrere i nostri fantasmi digitali a dispetto delle esigenze materiali (l’alimentazione, il lavoro, le amicizie). Pensate al cloud computing: abbiamo talmente esternalizzato la memoria ed una parte importante del nostro database (compreso quello su noi stessi) da divenire dipendenti dalla Rete, da quel sistema tecnologico che crediamo di manipolare e possedere. Nel momento in cui ci troviamo privi di un’informazione fondamentale, cogliamo la natura della mutazione che ci sta investendo. Quanti di noi ricordano ancora a memoria i numeri telefonici degli amici o dei parenti più stretti? 

Era già successo quando siamo passati dalla tradizione orale alla scrittura: stanno cambiando le modalità di memorizzazione e stoccaggio delle informazioni. Ma è proprio in virtù di questo “outsourcing”, di questa semplificazione dei processi di memorizzazione che si schiudono ai nostri orizzonti inedite possibilità di creazione. 

Per quanto finalmente attori protagonisti sul palcoscenico delle reti, siamo ancora dipendenti da qualcosa e qualcuno. Come nel vecchio modello capitalistico. Solo che è diverso. Ci stiamo slegando dalle vecchie catene per indossarne delle nuove che hanno una caratteristica innovativa: per la prima volta nella storia siamo prevalentemente noi a scegliere (o a creare) la nostra fonte di dipendenza.

È per questo che l’idea stessa di alfabetizzazione nell’era delle reti e delle piattaforme diventa più complessa. Essere alfabetizzati non significa più solo saper leggere e scrivere. Significa, piuttosto, essere in grado di navigare tra le informazioni, di usare nuovi strumenti, di saper riportare sulle nostre stesse persone il ruolo di “mediazione culturale” che prima delegavamo ai pochi abilitati a diffondere la cultura. Il Web e la tecnologia sono molto più veloci. In un attimo hanno costretto l’intera industria culturale ad inseguire nuove regole del gioco. 

Anche perché la Rete fa un lavoro semplice da descrivere, ma bellissimo e potente. Consente a chiunque di immettere innovazione da ogni punto. Ed ogni innovazione (non smetteremo mai di sottolinearlo) apre nuove idee, ci fa pensare che possiamo fare cose nuove o cose diverse. E, per quanto abbiamo visto finora, se dai a milioni di persone la possibilità di far cose che prima non potevano fare, le persone le fanno. Prima o poi ma le fanno.

È esattamente il contrario di quello che è successo fino ad adesso. Ciò che alla gente del tempo sembrava di bassa cultura (ad esempio, i romanzi d’appendice, quelli pubblicati a puntate sui giornali nella seconda metà dell’Ottocento), per noi è diventato un classico. Era l’era della scarsità: un’epoca che si è sviluppata per molti decenni sull’onda dei fotoromanzi o degli sceneggiati a puntate. Il meccanismo era sempre lo stesso: generare un’aspettativa in termini di attesa della puntata successiva perché era impossibile trovare una scelta alternativa di eguale rilievo. 

Adesso, quest’era è finita. Se non facciamo in tempo a vedere la puntata della nostra serie preferita, abbiamo una miriade di strumenti per ritrovarla, su Netflix, Amazon, gli altri canali a pagamento o su YouTube. Così ci troviamo di fronte a un modello, quello dell’abbondanza, che mette in crisi diversi punti di riferimento con cui siamo cresciuti. L’abbondanza di prodotto culturale ci obbliga a cambiare il nostro approccio (siamo noi a scegliere cosa ci interessa quando ci interessa) e ci richiede capacità nuove, tutte da imparare. 

Ma, soprattutto, ridefinisce l’idea del valore del prodotto. Ne abbiamo parlato tante volte per la parte economica: la stessa cosa sta succedendo per il prodotto culturale. Prima era scarso, e pagavamo il supporto: il disco, il concerto, il libro, l’enciclopedia. Oggi è abbondante, diffuso in rete con mille alternative possibili e tendiamo ad aspettarci che costi sempre meno o che diventi, addirittura, gratis. 

“Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza”

Cagliostro

A cura di Angelo Deiana