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Sanificazione degli uffici: Sanixair presenta strumenti che ci aiutano a respirare meglio anche a lavoro

Il Covid-19 ha cambiato il nostro modo di vivere e probabilmente certe attenzioni ce le porteremo appresso per tutta la vita. Tra le nostre nuove abitudini, certamente c’è la mascherina, il lavarsi le mani, l’igienizzazione delle stesse. Ma anche di tutti gli ambienti che abbiamo intorno. In particolare, la sanificazione degli uffici è fondamentale.

L’aspetto della qualità dell’aria va tenuto nella giusta considerazione, perché nei nostri uffici ci trascorriamo tantissime ore della nostra giornata e siccome il più delle volte non ci siamo solo noi, ecco che l’esigenza di respirare aria più pura possibile diventa essenziale.

Per rispondere a queste esigenze, nasce Airsplit di Sanixair che garantisce la sanificazione degli uffici (così come delle case) per abbattere costantemente virus, batteri e sostanze inquinanti, così come i cattivi odori, assicurando a chi vive le strutture aziendali un ambiente salubre e controllato nel rispetto delle norme (D.Lgs 81/2008) evitando la “Sick Building Syndrome”.

Grazie alla sua tecnologia Sanixair offre un servizio di sanificazione completa, in continuo ed in presenza di persone, trattando efficacemente aria e superfici, venendo così incontro alle criticità degli ambienti aziendali.

Per interventi di sanificazione in spazi più ridotti, Sanixair ha creato anche la gamma AirBox, particolarmente indicata per le realtà aziendali che prevedono un flusso continuo di ingressi nelle stesse

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Lavoro e Covid-19: le sfide dei lavoratori. Ma torna la fiducia

Lavoro e Covid-19: lo stress è stato tra i più grandi problemi da affrontare. La quotidianità unita alle preoccupazioni per la pandemia, hanno reso gli ultimi tempi di manager, professionisti e lavoratori in genere davvero difficili.

Ma ora, com’è la situazione? ADP (multinazionale leader nell’ambito dell’human capital management) nella sua nuova survey “People at Work 2021: A Global Workforce View”, una ricerca che analizza gli atteggiamenti dei dipendenti nei confronti dell’attuale mondo del lavoro e le loro aspettative e speranze future. ADP Research Institute ha intervistato 32.471 lavoratori di 17 Paesi tra il 17 novembre e l’11 dicembre 2020, tra cui 2000 in Italia.

A questa domanda si dichiara ottimista verso il futuro il 63% degli italiani, contro un 37% che invece teme le conseguenze del Covid-19 sul sistema lavoro. Più ottimisti gli uomini delle donne (66% contro 59%) un dato piuttosto scontato se pensiamo che nell’ultimo anno in Italia hanno perso il lavoro 444 mila persone, di cui 312 mila sono donne, circa i tre quarti del totale (dati Istat).

Qual è stata la tua più grande sfida sul lavoro dall’inizio della pandemia?” A questo interrogativo, gli intervistati hanno risposto per il 21% rimanere in buona salute, il 20% la gestione dello stress, a seguire worklife balance, produttività, gestione del carico di lavoro,

La fascia più pessimista è quella degli over 55 (40%) mentre la più ottimista è quella tra i 18 e 24 anni con una percentuale di ottimisti del 72%. Stranamente, i lavoratori italiani sono più inclini a pensare che il Covid-19 avrà un impatto positivo, invece che negativo, su questioni come ottenere una maggiore flessibilità e sviluppare nuove competenze professionali. La parola chiave continua ad essere resilienza, per tutti quelli che non mollano e continuano a vedere il futuro proiettato da una luce di speranza.

Marisa Campagnoli, HR Director di ADP Italia commenta: “Nonostante tutte le pressioni causate dalla pandemia da Covid-19 e la mancanza di certezze sulla durata delle sue conseguenze, l’opinione dei lavoratori rimane positiva e l’umore generale sembra essere misuratamente fiducioso nei confronti del futuro. C’è la sensazione che, ciò che è stato un periodo estremamente grigio, possa avere però un risvolto positivo in ambito lavorativo. In particolare, per quanto riguarda il passaggio a un più flessibile modello lavorativo, o allo sviluppo di nuove competenze utili ai dipendenti per affrontare quella che sembra essere la “nuova normalità”, mentre l’economia globale cerca di trovare slancio per una rapida ripresa”.

Sicurezza e salute sul lavoro: qual è la percezione del rischio per chi lo cerca?

Qual è la percezione degli effetti del Covid-19 su chi sta cercando un lavoro? È la domanda posta da Jobtech agenzia italiana per il lavoro tutta digitale, ha chiesto ad un campione di italiani, a un campione di 1000 italiani alla ricerca di un lavoro, in occasione dell’arrivo della Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro (28 aprile).

La risposta degli intervistati è stata di sostanziale tranquillità. Infatti il 38,1% si è detto in primis sereno, anche se oltre 1 italiano su 5 ammette di essere stanco (21,6%). Segue la sensazione di stress (indicata dal 16,5%) e la paura (13,7%).

Eppure, chi cerca lavoro è convinto che con la pandemia il rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori sia aumentato: molto per il 44,6% del campione e un po’ per il 36%. Solo il 15,1% è convinto non ci siano stati cambiamenti. Eppure, nella valutazione di un’opportunità lavorativa, il pericolo di contrarre il coronavirus pesa poco: il 51,8% dichiara di sapere come proteggersi a sufficienza. Addirittura, è disposto ad accettare qualunque lavoro il 13,7% del campione. Di posizione contraria un quarto della popolazione, il 25,2% di chi sta cercando un’occupazione preferirebbe non lavorare in luoghi di lavoro a rischio elevato; esclude del tutto questa eventualità il 9,4%, quasi un italiano su 10.

Benefit aziendali più graditi

Tra i benefit più graditi lo smartworking sembra più appetibile persino rispetto alla possibilità di ricevere il vaccino e ciò è davvero incredibile: eppure per un italiano su due (49,6%) non è così determinante, per accettare una proposta di lavoro, che l’azienda offra il vaccino ai dipendenti, lo è solo per il 37,4% del campione. Percentuale, questa, ben più bassa di quella relativa al campione che sceglierebbe un determinato posto di lavoro perché dà la possibilità di lavorare in smart working (totalmente o parzialmente): ben il 50,4% delle risposte è affermativo. 

C’è comunque un’ottima considerazione, sempre secondo lo studio, delle aziende che contribuiscono all’accelerazione del piano nazionale vaccinale mettendo a disposizione spazi per la somministrazione e grossi contributi economici. Tra le motivazioni più ricorrenti per le aziende, secondo gli italiani intervistati, nell’attuare un piano vaccinale in azienda c’è la volontà di tornare quanto prima ad alti livelli di produttività (secondo il 34,5%), la necessità di evitare che i lavoratori si ammalino (per il 33,1%) e la preoccupazione per la salute dei dipendenti (32,4%). 

“Quest’anno la Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro si concentra sulla necessità di individuare, attraverso il dialogo sociale a livello nazionale, strategie e soluzioni per proteggere lavoratrici e lavoratori e per uscire dalla crisi – dichiara Angelo Sergio Zamboni, co-founder di Jobtech. – La survey che abbiamo condotto ci racconta un’Italia dove le persone hanno voglia di lavorare e sentono di poter gestire le difficoltà e il rischio a cui la pandemia espone. Crediamo sia necessario imparare da quanto si è appreso nel mondo del lavoro nel corso dell’ultimo anno: le aziende hanno rivoluzionato non solo il modo in cui gestiscono i propri dipendenti, ma anche i processi di recruiting e selezione, parlando con una forza lavoro che sente il bisogno di lavorare ma che, allo stesso tempo, oggi presta una maggiore attenzione al livello di sicurezza e salute assicurato dai datori di lavoro.  Siamo convinti che favorire un dialogo costruttivo su questo tema e un incontro efficace tra domanda e offerta di lavoro sia determinante per la ripresa del Paese”.

Vaccini in azienda: i direttori del personale sono abbastanza favorevoli, ma…

Vaccini in azienda? Perché no. Questo è il risultato di una survey condotta dall’AIDP, l’associazione dei direttori del personale.

Oltre il 55% dei direttori del personale ha comunicato la disponibilità a Confindustria ad attivare un centro vaccinale anti Covid-19 all’interno della propria azienda. Il 17% circa, invece, lo sta valutando mentre il 29% a risposto negativamente. Rispetto alla disponibilità più in generale ad attivare un centro vaccinale in azienda, il 50% dei direttori del personale ha risposto sì mentre il 40% lo sta valutando. 

Il risultato dello studio

Ben il 48% dei direttori del personale ha espresso la propria disponibilità e quella della loro azienda per i vaccini sia per i dipendenti che per i loro familiari, il 38% solo per i dipendenti, il 5% ha dato disponibilità anche per i dipendenti di altre aziende mentre per il 9,30% la disponibilità è per tutti i residenti del territorio.

Rispetto ai costi, il 48% sarebbe addirittura disposto a coprirli direttamente, oltre il 38% lo sta valutando e il restante 13% non è disponibile a sostenerli. Il 38% delle aziende ha già al suo interno una struttura, ambienti e percorsi adeguati a gestire il processo di vaccinazioni e il 42% lo sta valutando. Il 18% non è attrezzato da questo punto di vista. Il 19% dei direttori del personale, inoltre, si sta attivando per trovare strutture e ambienti da destinare alla gestione dei processi di vaccinazione all’esterno dell’azienda. Soluzione a cui sta pensando anche il 38% delle aziende.

Il 54% delle aziende ha già personale in grado di eseguire la vaccinazione all’interno delle aziende come medici competenti e infermieri mentre oltre il 16% lo sta valutando e il restante 29% non è attrezzato da questo punto di vista e il 39% ha già verificato la disponibilità del medico competente a somministrare il vaccino.

Le criticità

Sarebbe bello se non ci fossero criticità, ma determinati fattori non possono passare in secondo piano e devono essere tenuti in debita considerazione. Rispetto a quella del ruolo dell’azienda nella somministrazione dei vaccini per il 59% dei direttori del personale queste risiedono nella posizione espressa dal Garante, laddove afferma che il datore di lavoro non può per legge acquisire il nominativo dei lavoratori che intendono o si sono vaccinati, neanche per tramite del medico o con il loro esplicito consenso e di conseguenza, quindi, nell’organizzazione delle liste delle persone da vaccinare. Il 54% ha dichiarato che questa posizione del garante è un forte elemento di dissuasione ad organizzare le vaccinazioni in azienda. Per il 60% la criticità più evidente è la responsabilità in caso di reazione allergica. Anche in questo caso per una significativa platea di aziende, il 48%, questo è un elemento di forte dissuasione. Infine per il 53% circa esiste una difficoltà nella gestione e conservazione dei vaccini. 

“Il ruolo delle aziende e dei direttori del personale nella concreta disponibilità data nella gestione della campagna vaccinale evidenzia un elevato senso di responsabilità civile che mi preme sottolineare e che non è scontato, – spiega Isabella Covili Faggioli, Presidente AIDP -. Come emerge dai nostri dati c’è un’elevatissima percentuale di aziende già disponibili, e altre che arriveranno, che si sono messe a disposizione, facendosi carico anche dei costi connessi. Non solo, ma numerose aziende sono disponibili a vaccinare non solo le famiglie dei dipendenti, ma anche i dipendenti di altre aziende e tutte le persone del territorio di appartenenza. Ciò detto non vanno sottaciute anche le difficoltà che pur ci sono. Tra queste, seppur assolutamente legittime, le implicazioni dal punto di vista della privacy, come ribadito dal Garante, sono certamente un ostacolo che auspico vengano in qualche modo attenuate vista la straordinarietà del periodo storico che stiamo vivendo, unite anche a difficoltà logistiche e organizzative che andranno affrontate ”. 

Domini .it registrati: che balzo con la pandemia per i professionisti!

C’è voglia di sfruttare internet per il business, sempre di più. In particolare da quando è iniziata la pandemia ed i conseguenti lockdown dello scorso anno sono stati quasi 600.000 i nuovi domini .it registrati nel 2020, con un exploit significativo nei mesi del primo lockdown. A crescere, tra le tipologie di chi registra, sono soprattutto i liberi professionisti: +35% nel 2020

Siti vetrina, e-commerce, consulenze online: il progetto di sfruttare il web per continuare a lavorare anche a distanza è fin troppo scontato.

Anche tra il 2018 e il 2019 la “targa Internet” dell’Italia era cresciuta, ma è nell’anno della pandemia da Covid-19 che l’analisi dei numeri del Registro .it fa da cartina tornasole di quanto e in che modo Internet abbia rappresentato un porto sicuro anche per l’utenza italiana, soprattutto prendendo in considerazione i mesi di aprile e maggio 2020, a cavallo del lockdown nazionale. 

“Il DPCM dei primi di marzo 2020 ha avuto come conseguenza (anche) la sospensione repentina di numerose attività commerciali e l’interruzione, per molti, della propria vita professionale con le modalità di sempre – ha commentato Marco Conti, Responsabile del Registro .it e Direttore dell’IIT-CNR – I numeri ci dicono che dopo questa prima fase di apprensione e disorientamento generale, nei mesi di aprile e maggio la Rete ha costituito un approdo digitale provvidenziale per moltissimi, a giudicare dal netto balzo di registrazioni, rispettivamente con 66.313 e 59.474 nuovi nomi .it. In nessun mese di nessun anno dal 2008 ad oggi si era registrato un numero tale di nuovi domini. Parliamo del +44% e +28% rispetto agli stessi mesi del 2019”.

Il trend dei domini .it

Tra gennaio e ottobre del 2020, gli italiani hanno registrato 428.788 nuovi nomi a dominio .it, di questi quasi la metà (49%) appartiene a persone fisiche, mentre il 41% è stato registrato dalle imprese, un dato in controtendenza se confrontato con l’intera anagrafica dei domini italiani, dove le imprese costituiscono oltre il 50% della tipologia, contro appena il 32% delle persone fisiche.

Il dato più interessante riguarda il mondo dei liberi professionisti: con quasi 30.000 nuovi domini registrati, la presenza digitale di questa categoria è cresciuta del 35% in un solo anno: guardando solo ad aprile 2020, si parla di un +113% rispetto allo stesso mese del 2019. Un balzo significativo che vale anche per le altre due tipologie di assegnatari (persone fisiche a +51% e imprese a +56% nel confronto tra aprile 2020 e aprile 2019).

“Significa che sempre più persone decidono di affidarsi al sito web come strumento di valorizzazione e potenziamento del business individuale o aziendale, o anche solo per ritagliarsi uno spazio autonomo e indipendente in Rete, con un proprio sito a fare da biglietto da visita personale – spiega Conti – Il difficile anno appena trascorso ha inevitabilmente rimescolato le carte in tavola, accelerando la transizione verso il digitale anche per coloro che erano rimasti più ‘offline’. È da almeno un triennio che le registrazioni assegnate a persone fisiche continuano a crescere (+11% nel 2019 e 20% nel 2020) così come i liberi professionisti. Un trend negativo, invece, riguarda gli enti pubblici, che fanno registrare un -57% di nuova presenza nel 2020, sebbene a fronte del +84% del 2019”.

Ovviamente gli utilizzi e gli scopi, sono in maggioranza legati ad un uso economico e lavorativo di chi ha dovuto fare i conti con le misure di prevenzione anticontagio, ovvero con le numerose e frequenti chiusure di molte attività, dovute all’introduzione delle limitazioni (zone rosse soprattutto): confrontando i dati del Registro .it con l’ultimo rilevamento ISTAT, effettivamente, la vendita di beni o servizi mediante proprio sito web (anche se non si parla solo di .it) è quasi raddoppiata nel 2020, e riguarda il 17,4% delle imprese italiane con 3 addetti e oltre. Si stima quindi che attualmente circa 170 mila imprese dispongano di siti web per l’e-commerce (fonte: Report Imprese italiane e Covid19).

“L’aumento esponenziale di siti web per l’e-commerce richiede un sempre maggiore investimento in termini di privacy, sicurezza e competenze digitali sia da parte delle imprese che dei cittadini – conclude Conti – Le imprese devono aumentare i loro investimenti in infrastrutture ma soprattutto in competenze digitali per proteggere le transazioni elettroniche dal cybercrime; allo stesso tempo è necessario aumentare la cultura digitale dei cittadini e sviluppare quella che viene definita la ‘igiene cyber’ (cyber-hygiene) che, in modo speculare alle norme igieniche nel mondo reale, ci fornisca gli strumenti per difenderci dai ‘virus’ utilizzati dal cybercrime nel mondo virtuale. Per questo motivo, il Registro .it ha avviato un programma formativo per gli studenti italiani, la Ludoteca del Registro, per diffondere la cultura di Internet presso le giovani generazioni, aiutandoli a capire cos’è la rete e ad utilizzarla in modo consapevole”.

Nuovi domini web registrati

Dove vengono registrati questi domini?

Secondo lo studio dell’IIT-CNR è il Trentino Alto Adige la Regione con il tasso di penetrazione più alto, davanti a Lombardia, Toscana, Valle d’Aosta, Piemonte e Veneto. Nessuna regione del Meridione compare tra le prime dieci: la prima è l’Abruzzo, in quattordicesima posizione, mentre in coda alla classifica compaiono Basilicata, Sicilia e Calabria.

Sul fronte delle province, Milano conquista il primato per tasso di penetrazione, con 538 domini ogni 10.000 abitanti, seguita da Bolzano (483), Firenze (448) e Rimini (436). La Toscana piazza nella top ten anche Siena (426). In coda ci sono purtroppo solo il Sud e le Isole: tutte le ultime venti posizioni, con in coda Crotone (149), Caltanissetta (139) ed Enna (135).

Ad oggi, infatti, stando alle rilevazioni, il Nord raccoglie il 53,8% dei domini .it presenti nel Registro, al Centro è localizzato il 22,9% mentre al Sud il 23,2%.

Nuovi domini web registrati

Benvenuto 2021, che sia l’anno della ripartenza e delle nuove opportunità

Benvenuto 2021. Ci lasciamo alle spalle un anno orribile. Difficilmente riusciremo a dimenticare il 2020, anno del Covid-19, che ci ha di fatto rivoluzionato la vita nella sua quotidianità. Niente abbracci, strette di mano, saluti a rigorosa distanza. Ma soprattutto ha portato nel mondo sofferenza e tanti morti: come si potrebbe mai dimenticare tutto questo?

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Isolamento sociale: il lavoro ne risente? Ecco come…

Che effetti sta avendo la pandemia da Covid-19 sul mondo del lavoro? Sicuramente sono diversi, ma tra tutti spicca certamente la difficoltà nell’intrattenere rapporti sociali che comporta una sorta di isolamento sociale. Niente riunioni in presenza, niente strette di mano… Insomma, manca quel contatto che prima ci permetteva di stabilire un’empatia. Tutto questo, soprattutto, se si siede su una poltrona dirigenziale. Secondo una ricerca condotta su 500 manager dal Centro Studi Performance di 4 MAN Consulting, società di consulenza aziendale specializzata in performance management fondata da Roberto Castaldo, chi siede ai vertici di un’azienda soffre la situazione in modo accentuato.

Infatti al senso di solitudine e isolamento sociale si aggiunge la consapevolezza che nelle proprie mani è anche il destino di tutti i propri collaboratori, con il timore che un passo falso in questo momento potrebbe compromettere anni e anni di lavoro.

I risultati dello studio

Lo studio mette in evidenza un aumento del 32% della difficoltà di concentrazione tra gli intervistati, del 17% di problemi organizzativi, come se non si fosse più in grado di gestire il lavoro, e del 15% di crisi da “paura da fatturato”, cioè il timore di chiudere l’anno con un deficit ingestibile e impossibile dal colmare, che talvolta sfocia in vera e propria demotivazione (+6%) e il desiderio di mollare tutto. Circa 1 intervistato su 2 lamenta disturbi del sonno, 2 su 3 si sentono stanchi e spossati.

“Si tratta di persone che sono sempre sotto pressione, che lavorano 12 ore al giorno (spesso anche di più) e che ora stanno vivendo uno stravolgimento della sfera sociale e personale, quella in cui cercavano rifugio dallo stress lavorativo e dalla paura del cosiddetto rischio di impresa. – Spiega Roberto Castaldo – Questa sorta di alterazione emotiva, però, è tutt’altro che sana, e se non si interviene in modo tempestivo può diventare qualcosa di più serio, compromettendo la salute del manager, ma anche la sopravvivenza dell’attività imprenditoriale stessa e, di conseguenza, il futuro di tutti i dipendenti. Fermo restando che nel caso di forti e frequenti disturbi del sonno o emotivi, il consiglio è sempre quello di consultare uno specialista, è possibile intervenire modificando le proprie abitudini in 10 semplici step per un tempo di almeno 21 giorni”.

Gli step per superare i momenti di difficoltà

Coltiva o inizia un hobby: è importante che tu senta di avere una vita stimolante extra lavoro. Fai qualcosa che ami o, se non hai mai avuto il tempo per un hobby (o meglio, pensi di non averne mai avuto) inizia ora.

Regola dei 21 minuti: so già che non ci crederai, eppure questo semplice metodo cambierà in meglio la tua giornata. Alterna 21 minuti di lavoro a 21 di pausa. Scoprirai che liberare la mente e rilassarsi ti renderà molto più concentrato e, quindi, produttivo.

Fai una videochiamata al giorno: anche se solo virtualmente, mantieni i rapporti sociali con le persone per te importanti. E non basta un rapido messaggio in chat, fai una video chiamata e ritrova la bellezza di guardarsi negli occhi e vedere le espressioni dell’altra persona, magari mentre sorseggiate insieme una tisana rilassante o un buon bicchiere di vino.

Leggi, aggiornati e trova ispirazione: se credi di non avere più idee o non sai come affrontare i problemi, lasciati ispirare da colleghi o esperti in altri campi.

Crea delle to-do list flessibili: scrivi su una lista le cose che vorresti fare durante i vari giorni della settimana. Usa dei colori diversi per indicare l’urgenza di ogni attività, dividendole tra prioritarie, da fare entro domani e rinviabili.

Cura la postazione di lavoro: scegli una seduta comoda ergonomica, con un cuscino che ti aiuti a mantenere la giusta postura, e una pedana per poggiare i piedi. Verifica anche che ci sia un’illuminazione adeguata e qualche elemento piacevole, come un bel quadro, una pianta o delle fotografie personali.

Fai degli esercizi di respirazione: queste tecniche garantiscono una migliore ossigenazione all’organismo, aiutano a calmare stati di agitazione e regalano una sensazione di benessere quasi istantanea.

Cambia il tuo look: taglia o tingi i capelli, compra capi di abbigliamento nuovi e diversi dal solito. Ti aiuterà a sentirti diverso ogni volta che ti guardi allo specchio.

Condividi i tuoi pensieri e paure con qualcuno: che si tratti di un amico, un estraneo con il quale si sta chiacchierando casualmente o, magari, uno specialista, dire ad alta voce come ti senti ti farà sentire meglio.

Concentrati su ciò che è sotto il tuo controllo: la motivazione si basa sul sentirsi utili. Sposta il focus su ciò che dipende solo da te completa i tuoi task e premiati. Bisogna creare metodo e routine per superare la paura dell’incognito. Prepararsi e sempre meglio che preoccuparsi!

Il lavoro post-lockdown: il tempo è un nostro nuovo asset!

Il lavoro al tempo del Covid-19: cosa è cambiato? Siamo ripartiti e questo era l’importante. Ero curioso di tornare alla normalità e di vedere come si sarebbe reagito ai lunghi mesi di lockdown e poi alla pausa estiva. Ebbene, mi sembra che non sia cambiato molto. Tutto è tornato ad essere veloce: rispondi velocemente, chiama velocemente, recati nei posti velocemente. C’è voglia di recuperare tempo, ma la storia ci insegna che il tempo non si recupera. C’è bisogno di una nuova organizzazione, di un più consono modo di fare.

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Rientro sul luogo di lavoro post-lockdown: che percezioni si hanno?

Tornare in ufficio con la paura del Covid-19. Una realtà per molti lavoratori e professionisti. Ma quanto realmente si percepisce tale timore? UniSalute-Nomisma ha realizzato uno studio sulla gestione del rientro sul luogo di lavoro post-lockdown.

Il concetto base è “ripartire in sicurezza”: ma davvero è così? Ebbene 1 lavoratore su 3 (32%), tra quelli che hanno fatto ritorno al luogo di lavoro afferma che il rientro rappresenta motivo di paura e spaesamento.

The World After Lockdown

Questo è quanto emerge dal nuovo approfondimento dell’Osservatorio Nomisma The World After Lockdown che monitora le reazioni degli italiani al lockdown, commissionato da UniSalute e che ha indagato il sentiment dei lavoratori italiani al rientro in ufficio.

La tensione è latente e non potrebbe essere altrimenti: per il 46% di degli intervistati, infatti, l’idea del rientro sul luogo di lavoro è causa di timori.

I risultati del sondaggio

Che sia la paura che i colleghi non rispettino i protocolli di sicurezza (45%) o il timore di essere infettati mentre ci si reca al lavoro (31%), tornare in ufficio o in fabbrica rappresenta ancora una preoccupazione diffusa.

Ma quali sono, secondo i lavoratori italiani, le misure che dovrebbero applicare aziende per garantire al meglio la salute dei lavoratori? Oltre alla garanzia del rispetto dei protocolli nazionali di sicurezza (68%) più della metà dei lavoratori italiani (58%) pensa che sia importante fare in tempi rapidi il test sierologico, una quota simile (57%) vorrebbe usufruire di iter semplici per effettuare i tamponi. Inoltre, il 46% degli intervistati pensa che dovrebbe essere messo a disposizione dei lavoratori un servizio di teleconsulto medico per poter ricevere chiarimenti e consigli sul Covid-19, mentre il 43% si sofferma sull’importanza giocata dalla possibilità di accedere al servizio di consegna a domicilio dei farmaci in caso di malattia.

In pratica, solo 1 lavoratore su 4 (27%) è occupato in un’azienda che ha offerto la possibilità di eseguire il test sierologico in tempi rapidi. Percentuale analoga (26%) per quanto riguarda la somministrazione dei tamponi diagnostici. Il dato non migliora quando si parla di videoconsulto e teleconsulto medico in ambito Covid-19, che sono stati garantiti rispettivamente al 21% e 20% del campione, mentre solo 1 lavoratore su 5 (19%) dichiara di avere la possibilità di accedere a servizi di consegna domiciliare dei farmaci.

“La sicurezza sul luogo di lavoro è una delle chiavi di rilancio del Paese in questa Fase 3 e sarà quindi importante riuscire a garantire la massima serenità a tutti i lavoratori che in numero crescente torneranno nelle loro sedi nelle prossime settimane”, afferma Giovanna Gigliotti, Amministratore Delegato di UniSalute. “Come UniSalute ci siamo subito attivati per supportare al meglio le aziende in relazione all’attività di prevenzione da rischio Covid sul luogo di lavoro, permettendo loro di poter offrire ai propri dipendenti di accedere – ad un costo calmierato per i datori di lavoro – ai test diagnostici (sierologici e tampone) in tempi brevi ed in strutture qualificate convenzionate con la nostra Compagnia. Garantiamo inoltre servizi di teleconsulto e videoconsulto, che abbiamo visto essere molto apprezzati e richiesti dai privati cittadini. Si tratta di servizi che possono garantire una gestione ottimale dei luoghi di lavoro dando ai lavoratori una certa serenità per poter vivere la fase di ripartenza con minori preoccupazioni”.

 

Lavoro e sicurezza: quanto sono preoccupati gli italiani?

Lavoro e sicurezza, gli italiani quanto sono preoccupati? Secondo un sondaggio condotto da Lenstore, in collaborazione con Kalzen, agenzia di Digital PR di Londra, rivela quanto la professione abbia un impatto sulla salute fisica e mentale.

A prescindere dal lavoro, le problematiche sono comunque comuni: infatti quasi la metà degli Italiani (47%) afferma di essere preoccupata che la loro salute fisica e mentale sia compromessa sul lavoro. Gli intervistati ammettono di essersi presi una media di 7 giorni di malattia all’anno a causa di una condizione provocata dal lavoro.

Il 18% degli Italiani si sono presi delle pause lavorative proprio a causa di condizioni fisiche o mentali derivanti dal lavoro; emicrania/mal di testa e stress si classificano prime tra le ragioni di assenza dal lavoro.

Le città in cui lo stress si sente di più

Interessanti i dati del sondaggio in cui si evidenzia che gli intervistati provenienti da Ancona e Bologna ammettono di aver preso una media di 17,5 giorni di malattia a causa del lavoro solamente durante lo scorso anno, seguiti dai residenti a Cagliari (11,5). Il 28% dei lavoratori di Reggio Calabria ammettono di essersi presi dei giorni di malattia a causa di condizioni fisiche e mentali durante lo scorso anno, seguiti dai lavoratori provenienti da Bologna (23%) e Firenze (23%).

Cosa possono fare i datori di lavoro per migliorare la situazione?

Secondo il 42% degli intervistati le aziende potrebbero migliorare alcuni aspetti della salute e sicurezza sul lavoro: le richieste sono ad esempio la fornitura di migliori attrezzature di sicurezza e in maggiori quantità, prendere la salute e la sicurezza dei propri lavoratori più seriamente (41%) e creare un ambiente lavorativo in cui gli impiegati si sentono liberi di potere essere onesti sugli aspetti da migliorare (29%).

Analizzando 14 diversi settori lavorativi, coloro che lavorano nel campo della manifattura (24%), nel campo della vendita al dettaglio, del catering e del lusso (18%) e nel campo dell’arte e della cultura (16%) non pensano che i propri datori di lavoro prendano la loro salute e sicurezza seriamente.

Quando viene chiesto di confrontare la situazione attuale con il COVID-19 con il mondo lavorativo prima dello scoppio della pandemia, il 63% dei lavoratori sanitari sono preoccupati di essere esposti a rischi di infezione.

Solamente il 19% degli Italiani pensa che COVID-19 avrà un effetto positivo in termine di cambiamenti e miglioramenti della salute e sicurezza sul lavoro.

Le ragioni principali per le quali gli intervistati pensano che COVID-19 avrà un effetto positivo sulla salute e la sicurezza a lavoro sono le seguenti:

1. La salute e la sicurezza sul posto verranno prese più seriamente: 15%

2. Migliori attrezzature di sicurezza e in maggiori quantità: 14%

3. Maggiore comunicazione delle norme di salute e sicurezza a lavoro: 10%

Il 58% degli Italiani, invece, pensa che COVID-19 avrà un effetto negativo sulla salute e sicurezza sul posto di lavoro. Per il 30% degli intervistati le aziende si focalizzeranno più sugli aspetti economici e sul profitto piuttosto che investire nella salute e nella sicurezza dei propri lavoratori.

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Rientro in ufficio: quanti dubbi emergono dal sondaggio di LinkedIn

Quando terminano le classiche vacanze di agosto, si inizia a pensare al rientro in ufficio, con le sue problematiche consuete, alle quali quest’anno si aggiungono anche quelle relative al Covid-19. La risalita del numero dei contaggi preoccupa non poco: il timore di un nuovo lockdown ci fa affrontare il ritorno all’attività post vacanza certamente più ansiosi rispetto agli scorsi anni. La speranza, ovviamente, è quella che quest’incubo rimanga tale e che la curva dei contagi torni ad abbassarsi senza la necessità di dover ricorrere a nuove misure di sicurezza.

Workforce Confidence Index di LinkedIn

LinkedIn ha recentemente lanciato un nuovo programma, intitolato Workforce Confidence Index, che guarda alle principali preoccupazioni dei professionisti italiani durante e dopo la pandemia. 

Ritornare in ufficio è la principale preoccupazione per la maggior parte dei professionisti, e non è una sorpresa che continuiamo a notare molte conversazioni su questo argomento sul social dei professionisti.

Certamente tra i dati principali emerge la mancanza di fiducia dei professionisti italiani in merito all’ottenere o mantenere un lavoro.

Un’indagine su oltre 1.000 professionisti italiani, misura gli attuali sentimenti relativi al mercato del lavoro italiano tramite un punteggio di fiducia. L’indagine ha rilevato che per i professionisti italiani la sicurezza e la solidità del lavoro sono ancora tra le preoccupazioni principali, in quanto i professionisti sono solo moderatamente fiduciosi nelle loro possibilità di ottenere o mantenere un lavoro, con un punteggio dell’indice di fiducia individuale (su una scala da -100 a 100) di 33. In particolare,  i professionisti del settore finanziario hanno ottenuto il punteggio di fiducia più alto, con uno score individuale di 37 (su una scala da -100 a 100). Il settore che ha mostrato il punteggio di fiducia più basso è stato quello dei media e delle comunicazioni, con uno score individuale di 28.

Soldi, un problema di molti

Dalla ricerca emerge come i professionisti italiani siano preoccupati per le loro finanze personali, dato che il 19% dei professionisti prevede che il proprio reddito diminuirà nei prossimi sei mesi. È probabile che i professionisti attingano ai loro risparmi per coprire i costi, dato che il 26% dei professionisti prevede un calo dei propri risparmi personali nei prossimi sei mesi.

Il ritorno in ufficio: una preoccupazione in più

Sempre più aziende e organizzazioni valutano se riaprire o meno i propri uffici, i loro dipendenti rimangono preoccupati per la sicurezza del rientro in ufficio. Il 51% dei professionisti ha dichiarato di essere preoccupato che i propri colleghi e clienti non seguano le misure di sicurezza e le linee guida attualmente in vigore.

I manager più stressati? Quelli che operano nel mondo della finanza

I manager più stressati in assoluto sono quelli della finanza. Come potrebbe essere altrimenti? Sempre all’erta in un mercato che non si ferma mai e che soprattutto vive di instabilità dovuta a mille e più fattori. La conferma arriva da una ricerca svolta ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, denominata The Workforce View 2020 – Volume Uno”.

Lo studio ha coinvolto bel 32500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, ed ha esplorato le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano. 

I manager più stressati: il mondo della finanza è davvero duro

I dati sono inequivocabili e chiari. In testa ai settori più stressanti c’è quello della finanza, con una percentuale del 93%, seguono i servizi professionali con il 90% (pubblicità, pubbliche relazioni, consulenza, servizi commerciali, legale, contabilità, architettura, ingegneria, progettazione di sistemi informatici) e chi lavora nel campo media/informazione (editoria, radio, televisione, cinema…) con l’87%. Una media molto alta se si tiene conto che quella italiana e del 66%.

Inquietante il dato del numero delle ore lavorate: infatti è emerso sempre dallo studio che il 30% dei lavoratori del mondo della finanza fa almeno 5 ore di straordinari a settimana, il 25% arriva a 10 ore settimanali, il 6% fino a 15 ore mentre il 5% fino a 20 ore.

Il 45% pensa inoltre di essere pagato correttamente per le proprie capacità e esperienza, il 31% pensa di essere sottopagato, il 33% vorrebbe avere più responsabilità, più autonomia e un ruolo più senior, il 7% pensa invece di ricoprire un ruolo per cui non è abbastanza qualificato.

I motivi dello stress

Quali sono i motivi che portano tanto stress? Non è difficile immaginarli… Ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata.

Attualmente, alle classiche cause, bisogna aggiungere lo stress da Covid-19: iproblemi di autoisolamento e sicurezza sul lavoro incidono molto sui lavoratori, mentre il “superlavoro” rappresenta un rischio per chi lavora in smartworking, ovvero per chi si trova a dover imparare a gestire un tempo lavorativo che entra ormai prepotentemente in quello famigliare o privato.

“Lo stress eccessivo e cronico può portare il lavoratore ad avere problemi di salute psicologica. Chi lavora nel mondo finanziario è costantemente posto sotto pressione da più variabili che spesso non dipendono neanche da lui stesso. Pensiamo ad esempio a quanto accaduto con la pandemia: crollo dei mercati, ansia dei risparmiatori, assicurazioni sanitarie non sufficienti… chi lavora in questo settore ha risentito moltissimo del periodo Covid. Gestire e avere la responsabilità di grosse somme di denaro può essere davvero angosciante in certi casi. I datori di lavoro e i responsabili HR, dovrebbero prendere in considerazione l’importanza di alleviare l’onere per i lavoratori sotto pressione. I team delle risorse umane possono svolgere un ruolo importante in modo che il personale si senta supportato” commenta Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia.