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Assenza di socialità in ufficio: un retreat aziendale può essere una valida soluzione

Nell’epoca del lavoro agile, in smartworking, ibrido e addirittura da remoto, si pone un problema che coinvolge moltissime persone, ovvero, l’assenza di socialità in ufficio. Il collega col quale scambiare quattro chiacchiere in privato, il sacro momento della pausa caffè in cui si spettegola, le cosiddette “voci di corridoio” sussurrate alle orecchie, i flirt da ufficio… La mancanza di tutto questo, causata dalle nuove esigenze lavorative, ha portato qualche problemino di troppo nel morale di chi ogni giorno deve affrontare le sue 8 ore di lavoro.

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Back to work dopo le vacanze? Arriva Urbnx per combattere l’ansia da rientro in ufficio

Un’idea davvero interessante per il back to work dopo le vacanze, soprattutto per i liberi professionisti e i lavoratori ibridi. Si chiama Urbnx, ma di cosa si tratta?

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Lavoro ibrido: staccare la spina è sempre più difficile. Ecco cosa dice uno studio

Una delle difficoltà che sempre più spesso i professionisti si trovano ad affrontare è la difficoltà nella gestione del work-life balance e la conseguente incapacità di distaccarsi totalmente dal proprio lavoro nei momenti in cui si è in modalità “off” dal lavoro.

Siamo sempre raggiungibili, grazie anche all’evoluzione tecnologica, e questo non ci permette di staccare mai la spina. Tutto ciò porta ad uno stato di stress, molto spesso non compreso, che alla lunga può diventare un nemico per il nostro benessere.

A conferma di questo stato delle cose, arriva uno studio di OpenText, azienda che si occupa di soluzioni e software di Enterprise Information Management, che mette in evidenza i cambiamenti che si sono evidenziati soprattutto negli ultimi due anni. In particolare, emerge che il sovraccarico di informazioni sul lavoro è fonte di stress, tanto che oltre un terzo dei professionisti in Italia (36%) non riesce mai a disconnettersi davvero. Le altre nazioni europee, tuttavia, non sono da meno: in Spagna il dato raggiunge il 34%, mentre in Germania il 33%.

Prima della pandemia, solo il 16% dei professionisti lamentava difficoltà in tal senso: i dati dello studio evidenziano oggi utenti sopraffatti principalmente dalle troppe password da ricordare (27%), dal numero eccessivo di app e fonti di dati da controllare ogni giorno (25%) e dall’invadenza dei social media (14%). Tutto questo nonostante in Italia il lavoro ibrido non è ancora una consuetudine: infatti, nel nostro Paese i dipendenti che pensano di disporre di strumenti tecnologici e digitali adatti per svolgere le proprie mansioni anche da remoto sono ancora meno della metà (44%)

Dati che devono far riflettere sulla necessità di porre delle regole più precise sull’argomento.

Sempre connessi e disponibili

I professionisti intervistati hanno ammesso di utilizzare numerosi account, risorse, strumenti e app per gestire le informazioni: il 60% di loro dice di utilizzare almeno 6 strumenti di condivisione diversi al giorno, a dimostrazione del fatto che i dati necessari per portare a termine le attività quotidiane sono distribuiti su un numero sempre maggiore di fonti. 

Questo porta quasi metà dei professionisti (46%) a trascorrere oltre un’ora al giorno a cercare singoli documenti o dati specifici sulle reti aziendali o su sistemi condivisi, solo per poter continuare a svolgere il proprio lavoro.

“Per le aziende e i loro dipendenti, provare a gestire sia il volume, sia la complessità delle informazioni può essere scoraggiante. La quantità di dati a disposizione, strutturati e non, sta aumentando esponenzialmente, ma ci siamo resi conto che le informazioni di per sé non sono la soluzione”, ha affermato Antonio Matera, Regional Vice President Sales Italy, Malta, Greece & Cyprus di OpenText. “La soluzione, invece, arriva smantellando i silos e centralizzando le informazioni. È quando vengono raccolte e gestite in modo fluido che si trasformano: emergono così modelli e trend, si scoprono insight e si prendono decisioni migliori. È questo il vantaggio informativo”.

Dove reperire le informazioni? Sono sempre più i “luoghi” da conoscere: secondo lo studio, oltre 1 italiano su 3 (36%) dice di faticare a reperire le informazioni perché queste sono disponibili su diverse piattaforme. Pochi (15%) ritengono che i colleghi non salvino correttamente i documenti (conservandoli per esempio sul desktop del proprio PC), il 24% lamenta difficoltà a identificare le informazioni più recenti e aggiornate. 

La cattiva gestione e le difficoltà che incontrano portano i lavoratori italiani a vivere momenti assai difficili: lo studio evidenzia che il 43% dei dipendenti italiani ritiene che la grande quantità di informazioni abbia ripercussioni dal punto di vista del benessere fisico e mentale, mentre il 35% afferma che le conseguenze riguardano principalmente le prestazioni lavorative. Da non sottovalutare anche il fatto che 1 italiano su 3 (34%) possa vedere compromesso l’equilibrio vita-lavoro, come dicevamo a inizio articolo.

Il trend è confermato anche a livello globale, con il benessere psico-fisico influenzato negativamente dal sovraccarico cognitivo per quasi la metà degli intervistati (42%). 

La difficoltà nel reperimento o nell’utilizzo della piattaforma corretta, porta i professionisti (il 56% secondo l’analisi) ad utilizzare sistemi di condivisione file personali, come OneDrive, Google Drive, WhatsApp e Dropbox, per l’invio di documenti di lavoro, poiché risulta più semplice e veloce. È interessante notare che tre quarti dei dipendenti (72%) lo fanno in quanto pensano che la propria azienda non abbia policy che lo impediscano, nonostante i rischi: lo scenario globale è altrettanto sorprendente, quasi due terzi (63%) dei dipendenti nel mondo affermano di utilizzare sistemi di condivisione personali per condividere file di lavoro e oltre 7 su 10 di loro (71%) lo fanno ritenendo che l’azienda non sia contraria.  

Le sfide da affrontare riguardano anche l’ambiente domestico che, in modalità di lavoro ibrida, dovrebbe sostituire l’ufficio. Lo studio fa emergere che il 30% degli italiani afferma che una delle più grandi è quella di non avere lo stesso set-up in ufficio e a casa. Il 24%, poi, lamenta di non poter accedere facilmente ai documenti quando lavora da remoto e il 21% di non poter condividere file e informazioni con facilità quando lavora da casa. Rispetto alla media globale (12%), però, l’Italia rivela una delle percentuali più alte di lavoratori da remoto soddisfatti (21%), superata solo dal Giappone (26%).  

Commentando i risultati, Antonio Matera, Regional Vice President Sales Italy, Malta, Greece & Cyprus di OpenText ha affermato: “Con i dati di dipendenti, fornitori e clienti in costante crescita, il numero di sistemi e applicazioni utilizzate dalle aziende – con i rischi connessi – continua ad aumentare. In questo momento, c’è un urgente bisogno da parte delle aziende di automatizzare la gestione e la governance delle informazioni, in modo che i contenuti possano essere acquisiti e classificati, le politiche di conservazione applicate automaticamente e i dipendenti possano accedere facilmente a informazioni accurate e aggiornate senza dover effettuare ricerche su applicazioni multiple. Solo seguendo questi passaggi le aziende riusciranno a ridurre la complessità, consentendo ai dipendenti di collaborare facilmente con i propri colleghi, indipendentemente dal dispositivo o dall’applicazione che utilizzano, o da dove e come scelgono di lavorare”.

 

Ferdinando Meo: “Con Younit forniamo alle aziende soluzioni per lo smartworking”

Il mondo del lavoro è cambiato e sempre più realtà aziendali stanno iniziando a comprendere i vantaggi dello smartworking in termini di produttività, che nasce spesso da un maggior livello di benessere dei dipendenti. Gli anni di pandemia, di lockdown, ci hanno fatto capire molte cose e aperto gli occhi su nuove opportunità, proprio sulla possibilità di continuare a lavorare e produrre con nuovi criteri come lo smartworking e il lavoro ibrido. E proprio nel bel mezzo del periodo più buio che abbiamo attraversato, nel 2020, nasce un’azienda che si è specializzata proprio nel facilitare le aziende nel fornire ai dipendenti i mezzi e gli strumenti per lavorare con risultati positivi anche fuori dall’ufficio. Si chiama Younit e fornisce soluzioni integrate per il lavoro a distanza, personalizzate e sostenibili, attraverso un catalogo online di oltre 1000 prodotti di altissima qualità. A guidarla Ferdinando Meo, Presidente e co-fondatore dell’azienda insieme a Gianluca Schiavi. Con lui, abbiamo voluto scoprire questa bella realtà che guarda al futuro.

Intervista a Ferdinando Meo

Cos’è Younit? 

Younit è la soluzione completa per le aziende in smartworking, che vogliono fornire ai loro dipendenti che lavorano parzialmente da casa, ergonomicità e comodità a casa come in ufficio, con prodotti quali sedie, tavoli, lampade, footrest, sit&stand ed altre 1000 categorie differenti di prodotti. Younit da flessibilità all’azienda nella modalità di pagamento, con 3 opzioni differenti: acquisto del prodotto, renting leasing. Il processo completo di Younit è molto semplice: 

  1. L’azienda definisce un budget per dipendente 
  2. Sceglie il catalogo prodotti 
  3. Younit offre una piattaforma ecommerce personalizzata per i dipendenti dell’azienda 
  4. I dipendenti effettuano l’acquisto 
  5. Younit consegna a casa dei dipendenti ed offre una reportistica completa all’azienda. 

Se l’azienda ha intenzione di offrire ai propri dipendenti i prodotti necessari per lavorare da casa, non è comodo avere un business partner che si incarica di tutto il processo, ed evita la gestione all’azienda della scelta dei prodotti e della consegna a domicilio di centinaia o migliaia di dipendenti?    

Qual è il vostro core business? 

La gestione completa del processo di fornitura a casa dei dipendenti di un “home office”, ovvero una “Younit”.

Siete nati in piena pandemia: come avete fatto?

Nei momenti di crisi nascono sempre molte opportunità come Airbnb, Groupon ed Uber nel 2008, nel 2020 sono nate molte realtà innovative. Il progetto è nato tra Spagna ed Italia, con idee e con concretezza nell’identificazione dei prodotti e servizi che volevamo offrire, trovando i fornitori e sviluppando la piattaforma ecommerce base, per essere poi personalizzata per ciascuna azienda. Tutto è avvenuto da remoto. Ora sul progetto lavorano tra Italia e Spagna oltre 50 persone. Il mondo cambia rapidamente e nascono nuove idee ed aziende che seguono e supportano il cambiamento, certe volte sono proprio la causa del cambiamento.   

Smart working in Italia: come è recepito dalle aziende e come dai lavoratori?

In Italia lo smart working è molto diffuso tra le aziende di servizi. Diverse Survey evidenziano che le persone preferiscono lavorare qualche giorno da casa, risparmiando tempi e costi; tempi su trasporti casa-ufficio e costi del trasporto, pranzo fuori, e soprattutto le persone desiderano avere più tempo da trascorrere con la propria famiglia. Immaginate 1 ora al giorno medio di trasporto di risparmio, per 2 giorni di lavoro da casa sono 8 ore/mese, 96 ore/anno ovvero in 30 anni sono 120 giorni che possiamo dedicare in più alla nostra famiglia, senza considerare le pause pranzo a casa. Da un lato le aziende possono risparmiare 2000-4000 Euro per dipendente all’anno per i costi di ufficio, ovvero su 5 anni 10.000-20.000 Euro, possono attrarre più talenti, anche stranieri e aumentare l’engagement/retention dell’attuale organico. Dall’altro i dipendenti possono essere più felici, risparmiare tempi e costi (stimati 1600 Euro/anno di risparmio per famiglia). In USA, UK, Germania e Spagna lo smartworking è molto più diffuso, perché hanno capito che è un gran benefit per le persone ed un potenziale risparmio di costi di ufficio per le aziende. I latini dicevamo “La virtù è nel medio”, e vale anche per i modelli ibridi di lavoro. Nessun estremo. 2/3 giorni di lavoro da casa sarebbe il modello perfetto. L’Italia è un po’ indietro, rispetto ai paesi più competitivi, c’è un po’ di timore nel passare ad uno stadio ufficiale di lavoro ibrido.   

Le infrastrutture ci sono?

Le infrastrutture ci sono assolutamente, anche perché non sono necessarie grandi infrastrutture per lo smart working. In questo caso “volere è potere”.

Quali sono le difficoltà che si incontrano nello smart working?

Le difficoltà sono sicuramente un minor contatto tra le persone, che con un modello ibrido si eliminano, percezione di una riduzione di produttività da parte dell’azienda, ma i dati dimostrano il contrario ovvero, un aumento della produttività. La difficoltà più grande è sempre la paura del cambiamento. Siamo un Paese che innova poco, rischia poco, siamo fermi da tanti anni con poca cultura al cambiamento ed al rischio. “Il più grande rischio che hanno le aziende è non correre alcun rischio”.

Chi si rivolge a voi?

Le aziende medie e grandi in modello di lavoro ibrido (almeno 2 giorni di lavoro da casa) che sono tra i “migliori posti di lavoro”, o che vogliono esserlo, e che danno grande importanza al benessere dei propri dipendenti.  

Quali sono i vostri progetti futuri?

I nostri progetti futuri sono la crescita ed il consolidamento nel mercato Italiano e Spagnolo, e l’apertura di nuovi mercati, quali UK, Germania e Francia. Il nostro obiettivo più grande è quello di riuscire a fare lavorare milioni di persone in maniera ergonomica da casa, contribuendo al loro benessere ed aumentare la produttività delle aziende. 

Nomadi Digitali: le professioni più adatte a questo modello lavorativo

Nomadi Digitali, una definizione che sempre più spesso si usa per descrivere chi lavora da remoto da qualsiasi parte del mondo, anche in viaggio. Ma chi vuol fare il nomade digitale? Sicuramente chi vuole gestire il proprio work-life balance con assoluta indipendenza, sentendosi padrone di lavorare sfruttando il web in qualunque parte del mondo.

Soprattutto negli ultimi anni, a causa della pandemia, lavorare da remoto è diventato quasi una necessità: per continuare a lavorare durante la pandemia e il conseguente lockdown, oltre 7 milioni di italiani nel 2021 hanno lavorato da remoto (dati Inapp).

Ciò ha portato ad una trasformazione del lavoro in alcuni settori, creando figure professionali specializzate in determinati settori.

Il sondaggio dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali

Secondo un sondaggio dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali, il 41% di freelance e liberi professionisti intervistati si sta interessando al nomadismo digitale così come un sorprendente 38% dei lavoratori dipendenti.

Alcune professioni sono sicuramente più agevolate rispetto ad altre nel lavorare a distanza. Questo è quanto emerge da un’analisi di Yousign, una delle principali soluzioni SaaS B2B di firma elettronica in Europa, che ha l’obiettivo di dematerializzare interamente oltre 15 milioni di documenti entro il 2023, che ha monitorato le ultime tendenze in fatto di professioni digitali, smartworking e nomadismo digitale, stilando una classifica delle professioni che nel 2022 si svilupperanno maggiormente grazie alla possibilità di svolgere le mansioni da remoto e ovunque si voglia senza compromettere la produttività.

Le professioni più adatte a lavorare da Nomadi Digitali

Digital Manager

Il responsabile della comunicazione digitale interna, che sviluppa piani e strategie per raggiungere gli obiettivi di marketing. Il digital manager gestisce in modo creativo i vari canali di comunicazione, in particolare affidandosi a un team composto da diversi profili, tra cui l’esperto SEO, l’esperto di pubbliche relazioni digitali o l’UX designer.

Responsabile web marketing

Il web marketing manager è responsabile delle strategie di marketing che un’azienda implementa su Internet. La sua missione è principalmente quella di promuovere i prodotti e servizi di un’azienda sul web e di aumentare le vendite e la brand awareness attraverso la creazione e l’implementazione di strategie di marketing online per aumentare le vendite, il fatturato e il successo aziendale dell’azienda.

Sviluppatore

Il web developer è una figura professionale specializzata nella programmazione di applicazioni web, piattaforme e siti web dinamici, accessibili da reti private (intranet) o pubbliche (Internet).

Brand manager

L’e-reputation manager è responsabile dell’analisi e della gestione dell’immagine di un’azienda o di una persona su Internet e sui social network. Dopo aver analizzato tali contenuti, deve intervenire con strategie adeguate in caso di difficoltà (commenti negativi) e individuare e adottare progetti di sviluppo in caso di nuove opportunità commerciali.

Security officer

Il ruolo del security manager si sta progressivamente e velocemente sviluppando nelle grandi aziende, così come nelle PMI, soprattutto dopo l’adozione del GDPR e la crescita del settore della sicurezza informatica. Infatti, secondo l’Internet Crime Report dell’FBI l’Italia risulta essere il paese maggiormente colpito da attacchi e frodi informatiche con oltre 21.800 casi rilevati (2020) con un danno per le aziende che sfiora i 125 milioni di euro. Come se non bastasse, da una recente indagine emerge come a essere colpite maggiormente siano soprattutto le piccole aziende attraverso phishing (88%), malware (90%) e ransomware (69%). Alla luce di tutto questo mai come in questo periodo delicato il security officer diventa una professione chiave per la sicurezza aziendale per definire una strategia di sicurezza IT, progettando programmi di protezione e applicando procedure per mitigare i rischi legati alle minacce cyber.

“La tecnologia offre a tutti questi profili strumenti indispensabili per poter esercitare la professione nelle migliori condizioni a distanza, con rapidità ed efficienza, senza necessità di incontri fisici o vicinanza geografica – commenta Fabian Stanciu, Country Manager e Head of International di Yousign – e in questo anche la firma elettronica gioca un ruolo di primo piano nonché di facilitatore, perché permette ai professionisti di firmare contratti e documenti a distanza utilizzando un processo veloce e sicuro che non solo ottimizza e velocizza il lavoro, ma è anche sostenibile, facendo risparmiare tonnellate di carta e permettendo di lavorare ovunque si voglia”.

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Smartworking, cosa succederà nel prossimo futuro?

Smartworking, cosa succederà ora che la presenza in ufficio sta lentamente tornando ad essere la normalità? In realtà, secondo lo studio dell’Osservatorio sullo Smartworking, non ci sarà un cambiamento radicale in tal senso.

Durante il 2021 con l’adesione alle campagne vaccinali è progressivamente diminuito il numero degli smart worker, passati da 5,37 milioni nel primo trimestre dell’anno a 4,07 milioni nel terzo trimestre. A settembre, infatti, si contano complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle PMI, 810mila nelle microimprese e 860mila nella PA. Progetti di smart working strutturati o informali sono presenti nell’81% delle grandi imprese (contro il 65% del 2019), nel 53% delle PMI (nel 2019 erano il 30%) e nel 67% delle PA (contro il 23% pre-Covid).

Il graduale rientro in ufficio tuttavia non vuole indicare un declino dello smartworking, ma al contrario, al termine della pandemia le aziende prevedono un aumento dell’utilizzo di questa pratica rispetto ai numeri registrati a settembre: si prevede saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle PMI, 970mila nelle microimprese e 680mila nella PA.

Lo smartworking continuerà ad essere utilizzato o sarà introdotto nell’89% delle grandi aziende, dove aumenteranno sia i progetti strutturati sia quelli informali, nel 62% delle PA, in cui prevalgono le iniziative strutturate ma anche molta incertezza sul futuro (un quarto non sa se lo smartworking potrà restare o iniziare nel post-Covid), e nel 35% delle PMI, fra cui prevale un approccio informale (22%) ed è forte la tendenza a tornare indietro (un terzo di quelle che ha sperimentato lo smartworking prevede di abbandonarlo). Le modalità di lavoro in smartworking torneranno ad essere ibride, alla ricerca di un miglior equilibrio fra lavoro in sede e a distanza: nelle grandi imprese sarà possibile lavorare a distanza mediamente per tre giorni a settimana, due nelle PA.

Dati importanti questi che mettono in evidenza come la pandemia, tra tutte le problematiche che ha portato, ha anche voluto mostrare a chi non ci credeva che la modalità di lavoro nota come smartworking non è applicabile solo nelle aziende che “hanno già questa cultura”, ma che tale cultura sia realmente acquisibile.

Una scelta anche per il futuro

Secondo lo studio, l’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per la maggior parte di grandi imprese (89%), PMI (55%) e PA (82%). Ma ci sono anche degli aspetti negativi da considerare: nella combinazione di lavoro forzato da remoto e pandemia è calata dal 12% al 7% la percentuale di quelli pienamente “ingaggiati”, il 28% ha sofferto di tecnostress, il 17% di overworking.

“La pandemia ha accelerato l’evoluzione dei modelli di lavoro verso forme di organizzazione più flessibili e intelligenti e ha cambiato le aspettative di imprese e lavoratori, anche se emergono delle differenze fra le organizzazioni che rischiano di rallentare questa rivoluzione – afferma Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working -. Le grandi imprese stanno sperimentando nuovi modelli di lavoro, con la ricerca di nuovi equilibri fra presenza e distanza capaci di cogliere i benefici potenziali di entrambe le modalità di lavoro. In molte organizzazioni, soprattutto PMI e PA, invece, si sta tornando prevalentemente al lavoro in presenza a causa della mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati. Un arretramento che si scontra con le aspettative dei lavoratori e gli obiettivi di digitalizzazione, sostenibilità e inclusività del nostro Paese. Ora è necessario costruire il futuro del lavoro sul vero Smart Working, che non è una misura emergenziale, ma uno strumento di modernizzazione che spinge a un ripensamento di processi e sistemi manageriali all’insegna della flessibilità e della meritocrazia, proponendo ai lavoratori una maggiore autonomia e responsabilizzazione sui risultati”.

“Per cogliere tutti i benefici dello smart working serve l’impegno di tutti i soggetti – afferma Alessandra Gangai, Direttrice della Ricerca Smart Working nella PA -. Alle organizzazioni spetta il compito di strutturare progetti coraggiosi, lavorando su policy, tecnologie, spazi di lavoro e stili di leadership; i lavoratori devono allenare skill più adeguate al nuovo work-life balance; i policy maker devono accompagnare questa trasformazione con onestà intellettuale e lungimiranza”.

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Smartworking: il Remote Leader è il manager per gestire i collaboratori a distanza

Nella nuova organizzazione del lavoro, lo smartworking avrà un ruolo essenziale: ma le figure di controllo per chi lavora a distanza diventeranno essenziali. Ecco che in molti si rivolgeranno a quei professionisti che potremmo descrivere come Remote Leader.

In Italia il 72% delle imprese ha introdotto o potenziato il lavoro a distanza per tutti o per una parte dei dipendenti e l’86% di queste ha continuato a operare con questa modalità nel 2021, con i due terzi che proseguiranno in questa direzione anche in futuro. Questo secondo l’HR Trends & Salary Survey 2021, la ricerca condotta da Randstad Professionals – la divisione specializzata nella ricerca e selezione di middle, senior e top management di Randstad guidata da Maria Pia Sgualdino, Head of Randstad Professionals – in collaborazione con l’Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli (ASAG) dell’Università Cattolica, che tra l’1 marzo e il 7 giugno 2021 ha intervistato con metodologia CAWI 350 Direttori HR italiani sulle principali tendenze nelle risorse umane. 

Le skills dei nuovi manager da remoto

Quali sono le caratteristiche che vengono ricercate nelle nuove figure professionali? Oltre alla capacità di ascolto e all’empatia, caratteristiche condivise con i manager tradizionali e considerate fondamentali rispettivamente dal 26% e dal 23% dei Direttori HR, ai nuovi “remote leader” sono richieste capacità di comunicare efficacemente (24%) e di coinvolgere i collaboratori (19%), abilità di gestione e pianificazione (17%, +13% rispetto ai leader tradizionali), affidabilità e capacità di costruire legami di fiducia (12%, +7%) e attenzione alla misurazione dei risultati (11%, assente fra i leader tradizionali).

“Dalla ricerca emerge come lo smart working resterà nella quotidianità delle imprese: ben il 66% di quelle che lo hanno adottato durante l’emergenza continuerà a utilizzarlo anche in futuro – dice Marco Ceresa, Group CEO Randstad Italia –. Per adattarsi e avere successo in questa nuova normalità i manager devono essere “remote leader”, cioè leader capaci non soltanto di essere dei “capi” ma soprattutto di prendersi cura delle persone che guidano, in presenza e a distanza. Fondamentali, dunque, diventano la capacità di comunicare efficacemente con i collaboratori, ascoltarli, motivarli e coinvolgerli, ma anche fare squadra, costruire legami di fiducia ed essere in grado di stabilire obiettivi chiari e di misurare i risultati del team”.

“Cambiamenti di portata così profonda e radicale come quello che stiamo vivendo, toccano il tema identitario – dichiara Caterina Gozzoli, Direttore ASAG (Alta scuola di Psicologia Agostino Gemelli) Università Cattolica -. L’essere professionisti e pensare di esserlo in un certo modo viene scosso e messo in discussione. Per questo i lavoratori hanno oggi bisogni più o meno accentuati di essere aiutati a capire e costruire un nuovo senso del proprio lavoro. Si tratta di trovare un equilibrio tra pratiche e significati di valore del precedente modo di lavorare, e spazio e tempo di sperimentazione. Va individuato e compreso cosa è necessario/utile ‘lasciare andare’ per trovare possibilità più funzionali e sostenibili. Conseguentemente per i professionisti HR diventa cruciale accompagnare tali processi di risignificazione professionale caratterizzati spesso da situazioni di riparo, di demotivazione o di reattività. Si tratta da un lato di accogliere e trattare eventuali resistenze e fatiche delle proprie risorse umane, dall’altro di orientare in stretta connessione e coerenza con il management verso obiettivi sostenibili e condivisi”.

Remote Leader: le responsabilità e i compiti

Le principali azioni di lavoro che i remote leader hanno attivato per favorire il processo di coinvolgimento dei collaboratori a distanza e aumentare il senso di appartenenza all’azienda sono la rotazione delle presenze (58%), momenti di condivisione formali (52%) e informali (49%), monitoraggio e iniziative di engagement (31%) e proposte formative per la gestione del lavoro ibrido (22%).

Più della metà ha avviato azioni per la condivisione degli obiettivi aziendali e personali con maggiore frequenza (50%), per la condivisione di feedback (55%) e per stimolare la costruzione e il mantenimento dei legami fra colleghi (56%), mentre solo un quarto ha promosso momenti per il recupero delle energie (26%). 

Le risorse umane e le nuove esigenze

Con la pandemia e la diffusione sempre maggiore dello smartworking sono cambiate le priorità dei Direttori HR. Sempre secondo lo studio, la principale sfida che dovranno affrontare nel 2021 è infatti la creazione e il mantenimento di un buon ambiente di lavoro che tenga conto delle specificità del lavoro a distanza o ibrido (52%, +11% rispetto al 2020), seguita dall’impegno per trattenere i migliori talenti già presenti in azienda (46%, +6%) e dall’incremento delle performance e della produttività (46%, stabile rispetto allo scorso anno, quando era in prima posizione). Nella fase di selezione dei candidati da inserire in azienda le caratteristiche più ricercate sono competenze professionali specifiche del ruolo (66%), attitudini relazionali e comunicative (59%), capacità di lavorare in team (54%) e esperienza lavorativa nel settore (49%).

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Lo smartworking come strategia e nuovi strumenti di lavoro: ecco le nuove tendenze

Digitalizzazione: parola chiave che, se fino ad un po’ di tempo fa veniva intesa come possibilità di migliorare, oggi va utilizzata come fase essenziale nel cammino di adeguamento alle nuove esigenze del mondo del business, soprattutto a seguito di quelle indotte dalla pandemia.

Una recente ricerca commissionata da ASUS all’istituto Eumetra, che ha intervistato un campione di 400 piccole e medie imprese italiane nel periodo di ripresa post Covid, era proprio tesa a conoscere le nuove strategie e i processi di adattamento effettuati.

I risultati della ricerca

Tra i vari dati, lo studio ha messo in evidenza come le nuove esigenze non riguardino unicamente la questione “ufficio o smart working”, ma emerge una forte componente psicologica, che vede l’intero approccio al lavoro e ai team da parte dei dipendenti modificarsi ed evolversi, richiedendo un forte investimento da parte delle aziende sull’elemento del capitale umano.

Molte imprese italiane, PMI incluse, hanno mutato il loro approccio e hanno reinvestito le proprie risorse non solo nell’attrezzatura necessaria ad affrontare i cambiamenti, ma anche e soprattutto nel capitale umano, le sue competenze, il ruolo e il morale di ogni singolo dipendente. Con l’aumento dell’utilizzo dello smart working, l’ufficio ha perso la sua connotazione di “luogo parte della routine quotidiana”, diventando invece un luogo di eccezionalità, quasi desiderabile in quanto si è andato a legare indissolubilmente con la sfera dei rapporti umani fra colleghi (il 33% delle PMI dichiara di vedere l’ufficio come punto di incontro per i colleghi al di fuori della normalità e quotidianità del lavoro da casa, mentre il 18% delle stesse aziende lo definisce un luogo oramai superfluo, utile solo per le occasioni “formali”). 

Analizzando il rovescio della medaglia, molti lavoratori hanno sentito, con l’aumentare dello smart working, un aumento della pressione. Il 37% delle aziende infatti afferma che le persone dipendenti hanno acquisito maggiore flessibilità (il 45% di queste sono aziende del Centro Italia), mentre nel 32% dei casi i colleghi hanno mantenuto un orario fisso, vedendo però aumentare le ore lavorative. La flessibilità totale di orario è invece stata acquisita solo dal 24% delle PMI.

Lo smartworking è una strategia

Sempre secondo la ricerca ASUS, il 41% delle PMI italiane dichiara di aver dovuto affrontare nel 2020 dei grandi cambiamenti a livello operativo e organizzativo, ma ciò che risulta interessante è che una buona parte di queste progetta, o ha già in atto, di mantenere e addirittura implementare tali modifiche, anche da un punto di vista tecnologico e volto alla digitalizzazione aziendale.

A partire dal lancio e/o rinforzamento di nuovi servizi o prodotti, sono molte le aziende che si fanno promessa di rinnovare il proprio apparato tecnologico (29%), mantenere lo smart working (18%) o riorganizzare la struttura interna (26%). In ogni caso, le percentuali di aziende che queste azioni le hanno già messe in campo sono decisamente minori. Rispettivamente, il 14% delle PMI ha infatti rinnovato l’apparato tecnologico, il 10% ha previsto nuovi servizi o prodotti, e il 9% ha avviato una riorganizzazione interna, mentre rimane invariata la percentuale riguardante l’implementazione dell’attività da remoto.

Considerando l’insieme delle aziende italiane studiate, il lavoro da remoto rimarrà nel 67% delle PMI. La maggioranza di queste pensa ad una strategia di impiego più “intensiva” e non limitata a poche persone. Inoltre, le aspettative per il 2022 sono più che ottimistiche per quel che riguarda il 66% del campione intervistato, con un 28% di aziende (molte delle quali situate nel Centro Italia) che invece si aspetta di rimanere stabile nei profitti.

I nuovi strumenti di lavoro

Con questi grandi cambiamenti, è normale pensare ad un rinnovamento degli strumenti di lavoro. L’ufficio, infatti, potrebbe rappresentare una risorsa decisamente più piccola rispetto alla tecnologia da implementare e mettere a disposizione di chi lavora. Le aziende dello smartworking strategico si apprestano ad adottare modelli di maggior autonomia per le persone, di maggior orientamento ai risultati, di utilizzo più libero delle dotazioni informatiche (a partire dal pc), anch’esse in evoluzione. In particolare, il 52% delle PMI del Sud Italia ha dovuto sopperire alla mancanza di pc portatili per i propri dipendenti, andando a costituire una grossa fetta della crescente domanda per questi strumenti.

Un processo di lavoro più fluido come quello che le PMI stanno affrontando vede come indispensabili certe funzioni, volte a migliorare la connettività fra le persone (il 48% delle PMI ha definito le migliorie di webcam e microfoni per videoconferenze come la principale necessità che ha portato all’acquisto di PC portatili) e a favorire gli spostamenti e il lavoro in ogni luogo (la mobilità è stata scelta dal 47% delle aziende come forte componente a causare lo stesso cambiamento).

Dalla classica postazione di lavoro si è passati al laptop con webcam e microfono integrati. Il 55% delle PMI fa infatti uso di laptop, mentre un 44% rimane ferma sui pc fissi. Altro grande cambiamento è quello che vede il crescere degli acquisti di tablet, affrontato dal 24% del campione, mentre il 20% delle PMI ha scelto di integrare le già esistenti docking stations e il 12% si è spostata sui modelli all in one.

A cambiare è anche il concetto di scrivania: ora è ottimizzata per essere più compatta e ospitare soluzioni più piccole rispetto al pc fisso. E infine, cambiano le mansioni che vengono portate sugli strumenti tecnologici: il pc, nelle sue diverse configurazioni, viene usato prevalentemente per lavori amministrativi (40%) e di ufficio classico (38%). Resta poi come strumento indispensabile al mantenimento dei rapporti interpersonali fra colleghi e la gestione delle relazioni (36%). Paradossalmente, tutte quelle task che di tecnologia hanno sempre vissuto scendono in fondo alla classifica – posizionandosi sotto anche all’utilizzo personale (22%) – come la creazione di contenuti grafici e multimediali con il 19% di risposte, la progettazione e il disegno professionale al 18% o lo sviluppo di software (15%).

“Il periodo della pandemia ha avuto un grandissimo impatto sul tessuto imprenditoriale italiano, PMI incluse, obbligando le aziende a implementare diverse misure per proseguire la loro operatività. I cambiamenti indotti, molti dei quali già in essere ma profondamente accelerati da questa emergenza, sono stati anche l’espressione di una volontà di evoluzione e digitalizzazione dei processi già presente in queste realtà da tempo, ma che ha trovato applicazione solo in questo momento.” Dichiara Massimo Merici, Business Development Manager System Business Group di ASUS Italia. “Un elemento fondamentale per far fronte a questo periodo è stata la tecnologia, e le PMI si sono rese conto del supporto strategico che questa può fornire. Per questo motivo ASUS si è proposta come partner ideale a supporto di tutte quelle realtà che ricercano soluzioni volte al riammodernamento tecnologico, fornendo strumenti versatili e compatti, ma allo stesso tempo leggeri e che favoriscano una mobilità estrema, come non l’abbiamo mai vista. Ad oggi, possiamo dirci ancora più consapevoli del supporto e del valore aggiunto che noi, come fornitori delle piccole e medie imprese italiane, possiamo dare in questo senso, favorendo le aziende nella loro transizione tecnologica e guardando insieme a loro al futuro”.

Ostacoli al cambiamento: ovviamente non mancano

Uno dei problemi maggiormente rilevati è la carenza del contatto umano. Lavorare da casa tramite pc, sentire i propri colleghi principalmente tramite telefono o videocall, hanno portato molti dirigenti aziendali a chiedersi se vi sarà nei prossimi mesi un discreto diminuire delle performance e della motivazione.

Sulla base di queste considerazioni, il 25% delle aziende teme che lo smartworking possa portare a una perdita di motivazione del lavoratore, mentre il 24% crede che questo porterà a un maggiore isolamento dei dipendenti, con conseguente perdita dei contatti sociali e maggiore preoccupazione per eventuali distrazioni e incombenze famigliari.Questi sono i maggiori timori circa l’impossibilità di adattare i processi aziendali ai nuovi metodi di lavoro.

smartworking e nuovi strumenti di lavoro

Smartworking in vacanza: aumentano le opportunità di lavorare in luoghi da sogno

L’idea dello smartworking in ciabatte, di fronte ad una vista paradisiaca, attira sempre più. Ora tutto questo è possibile grazie allo smartworking in vacanza. Il Club Med, pioniere delle vacanze All Inclusive, presenta l’offerta “Happy Month”: un mese lontano dalla vita di tutti i giorni, al prezzo di due settimane. L’offerta è valida per prenotazioni effettuate fino al 4 giugno, per partenze dal 17 aprile al 6 giugno 2021, in uno dei seguenti Resort: Cefalù, Bodrum, La Palmyre Atlantique, Opio, Marrakech, Yasmina, La Caravelle, Punta Cana e Cancun. Il tutto con la possibilità di lavorare in smartworking con tutto il necessario.

Una proposta per ritemprare corpo e spirito

Infatti, Happy Month risponde alle esigenze degli italiani offrendo l’occasione, finalmente, di allontanarsi dalla routine quotidiana per ritrovare una nuova energia fatta di scoperte, di spazi aperti, sport e l’opportunità di riaffacciarsi al mondo ma anche di lavorare in un ambiente diverso ed eccezionale.  Ma non solo, chi decide di partire in famiglia può contare sull’assistenza bambini tutto il giorno, i bambini si divertiranno tra tanti sport e attività proposte. E nel tempo libero, la famiglia si riunisce per avventure da vivere insieme.  

Nel 2020 come conseguenza del Covid-19 l’utilizzo dello smartworking in Italia è aumentato esponenzialmente, basti pensare che nel primo semestre del 2020 sono stati raggiunti picchi di lavoro da remoto del  50% per gli impiegati nel settore media e comunicazione, (nel 2019 solo il 20% delle aziende con più di 100 dipendenti permetteva questo metodo di lavoro e la percentuale scende a 7,7% per aziende di dimensioni di 16 -99 impiegati) e il 46% degli intervistati vorrebbe continuare a farlo. Gli italiani intervistati che hanno espresso il desiderio di continuare a lavorare in smartworking lo farebbero per stare più vicini alla natura (62%), allontanarsi dalla città (23%), stare più vicini a famiglia e amici (29%) e veder crescere i ragazzi in un ambiente diverso (20%).

Un po’ di vacanza, senza dimenticare gli impegni di lavoro, forse in questo momento è proprio quello che ci vuole…

Lavorare da un atollo delle Maldive: ecco un pacchetto ad hoc

Lavorare su un atollo delle Maldive? Ora si può fare grazie allo smartworking. Può piacere o meno, ma lavorare da remoto offre tante opportunità che prima non c’erano. Ed il mondo del turismo si sta adoperando per offrire a manager e professionisti la possibilità di lavorare mentre si è in vacanza in luoghi meravigliosi.

È il caso di alcuni Resort della catena The Residence by Cenizaro che hanno lanciato una proposta speciale per soddisfare le necessità del lavoratore moderno e conciliarle il piacere di godere della vista di spiagge bianchissime, acque cristalline e la natura incontaminata delle Maldive.

L’arcipelago delle Maldive è una sorta di Eden dove vivere in armonia con la natura, un sogno che può diventare realtà per chi avrà la possibilità di lavorare in smart working proprio da qui, trasferendo la propria scrivania su uno dei meravigliosi isolotti che emergono dalle acque dell’Oceano Indiano.

Un pacchetto esclusivo

“Stay Longer – 30 giorni di fuga alle Maldive”è un’opzione prenotatile fino al 31 marzo 2022, è la proposta di The Residence By Cenizaro valida per i due Resort 5 stelle The Residence Maldives at Falhumaafushi e The Residence Maldives at Dhigurah. Con questo pacchetto, gli ospiti possono soggiornare per 30 giorni (o più), ma se non avranno la possibilità di completare la permanenza in unico periodo, lo staff di The Residence by Cenizaro sarà lieto di accoglierli nuovamente entro il 20 dicembre 2022 per usufruire dei giorni restanti.

Sono strutture in cui il comfort è di casa, poste negli angoli più spettacolari e incontaminati delle Maldive: un’opportunità per fondere il business e il tempo libero in un unico viaggio indimenticabile. Essere produttivi al lavoro, mentre ci si concede la sensazione di benessere in un rifugio, dove la bellezza della natura diventa una location imparagonabile per continuare a portare avanti le proprie attività lontani dall’ufficio. Un soggiorno perfetto per una fuga, mai come oggi, tanto desiderata e necessaria.

Cosa prevede il pacchetto “Stay Longer – 30 giorni di fuga alle Maldive”

Un’occasione di unire il fascino della vacanza maldiviana, con la serenità di poter svolgere il proprio lavoro. Ecco quali sono i confort previsti dal pacchetto:

  • Transfer gratuito
  • Connessione Wi-Fi e una scrivania dotata di tutto l’occorrente per i propri meeting di lavoro comodamente nella propria camera
  • 15% di sconto per l’utilizzo della Spa
  • 15% di sconto sulle attività da praticare in acqua
  • Prima colazione gratuita
  • 15% di sconto sulla pensione completa con menù à la carte
  • Ogni giorno caffè, the e due snack healthy a scelta da gustare in camera
  • Possibilità di riservare i posti migliori per pranzi e cene vista mare in un ambiente confortevole e riservato
  • Utilizzo gratuito di due biciclette per esplorare la natura dell’isola
  • Lezioni gratuite di yoga all’alba e al tramonto (con sessioni programmate)
  • Utilizzo gratuito della palestra e della piscina olimpionica per mantenersi in forma

Come gestire lo smartworking: ecco un utile vademecum

Continuano ad arrivare conferme sul atto che lo smartworking continuerà ad essere il modulo lavorativo per molti professionisti e collaboratori, ancora per diverso tempo. Uno degli ultimi studi sul tema è quello di Mansutti, storico broker assicurativo indipendente, realizzato, tra dicembre e la prima metà di gennaio scorsi, su un campione rappresentativo di oltre 30 imprese, affrontando il tema delle complessità nel gestire lo smartworking, è emerso l’identikit dell’azienda media che da quasi un anno a questa parte ha dovuto riorganizzarsi con grande celerità.

Dai dati emerge che il 60% delle aziende, di cui in gran parte con un fatturato di oltre 10 milioni di euro e con più di 50 dipendenti, nel post-covid continuerà ad utilizzare questo strumento in percentuali non superiori al 20% della forza lavoro; ad oggi la conoscenza su come contrattualizzare il lavoro agile non è sufficientemente adeguata, il 50% dei titolari di impresa afferma infatti di non disporre di informazioni chiare e precise su forme e modalità attraverso cui regolarizzarlo; il 77% delle aziende ha dotato i propri dipendenti di strumenti idonei per svolgere l’attività lavorativa da casa; quasi un quarto delle aziende ha verificato gli spazi di lavoro, la connessione di rete e ha avviato attività di formazione tecnica e comportamentale; esiste la consapevolezza generale del pericolo a cui è esposta la sicurezza dei dati aziendali, ma solo il 36% delle aziende è ricorso all’implementazione di misure di protezione idonee, intervenendo sulla struttura It, modificando firewall, antivirus, authority agli accessi o vpn gateway per garantire la continuità operativa; la maggioranza (il 56,7%) considera il lavoro da casa più uno svantaggio che un vantaggio, i titolari di azienda ritengono che la flessibilità lavorativa abbia infatti determinato maggiori carichi di lavoro.

“Le nuove modalità di lavoro e di interconnessione, l’ibridazione degli spazi, la dirompente presenza della tecnologia e la protezione della sicurezza dei dati e della rete hanno reso necessaria l’implementazione di nuovi modelli di business, di leadership e di riorganizzazione aziendale interna – spiega Tomaso Mansutti, amministratore delegato di Mansutti S.p.A. – Le complessità da gestire nello smart working per un’impresa sono diverse ed è quindi fondamentale conoscerle e saperle affrontare in modo efficace, con l’obiettivo di trasformarle in grande opportunità di cambiamento e miglioramento”.

Il vademecum per le aziende per gestire lo smartworking

Mansutti ha quindi stilato un vademecum di 6 step utili alle aziende per assicurarsi continuità operativa in ogni circostanza, rendimenti, protezione degli asset e 

mitigazione dei rischi:

  1. Verifica della contrattualistica assicurativa in atto; mappatura e trasferimento dei rischi
  2. Negoziazione e redazione di accordi di smart working collettivi e individuali
  3. Assessment e implementazioni in ambito data protection e cybersecurity
  4. Analisi degli spazi e relative destinazioni d’uso per produrre proposte progettuali inerenti lo smart working
  5. Elaborazione di un Piano di Business Continuity strutturato da aggiornare ogni anno
  6. Coordinamento di tutte le attività dedicate ai lavoratori: la formazione, la comunicazione interna ed esterna, le azioni di change management per realizzare e supportare l’evoluzione culturale e organizzativa aziendale

Assicurarsi la serenità

Il confine lavorativo-personale, diventato più labile con lo smart working, ha evidenziato nuovi casi di infortuni che potrebbero non essere coperti dall’Inail: va verificata la definizione di eventuali polizze a copertura del solo rischio professionale per la concreta sovrapposizione del rischio da infortunio domestico a quello lavorativo. Eseguire un check della clausola di definizione della copertura professionale ed extraprofessionale nelle polizze infortuni e quella di assicurato nella copertura di responsabilità verso i prestatori di lavoro può fare la differenza. 

A questo si somma l’importanza di avere in dotazione un Business Continuity Plan aziendale, il piano organico che assembla il piano d’emergenza, il Disaster Recovery Plan e il Crisis Communication Plan. Un BCP aggiornato ogni anno può fornire un grande vantaggio: l’impresa si prepara per gestire e affrontare futuri incidenti che possono minacciare le proprie funzioni vitali e la propria sopravvivenza nel lungo termine, così come la continuità operativa nel tempo. “Tra le altre cose, con il passaggio da remote working al ritorno in ufficio, dovranno essere valutate tutte le varie implicazioni che questa fase genererà – spiega ancora Tomaso Mansutti – Sarà sempre più necessario il coinvolgimento di professionisti di Business Continuity e Risk Management e di tutte le funzioni preposte alla sicurezza aziendale per aggiornare e mettere in pratica piani di risposta che facilitino la transizione verso la ‘nuova normalità”.

Verificare la presenza della copertura dei danni subiti a seguito di un errore del personale o di programmazione, o essere a conoscenza di quali responsabilità gravino sull’azienda in caso di violazione di obblighi di riservatezza e di sicurezza della rete, sono, invece, tra le azioni più importanti da compiere in ambito cyber. Secondo il Cisco Cybersecurity Report Series 2020, le aziende con oltre 100.000 record interessati dalla violazione dei dati più grave, sono aumentate dal 15% del 2019 a oltre il 19% del 2020. Le aree di business più colpite sono legate a quelle delle operazioni e alla reputazione del marchio, seguite dall’area finanze, proprietà intellettuale e fidelizzazione dei clienti. “Cambiamenti complessi da gestire, sia dal punto di vista tecnologico che organizzativo, sono stati introdotti in realtà che non erano preparate ad accoglierli – commenta Mansutti – La conseguenza è stata una catena di incidenti, spesso causati proprio da azioni di risposta estemporanee”.

Stress da smartworking? Arriva il supporto psicologico di Doctor Now

Pandemia e mondo del lavoro stanno viaggiando a braccetto, stravolgendo le abitudini di professionisti e dipendenti, costretti allo smartworking. Questo modello lavorativo, per molti in passato era un sogno, ma ora sta diventando un qualcosa di cui si farebbe, in certi casi, volentieri a meno. Quali sono gli effetti dell’attuale situazione pandemica sulla salute psicologica dei lavoratori? Si parla sempre più di stress da smartworking.

Le fonti di stress: ecco quali sono

La principale fonte di stress è rappresentata dall’emergenza Covid, generando ansia e depressione nel 57%, seguita dalle questioni economiche (44%) e le condizioni lavorative (37%) (dati Istituto Piepoli, Indagine CNOP). Il Covid-19 sta dunque mettendo a dura prova la sfera emotiva e psicologica di milioni di lavoratori, con ripercussioni sulla loro salute, sul loro rendimento professionale e sulla loro vita privata. Eppure le aziende che hanno avviato azioni per contrastare il fenomeno, hanno scelto di puntare su tutt’altro, offrendo supporto tecnologico (44% delle aziende esaminate) o corsi di formazione (29%). Soltanto il 6% ha introdotto un servizio di coaching o supporto psicologico.

Arriva Workie Talkie, il supporto psicologico di Doctor Now

“Per rispondere all’isolamento sociale e ai nuovi bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori in questo complesso momento storico, siamo andati noi a cercarli per fornire loro un servizio altamente qualificato e di indubbia utilità”, sottolinea Alessandro Faraoni, Segretario Regionale FISTel CISL Lazio. “Rivolgendoci a Doctor Now, startup per servizi sanitari che facilita l’accesso alla cura e l’incontro medico paziente, abbiamo deciso di lanciare ‘Workie Talkie’, uno spazio di ascolto gratuito a distanza con uno psicologo, per avere una consulenza e un supporto personale, personalizzato e assolutamente riservato. Le Aziende hanno dimostrato di aver puntato a un supporto di tipo strutturale e funzionale, noi abbiamo scelto di lavorare per le persone, portando a disposizione servizi utili, sicuri, professionali e che garantiscano anche una corretta gestione della privacy”.

“Workie Talkie”, nome evocativo delle ormai datate ricetrasmittenti che assicuravano una comunicazione riservata a distanza, è dedicato al lavoratore e a tutto il suo nucleo familiare convivente, offrendo percorsi su diverse aree tematiche che possono essere individuate insieme allo psicologo che si occupa del primo colloquio orientativo.“Nella nostra cultura – prosegue Franco Montagnoli Co-Founder Doctor Now – accostiamo troppo spesso, erroneamente, la figura dello psicologo a una patologia mentale. Niente di più sbagliato! Lo psicologo è la persona che può assisterci in un percorso di introspezione per far luce su alcune dinamiche relazionali e/o funzionali che ognuno di noi vive nel suo quotidiano. Non c’è bisogno di un disagio per rivolgersi allo psicologo, tanto più che il disagio vero, ognuno di noi, lo riconosce a fatica e molto spesso tardivamente, abituandosi a situazioni spesso tossiche che non ci fanno vivere serenamente i rapporti interpersonali e la nostra vita come vorremmo. In questo momento di profonda trasformazione che stiamo vivendo, l’impatto sulla sfera relazionale delle nostre diverse funzioni è di entità importante e questo comporta cambiamenti, non sempre ben accetti, sicuramente non voluti e ne consegue un’invasione della nostra zona di comfort. La figura dello psicologo è sicuramente uno strumento utile alla cura del nostro benessere psicofisico”.

“Workie Talkie è un contenitore di servizi, uno spazio virtuale, destinato a ospitare ancora molte iniziative a beneficio dei lavoratori – aggiunge Antonio Pelosi Co-Founder Doctor Now – la situazione emergenziale e le trasformazioni dei modelli di vita quotidiana che ci troviamo a vivere sulla nostra pelle, generano nuove necessità, tra cui nuove modalità per la cura della nostra salute. Doctor Now ha come mission la semplificazione di questo processo, portando il servizio everywhere”.