Articoli

Roberto Pasi, CEO di Beeing: “Ecco il nostro programma per tutelare le api e promuovere l’apicoltura responsabile”

Dall’idea di Roberto Pasi, 34 anni, founder e CEO, e Gabriele Garavini, CTO e co-founder, oggi 37 anni, nasce nel 2017 a Faenza Beeing, start up innovativa che attraverso il suo lavoro vuole mettersi servizio delle api e degli apicoltori.

Il progetto parte con lo sviluppo di sensoristica relativamente semplice: prima GPS antifurto per le arnie, poi sensori in grado di rilevare temperatura e umidità, due parametri chiave per la salute dello sciame. 

A seguito dell’ingegnerizzazione e il lancio sul mercato di un’arnia innovativa urbana, chiamata B-BOX, che permettesse di avvicinarsi all’apicoltura in modo più sicuro, semplice e interattivo e contribuendo così alla diffusione dell’apicoltura urbana e allo sviluppo di comunità a misura di ape, il team di Beeing ha voluto offrire il suo background per lo sviluppo di un settore che in Italia sta sempre più attirando giovani e non solo. Attività di formazione, in presenza e online, avvicinamento al mondo delle api e molte altre iniziative portate avanti con grande impegno e dedizione. Noi ne abbiamo voluto sapere di più intervistando Roberto Pasi, CEO di Beeing.

Intervista a Roberto Pasi, CEO di Beeing

Cosa ha spinto la vostra start up a lanciare un programma come “Bee The Change – Adotta un alveare”? 

L’idea nasce proprio dal cuore dalla nostra mission aziendale: dal 2017 ci impegniamo ogni giorno nel tutelare le api e promuovere l’apicoltura responsabile. A due anni dal lancio di B-BOX, la prima arnia urbana, abbiamo infatti avuto la conferma che tutti i nostri clienti o chi ci segue, ha a cuore, prima del miele, la tutela delle api. Abbiamo quindi voluto spingerci oltre e venire incontro al desiderio di tutti quelli che vogliono fare un gesto concreto per la salvaguardia delle api e, quindi della biodiversità e che non si sentono ancora pronti per tenere un proprio sciame in giardino o in terrazzo. La nostra arnia innovativa rende l’apicoltura più semplice, sicura e interattiva ma ovviamente non è per tutti; bisogna avere tempo e passione per prendersi cura di uno sciame. Con Bee The Change volevamo dare a tutti, indistintamente, la possibilità di fare un gesto concreto per la salvaguardia delle api, con un programma serio e concreto, che mettesse davvero al centro le api e la natura.

Cosa prevedono i vostri programmi?

Bee The Change, rispetto ad altri programmi di adozione, permette a tutti di andare a trovare le proprie api e chi se ne prende cura. Permette inoltre di ricevere, oltre a mezzo chilo di miele, un mix di semi biologici di piante amiche delle api, da piantare per rendere il proprio balcone o giardino un’oasi ideale per gli insetti impollinatori. Non da ultimo, i nostri apicoltori, sono solo apicoltori biologici o apicoltore che – se non ancora in possesso della certificazione biologica- hanno dimostrato di seguire gli standard di apicoltura responsabile. Vogliamo promuovere solo le realtà che davvero mettono le api e la natura al centro.

In che modo intendete coinvolgere chi aderirà?

Con i pacchetti “AdozionExperience”, chi ha adottato uno sciame può fare un’esperienza immersiva in apiario, vedere come si fa il miele e partecipare a una piccola sessione educativa sulle api. Lo sciame e in generale le api hanno delle peculiarità uniche ed emozionanti. Ci insegnano anche molto a noi, come società. Un’esperienza adatta a tutti, anche ai più piccoli. 

Qual è il contributo che volete offrire attraverso questa iniziativa?

Ci aspettiamo che questo programma possa diffondere la consapevolezza sul ruolo delle api e, perché no, sia di ispirazione per iniziare l’avventura da apicoltore urbano. La nostra vision è quella di creare città a misura d’ape, dove uomo e natura possano convivere in armonia.

Che tipo di risposta vi aspettate?

 In questi primi giorni stiamo avendo un’ottima risposta. Quello che è stato particolarmente apprezzato è stata la selezione degli apicoltori in base a criteri sostenibili, e il fatto di poter piantare i fiori amici delle api per contribuire a creare habitat bee-friendly. Siamo una piccola start-up, quindi il nostro budget di comunicazione è piuttosto limitato. Ma come sempre al centro ci sono i nostri clienti – oltre alle api – e la nostra priorità è fornire un’esperienza eccellente a chi ci ha scelto e garantire guadagni equi ai nostri apicoltori, attentamente selezionati.

,

3 leve per mantenere attivo il coinvolgimento di dipendenti e collaboratori

Spesso la difficoltà dei manager è quella di mantenere sempre “sul pezzo” i collaboratori o i partecipanti ad un team di lavoro. Come fare quindi per non far calare il livello di attenzione e di coinvolgimento?

HRCOFFEE, startup innovativa che ha sviluppato un nuovo modello di gestione del personale basato su approccio people based (persone al centro) sono tre le leve su cui puntare per mantenere vivo il coinvolgimento dei dipendenti.

“Il mondo HR è una realtà sensibile ai cambiamenti, alla tecnologia e alle emozioni. Non vi sono più percorsi esclusivi, ma inclusivi, i numeri si interfacciano con i sentimenti, i dati con le esperienze, quindi, la funzione delle Risorse Umane nei prossimi anni non deciderà più in base ‘alle persone’ ma ‘alle SUE persone’, creando percorsi di crescita, di valorizzazione e formazione attraverso l’utilizzo del People Analytics” afferma Davide De Palma, CTO e co-founder di HRCOFFEE. “La funzione delle Risorse Umane, oggi,  ha un ruolo strategico all’interno delle organizzazioni. La pandemia ha rivoluzionato gli spazi e la modalità di lavorare e per le aziende è arrivato quindi il momento di allineare comportamenti e obiettivi delle persone alle strategie di trasformazione digitale. Questo significa che i processi HR sono in una nuova fase di transizione, di cambio di paradigma che creerà nuove sfide e nuove priorità, tra queste certamente rientrano la mappatura delle competenze e dei processi di carriera”, prosegue.

Le 3 leve per mantenere vivo il coinvolgimento in azienda

  1. Curare l’employee engagement, ossia  la misura del coinvolgimento del dipendente verso l’organizzazione. Quando un collaboratore si sente coinvolto negli obiettivi dell’azienda e ne condivide i valori è più produttivo. Per questo è importante che la funzione HR attivi dei processi e iniziative interne all’organizzazione che mirino davvero a mettere al centro le persone. In questo modo, il dipendente, percependo il proprio ruolo importante all’interno dell’impresa, si sente parte attiva dell’organizzazione e, a parità di competenze, si dimostrerà più efficiente e collaborativo.
  2. Implementare piani di welfare aziendali. Per welfare aziendale si intendono iniziative e progetti volti a migliorare il benessere dei propri dipendenti e le loro famiglie. Possono quindi essere azioni a sostegno del reddito, ma anche della salute sia fisica che psicologica. La funzione HR, soprattutto in questo particolare momento storico, dovrebbe, ad esempio, prevedere un piano di misure per la conciliazione vita – lavoro calibrate sulle esigenze dell’azienda e dei suoi dipendenti; favorire un clima aziendale di confronto, promuovendo momenti di incontro per aumentare la motivazione e il benessere  aziendale e le pari opportunità, anche grazie al supporto di piattaforme e app aziendali che agevolino e rendano più immediate le interazioni tra colleghi. 
  3. Favorire un ambiente di lavoro digitale. I contesti di lavoro saranno sempre più ibridi, per questo in uno scenario pieno d’incognite è fondamentale per le aziende mettere a fattor comune tutte le abilità e le competenze di cui ogni lavoratore è portatore attraverso l’automazione, i BOT e gli assistenti virtuali. Grazie all’Intelligenza artificiale, infatti la funzione HR  è in grado di individuare le competenze di ogni dipendente assegnando a ciascuno il giusto ruolo all’interno di un meccanismo complesso. Inoltre, grazie ai sistemi digitali e il supporto di algoritmi, è possibile creare uno spazio web per consentire a tutti i dipendenti, anche a coloro che non lavorano in ufficio, di restare connessi e conoscere le novità aziendali.

“Per i Direttori del Personale, così come per gli specialisti nei processi di gestione delle risorse umane e per chi si occupa di People management, creare opportunità per la propria comunità organizzativa oggi è un dato di fatto, nonché un dovere morale, che non può però prescindere dall’aspetto umano. Un’azienda, infatti, funziona e cresce se è in grado di mettere veramente le persone al centro e per farlo sicuramente la tecnologia e più nello specifico il People Analytics è uno strumento importante e indispensabile per il futuro perchè è in grado di esaminare, ad esempio, l’evoluzione delle competenze nel tempo”, conclude De Palma.

Guida autonoma? Sempre più vicina. Ecco l’idea di Social Self Driving

La guida autonoma è sempre meno utopia e più realtà. Le aziende del mondo dell’automotive ci stanno lavorando da anni e quello che fino ad un po’ di tempo fa era considerato fantascienza, ora possiamo tranquillamente definirlo scienza.

Tra le tante realtà che lavorano a progetti di guida autonoma, ora c’è anche “Social Self Driving”, startup innovativa per la guida autonoma, completamente italiana nata da un’intuizione dell’ex ingegnere della Ferrari Luigi Mazzola.

Stando ad uno studio condotto dalla società internazionale di consulenza McKinsey & Company, nel 2030 il 15% delle nuove immatricolazioni sarà rappresentato da auto a guida autonoma e il 55% da vetture a guida semi autonoma. Secondo lo studio nel 2030 vi saranno complessivamente 200 milioni di auto autonome o semi autonome circolanti nel mondo. Numeri che devono far riflettere anche su quello che attualmente è lo stato dell’evoluzione in questo settore.

Cos’è Social Self Driving?

“Con Social Self Driving possiamo personalizzare la nostra auto a guida autonoma ed insegnarle a comportarsi come se alla guida ci fossimo noi. Oppure potremmo farle replicare lo stile di guida del nostro idolo – spiega l’ingegner Luigi Mazzola – e case automobilistiche, piloti professionisti, istruttori di guida sicura, personaggi noti e social influencer possono creare e rivedere i propri programmi di guida personalizzata e promuoverli direttamente in Social Self Driving per il download immediato nel sistema, come un’App qualsiasi”.

Insomma, la nostra auto potrebbe essere in grado di “apprendere” dal nostro stile di guida, andandolo poi a riprodurre in modalità guida autonoma.

“Sebbene il pubblico stia cominciando, poco alla volta, ad abituarsi all’idea di muoversi su auto a guida autonoma – dice Francesco Zanazzi, co-fondatore – la loro completa accettazione è ancora molto lontana e questo rappresenta un potenziale problema per le case automobilistiche che vi stanno investendo. Siamo convinti che la possibilità di interagire maggiormente con queste vetture permetterà di conquistare rapidamente un grande consenso tra i potenziali acquirenti”.

“Social Self Driving – aggiunge Guido Ciapponi, co-fondatore – è stata pensata per essere anche un grande strumento di Fan Engagement. I brand, le case automobilistiche, i team e personaggi sportivi, oppure ancora chiunque nel mondo dello spettacolo abbia la necessità di consolidare la relazione emozionale con il proprio pubblico di appassionati, potrà beneficiare di questo grande mercato che sta per nascere”.

Il brevetto per questo sistema è stato registrato il 22 aprile scorso e la start up sta per iniziare il primo round di finanziamenti per partire con lo sviluppo.

Come funziona?

Il sistema si appoggia alle dotazioni hardware e software solitamente già presenti sulle auto con differenti livelli di guida assistita o autonoma e li va ad integrare. Sensori di angolo di sterzo, di coppia applicata allo sterzo, di velocità di sterzata, di azione sui pedali di acceleratore e freno, di angoli di imbardata, rollio e beccheggio, di accelerazione laterale e longitudinale.

Ai sensori si aggiunge il software di elaborazione dei segnali visivi, sonar e radar che permette ai mezzi di acquisire le informazioni sulla situazione ambientale circostante. Attraverso la registrazione dei dati effettuata su questi sensori, viene profilato uno stile di guida. Il guidatore del mezzo a guida autonoma o semi autonoma potrà successivamente impostare questo profilo di guida.

NoWave e Offtopic, l’imprenditoria rivoluzionaria dei fratelli Mauro e Roberto Piras

L’imprenditoria italiana si sa, nasce creativa nel DNA, ma con Mauro e Roberto Piras, nati sardi, piemontesi d’adozione, entrambi under 35, il sogno è di risolvere problemi concreti e rispondere alle esigenze di una fetta di mercato che ha iniziato a seguire nuove regole e abitudini di vita.

Due le realtà create nel corso degli ultimi anni: la recente start up Offtopic, specializzata nel commercio di prodotti per il viso e i capelli in pura seta testata Oeko-Tex, confezionati in packaging completamente riciclato e riciclabile, e NoWave, che propone occhiali schermanti anti-luce blu, con lenti da graduare, adatti per tutti coloro che passano le ore davanti allo schermo di PC, telefono o tablet.

Il desiderio di fondo è stato quello di realizzare prodotti concreti capaci di risolvere problemi reali, unendo tra loro design e funzionalità; fil rouge del percorso imprenditoriale di Mauro e Roberto Piras, che dopo qualche anno da dipendenti hanno deciso di spiccare il volo e diventare imprenditori.

Cos’è la luce blu: il problema risolto con NoWawe

Spieghiamo bene cosa significa guardare – nel vero senso della parola – a un problema e cimentarsi nel risolverlo: quando si parla di luce blu e dei suoi effetti dannosi, ci si riferisce alla luce emessa dai dispositivi come smartphone, tablet, TV e PC. La luce blu emessa da questi dispositivi ha una corta lunghezza d’onda e presenta dunque una più elevata frequenza ed energia: tecnicamente invisibile poiché compresa tra i 380 nm e i 500 nm, influisce direttamente e pericolosamente sulla produzione della melatonina, interferendo con l’orologio biologico e il ritmo sonno-veglia. Gli effetti sull’occhio sono rossore, occhi irritati, secchezza oculare, stanchezza visiva; sull’organismo insonnia, mal di testa, cali di concentrazione; nel lungo periodo maculopatia, miopia, cataratta.

I benefici della seta: la risposta di Offtopic

I benefici della seta sono un segreto di bellezza da migliaia di anni, con le sue proprietà la seta garantisce benefici immediati per pelle e capelli. Per mantenere una pelle liscia e luminosa è necessario fare attenzione all’alimentazione, a non fumare e…scegliere su dove farla riposare. Trascorriamo oltre 1/3 della nostra vita a dormire per tale motivo è indispensabile scegliere con attenzione il tessuto sul quale dormire. La seta, a differenza del cotone e di altri comuni tessuti, con la sua superficie liscia riduce al minimo l’attrito con il tuo viso e questo impedisce la formazione delle “pieghe da sonno” che nel medio-lungo periodo possono trasformarsi in vere rughe e segni sulla pelle antiestetici. Inoltre, oltre ad essere un anti-aging naturale,non assorbe lozioni e umidità della pelle, rende i capelli sani rendendoli non crespi fino ad impedirne la formazione delle doppie punte.

Intervista a Mauro Piras

Com’è nata l’idea degli occhiali che risolvono il problema della luce blu?

Nel 2016 il mercato della luce blu era costituito solo da ottiche e da alcune aziende cinesi che vendevano occhiali anti-luce blu su Amazon. Si passava dunque da un estremo all’altro: o occhiali cheap di qualità molto economici o occhiali di fascia alta, performanti, ma si parlava e si parla a tuttora di un costo da € 300 in su. La mia idea è stata quella di introdurre sul mercato italiano un occhiale che coniugasse l’estetica e il design delle montature con delle lenti anti luce blu di qualità ad un prezzo accessibile al pubblico. Stiamo infatti parlando di € 60 al pubblico.

Cosa significa invece avere la certificazione Oeko-Tex di Offtopic?

La certificazione Oeko-Tex, l’ente internazionale di riferimento che testa e certificata i tessuti prima di essere immessi in commercio, è una delle certificazioni più importanti per il tessile e certifica che i tessuti sono stati trattati senza sostanze chimiche nocive. Per noi questo è molto importante, perché ci teniamo a garantire alla nostra clientela prima di tutto la qualità dei prodotti, in Offtopic così come in NoWave. Questa certificazione, per noi, è una garanzia di qualità, un modo per guadagnarci la fiducia del consumatore. Un tessuto di qualità sicuro anche per la salute.

Lei ha dichiarato di aver reso accessibile a tutti qualcosa che prima era un lusso. Ci spiega come?

L’accessibilità di un prodotto di qualità al grande pubblico è una cosa che accomuna sia NoWave che OffTopic e siamo riusciti a mettere sul mercato degli occhiali anti-luce blu e, adesso con OffTopic, delle federe di seta a un prezzo accessibile al pubblico, entrambi a 60 euro, perché praticamente andiamo a tagliare tutti gli intermediari che ci sono tra la fabbrica produttrice e il cliente finale.

Che cosa significa, per voi, avere una relazione diretta con il cliente?

Significa non avere intermediari, avere il pieno controllo sulle spedizioni dei prodotti, poterci confrontare con il nostro cliente, sentire direttamente le sue esigenze e poterlo interpellare nella scelta dei nuovi prodotti. Infatti, siamo molto attivi anche sulla nostra pagina Instagram, dove facciamo sondaggi e interpelliamo i nostri followers per capire le loro preferenze.

Unire design e funzionalità, questa la vostra mission. Perché?

Ci teniamo che i nostri prodotti siano innanzitutto utili, che risolvano un problema concreto e quotidiano, ma che siano anche esteticamente piacevoli ed eleganti. Sia negli occhiali NoWave che negli accessori in seta Offtopic abbiamo ricercato questo binomio, facendo sposare le forme pulite e lineari con l’utilità di un oggetto di uso comune.

Se l’idea è di risolvere problemi con un denominatore comune che unisce design e funzionalità, non è da trascurare come entrambe queste due realtà stiamo rispondendo ad una gestione digital di grande successo. In soli 5 anni di attività, NoWave ha raggiunto 60.000 clienti e conta 14.000 followers su Instagram, mentre Offtopic, nata meno di un anno fa nell’ottobre 2020, vanta già 4000 clienti e più di 2000 followers su IG, con una community sempre più appassionata e attiva. E’ Roberto, l’altro fratello Piras che, grazie all’esperienza pregressa con Social Media Manager, sta guidando sagacemente verso una direzione di successo tutti i canali Social.

,

Intraprendere un progetto innovativo: 4 consigli top

Fare impresa oggi non è semplice, fare impresa che sia innovativa lo è ancor meno. Ecco perché Officine Innovazione, società di Deloitte specializzata in innovazione, ha condotto un’indagine con la collaborazione del network di SMAU su più di 130 aziende – tra cui startup, PMI e Corporate – che hanno sviluppato un progetto innovativo sul territorio italiano, per capire quali siano i passi che un’azienda deve fare per far sì che intraprenda un progetto davvero innovativo, da cui sono emersi 4 consigli da seguire.

4 consigli da seguire per realizzare un progetto innovativo

  • Quasi 1 azienda su 2 (46%) ha fatto emergere come prima sfida la definizione di un business model efficace.

Questo soprattutto per le PMI e le grandi aziende, in cui la percentuale di rispondenti sale quasi al 60%. Il business model è ritenuto elemento essenziale nel rendere scalabile la propria idea e trasformarla in un business remunerativo, oltre che nell’identificazione della value proposition.

  • Il 35% del campione messo in evidenza la necessità di creare un network,ossia mettere insieme le giuste connessioni per accedere alle risorse, umane e finanziare, e trovare dei partner chiave per guidare lo sviluppo del proprio prodotto e l’accesso al mercato.

Il bisogno di un network consolidato, come mostra evidenzia lo studio, si intensifica una volta superata la fase iniziale. E se non si riesce a soddisfarlo, sarà difficile stringere quelle relazioni che permettono di far crescere il proprio progetto innovativo.

  • Comprendere le reali esigenze del mercato nel quale ci si va ad inserire è fondamentale.

Vendere un prodotto che non serve, che non soddisfa le esigenze del proprio mercato di riferimento ed è il primo motivo per cui un’azienda fallisce, come sottolineato da 1/3 dei rispondenti (33%).

  • Come per tutte le imprese, risulta indispensabile una buona gestione delle risorse finanziarie.

Il quarto elemento sfidante per superare la fase di ideazione e progettazione è la gestione delle risorse finanziarie, come confermato dal 29% del campione. Ovviamente se è importante per una grande impresa, lo è ancor di più per una startup.

“Che vino”! E che storie! Dietro c’è una bella start up…

Nasce come una start-up ma in realtà offre molto, molto di più. “Che Vino!” riunisce il mondo del vino di qualità italiano. Quello di nicchia, quello dei piccoli produttori, quello delle bottiglie numerate, quello del biologico, insomma riunisce il mondo del vino da scoprire. Perché accanto al vino c’è anche la scoperta dei piccoli produttori locali, c’è la storia di come questo nuovo vino nasce e si trasforma, c’è la cultura perché solo con la scoperta si può accrescere la propria cultura. E poi, ultimo aspetto ma non da meno, c’è la solidarietà. L’idea nasce dalla mente di Giuseppe Trisciuoglio, appassionato ed esperto di vino, dalla sua compagna Federica Piersimoni, tra le più famose travel blogger d’Italia, e da Elio Maria Piersimoni, con competenze e importanti esperienze nel food.  

Federica Piersimoni - Giuseppe Trisciuoglio - Elio Maria Piersimoni

Delivery e non solo

“Che Vino!” oltre al servizio delivery propone solo etichette esclusive e selezionate e rigorosamente italiane. www.chevino.club è attivo a livello nazionale e la vendita online di vini selezionati è il core del nuovo servizio. L’idea, però, va oltre il delivery ed è proprio questo che caratterizza quest’azienda. 

Il progetto risponde alle esigenze dei produttori, confrontando il meglio delle piccole e medie aziende vinicole locali, e punta non solo a fornire una vetrina alle cantine italiane, ma soprattutto a far crescere tra i consumatori la cultura del vino e la conoscenza dei territori, valorizzando luoghi unici e straordinari. 

Non solo si vende vino, ma si raccontano storie

Su “Che Vino!” non sarà possibile trovare tutti i produttori d’Italia, ma solo una selezione di vini unici. L’azienda investe costantemente nella ricerca di viniche seleziona e mette in vendita. Il consumatore potrà scoprire prodotti e cantine che altrimenti farebbe fatica a conoscere. Il target non sono solo le persone appassionate di vino e food, ma anche chi non è un esperto e vuole farsi guidare alla scoperta di un mondo di profumi, sapori e storia.

Un portale, tre servizi

Al consumatore sono proposti diversi servizi. Oltre a “Che Vino!”, la start up offre anche “Che Box!”, un abbonamento mensile che propone, ogni mese, tre bottiglie, a sorpresa, di un produttore selezionato e una scheda che racconta la storia della cantina e dei suoi vini. Questo servizio unisce la qualità del vino Made in Italy con la social responsibility. Ogni box presenta un prodotto diun’azienda italiana impegnata nel sociale. Per esempio una borsa realizzata con tessuti eco della Tanzania, un panettone prodotto dai carcerati o, ancora, la pasta con farine di grani antichi macinati da un vecchio mulino. Per un’occasione speciale, un anniversario o per un regalo di Natale, invece, c’è “Che Regalo!”: un box in cui le bottiglie sono avvolte da un’elegante velina rossa, che prevede la possibilità di inserire un biglietto personalizzato.

Solo made in Italy

“I nostri prodotti enologici sono unici così come le nostre regioni, i nostri terreni, il nostro clima. Desideriamo raccontare la nostra italianità”, dice Giuseppe Trisciuoglio. “Che Vino!” propone ai clienti anche abbinamenti tra i vini e i piatti delle diverse regioni di produzione per offrire idee nuove e gustose per le cene con gli amici, i pranzi in famiglia o anche solo per il puro piacere personale di abbinare ottimi vini a piatti regionali. E, naturalmente, per esaltare ancora di più il vino acquistato.

“Investire sul vino – spiegano i fondatori – significa raccontare un territorio, una storia. A noi piace relazionarci con le persone, non con le aziende. Che Vino! vuole essere un’occasione per i consumatori, per dare loro nuove chiavi di lettura e di avvicinamento al vino attraverso esperienze emozionali. Vogliamo farli sentire parte di un mondo che possono vivere come proprio”.

,

Nuovi modi di incubare una start up: nasce Next Heroes

Secondo il “Report sull’impatto degli Incubatori/acceleratori in Europa” di Social Innnovation Monitor,  tre start up su quattro falliscono entro il primo anno, e dopo tre anni ne resta viva solo una su dodici: numeri che devono far riflettere. Ecco perché si sente la necessità di un nuovo modo di incubare una start up.

I motivi di queste debacle non sono quasi mai collegati al prodotto: nel 56% dei casi la causa è la gestione errata del marketing, nel 18% mancano le persone con adeguate competenze, il 16% molla per motivi economici e a seguire il resto: questioni tecniche, legali o operative.

Nasce il progetto Next Heroes

Sulla base di queste considerazioni, Bassel Bakdounes, titolare dell’agenzia di marketing e vendita online Velvet Media, ha avviato circa un anno fa il progetto Next Heroes. Cos’è? Si tratta di nuovo Innovation Hub che rivoluziona il modo di avviare business ad alto contenuto innovativo e tecnologico. Dall’inizio di questa avventura sono passati dodici mesi, adesso viene resa pubblica.

“Lo Stato italiano non aiuta gli imprenditori, siamo stufi di vedere idee morire e per questo abbiamo risolto il problema alla radice creando un modello totalmente rivoluzionario”, dice Bassel Bakdounes, founder dell’hub e titolare dell’agenzia che ospita il progetto nel proprio stabile, Velvet Media. “Nell’ultimo anno abbiamo studiato oltre un centinaio di proposte, ne abbiamo scelte solo una dozzina. In tutto, stimiamo che queste realtà nel 2021 possano fatturare circa 16 milioni di euro. Non a caso, alcuni fondi hanno già chiesto di entrare nella proprietà dell’hub, stiamo portando avanti trattative interessanti. È la prova, anche economica, che le idee possono ancora vincere. L’Italia deve uscire dalla crisi economica causata dal Covid e saranno questi business a salvarla”.

Quali sono le caratteristiche di Next Heroes

I principini ispiratori di questo progetto sono forndamentalmente tre. Il primo è il think tank. Nell’innovation hub è stato creato un team di progetto costituito da professionisti con know-how ed expertise diversificati per offrire consulenze trasversali, supplendo così alle mancanze degli incubatori tradizionali. Saranno gli stessi professionisti a formare il comitato tecnico che sta filtrando le start up che si propongono. Tra di loro figurano, oltre a Bakdounes, Sebastiano Zanolli, manager, advisor, speaker e autore, Cristiano Ottavian, esperto in project management e nell’avvio di startup, Candi Chen, esperta di strategia e imprenditrice con ampia esperienza in international business management, e Riccardo Scandellari, divulgatore, formatore, autore e consulente in ambito branding e comunicazione.

In secondo luogo, è fondamentale l’ecosistema economico dove nasce l’hub, ossia all’interno dell’edificio che ospita la società ideatrice del progetto Velvet Media. L’azienda dal 2018 sviluppa progetti in ambito di marketing ad alto potenziale innovativo e ha già avviato con successo diverse startup. Tra queste ricordiamo l’azienda femminile che accelera la digitalizzazione delle PMI Vendere Online, la piattaforma benefica All Stars For Good; il primo ecommerce europeo interamente dedicato al B2B Sesamo Shop e il portale italiano dedicato ai nano e microinfluencer, The Brand Ambassador.

In terzo luogo, l’intelligenza collettiva dei team di lavoro e i servizi offerti. Oltre a poter contare su una struttura di oltre duemila metri quadri a Castelfranco Veneto (nel Trevigiano) con open space, sale riunioni, palestra, punti ristoro e aree dedicate al networking, le startup potranno trovare supporto e consulenza per quanto riguarda lo sviluppo tecnico del prodotto, l’attivazione di tutti i canali e le campagne di marketing necessari per supportare la fase di go-to-market, il reclutamento di risorse aggiuntive, l’accesso a percorsi di formazione per ampliare le skill manageriali del team e un accompagnamento all’acquisizione di capitali. Velvet media ha 150 dipendenti, tutti a disposizione dei migliori progetti.

“Il Covid sta lentamente uccidendo la nostra economia, per ripartire l’Italia ha bisogno di start up innovative che sappiano pensare un futuro diverso”, conclude Bakdounes. “Siamo certi che l’ecosistema di Next Heroes, amplificato dall’arrivo di fondi di investimento, giocherà un ruolo chiave nella rinascita del tessuto economico italiano già adesso, già durante la pandemia. L’innovazione tornerà di nuovo ad essere il motore dell’economia”.

Decreto Rilancio: le misure dedicate alle startup

Lo scorso 9 Luglio la camera ha approvato il cosiddetto “Decreto Rilancio”, il quale riguarderà una ampia gamma di materie di interesse: dalla sanità al lavoro, dal fisco alla sicurezza, dalla famiglia agli enti territoriali, dalla giustizia alla pubblica amministrazione, giusto per menzionarne alcuni. Tuttavia all’art.38 è menzionato “Rafforzamento del sistema delle start-up innovative”, che contiene misure a sostegno dell’ecosistema startup PMI innovative in Italia.

Con un focus alle misure previste, andiamo a scoprire il mondo che ruota intorno alle startup. 

Si tratta di un modello di business molto giovane (le prime sono nate nei primi anni ‘90 nella Silicon Valley) che inizialmente era legato unicamente al mondo della tecnologia e dell’IT, mentre ora ha guadagnato terreno e spazia nei più svariati settori. Per restare aggiornati sulle ultime tendenze e su tutto ciò che riguarda il mondo delle startup esistono magazine come think.it che sono specializzati in questo settore e che permettono di restare sempre aggiornati su tutte le novità.

Caratteristiche della startup

Una definizione condivisa e accettata da tutti configura la startup “un’organizzazione temporanea progettata per cercare un business model ripetibile e scalabile”: questa la definizione di Steve Blank, imprenditore e autore del best seller “The Startup Owner’s Manual”.

Ripetibilità e scalabilità sono due caratteristiche fondamentali di una startup e con questi termini si intende la capacità del modello di business di essere replicabile e di conseguenza avere la capacità di aumentare le dimensioni e il giro di affari in maniera anche esponenziale senza un proporzionale aumento dei costi.

Innovazione e investimenti

La scalabilità non può essere l’unica caratteristica necessaria per definire una startup: esistono anche altri parametri e altre tendenze riscontrabili all’interno di questo mondo.

In primo luogo il prodotto realizzato dall’impresa deve avere un elevato grado di innovazione, deve essere qualcosa di mai visto prima, un’intuizione brillante. 

Inoltre deve essere caratterizzata da temporaneità, nel senso che nella mente del suo fondatore c’è l’idea fissa di crescere. Una startup nasce con l’obiettivo di esserlo il minor tempo possibile per poi trasformarsi in un’azienda dalle grandi dimensioni.

Nel decreto rilancio sono contenute forti agevolazioni per chi investe in startup innovative. Infatti è prevista una detrazione fiscale al 50% per chi investe in startup, fino a un tetto di spesa di 100 mila euro. Inoltre è stato inserito un potenziamento dell’agevolazione per favorire l’ingresso in Italia di imprenditori innovativi, dimezzando l’investimento minimo previsto da un milione a 500 mila euro. 

Come abbiamo visto, l’idea sottostante a una startup deve essere fortemente innovativa e perciò spesso nasce da ragazzi che hanno rilevato una mancanza o un problema nel mondo a loro circostante di cui hanno trovato anche la soluzione. Per questo motivo è stato esteso il credito di imposta per le attività di ricerca e sviluppo innovative. Con un’agevolazione del 12%, le spese concorrono a formare la base di calcolo del credito d’imposta per un importo pari al 150% del loro ammontare. 

Sempre nell’ottica dell’innovazione, sono stati stanziati 10 milioni di euro per contributi a fondo perduto per l’anno 2020. L’obiettivo è quello di potenziare il settore attraverso l’ acquisizione di servizi prestati da parte di incubatori, acceleratori, innovation hub, business angels e altri soggetti pubblici o privati.

Ma come nasce una startup? Ovviamente avere un’idea brillante non basta, servono i soldi. Il problema sorge quando i soldi mancano o quando non se ne ha abbastanza per fondare una società. Ed è qui che interviene il crowdfunding, la raccolta di capitali dall’esterno. Si tratta di cercare persone che credono nel progetto e che sono disposte a investirci: possono essere persone comuni che contribuiscono con basse somme di denaro oppure da venture capitalist o angel investors: professionisti che investono ingenti somme di capitale di rischio nella startup. In relazione a ciò, sono stati inseriti 200 milioni di euro per il Fondo di sostegno al venture capital, destinati a sostenere investimenti nel capitale. Grazie a questi round di investimenti la startup acquisisce le risorse necessarie per iniziare il processo di sviluppo e di crescita. Se l’idea è davvero innovativa e chi vi lavora è competente e volenteroso, la startup non può che essere un successo

Startup: il contesto italiano

In Italia il mondo delle startup è ancora in una fase iniziale e sta lentamente crescendo. Certamente i giovani, le idee, le proposte e gli investitori non mancano. L’Italia in questo campo ha un potenziale davvero notevole, anche in relazione all’elevato tasso di disoccupazione. Infatti, tantissime persone disoccupate potrebbero trovare lavoro all’interno delle startup. 

Per favorire quindi il made in Italy artistico e creativo, il decreto rilancio autorizza la spesa di 5 milioni di euro per l’anno 2020. Questi sono destinati all’erogazione di contributi a fondo perduto al fine di sostenere l’industria del tessile, della moda e degli accessori a livello nazionale, con particolare attenzione alle startup che investono nel design e nella creazione. 

Ma questo settore non è l’unico, infatti il nuovo «First Playable Fund» è un fondo destinato a incentivare lo sviluppo dell’industria dell’intrattenimento digitale a livello nazionale. Sono previsti 4 milioni di euro per il 2020. Il problema (come sempre in Italia) è caratterizzato dalla burocrazia. Le startup rappresentano una grandissima leva per la creazione di ricchezza per un paese ed è per questo motivo che dovrebbero essere sempre agevolate, in tutto e per tutto. 

In Italia questo non è mai avvenuto e, a parte qualche sporadica iniziativa promossa a livello Europeo (come l’Agenda Digitale), le startup sono ostacolate da un sistema burocratico farraginoso e da una tassazione talmente elevata che non rendono attrattivo questo mondo. 

,

Sanificazione degli ambienti: ecco il PHS, nato da una start up 100% made in Italy

Santificazione di uffici e ambienti lavorativi o abitativi. È un problema di molti nella lotta contro il Covid-19. Non è semplice trovare soluzioni se non fidandosi a ditte specializzate nel settore della santificazione.

Un’idea interessante arriva da una start up italiana: si chiama PHS (Pro Health System) ed è il primo “robot killer” 100% Made in Italy,

Funziona grazie ad una combinazione di raggi Uv-C e Ozono ed è in grado di debellare il virus andando a compiere una sanificazione approfondita degli ambienti, senza l’utilizzo di prodotti chimici, debellando sino al 99% dei patogeni presenti sul tutte le superfici.

Ideato e prodotto da RayBotics, neonata start-up, spin-off di due storiche realtà italiane (Klain Robotics e Gruppo Purity) che operano nel settore delle nuove tecnologie e nella robotica industriale, collaborativa e mobile, PHS nasce ad aprile grazie all’intuizione dei due Co-Founder, Fabio Greco e Enzo Catenacci che, in piena emergenza sanitaria, hanno deciso di affrontare una nuova sfida, mettendo in campo le loro conoscenze per creare il primo robot sanificatore davvero versatile e utilizzabile in qualsiasi ambiente.

“Erano i primi di marzoracconta Fabio Greco, Co-Founder RayBotics – quando con Enzo ci siamo incontrati a Brescia, in quello che è stato il nostro ultimo aperitivo prima del lockdown e, analizzando le tecnologie utilizzate fino a quel momento per la sanificazione industriale, ci siamo subito resi conto che i dispositivi attualmente sul mercato (di cui nessuno italiano peraltro) utilizzavano tutti con successo gli Uv-C ma avevano un grande limite perché non erano in grado di disinfettare le zone d’ombra non colpite dai raggi”.

Atena Startup Battle arriva a Roma: ecco come partecipare

Battaglia fra startup a Roma

Si svolgerà a Roma la prossima tappa dell’Atena Startup Battle, la competizione tra le più innovative startup italiane, ideata da TMP Group. Dopo la presentazione nazionale a Milano, il prossimo 24 febbraio l’evento si svolgerà nella Capitale.

Continua a leggere

L’ufficio per una start up: ecco da dove cominciare!

Ufficio per una start up? Attenzione a costi e dettagli

Partire non è mai facile, a prescindere dal proprio progetto o dal percorso che si vuole intraprendere. Lanciare una start up non è cosa semplice, ma una volta risolte le questioni burocratiche e ammettendo che nel business plan ci sia una piccola somma disponibile (e non si sia costretti ad iniziare all’interno di un coworking), potrebbe essere una buona idea pensare a metter su un ufficio funzionale, pratico e che sia di rappresentanza.

Continua a leggere

,

Start up, incubatori e acceleratori italiani: ecco la situazione!

Start up, incubatori e acceleratori, un legame solido e inscindibile che spesso determina la trasformazione di idee in aziende vere e proprie.

Continua a leggere