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Ricerca del silenzio: lo sappiamo davvero vivere?

Riunioni, video call, incontri di lavoro possono ad un certo punto della nostra giornata portarti ad una situazione di stress e ricerca del silenzio. Vorremmo semplicemente spegnere computer, tablet, smartphone, chiuderci in una stanza e starcene da soli, nel silenzio nella tranquillità. Questo è quanto accade a molte persone ed emerge da un sondaggio condotto da Top Doctors®, azienda specializzata in servizi tecnologici per la sanità privata, in occasione della Giornata Internazionale per la cura dell’orecchio e dell’udito. 

Dove si cerca il silenzio

Il silenzio viene ricercato soprattutto nelle proprie case, che in questi mesi sono diventate un luogo sicuro in cui rifugiarsi (secondo una ricerca Arexons, il 54% delle persone la sente infatti più “sua”, rispetto a prima della pandemia). Sarà anche per questo che, nella scelta della casa in cui abitare, ma anche di una struttura ricettiva in cui soggiornare per qualche notte, gli italiani oggi prestano sempre più attenzione al fattore “rumori”.

Per oltre la metà del campione, il 52%, la tranquillità è una condizione sine qua non: non potrebbero mai tollerare una zona rumorosa anche di notte. È comunque un aspetto da tenere in considerazione per il restante 36% degli interpellati, mentre solo il restante 12% non lo considera un fattore dall’impatto determinante nella scelta.

E i benefici sono immediati ed evidenti. Infatti, chi ha provato a trascorrere una o più notti, durante un viaggio o un weekend fuoriporta, in un lungo isolato dove l’inquinamento acustico era pressoché inesistente, riporta infatti nell’86% dei casi di essersi sentito completamente rigenerato – anche se, in buona parte, l’effetto “detox” era dovuto anche all’assenza di inquinamento atmosferico e luminoso (non solo, quindi, acustico).

Nella quotidianità, invece l’esigenza, magari dopo una giornata di lavoro impegnativa, di concedersi un momento di assoluto silenzio, risulta fortemente presente nel campione. Dopo il lavoro, il 20% degli interpellati si prende infatti sempre del tempo per sé stesso, senza musica, tv o altro. Lo fa invece solo ogni tanto, quando particolarmente stressato, il 33% del panel. Colpisce però che il 39% delle persone vorrebbe farlo, ma non ne ha l’occasione.

Vivere il silenzio

Le emozioni che il silenzio porta con se e che si generano in noi sono in effetti complesse da gestire. In una situazione di assoluta quiete, solo il 21% si sente perfettamente a suo agio e il 26% rilassato. Il 53% del campione, invece, prova sensazioni negative che spaziano dall’ansia ad, addirittura, il fastidio. Sentimenti acuiti nel periodo del primo e più duro lockdown, quando nostro malgrado abbiamo dovuto fare i conti con un silienzio ritrovato e inaspettato. Il 76% degli interpellati, in quel frangente, provava infatti angoscia o addirittura terrore, di fronte al silenzio di un mondo che sembrava essersi fermato. I restanti, invece, vedevano in un certo senso tranquillità e speranza nell’assenza di rumori esterni, segno che le persone stavano seguendo le indicazioni, restando a casa.

Ma quali sono i rumori che ci danno più fastidio e dai quali tendiamo ad allontanarci? Vincono, inaspettatamente, voci molto alte, pianti di bambini e altri suoni di origine “umana”, che risultano difficili da tollerare per l’82% del campione. Seguono musica e televisione a tutto volume (71%), traffico (63%), rumori legati al lavoro delle attività produttive (49%), ronzio degli elettrodomestici (43%). La natura emerge invece come la meno fastidiosa: abbaiare dei cani e altri versi prodotti dagli animali sono difficili da tollerare solo per il 32% degli intervistati.

“I rischi maggiori di un’esposizione costante a rumori, qualunque sia la natura degli stessi, riguardano certamente l’apparato uditivo, ma una moltitudine di studi correlano anche l’inquinamento acustico a problematiche, solo per citarne alcune, ipertensive, psicologiche, immunitarie. Sicuramente l’organo più colpito è comunque quello acustico” commenta il Dottor Matteo Simone, Otorinolaringoiatra di Top Doctors®.

“Fra le varie tipologie di suoni quelli più pericolosi sono senz’altro i suoni ad alta intensità ed improvvisi (tipico esempio uno scoppio), suoni per cui i sistemi di ‘compensazione’ di cui è dotato il nostro organismo non sono efficaci. Questi suoni possono provocare, nell’immediato, danni più o meno irreparabili del sistema recettoriale uditivo. In realtà, anche suoni di intensità moderata, ma continui, possono superare i suddetti sistemi di compensazione e generare, nel tempo, danni uditivi. Per tale motivo, esiste un’apposita normativa che indica quanto tempo e quanto intensi possono essere i rumori a cui ci si può esporre. Nella normativa è previsto, inoltre, ed è molto importante, un periodo di riposo dopo l’esposizione a rumore. Tale quantità è definita tempo di recupero ed è il motivo per cui i turni di lavoro sono strettamente codificati in quantità, ciò in particolare in ambienti rumorosi” prosegue lo specialista.

Insomma, regalarsi un po’ di silenzio ogni tanto può essere davvero utile al nostro fisico, ma soprattutto alla nostra mente. Quindi, ritagliarci un piccolo spazio di assenza di rumori, di ogni tipo, può diventare una pratica che apporta benefici davvero importanti.

I manager più stressati? Quelli che operano nel mondo della finanza

I manager più stressati in assoluto sono quelli della finanza. Come potrebbe essere altrimenti? Sempre all’erta in un mercato che non si ferma mai e che soprattutto vive di instabilità dovuta a mille e più fattori. La conferma arriva da una ricerca svolta ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, denominata The Workforce View 2020 – Volume Uno”.

Lo studio ha coinvolto bel 32500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, ed ha esplorato le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano. 

I manager più stressati: il mondo della finanza è davvero duro

I dati sono inequivocabili e chiari. In testa ai settori più stressanti c’è quello della finanza, con una percentuale del 93%, seguono i servizi professionali con il 90% (pubblicità, pubbliche relazioni, consulenza, servizi commerciali, legale, contabilità, architettura, ingegneria, progettazione di sistemi informatici) e chi lavora nel campo media/informazione (editoria, radio, televisione, cinema…) con l’87%. Una media molto alta se si tiene conto che quella italiana e del 66%.

Inquietante il dato del numero delle ore lavorate: infatti è emerso sempre dallo studio che il 30% dei lavoratori del mondo della finanza fa almeno 5 ore di straordinari a settimana, il 25% arriva a 10 ore settimanali, il 6% fino a 15 ore mentre il 5% fino a 20 ore.

Il 45% pensa inoltre di essere pagato correttamente per le proprie capacità e esperienza, il 31% pensa di essere sottopagato, il 33% vorrebbe avere più responsabilità, più autonomia e un ruolo più senior, il 7% pensa invece di ricoprire un ruolo per cui non è abbastanza qualificato.

I motivi dello stress

Quali sono i motivi che portano tanto stress? Non è difficile immaginarli… Ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata.

Attualmente, alle classiche cause, bisogna aggiungere lo stress da Covid-19: iproblemi di autoisolamento e sicurezza sul lavoro incidono molto sui lavoratori, mentre il “superlavoro” rappresenta un rischio per chi lavora in smartworking, ovvero per chi si trova a dover imparare a gestire un tempo lavorativo che entra ormai prepotentemente in quello famigliare o privato.

“Lo stress eccessivo e cronico può portare il lavoratore ad avere problemi di salute psicologica. Chi lavora nel mondo finanziario è costantemente posto sotto pressione da più variabili che spesso non dipendono neanche da lui stesso. Pensiamo ad esempio a quanto accaduto con la pandemia: crollo dei mercati, ansia dei risparmiatori, assicurazioni sanitarie non sufficienti… chi lavora in questo settore ha risentito moltissimo del periodo Covid. Gestire e avere la responsabilità di grosse somme di denaro può essere davvero angosciante in certi casi. I datori di lavoro e i responsabili HR, dovrebbero prendere in considerazione l’importanza di alleviare l’onere per i lavoratori sotto pressione. I team delle risorse umane possono svolgere un ruolo importante in modo che il personale si senta supportato” commenta Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia.

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Stress sul lavoro: ne soffre quasi un italiano su quattro

Stress e pressione lavorativa: problemi per molti lavorativi italiani. L’ossessione del raggiungimento degli obiettivi delle volte è peggio dell’assenza di averne.

Dalla survey “The Workforce View 2020 – Volume Uno” realizzata da ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, che ha intervistato circa 32.500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, esplorando le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano, sono emerse delle risultanze davvero preoccupanti.

Lo stress: un nemico per quasi un lavoratore su quattro

A quanto sembra sono il 23% i lavoratori che in Italia risentono mentalmente e fisicamente di ansia a stress da lavoro ogni giorno, praticamente un italiano su 4. Un altro 43% dice di vivere questa situazione non giornalmente, ma settimanalmente, spesso anche due o tre giorni a settimana. Circa il 18% prova malessere solo poche volte al mese, mentre un fortunato 12% dichiara di non sentirsi mai stressato.

La fascia d’età più colpita è quella tra i 35 e i 54 anni: si dichiara giornalmente sotto pressione il 26%. Anche dopo i 55 anni la percentuale rimane alta al 23%, mentre scende al 20% dai 25 ai 34 e al 13,5% dai 18 ai 24 anni. Non vi sono invece differenze significative tra i sessi: uomini e donne si sentono stressati in egual misura misura.

I lavori più stressanti

I settori in cui i lavoratori risentono maggiormente di stress sono quello della finanza (bancario, assicurativo, intermediazioni) con una percentuale del 93%, quello dei servizi professionali con il 90% (pubblicità, pubbliche relazioni, consulenza, servizi commerciali, legale, contabilità, architettura, ingegneria, progettazione di sistemi informatici) e chi lavora nel campo media / informazione (editoria, radio, televisione, cinema…) con l’87%.

Ma quali sono i motivi dello stress? Sono molteplici: ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata.

Attualmente, alle classiche cause, bisogna aggiungere lo stress da Covid-19: i problemi di autoisolamento e sicurezza sul lavoro incidono molto sui lavoratori, mentre il “superlavoro” rappresenta un rischio per chi lavora in smartworking, ovvero per chi si trova a dover imparare a gestire un tempo lavorativo che entra ormai prepotentemente in quello famigliare o privato.

Stress, una questione privata

Un altro dato interessante che emerge dalla ricerca è che il 27,5% degli italiani dichiara che non vorrebbe parlare a nessuno di un eventuale disagio di stress, ansia o depressione sul posto di lavoro, preferendo la riservatezza. È più alta però la percentuale di chi ne parla con il capo o il proprio responsabile (30%) mentre il 32% ne parla solo con quei colleghi che ritiene ormai essere amici.

“Lo stress eccessivo e cronico può portare il lavoratore ad avere problemi di salute psicologica. I datori di lavoro e i responsabili HR, dovrebbero prendere in considerazione l’importanza di alleviare l’onere per i lavoratori sotto pressione. Purtroppo, i lavoratori stessi sono restii a parlare del problema, temono li possa danneggiare nella carriera, ma i team delle risorse umane possono svolgere un ruolo importante in modo che il personale si senta supportato nel farsi avanti. Aumentare la consapevolezza del problema all’interno delle organizzazioni, mettere in atto politiche per affrontarlo e indicare come i dipendenti possono ottenere aiuto sono alcuni dei modi in cui i datori di lavoro possono dimostrare che stanno prendendo sul serio il problema della salute psicologica dei propri lavoratori”. commenta Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia.

“Per quanto riguarda il periodo storico che stiamo vivendo, quando i lavoratori percepiranno le conseguenze dell’isolamento sociale, della malattia o della mancanza di lavoro e delle preoccupazioni finanziarie, è probabile che si verifichino tensioni ancora più forti. I datori di lavoro non devono assolutamente trascurarli. Sarà una sfida, soprattutto per le grandi organizzazioni in cui il personale lavora in remoto. Tuttavia, è un problema che le risorse umane dovranno affrontare, sia ora sia quando i lavoratori torneranno sul posto di lavoro, il che creerà un altro sconvolgente stress a cui riabituarsi”, conclude Marisa Campagnoli.

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