Vacanza e lavoro: i nomadi digitali sono sempre di più. E i coworking…
Vacanza e lavoro, o meglio, lavorare in vacanza. Arriva il periodo delle festività natalizie e l’idea di un viaggio vi stuzzica. Però c’è un problema: le scadenze lavorative! Non per forza bisogna rinunciare ai propri sogni e non lo fanno soprattutto quelli che vengono definiti nomadi digitali. Secondo Forbes, nel mondo ce ne sono tra i 40 e gli 80 milioni!
Lo sviluppo del lavoro da remoto ha certamente contribuito alla crescita del numero dei nomadi digitali, basti pensare che solo negli USA si è registrata una crescita di oltre il 147% dal 2019, ovvero dalla pandemia in avanti.
I nomadi digitali in Italia
Anche in Italia quella del nomadismo digitali è una tendenza in crescita, infatti secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel periodo pre-pandemico si stimavano solo 570.000 smart workers, raggiungendo il picco di circa 6,58 milioni nel 2020, e attualmente attestandosi intorno ai 3,57 milioni, con un potenziale di ulteriori 3 milioni di lavoratori che potrebbero adottare questa modalità.
Il confine tra lavoro e tempo libero si è ridotto e questo ha portato a nuove abitudini come le workcation, ovvero, soggiorni temporanei in località turistiche che permettono di lavorare da remoto senza rinunciare a viaggiare, ridefinendo il concetto stesso di viaggio.
“Stiamo assistendo a una vera rivoluzione nel modo di viaggiare: sempre più persone scelgono di lavorare mentre si spostano, trasformando il soggiorno in un’esperienza dinamica e produttiva. La mobilità non è più solo svago, ma diventa parte integrante della routine professionale”, ha commentato Rosa Giglio, Head of Brand Marketing and Communicationdi BWH Hotels Italy & South-East Europe.
Una tendenza, questa, che sembra essersi consolidata anche in Italia: secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio EY Future Travel Behaviours, risulta che il 48% degli italiani si dichiara interessato a combinare vacanza e lavoro nei propri viaggi. Tra questi c’è in particolare da registrare percentuali molto alte tra i Millennial (67%) e la Gen Z (79%). Le modalità preferite dagli italiani, infatti, includono la workcation (25%), il bleisure (24%), che consiste nell’estendere il viaggio di lavoro con alcuni giorni di vacanza, e il digital nomadism (14%).
Cosa fanno sono i nomadi digitali?
Tra i nomadi digitali la maggior parte ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, ma c’è un aumento dei professionisti over 50, in particolare tra consulenti e freelance. Lavorano principalmente nei settori IT, servizi creativi e istruzione e sono oltre il 40% della forza lavoro nomade. Tra i ruoli più comuni figurano sviluppatori di software, blogger e ghostwriter, tutor e coach online, assistenti virtuali, imprenditori e-commerce, youtuber, streamer e influencer, rappresentando i liberi professionisti circa il 46% e i dipendenti circa il 54%. Il reddito medio si aggira tra i 3.000 e i 4.000 dollari al mese, praticando molti il “geo-arbitrage”, ovvero guadagnare stipendi occidentali vivendo in paesi con un costo della vita più basso.
Una notizia interessante è che per attrarre questo genere di professionisti, oltre 64 paesi, tra cui anche l’Italia, hanno introdotto visti per nomadi digitali, che consentono soggiorni da sei mesi a due anni.
Lo sviluppo dei coworking
Se i nomadi digitali hanno bisogno di un punto di appoggio “professionale” non hanno dubbi: si rivolgono ai coworking nelle varie città. Questo settore, infatti, sta avendo una crescita esponenziale: secondo Research and Markets, il mercato globale ha raggiunto un valore di circa 30 miliardi di dollari nel 2025 (rispetto ai circa 27 del 2024) e si prevede che raddoppierà entro il 2032, arrivando a quota 59 miliardi, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 9,89% e un aumento percentuale di circa il 97% in 7 anni.
“Il coworking non è più solo una soluzione per chi non ha un ufficio: è diventato un ecosistema che favorisce la contaminazione tra competenze, la nascita di nuove idee e la costruzione di relazioni professionali”, osserva Rosa Giglio. In questo scenario, l’integrazione tra coworking e ospitalità rappresenta una delle evoluzioni più interessanti: “Progetti come myWO, il servizio di coworking offerto in alcune delle nostre strutture, dimostrano come gli hotel possano diventare hub di produttività e relazione, capaci di accogliere non solo viaggiatori, ma anche professionisti in cerca di spazi attrezzati e confortevoli. In questo contesto la capacità di offrire spazi professionali integrati nel tessuto urbano diventa un vantaggio competitivo. L’evoluzione del coworking in chiave hospitality non è solo una risposta alle nuove esigenze, ma un’opportunità per ripensare il ruolo dell’hotel come luogo di relazione, produttività e benessere”, conclude la Giglio.


