Welfare pubblico e visione aziendale del benessere

Il welfare pubblico, inteso come l’insieme delle iniziative realizzate dallo Stato per garantire sicurezza, assistenza e protezione dei cittadini e delle loro famiglie, è sotto scacco da molti anni. Il sistema non riesce più a garantirsi una solida sostenibilità fiscale ed incontra molte difficoltà nel rispondere alle nuove sfide generate dalla crescita demografica globale, dall’invecchiamento della popolazione, dalla globalizzazione e dalla nascita di esigenze sempre più “esigenti”.


Tutto questo, in un mondo in cui la trasformazione tecnologica e l’innovazione digitale stanno cambiando le abitudini di tutti.
Il Welfare State in Italia assorbe circa il 25% di tutta la ricchezza nazionale prodotta (PIL), mentre il 51% della spesa totale è concentrata alla voce pensioni.

Non c’è da stupirsi, quindi, se anche nel nostro Paese si fa (lentamente) strada un nuovo modello di well-being dedicato ai lavoratori, un welfare aziendale che ha l’obiettivo di realizzare il giusto mix di benefit per aumentare il benessere dei dipendenti nella vita privata e far crescere l’efficienza in quella lavorativa. Ecco perché in alcune realtà, è possibile utilizzare la sala giochi durante le ore di lavoro e poter avere, in prossimità dei periodi di prova costume, allenamenti mirati nella palestra aziendale, programmi detox e pranzi sani gratuiti.

Ma non è tutto. Sostegno al reddito, allo studio, alla genitorialità, alla tutela della salute, alla conciliazione vita-lavoro e un piano azionario e pensionistico a copertura degli imprevisti dell’invecchiamento, rappresentano il tassello più classico del modello.

Una parte dell’offerta aziendale, poi, si orienta verso il bilanciamento dei tempi di lavoro, interventi in tema di formazione e borse di studio per i figli dei dipendenti.

Una leva per migliorare le performance

Offrire servizi di welfare alternativi è una leva che permette di migliorare il benessere organizzativo e le performance economiche.  Le aziende attente alle politiche di welfare – secondo una ricerca effettuata da McKinsey e Company – hanno un engagement index (indice di impegno del lavoratore) più elevato rispetto a chi non ha investito in questa direzione.
Contano cioè su una maggiore soddisfazione del personale (+16%), un aumento della dedizione al lavoro (+6%) e una rinnovata consapevolezza dell’immagine aziendale (+12%).

Morale: il welfare ha un solido impatto sulla produttività. Dall’ultimo rapporto Welfare Index PMI commissionato da Generali, emerge che politiche di welfare innovative hanno avuto un effetto positivo sui dipendenti, incrementando la loro produttività del 63%.

Il lavoratore che si identifica con una struttura organizzativa attenta alle sue esigenze e che lo coinvolge nel raggiungimento degli obiettivi aziendali, mette quindi inconsciamente a disposizione dell’impresa anche il proprio benessere psicologico che, a sua volta, condiziona positivamente i risultati economici.

La costruzione di una serie di misure a vantaggio del lavoratore aumenta anche il così detto employer branding, cioè la maggiore attrattività per i talenti.

Esempi italiani

Anche in Italia, negli ultimi anni alcuni importanti marchi hanno realizzato interventi simili. Nel lontano febbraio 2009, Luxottica fu la prima azienda a proporre alle organizzazioni sindacali un programma gratuito di welfare che garantiva a impiegati e operai assistenza sanitaria, rimborso delle spese scolastiche e sostegno alla creazione di nuovi nuclei familiari sul territorio.

Qualche anno dopo, anche l’elegante casa di moda guidata da Brunello Cucinelli ha previsto la possibilità di rimborsare le spese sostenute dai dipendenti per attività culturali, mentre Auchan ha sottoscritto un accordo per convertire il premio di risultato annuo in servizi e benefit legati alle esigenze della vita quotidiana. Lamborghini, invece, ha corso veloce (manco a dirlo!) sulla creazione di servizi per favorire il work-life balance e la formazione estiva dei figli dei lavoratori, mentre il progetto Ferrero Pass garantisce da anni progetti di conciliazione vita-lavoro. Infine, dal 2013 il Gruppo Tod’s versa l’1% dell’utile netto per le famiglie in difficoltà nelle Regioni in cui opera.

Secondo un recente rapporto pubblicato dall’Osservatorio Easy Welfare, chi investe di più nel welfare aziendale appartiene al settore finanziario, assicurativo e agli Enti pubblici e le prestazioni più apprezzate riguardano l’istruzione dei figli, la previdenza complementare, la sanità integrativa e l’erogazione in natura di beni e servizi. Dati utili per le imprese italiane che pensano di andare in questa direzione e che hanno chiara la stretta relazione fra economia e produzione e il sorriso dei propri dipendenti, vero patrimonio per cui il Made in Italy continua a fare la differenza in tutto il mondo.

A cura di Domenico A. Modaffari ed Enrico Martinelli

Tratto da Uomo&Manager di Maggio 2018

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